18 Luglio 2026

Mese: Agosto 2016

Nell’ultimo breve excursus sulla cultura, storia e meraviglie dello Xizang ci siamo spinti fino alla contea di Maizhokungaar la cui città capoluogo Gongkar nel 598 d.C. diede i natali a Songtsen Gampo, trentatreesimo sovrano della dinastia Yarlung, colui che unificò il paese assoggettando tutti i regni che vi si erano formati e fondando l’impero del Tibet[1]  che comprendeva tutti i territori in cui era parlato il tibetano; imperatore ambizioso e modernizzatore, fu fautore di una politica espansionistica: mentre le regioni meridionali erano pacificate grazie ad una sapiente azione diplomatica, le armate tibetane al servizio di Songtsen Gampo si mossero in direzione del Kashmir (Kasamira), Ladakh (La dwags) e Zanskar (Zangs skar). Songtsen Gampo dopo aver trasferito la capitale da Yarlung a Lhasa, fu il primo ad introdurre la religione buddista in Tibet e a favorirne la diffusione[2]; fece inoltre costruire il primo tempio buddista tibetano, il Jokhang, il più importante di Lhasa, la prima destinazione dei turisti che giungono nella capitale dello Xizang. Tutto intorno all’edificio corre per circa un chilometro la via Barkhor, Ba Jiao Jie in cinese, la più antica di Lhasa. Il Barkhor si compone adesso di quattro strade che prendono il nome dei quattro punti cardinali e rappresenta il centro commerciale più frequentato della capitale, un luogo in cui la gente vive ancora alla vecchia maniera e dove, con la modernizzazione e lo sviluppo del turismo e dell’economia, numerosi sono ora gli alberghi, i negozi di artigianato locale e i grandi magazzini. I prodotti che possono essere acquistati abbracciano tutte le tipologie, da oggetti religiosi a tappeti, da coltelli a vestiti, da metalli preziosi, da spezie a tè. Qui si può gustare anche il famoso tè dolce di Lhasa, una miscela di tè nero, zucchero, latte o latte in polvere: la sua dolcezza e i suoi contenuti nutrizionali, insieme all’apprezzato connubio tra la fragranza del latte e l’aroma del tè, lo rendono non solo una bevanda diffusa nell’altopiano ma anche una parte integrante della cultura dello Xizang. La tradizione del bere tè sull’altopiano è ben conosciuta[3] ma l’usanza del tè dolce non è qualcosa di autoctono, bensì una consuetudine proveniente da fuori. Da una parte c’è chi sostiene che si tratti di una prosecuzione dell’abitudine propria dell’esercito invasore inglese; altra storia dice che il tè dolce sia stato portato a Lhasa da rifugiati del Kashmir che durante il regno dell’imperatore Kangxi, dinastia Qing, furono la prima coorte di nuovi musulmani in Tibet[4]. Il sito internet Tibet.cn consiglia ai turisti che passano per la capitale di provare un’esperienza insolita fermandosi al Tsamkhung Nunnery Tea House. Si tratta di un luogo dove i devoti pellegrini con in mano le loro ruote di preghiera amano fermarsi e riposare. Il tè dolce è venduto ad un prezzo ragionevole e, qui, è conosciuto per il sapore gustoso e il profumo intenso[5]. Le case del tè dolce sono solite essere un luogo per passare il tempo in modo piacevole oppure un posto per riposarsi dopo aver circumambulato il tempio di Jokhang....
