Analisi del Rapporto – giugno 2017 – della McKinsey & Company di Stefano Vernole. Le recenti polemiche sul dramma immigrazione hanno riportato alla ribalta una questione di cui da molti anni si dibatte: come si può cooperare con il Continente africano per aiutarlo ad uscire da una situazione spesso considerata di sottosviluppo? E’ evidente che le logiche portate avanti dalle multinazionali statunitensi ed europee dopo la decolonizzazione post 1945 abbiano decisamente aggravato la situazione dei Paesi del Terzo Mondo, giunti relativamente tardi all’indipendenza: sviluppo ineguale dovuto alla divisione internazionale del lavoro capitalista, neocolonialismo e sradicamento dei popoli ne sono state le conseguenze. Esiste però un modello alternativo che si sta sempre più affermando, quello della cooperazione Sud-Sud (win-win) concretamente attuato da Pechino sia per ragioni economiche che geopolitiche. Le radici profonde del legame tra la Cina e l’Africa risalgono al processo di emancipazione degli anni ’50 e ’60, quando il Presidente della Tanzania, Julius Nyerere, si appellò a Mao Zedong in nome della “solidarietà terzomondista”. Una sua concreta espressione ne fu la costruzione tra il 1968 e il 1976 della Tan-Zam Railway, che collegò una Zambia senza sbocco al mare al Porto di Dar es Salaam in Tanzania. Gran Bretagna, Giappone, Germania occidentale e Stati Uniti d’America, così come le stesse Nazioni Unite e la Banca Mondiale, declinarono l’invito a finanziare il progetto ritenendolo impraticabile. Solo la Repubblica Popolare Cinese ci credette, investendoci 3 miliardi di dollari. Le conseguenze dell’atteggiamento cinese pagarono anche dal punto di vista diplomatico: nel 1971 la Cina tolse a Taiwan il seggio quale membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e 26 voti su 76 a favore di Pechino giunsero dai Paesi africani. Il rapporto storico tra il “Dragone e i Leoni”, come ben analizzato nello studio pubblicato nel giugno 2017 dalla Società internazionale di consulenza manageriale McKinsey & Company, non ha mai smesso di crescere (segnaliamo ad es. nel 2012 il report: https://www.eurasia-rivista.com/la-lotta-per-lafrica-resoconto-foto-e-video/). Tra il 2016 e il 2017 la McKinsey ha incaricato un proprio team di condurre indagini approfondite sugli investimenti economici cinesi in Africa, sia pubblici che privati, sfatando i tanti luoghi comuni propagandati dalla stampa occidentale volti a giustificare l’impegno di sfruttamento strategico, militare, finanziario e geopolitico che USA (Africom), G.B. (Commonwealth) e Francia (franco CFA) in particolare continuano a perpetuare nel continente africano. Sono perciò state investigate 1.073 imprese cinesi che operano in Angola, Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya, Nigeria, Sudafrica, Tanzania e Zambia, le quali rappresentano circa 2/3 del prodotto interno lordo dell’Africa sub-sahariana e il 50% degli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi in Africa. Inoltre sono stati intervistati 104 alti governatori e leader aziendali africani su quelle che sono le loro percezioni relativamente alla strategia e agli investimenti cinesi nei rispettivi Paesi. Per concludere il report, la McKinsey ha quindi sondato le opinioni di altri 30 esperti cinesi e analisti di livello mondiale. I numeri e le valutazioni dell’indagine non lasciano spazio a dubbi: sono oltre 10.000 le imprese cinesi che lavorano attualmente in Africa e se osserviamo...