Qualche tempo dopo, in una città dei dintorni, fervevano i preparativi per le annuali corse di cavalli. Si trattava di un evento di grande risonanza e dai villaggi vicini giungevano a frotte per assistere alle prove di coraggio e di resistenza dei più abili cavalieri del paese. Quale migliore occasione per divertirsi e fare bisboccia? Le donne indossavano i loro abiti migliori, e dalla quantità di turchese e di corallo utilizzati per le loro elaborate acconciature si poteva capire quali fossero le più ricche. Gli uomini, dal canto loro, rivaleggiavano amichevolmente in gare di tiro con l’arco e di forza o giocavano a dadi. Presto giunse il grande giorno. Vennero eretti i tendoni, approntati i festeggiamenti e tutti confluirono in città per divertirsi in compagnia1. Il progetto di una nuova linea ferroviaria che entro il 2030 unisca la capitale dello Xizang/Tibet, Lhasa, a Chuengdu sposta l’attenzione sulla provincia dello Sichuan. Qui si trova il cuore del Kham, una delle tre tradizionali aree tibetane della Cina, una vasta regione storico-culturale situata a cavallo tra l’attuale Regione Autonoma del Tibet e, appunto, lo Sichuan. Storicamente – dato da tenere a mente per il prosieguo di questo articolo – il Kham è stato afflitto da una serie di guerre frequenti che hanno visto rivaleggiare le varie tribù che vi abitavano ma nessuna di queste è mai riuscita a prevalere sulle altre con la conseguenza diretta che questa regione non si è mai dotata di un’amministrazione centrale propria subendo le invasioni e la legge dei tibetani, dei cinesi, dei mongoli2. La maggior parte della regione giace ad altitudini superiori ai 3.000 metri, il paesaggio si fa generoso di vivide praterie e impenetrabili barriere montuose; la pioggia sembra essere presenza costante e leggera ma quando il sole riesce a penetrare percuote il terreno e quasi brucia la pelle. Litang, luogo che ha dato i natali al settimo e decimo Dalai Lama, situata a 4.100 metri di altitudine, è una contea della prefettura tibetana autonoma di Garzê, provincia del Sichuan, e ogni anno, ogni estate, quando il tempo è buono, i monasteri locali vi organizzano rappresentazioni di opere tibetane e corse di cavalli, che si alternano durante i mesi estivi. Qui si può vivere ancora oggi l’atmosfera di festa descritta dalla fiaba tibetana La casetta in riva al lago citata che ha aperto questo lavoro. Gli abitanti dei villaggi vicini, nomadi viaggianti e turisti provenienti da tutta la regione si riuniscono per un paio di giorni per assistere partecipi ai giorni di festa che animano la regione. Vengono istituite tendopoli temporanee3 nel pascolo per ospitare i partecipanti per tutta la durata degli eventi che possono, tra i colori della festa, mangiare carne di yak, bere tè, acquistare e vendere medicine tradizionali, gioielli e altre specialità locali. Il festival delle gare equestri di Litang è uno dei più famosi dell’altopiano: uomini di ogni età, cavalieri ben addestrati e valenti, si danno appuntamento alla prateria Maoya – lungo la strada nazionale 318 Sichuan – Tibet – e...
Lhasa, capitale e città più grande dello Xizang – o come spesso viene abbreviato Zang – è conosciuta come la “città del sole” per la sua forte luce del sole; Lhasa, con i suoi 1300 anni di storia, è il centro politico, economico, culturale e sociale dell’altopiano tibetano: la sua giurisdizione si estende su una superficie di 29.518 chilometri quadrati – per una popolazione totale di 559.000 abitanti – divisa in otto distretti/contee: Chengguan, Dagze, Lhunzhub, Damxung, Nyemo, Quxu, Doilungdeqen e Maizhokungaar. Maizhokungaar in tibetano significa “il luogo dove il Re Medro ha vissuto” ed è una piccola contea agricola di 5.492 chilometri quadrati con capoluogo Gongkar1 caratterizzata da colture di orzo, frumento, piselli e patate; situata nella valle del fiume Yarlung Tsangpo – il tratto tibetano del Brahmaputra – ad una quota superiore ai 4000 metri, in questa zona della Regione Autonoma del Tibet sono presenti risorse minerarie quali oro, argento, rame, piombo, zinco e marmi. Qui sorge uno degli edifici buddisti più affascinanti per i visitatori stranieri, il monastero di Drikung Thil Ogmin Jangchubling, situato a circa 120 chilometri dalla capitale Lhasa e raggiungibile con poche ore di viaggio in