#Cesem
di Deborah Garofalo Il tema del velo islamico attraversa da decenni il dibattito delle società Occidentali come di quelle Mediorientali. Tutt’oggi, quel pezzo di stoffa, abito in uso tra le donne musulmane, interseca questioni sociali, politiche e teoretiche fra le più questionate: la libertà di culto, la condizione della donna, la possibilità negata di autoindentificarsi. La differenziazione dei veli. L’abbigliamento delle donne musulmane è stato spesso oggetto di accese dispute in Occidente dove è stato preso come segno di riconoscimento dell’oppressione femminile di cui si calunnia la religione di Maometto. Alcuni paesi cattolici sono scandalizzati dalla copertura totale del volto con il velo, nonostante – secondo un attuale sondaggio – sono pochissimi i paesi islamici in cui il burqa è ritenuto il tipo di indumento più appropriato per le donne. In realtà la maggior parte preferisce il tipo di velo che copre solamente i capelli. L‘Institute for Social Research della University of Michigan ha effettuato una statistica sul tale questione ad alcuni paesi a maggioranza musulmana: Turchia, Egitto, Tunisia, Libano, Pakistan, Arabia Saudita ed Iraq. Il velo non è un elemento al singolare, le tipologie note sono principalmente cinque, ciascuna fortemente legata all’area di appartenenza geografica della donna che ne riflette la cultura e l’aspetto puramente religioso. Quello usato dalla maggioranza delle musulmane è l’Hijab, il velo che copre il capo e al massimo il collo, lasciando scoperto il viso. A seguire lo Chador, usato in maggior misura in Iran, un largo mantello nero che copre il capo e le spalle giungendo fino ai piedi, ma lasciando scoperto il volto. La al Amira, un velo bianco intorno al volto. Il Niqab, usato in Arabia Saudita e paesi limitrofi, copre il viso e presenta una fessura all’altezza degli occhi. Infine il Burqa, tipico dell’Afghanistan, un ampio telo di colore azzurro che copre tutto il corpo, compreso il viso e gli occhi ove è applicato un tessuto traforato. Il velo: una prigione di tela? Il velo, secondo la donna musulmana, ti identifica e reincarna la concezione «Io sono musulmana, mi identifico come tale e sono fiera di esserlo». Come ogni espressione culturale, anche il velo islamico non si presta a un’unica e superficiale lettura; solitamente gli viene attribuito un significato tridimensionale: visivo, secondo il quale il velo sottrae qualcosa allo sguardo; spaziale, il velo separa e stabilisce una soglia; etico – morale (appartenente alla sfera religiosa), ciò che si trova al didietro del velo appartiene all’ambito del proibito. Ma è vero che i musulmani identificano il velo in un obbligo coranico? Esaminiamo i versetti ai quali essi fanno riferimento: «O Profeta! Di’ alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese», «E di’ alle credenti che abbassino gli sguardi e coprano le loro pudenda e non mostrino troppo le loro parti belle eccetto ciò che di fuori appare e pongano un velo sui loro seni» (Corano, XXXIII, 59; XXIV, 31). Molteplici sono le interpretazioni date a...
Stefano Vernole, in rappresentanza del Centro Studi Eurasia Mediterraneo, è stato invitato a tenere una relazione presso la Cátedra Francisco Villamartín de estudios de Seguridad y Defensa URJC – CESEDEN (Centro superiore di studi della Difesa) di Madrid (SPAGNA) il 27 gennaio 2017. Titolo dell’intervento: “Rifugiati e migranti nel Mediterraneo. Geopolitica di una crisi” (Modulo IV). In allegato il programma completo del seminario permanente, organizzato in collaborazione con L’Università Re Juan Carlos di Madrid. Programma
di Deborah Garofalo Molti sono i minori attualmente impegnati in conflitti inter-etnici che stanno devastando alcuni Paesi del continente Africano. Guerre inumane combattute in località già decimate da condizioni di assoluta povertà. In ragione alla fluidità del fenomeno, ad oggi tuttora in espansione, si stima all’incirca la presenza di più di trecentomila bambini–soldato di età compresa tra i 6 e i 18 anni coinvolti in operazioni militari o illegali nel mondo, a partire dall’Africa fino a giungere nel Sud America. I bambini–soldato e la guerra civile nel Sud Sudan. Un esempio rilevante è la guerra civile nel Sud Sudan scoppiata nel dicembre del 2013, due anni dopo la proclamazione d’indipendenza, al tempo in cui a Juba le milizie fedeli al presidente Salva Kiir e quelle del leader dei ribelli Riek Machare dettero inizio a una guerriglia trasformatasi in breve tempo in una vera guerra civile, con consequenziali uccisioni e violenze anche a danno dei civili. Salva Kiir aveva accusato Machare di aver pianificato un colpo di Stato per far precipitare il suo governo, innescando disordini e guerriglie interne tra le due principali etnie del Paese: i Dinka, gruppo dominante a supporto di Salva Kiir, e i Nuer, alleati di Riek Machare. Ne sono seguiti più di due anni di scontri. L’utilizzo dei “children straight eightenn” in questa guerra è divenuto sistematico: si valuta circa il 5% delle presenze per conflitto. In questo frangente, i minorenni risultano essere principalmente vittime e carnefici: rapiti dai propri villaggi e reclutati con l’uso spropositato della forza, si sono trovati immersi in conflitti armati ed esposti a brutalità inimmaginabili, privati così della loro infanzia e dei loro diritti inalienabili. Le leggi internazionali del Sud Sudan, secondo le quali reclutare ragazzi di età inferiore ai 18 anni è severamente proibito e sotto i 15 anni è considerato un grave crimine di guerra, non ha mai impedito ai soldati appartenenti alle due parti in conflitto di assoldare deliberatamente bambini al fine di utilizzarli come ipotetici combattenti. Ma per quale motivo nessun comandante sud sudanese è mai stato incriminato e successivamente processato per tale reato? Eppure i casi sono vari ed è accertato che le Autorità sono in possesso dei loro nomi. Un esempio eclatante è il caso di David Yau Yau che durante la rivolta nello Stato del Jonglei aveva costretto a combattere circa 1700 bambini–soldato; ne è altrettanto il caso del comandante dell’SPLA Matthew Puljang, che ha combattuto nello Stato di Unity usufruendo in prima fila di altrettanti minori. Quarant’anni di violazioni. Nonostante a partire dagli anni Settanta siano state approvate convenzioni internazionali al fine di garantire la diminuzione dell’arruolamento di minori in conflitti bellici, negli ultimi decenni è stato possibile assistere ad un considerevole aumento di questo fenomeno. Motivo principale è considerato il cambiamento della natura della guerra, divenuta oggi prevalentemente religiosa ed etnica. Il reclutamento e l’utilizzo dei bambini–soldato sono una delle più pesanti violazioni delle norme che regolano i diritti umani nel mondo. L’Africa è spesso considerata l’epicentro di questo fenomeno. Ma...