auto. Il monastero di Drigung Til si erge a 4.465 metri arrampicandosi su un alto e impervio crinale a picco – centottanta metri del fondovalle – che permette ai monaci di dominare la valle dello Zhorung: nascosto in alto e difficile da raggiungere, la sua posizione offre una vista panoramica mozzafiato sull’ambiente circostante e lo rende un occhio vigile sugli avvenimenti nella valle del fiume che scorre nella stretta gola tra le montagne; sebbene sia tra i siti buddisti meno popolato da turisti, il Drigung Til è in cima alla lista per le viste spettacolari che regala ai suoi visitatori. L’atmosfera che vi si respira è quella della quiete, l’ideale per immergersi nella meditazione contemplativa. Fondato nel 11972, in origine era il principale centro monastico del lignaggio buddista dei Kagyupa e ospitava circa cinquecento monaci mentre, ad oggi, ne conta qualcosa come duecento. A metà del XIII secolo, questo sito religioso si trovò a competere con il monastero di Sakya – 127 chilometri ad ovest di Shigatse, sede della scuola Sakyapa del buddismo tibetano3 – per il predominio politico: la lotta volse a favore dei monaci di quest’ultimo quando nel 1290 le forze di Sakya si unirono a quelle dell’invasore mongolo e saccheggiarono Drigung Til relegando, così, il monastero a mero – seppur importante – centro di insegnamento di meditazione4. Il complesso si compone di più di cinquanta edifici di cui, il Tsuglakhang, la sala principale del santuario, è il più solenne: esso sorge su un bastione di solida pietra di circa venti metri di altezza, fronteggiato da una grande terrazza che in passato era il luogo dove si tenevano le lezioni; la sala del culto in questo edificio contiene molte statue – tra cui una statua centrale di Jigten Sumgön fatta di oro e rame, ornata di gioielli rari e cimeli oltre ad una grande figura...
Risulta tanto doveroso quanto ovvio riservare almeno alcuni passaggi ad una figura che, negli studi sinologi e tibetologici in particolare, risulta essere una delle analiste, esploratrici e scrittrici più conosciute. Il nome di questa intellettuale viaggiatrice dall’aria misteriosa e dalla vita movimentata è Alexandra David-Néel, figlia di una famiglia benestante, ma contrastata, parigina. Discendente di Jacques-Louis David, pittore prediletto da Napoleone, Alexandra mostra i primi segni di un caratteristico anticonformismo sin dalla tenera età, interessandosi a problematiche sociali, femminismo e tematiche esistenziali. Il suo sguardo acuto e il carattere acceso, tormentato, sono ben noti a quanti la conoscono da tempo e a quanti la incontrano, anche per caso, durante la loro vita. Fin da piccola, Alexandra sembra essere alla ricerca di qualcosa, una verità, un’idea, un rifugio forse ai suoi stessi pensieri. Figlia di madre borghese, cattolica e rigidissima nell’educazione, con velleità e abitudini salottiere, e di un idealista repubblicano iscritto a una loggia massonica, Alexandra probabilmente subisce il conflitto tra due realtà profondamente diverse tra loro e vi cerca una mediazione. O semplicemente una prospettiva di vita diversa. Ben presto, grazie ai suoi viaggi e alle conoscenze frutto di incontri fortuiti (per esempio con la direttrice della “Società della Gnosi suprema”, Elizabeth Morgan e, poi, con Madame Blavatsky), la scrittrice-esploratrice entra quasi immediatamente nel circuito di esoteristi e occultisti dell’epoca. Nel 1892 si iscrive alla Società Teosofica, poi a quella Pitagorica, e inizia a studiare le discipline iniziatiche ed esoteriche che la portano lontano, col cuore e con la mente. Il passo per abbandonare la sua rassicurante vita in Europa e trasferirsi in Oriente – alle cui discipline ha iniziato a interessarsi già da diverso tempo – è breve e, così, Alexandra si trasferisce in India. Con sé porta il pesante bagaglio di conoscenze e studi sul Buddhismo, l’Induismo e le tradizioni misteriche d’Oriente. L’esperienza a contatto diretto col mondo orientale la folgora tanto intellettualmente quanto spiritualmente, la incanta e la segna profondamente nell’animo. È a malincuore, infatti, che si vede costretta a tornare in patria, a causa di problemi economici ingenti. Musicista e cantante talentuosa, però, non si perde d’animo e si dà alla carriera artistica che la conduce a Tunisi, dove diventa