di Stefano Vernole La Società Ponte sull’Adriatico (2004-2005) ha i diritti sulla costruzione e la gestione di due brevetti: uno per il ponte e uno per il terminal. Il grande Ponte ferroviario e stradale, per il tratto che unisce le due sponde dell’Adriatico tra Ancona e Zara, è stato progettato per avere una lunghezza di 120 Km sul mare e di 30 Km per la parte di attraversamento delle isole di fronte alla costa della Croazia; il progetto dovrebbe però soddisfare i seguenti requisiti: • Durata vitale minima dell’opera: 120 anni • Costo dell’opera: 21 miliardi di euro • Manutenzione dell’opera straordinaria prevista ogni 10 anni • Capacità massima di traffico nei due sensi veicolare – automobilistico e commerciale: 80 milioni di veicoli annui – 200.000 veicoli giornalieri • Capacità massima di convogli ferroviari nei due sensi: 200 giornalieri. • Bacino di utenza prossimo all’opera: 100 milioni di persone di cui 25 in Italia e 75 nell’Europa orientale. Il ponte viaggerebbe ad un’altezza che si aggira tra i 50 e i 70 mt. sopra il livello del mare, i piloni raggiungerebbero un’estensione di 300 mt. e potrebbero immergersi fino a 70-100 mt. di profondità. L’infrastruttura si può costruire grazie all’utilizzo delle energie rinnovabili ed è autosufficiente, partirebbe dalla zona di Falconara per unire successivamente Ancona a Zara, dove si collegherebbe alla rete ferroviaria e autostradale dei paesi Balcanici. Considerando l’attuale interesse della Cina per il nostro Paese, l’Italia potrebbe candidarsi ad essere una piattaforma e un centro logistico per tutto il Mediterraneo, visto che la Nuova Via della Seta coinvolgerà comunque Balcani ed Europa orientale. Il ponte si collocherebbe a metà strada tra Italia e Croazia e verrebbe disposto su tre piani dove dovrebbero trovare posto due larghe autostrade, una per ogni senso di marcia, e due binari ferroviari. Inoltre un sottopiano cablato garantirebbe ogni tipo di servizi di collegamento, compresi acquedotti e oleodotti. Si tratterebbe di un’opera monumentale importante non solo per il Mar Adriatico e il Centro Italia che ne sarebbero rivitalizzati ma anche per il Nord-Ovest dell’Europa (è vicino al Corridoio n. 5), potrebbe coinvolgere una serie di strutture adiacenti (terminal, trasporto marittimo container, aree di intrattenimento …). Il ponte stesso potrebbe produrre energia pulita tramite l’installazione di pannelli fotovoltaici, lo sfruttamento del moto ondoso e di impianti eolici, quindi sarebbe ecologicamente sostenibile. Stefano Vernole – 22 dicembre 2016
Il commento al Decreto del Presidente della Repubblica dell’Uzbekistan del 21 ottobre 2016 Le riforme effettuate negli anni di indipendenza hanno contribuito alla democratizzazione e la liberalizzazione del sistema giuridiziario-legale del Paese, aumentando il ruolo e il significato della magistratura nella tutela dei diritti e degli interessi legittimi dei cittadini. Allo stesso tempo, le moderne esigenze e le priorità strategiche di sviluppo del Paese richiedono un’ulteriore miglioramento del sistema giudiziario. Il Decreto del Presidente della Repubblica dell’Uzbekistan “Sulle misure per riformare ulteriormente il sistema giudiziario, il rafforzamento delle garanzie per la tutela giudiziaria dei diritti e delle libertà dei cittadini” ha segnato il passaggio della politica statale in questo ambito ad un livello qualitativamente nuovo, individuando le seguenti tre priorità fondamentali: * garantire l’indipendenza del potere giudiziario; * rafforzare le garanzie della tutela giudiziaria dei diritti, delle libertà dei cittadini; * aumentare l’accesso alla giustizia. Al fine di attuare queste priorità, sono stati determinati i compiti più importanti per le forze dell’ordine, le autorità giudiziaria e di vigilanza: * garantire il rigoroso rispetto dell’articolo 112 della Costituzione della Repubblica dell’Uzbekistan sull’indipendenza dei giudici, la loro subordinazione solo alla legge e il principio della inevitabilità della punizione per le interferenze nel lavoro dei giudici nella amministrazione della giustizia; * tutelare dei diritti e degli interessi legittimi dei cittadini, applicare di tutte le misure necessarie sui fatti di abuso, ridurre la burocrazia e le violazioni dell’ordine di esame dei ricorsi di persone fisiche e giuridiche; * garantire l’apertura e la trasparenza attraverso la trasmissione tempestiva d’informazione rilevante al pubblico, aumentare l’efficienza di interazione con la società civile, i media e la gente; * identificare e risolvere le cause di carenze sistemiche e irregolarità migliorando l’applicazione della legislazione in vigore, introdurre risorse scientifiche e tecniche avanzate, nonché