direttrice del teatro della città. Qui conosce il suo futuro marito, Philip Néel, che l’accompagna nella sua febbrile attività di scrittrice d’ispirazione femminista, articolista e saggista intenta a sviscerare le problematiche sociali del suo tempo. In queste inclinazioni Alexandra eredita le inconfondibili doti letterarie del padre che ella amava moltissimo, Louis-Pierre David: insegnante dagli alti ideali, che aveva partecipato alla rivoluzione del ’48 e, in seguito, aveva abbandonato la sua professione per dedicarsi a un giornalismo politico che gli fece conoscere Victor Hugo. Purtroppo, col tempo, l’attività artistica che mal si adatta agli umori altalenanti, la vita matrimoniale che non colma i vuoti provocati dalla morte dell’amatissimo padre, la personalità eclettica e lo spirito vagabondo di Alexandra, la spingono verso una forma di depressione dalla quale riesce a venir fuori soltanto sognando l’Oriente. Insofferente...
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Comprendere la Cina – Pechino è impegnata da un po’di tempo nella gestione di una delicata transizione della propria economia. Da un sistema essenzialmente manifatturiero, ad una produzione caratterizzata da innovazione e tecnologie pulite. La crescita rimarrà elevata? UN PASSO INDIETRO… – Qualche anno fa, nel 2012, in un articolo per Agichina24 su “Fallacia neoliberale e previsioni sballate sulla Cina” scrivevo: “Alcuni analisti sostengono che la crescita cinese potrebbe contrarsi bruscamente nel giro di pochi anni, dal 10 al 3 per cento, in ragione della crisi occidentale e della relativa caduta dei consumi. È tuttavia utile far notare che la dipendenza del PIL cinese dall’export sta diminuendo costantemente (in pochi anni si è passati dal 40 al 20 per cento) senza che i ritmi di crescita siano stati intaccati in modo significativo. Anzi, si può ragionevolmente prevedere una continuità dello sviluppo cinese, anche con un Occidente in stagnazione …”. Oggi posso confermare, dati alla mano, ciò che vado sostenendo da tempo sulla base di una costante analisi delle dinamiche cinesi e delle loro relazioni con il resto del mondo. È indubbio che gli effetti prolungati della crisi globale, originatasi almeno dieci anni fa in Occidente, si siano fatti sentire anche in Cina, ove a seconda delle realtà territoriali prese in considerazione vi sono stati effetti anche pesanti a seguito della crisi occidentale. Benché non così drammatici come spesso paventato per amor di sensazionalismo giornalistico e/o faziosità politica. Chi sostiene ad esempio che i media cinesi nasconderebbero le ripercussioni della crisi occidentale in Cina (le linee politiche sui media indicate sotto la presidenza di Xi Jinping sono spesso commentate negativamente, senza mai approfondire né contestualizzare) non si è mai preso la briga di seguire i media cinesi che trasmettono anche in lingua inglese. Ci sono molti esempi al riguardo che dimostrano l’esistenza di un giornalismo di inchiesta critico, che presenta approfonditamente i problemi economici che stanno affrontando alcune aree del Paese. Penso, solo per fare un esempio, a un servizio della CCTV News del 2015 sui problemi rinvenibili in importanti città e aree industriali della provincia del Liaoning, oppure ad alcuni articoli del People’s Daily molto attenti a sottolineare costantemente le maggiori criticità del sistema cinese e gli effetti della stagnazione occidentale. Ciò detto, benché vi siano ovviamente criticità e sfide aperte nel percorso cinese del XXI secolo, i dati ufficiali sull’economia cinese al 2015 restituiscono un quadro caratterizzato da numerose tendenze al miglioramento. PIL, REDDITO, LAVORO… – L’economia mantiene una crescita a ritmi medio-alti: nel 2015 il Paese è cresciuto del 6,9%, una cifra conforme alle previsioni e comunque tra le prime al mondo. Tra le cosiddette “economie sviluppate”, il tasso di crescita degli USA non supera il 3%, mentre in Europa e in Giappone questo oscilla intorno all’1%. Tra le “economie emergenti”, il Brasile e la Russia hanno realizzato tassi di crescita negativi, mentre l’economia sudafricana cresce soltanto del 2% circa. Quanto all’India, nonostante cresca di oltre il 6% annuo, il suo prodotto interno lordo non supera la quinta parte dell’economia cinese. Stando ai...