tecnologie dell’informazione e della comunicazione avanzate ; * rafforzare il controllo istituzionale, prevenire gli abusi e altri reati tra i dipendenti, migliorare la formazione del personale, introdurre i moderni meccanismi per la selezione del personale con l’assunzione dei candidati più qualificati. In conformità con il Decreto, al fine di garantire un’effettiva indipendenza del sistema giudiziario, aumentare il prestigio della professione, formare i magistrati altamente qualificati con una magistratura ben funzionante, per la prima volta sono stati rivisti i termini della durata del mandato dei giudici. È stata introdotta la disposizione, che prevede la nomina (l’elezione) dei giudici per un periodo iniziale di cinque anni e il prossimo periodo di dieci anni, e, successivamente, per un periodo indefinito di permanenza in carica. I cambiamenti introdotti, sono in linea con gli standard internazionali e le migliori prassi delle democrazie sviluppate. Secondo il Decreto, dal 1 aprile 2017 saranno introdotti una serie di cambiamenti di diritto penale, di procedura penale, di procedura civile e altre normative legislative volte a migliorare l’efficienza della amministrazione della giustizia, al fine di assicurare la priorità dei diritti e delle libertà umane, rafforzare le garanzie di un processo equo e tempestivo, la giustizia e l’umanità della pena. In particolare, saranno abolite le sanzioni penali in...
di Stefano Vernole La NATO: nascita e finalità. Molti ritengono che la NATO nasca in risposta al cosiddetto “espansionismo sovietico”, ricordiamo tuttavia che il Patto di Varsavia – organizzazione militare che raggruppava i Paesi satelliti dell’URSS – venne creato solo nel 1955, cioè cinque anni dopo la nascita dell’Alleanza Militare Atlantica (1950). Molto più concretamente si può sostenere che la NATO abbia sempre agito secondo i principi enunciati dal Segretario generale della NATO Lord Ismay: “L’America dentro, la Germania sotto e la Russia fuori”. Esistono poi seri dubbi sulle reali capacità belliche e sulla volontà storica della NATO di difendere l’Europa in caso di conflitto armato con l’Unione Sovietica. Capacità: il Generale belga Robert Close, (ex Vice Comandante del Nato Defense College), in un dettagliato volume del 1978 espose efficacemente la tesi che se “i Russi aggredissero di sorpresa le forze della Nato nella Germania Occidentale potrebbero arrivare al Reno in 48 ore”. Le opinioni di Close furono pochi anni dopo precisate dal Generale Johannes Steinhoff, che prestò per tre anni servizio come Presidente del Comitato Militare della NATO (uno dei posti più alti in seno all’Alleanza Atlantica): “E’ un fatto che l’Alleanza va a rotoli dolcemente … è ancor vero oggi, come all’epoca della creazione della NATO, che questa alleanza è totalmente dipendente dalla leadership degli Stati Uniti. Sembra venuto il momento di rivedere questa leadership … Dato che non serve a nulla che gli Stati Uniti partecipino ad una alleanza che non è capace di reagire ad un attacco sovietico – il solo scopo reale della NATO – bisognerebbe forse che il nostro prossimo Presidente stabilisca a quali condizioni intendiamo proseguire la nostra partecipazione”. Ma viene confermata in seguito da alcuni fattori: le pessime prestazioni fornite dalla NATO nei recenti teatri di guerra, Serbia, Iraq e Libia innanzitutto; la scarsa attitudine dei soldati USA alle battaglie terrestri; il ricorso sempre più evidente alle società private che forniscono mercenari nei vari teatri operativi. Volontà di protezione: è sufficiente ricordare le dichiarazioni di Ronald Reagan, riportate in Italia solo dal quotidiano “La Stampa”, con le quali l’ex Presidente USA il 16 ottobre 1981 dichiarava che l’Europa può essere “Il teatro di una guerra nucleare limitata”. Stati Uniti e Unione Sovietica avrebbero potuto fare dell’Europa un campo di battaglia nucleare, senza coinvolgersi direttamente, ma distruggendo completamente il Vecchio Continente. Scioglimento del Patto di Varsavia: Gorbaciov ebbe l’assicurazione che gli USA non avrebbero allargato la NATO ad Est ma a Washington si rimangiarono la parola, come sottolineato dallo stesso Putin nel 2007, durante la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera. L’Alleanza Atlantica ha infatti tracciato due nuovi concetti strategici, uno nel 1991 e l’altro nel 1999, in concomitanza con le due guerre di aggressione all’Iraq e alla Serbia. Approfittando proprio della guerra civile jugoslava che gli stessi USA avevano contributo ad attizzare, la NATO effettuò i primi interventi militari contro una nazione europea non allineata, prima contro i serbi di Bosnia (1995) poi contro il Governo di Belgrado (1999). E’...
Articolo pubblicato su “il Messaggero” firmato Simona Orlando e Marco Ventura, in cui è citato il “Forum di Sviluppo del Tibet e della Cina 2016” svoltosi a Lhasa, cui ha partecipato Stefano Vernole (CeSEM).
Nell’ultimo breve excursus sulla cultura, storia e meraviglie dello Xizang ci siamo spinti fino alla contea di Maizhokungaar la cui città capoluogo Gongkar nel 598 d.C. diede i natali a Songtsen Gampo, trentatreesimo sovrano della dinastia Yarlung, colui che unificò il paese assoggettando tutti i regni che vi si erano formati e fondando l’impero del Tibet[1] che comprendeva tutti i territori in cui era parlato il tibetano; imperatore ambizioso e modernizzatore, fu fautore di una politica espansionistica: mentre le regioni meridionali erano pacificate grazie ad una sapiente azione diplomatica, le armate tibetane al servizio di Songtsen Gampo si mossero in direzione del Kashmir (Kasamira), Ladakh (La dwags) e Zanskar (Zangs skar). Songtsen Gampo dopo aver trasferito la capitale da Yarlung a Lhasa, fu il primo ad introdurre la religione buddista in Tibet e a favorirne la diffusione[2]; fece inoltre costruire il primo tempio buddista tibetano, il Jokhang, il più importante di Lhasa, la prima destinazione dei turisti che giungono nella capitale dello Xizang. Tutto intorno all’edificio corre per circa un chilometro la via Barkhor, Ba Jiao Jie in cinese, la più antica di Lhasa. Il Barkhor si compone adesso di quattro strade che prendono il nome dei quattro punti cardinali e rappresenta il centro commerciale più frequentato della capitale, un luogo in cui la gente vive ancora alla vecchia maniera e dove, con la modernizzazione e lo sviluppo del turismo e dell’economia, numerosi sono ora gli alberghi, i negozi di artigianato locale e i grandi magazzini. I prodotti che possono essere acquistati abbracciano tutte le tipologie, da oggetti religiosi a tappeti, da coltelli a vestiti, da metalli preziosi, da spezie a tè. Qui si può gustare anche il famoso tè dolce di Lhasa, una miscela di tè nero, zucchero, latte o latte in polvere: la sua dolcezza e i suoi contenuti nutrizionali, insieme all’apprezzato connubio tra la fragranza del latte e l’aroma del tè, lo rendono non solo una bevanda diffusa nell’altopiano ma anche una parte integrante della cultura dello Xizang. La tradizione del bere tè sull’altopiano è ben conosciuta[3] ma l’usanza del tè dolce non è qualcosa di autoctono, bensì una consuetudine proveniente da fuori. Da una parte c’è chi sostiene che si tratti di una prosecuzione dell’abitudine propria dell’esercito invasore inglese; altra storia dice che il tè dolce sia stato portato a Lhasa da rifugiati del Kashmir che durante il regno dell’imperatore Kangxi, dinastia Qing, furono la prima coorte di nuovi musulmani in Tibet[4]. Il sito internet Tibet.cn consiglia ai turisti che passano per la capitale di provare un’esperienza insolita fermandosi al Tsamkhung Nunnery Tea House. Si tratta di un luogo dove i devoti pellegrini con in mano le loro ruote di preghiera amano fermarsi e riposare. Il tè dolce è venduto ad un prezzo ragionevole e, qui, è conosciuto per il sapore gustoso e il profumo intenso[5]. Le case del tè dolce sono solite essere un luogo per passare il tempo in modo piacevole oppure un posto per riposarsi dopo aver circumambulato il tempio di Jokhang....