Dopo il suo completamento, la ferrovia del Sichuan-Tibet formerà un anello con la ferrovia Qinghai-Tibet capace di recare ulteriori benefici economici con un sensibile miglioramento della capacità di rete stradale e il trasporto regionale e una maggiore integrazione dello Xizang con altre aree della Cina interna. Il sindaco di Linzhi, Wang Dui, ha salutato con lieta soddisfazione l’annuncio della costruzione della nuova linea ed ha espresso la speranza che questa venga completata il più velocemente possibile perché considerato il passaggio fondamentale per lo sviluppo dell’area, soprattutto per quel che riguarda l’afflusso turistico1. I dettagli sono ancora limitati ma sono state rese note le stazioni lungo la nuova ferrovia: Kangding, Ya’an, Changdu, Linzhi. Quasi 1.000 chilometri (il 74% della lunghezza complessiva sarà costruito su ponti e sotto gallerie) si trovano nel territorio dello Xizang e l’intero progetto dovrebbe essere terminato entro i primi mesi del 2030. L’altopiano tibetano è pronto a divenire una componente integrata nell’iniziativa pan-eurasiatica One road, One Belt del presidente Xi Jinping e l’ambizioso progetto ferroviario Sichuan-Tibet rafforza la sua posizione sulla mappa strategica cinese e inserisce la regione autonoma nel corridoio di trasporto della Cina verso l’Europa2; Chengdu, capitale in forte espansione della provincia dello Sichuan, si trova sul percorso della avveniristica Yu’Xin’Ou Railway  (渝新欧) una  ferrovia per il trasporto delle merci  che collega la città cinese di  Chongqing  con  Duisburg  ,  in Germania, la costa pacifica della Repubblica Popolare Cinese direttamente con il cuore dell’Europa continentale3.   Parlando della nuova linea che collegherà Lhasa al Sichuan, il Presidente della Regione Autonoma del Tibet, Losang Jamcan ha affermato che, dopo l’apertura della linea Qinghai-Tibet, si cerca, adesso, un rapido avvio dei lavori per la Sichuan-Tibet, infrastrutture che sarà in grado di portare ulteriore sviluppo sull’altopiano nel suo complesso consolidando, al tempo stesso, le zone di confine in generale, non perdendo di vista la sostenibilità ambientale degli interventi programmati: montagne verdi e le acque blu sono di beneficio non solo per il popolo del Tibet, ma anche per il paese nel suo complesso. Questo è il motivo per cui la costruzione di una civiltà ecologica e la tutela dell’ambiente ecologico costituisce la base dello sviluppo del Tibet4. Il XIII piano quinquennale per la Regione autonoma del Tibet ha illustrato il progetto “trasformazione e riqualificazione” del turismo in Tibet per i prossimi cinque anni. Secondo le stime della Commissione per lo sviluppo turistico di Lhasa, il Tibet vedrà 23 milioni di turisti nazionali e internazionali nel 2016, con un entrate calcolate in 3,3 miliardi di yuan5. Karma Tseten, la vice direttrice della commissione, ha spiegato che il turismo crescerà con una particolare attenzione per le caratteristiche regionali specifiche e che verranno promossi progetti di sviluppo sostenibile legati al “turismo +” (turismo + internet, turismo + sviluppo culturale, turismo + attività fisica) sulla base delle linee guida contenute nel XIII piano quinquennale il quale prevede che il Tibet sviluppi l’industria culturale (capace, nel solo 2015, di attrarre investimenti per 570 milioni di yuan e di fare registrare una produzione...
Sabato 1 luglio 2006 si inaugurò ufficialmente la cosiddetta “Ferrovia del Cielo”, la linea Qinghai-Tibet, collegamento ferroviario ad tecnologia che si estende per 1.956 chilometri – molti dei quali si trovano a 4.000 metri sul livello del mare con l’apice a 5.072 metri, almeno 200 metri più in alto rispetto alla ferrovia peruviana che attraversa la catena delle Ande, precedentemente la linea più elevata del mondo – tra la città di Xining, nella provincia di Qinghai, e Lhasa, capitale della Regione Autonoma del Tibet (TAR). Era il coronamento di un sogno durato un secolo: già nel 1912, poco dopo aver assunto la carica di primo Presidente della Cina, Sun Yat-sen, il padre della Cina moderna, aveva invocato una linea trans-tibetana per fare in modo di scongiurare che il Tibet finisse sotto il dominio della Gran Bretagna (che aveva già invaso il Tibet dall’India di dieci anni prima). Mao Zedong ripredse l’idea negli anni ’50. Negli anni successivi, furono molte le indagini sperimentali effettuate ma è soltanto negli ultimi anni che il governo cinese si è sentito pronta ad affrontare la sfida. Il 15 ottobre del 2005, l’allora Presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu Hintao aveva salutato il completamento della posa dei binari per la ferrovia più alta del mondo con una lettera indirizzata ai costruttori e ai lavoratori – elogiando al contempo il progetto come un punto di riferimento per li anni a venire – i quali con la loro opera avevano raggiunto un risultato importante per la modernizzazione della Cina1, e fornito un mezzo di sviluppo economico e sociale per le regioni occidentali. Una di queste è lo Xizang/Tibet che costituisce un ottavo dell’intero territorio cinese, ma è caratterizzato da numerose difficoltà nel dotarsi di infrastrutture di trasporto moderne tanto che la diretta conseguenza è che lo sviluppo economico e sociale della regione è stato per lungo tempo ostacolato; la nuova linea ferroviaria – progettata per fare in modo che potessero essere trasportati il 75% di tutti i carichi diretti sull’altopiano tibetano – ha permesso allo Xizang di essere collegato con le altre parti del paese e di tagliare i costi legati al trasporto con un grande margine capace di stimolare la debole economia locale2. La ferrovia ha aperto le porte della regione più remota del mondo come niente era riuscito prima, portando ad una crescita esponenziale dei numeri relativi al flusso turistico: se nel 1987 erano stati solamente 44.000 coloro che avevano intrapreso la lunga e faticosa ascesa verso le bellezze del tetto del mondo, nel 2015 le presenze sono state qualcosa come 20 milioni (11 volte il flusso che veniva registrato prima della costruzione della Ferrovia del Cielo) che hanno portato ad un giro di affari di 28 miliardi di yuan (15 volte i dati del 2005)3. L’incremento nelle statistiche non afferisce soltanto le performance del settore turistico ma si estende a vari settori caratterizzanti l’economia della regione autonoma cinese. Dal 2006, infatti, anno dell’apertura ufficiale della linea Qinghai-Tibet, l’economia tibetana è cresciuta a passi da...