Qualche tempo dopo, in una città dei dintorni, fervevano i preparativi per le annuali corse di cavalli. Si trattava di un evento di grande risonanza e dai villaggi vicini giungevano a frotte per assistere alle prove di coraggio e di resistenza dei più abili cavalieri del paese. Quale migliore occasione per divertirsi e fare bisboccia? Le donne indossavano i loro abiti migliori, e dalla quantità di turchese e di corallo utilizzati per le loro elaborate acconciature si poteva capire quali fossero le più ricche. Gli uomini, dal canto loro, rivaleggiavano amichevolmente in gare di tiro con l’arco e di forza o giocavano a dadi. Presto giunse il grande giorno. Vennero eretti i tendoni, approntati i festeggiamenti e tutti confluirono in città per divertirsi in compagnia1. Il progetto di una nuova linea ferroviaria che entro il 2030 unisca la capitale dello Xizang/Tibet, Lhasa, a Chuengdu sposta l’attenzione sulla provincia dello Sichuan. Qui si trova il cuore del Kham, una delle tre tradizionali aree tibetane della Cina, una vasta regione storico-culturale situata a cavallo tra l’attuale Regione Autonoma del Tibet e, appunto, lo Sichuan. Storicamente – dato da tenere a mente per il prosieguo di questo articolo – il Kham è stato afflitto da una serie di guerre frequenti che hanno visto rivaleggiare le varie tribù che vi abitavano ma nessuna di queste è mai riuscita a prevalere sulle altre con la conseguenza diretta che questa regione non si è mai dotata di un’amministrazione centrale propria subendo le invasioni e la legge dei tibetani, dei cinesi, dei mongoli2. La maggior parte della regione giace ad altitudini superiori ai 3.000 metri, il paesaggio si fa generoso di vivide praterie e impenetrabili barriere montuose; la pioggia sembra essere presenza costante e leggera ma quando il sole riesce a penetrare percuote il terreno e quasi brucia la pelle. Litang, luogo che ha dato i natali al settimo e decimo Dalai Lama, situata a 4.100 metri di altitudine, è una contea della prefettura tibetana autonoma di Garzê, provincia del Sichuan, e ogni anno, ogni estate, quando il tempo è buono, i monasteri locali vi organizzano rappresentazioni di opere tibetane e corse di cavalli, che si alternano durante i mesi estivi. Qui si può vivere ancora oggi l’atmosfera di festa descritta dalla fiaba tibetana La casetta in riva al lago citata che ha aperto questo lavoro. Gli abitanti dei villaggi vicini, nomadi viaggianti e turisti provenienti da tutta la regione si riuniscono per un paio di giorni per assistere partecipi ai giorni di festa che animano la regione. Vengono istituite tendopoli temporanee3 nel pascolo per ospitare i partecipanti per tutta la durata degli eventi che possono, tra i colori della festa, mangiare carne di yak, bere tè, acquistare e vendere medicine tradizionali, gioielli e altre specialità locali. Il festival delle gare equestri di Litang è uno dei più famosi dell’altopiano: uomini di ogni età, cavalieri ben addestrati e valenti, si danno appuntamento alla prateria Maoya – lungo la strada nazionale 318 Sichuan – Tibet – e...