16 Luglio 2026

Mese: Settembre 2020

20201217170634837394
di Stefano Vernole Il ritorno alla Madrepatria Il 9 giugno del 1898, sir Claude Mac Donald, ambasciatore inglese a Pechino e Li Hongzhang, plenipotenziario del Celeste Impero, firmarono la “Convenzione concernente l’estensione del territorio di Hong Kong”, che prevedeva la concessione in usufrutto alla Gran Bretagna per 99 anni di un’area comprendente 200 miglia quadrate di entroterra costituite dai “Nuovi Territori”. Essa andava a completare i precedenti accordi sottoscritti dalle due parti – la Convenzione di Pechino del 24 ottobre 1860, la Convenzione del 20 gennaio 1841 e il Trattato del 29 agosto 1842 – in base ai quali Londra incamerava l’isola di Hong Kong e la Penisola di Kowloon. Si trattava del frutto delle due “guerre dell’oppio” (combattute tra il 1839 e il 1860); in sintesi, gli inglesi producevano oppio in India, la legge britannica ne vietava il commercio in patria e nelle colonie, perciò essi decisero di imporne con la guerra l’acquisto ai cinesi. Era stato proprio William Jardine, socio principale della grande compagnia britannica che commerciava questa droga, la “Jardine & Matheson”, a premere su Lord Palmerston affinchè si compisse la spedizione militare contro il Regno di Mezzo. Tra il XIX e il XX secolo, la posizione strategica del “porto profumato” lungo le rotte commerciali in Asia, insieme al suo peculiare status economico e politico, gli consentirono di divenire uno dei siti marittimi più importanti al mondo e una piattaforma finanziaria di rilevanza globale. Gli imprenditori cantonesi rifugiatesi ad Hong Kong negli anni Trenta durante la guerra con il Giappone ne furono il motore industriale; tra il 1937 e il 1941, metà del commercio estero cinese passava attraverso l’Isola. Dopo la nascita della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, la dirigenza di Pechino optò per una soluzione di compromesso in base alla quale si tollerava l’esistenza della colonia britannica: Hong Kong (così come Macao) poteva costituire una finestra importante sull’Occidente e contribuire a dividere il campo angloamericano. Grazie a questo delicato equilibrio, la Cina ottenne importanti forniture di petrolio, prodotti chimici, gomma, autoveicoli e macchinari necessari a sostenere la guerra di Corea nel 1950 e ad evitare le restrizioni dovute all’embargo commerciale decretato dalle Nazioni Unite su spinta di Washington 1. La moderazione dimostrata dal Dragone nell’affrontare la questione della sovranità su territori appartenenti storicamente alla Madrepatria cinese, creò un clima di fiducia e permise alla classe imprenditoriale e manageriale dell’Isola di trasformare negli anni Sessanta Hong Kong nel centro economico e finanziario dell’intera regione. La colonia si dedicò alla manifattura, inizialmente il tessile, poi la plastica, l’elettronica e gli orologi, con una crescita economica del 10% all’anno. Nel 1967 una disputa sugli orari di lavoro si trasformò in una vera e propria rivolta della popolazione locale contro il governo coloniale britannico; quest’ultimo decise quindi di iniziare la pianificazione di grandi progetti infrastrutturali come l’ampliamento del porto, la costruzione del nuovo aeroporto e di una più efficiente rete stradale urbana. Ciò non fu sufficiente ad impedire nel 1972 il deposito di una dichiarazione di sovranità su Hong...
loonapix_16009927832406175259
Marco Costa La Regione autonoma speciale di Hong Kong, conosciuta in tutto il mondo per il suo celebre skyline avveniristico di grattacieli illuminati, ha in realtà una storia molto antica, che affonda le sue radici già in epoca preistorica. Questa straordinaria città, conosciuta in tutto il mondo per il suo dinamismo economico e finanziario, nonché per avere uno dei primi porti commerciali del pianeta, è un vero porto profumato (questo il significato del suo nome) della Cina tra passato antico e modernità. Purtroppo la bibliografia disponibile in lingua italiana su questo tema è limitatissima, mentre in lingua inglese vi sono numerosi testi disponibili sulla storia di questa città-regione. Infatti diversi studi dimostrano che l’attuale regione di Hong Kong aveva alcuni insediamenti già dall’età della pietra, diventando poi parte dell’impero cinese all’epoca della dinastia Qin (221–206 aC). Questo piccolo insediamento, nato originariamente come villaggio di pescatori e località di produzione del sale, è certo che venne abitato almeno 30.000 anni fa. Infatti, alcuni reperti archeologici risalenti all’età della pietra, sono stati scoperti nelle zone di Sai Kung e Wong Tei Tung. In particolare gli strumenti di pietra trovati a Sai Kung fanno immaginare ad uno strumento probabilmente destinato alla lavorazione del terreno, ed è comunque databile al periodo tardo neolitico o dell’età del bronzo antico. Inoltre, altra prova dell’esistenza di un insediamento umano di epoca paleolitica nell’area venne trovata a Sham Chung, accanto alla baia delle Tre braccia nella penisola di Sai Kung. Qui vennero portati alla luce circa 6000 manufatti, che sono attualmente conservati dalla Società archeologica di Hong Kong e dal Centro di archeologia Lingnan dell’Università di Zhongshan. Circa settemila anni fa, in questa regione si sviluppò l’era neolitica; qui si stabilirono alcuni coloni del popolo, analogamente ad altre aree delle Cina meridionale. In particolare sembra che questi insediamenti furono maggiori nella parte occidentale di Hong Kong, molto probabilmente perché questa zona presentava condizioni più favorevoli quali la protezione dai forti venti provenienti dal sud-est e per una maggiore fertilità. Attualmente queste aree sono conosciute come Cheung Chau, l’isola di Lantau e l’isola di Lamma. Fu con il cosiddetto periodo degli Stati combattenti che la zona iniziò ad essere più densamente popolata. Infatti, il periodo degli Stati Combattenti fu un’epoca nella storia dell’antica Cina caratterizzata da continue guerre, a cui sarebbe seguito il cosiddetto Periodo primaverile e autunnale che si sarebbe concluso con la conquista Qin e che vide l’annessione di tutti gli altri Stati contendenti, che alla fine portarono alla vittoria dello Stato Qin (nel 221 a.C.) come primo Impero cinese unificato. Come detto, durante questo periodo di forti turbolenze ed instabilità, si vide un forte un afflusso di persone Yuet dal nord nell’area. Probabilmente queste popolazioni vollero evitare la continua instabilità presente nelle regioni centrali e trovare rifugio nelle zone costiere del sud. Di questo periodo sono stati ritrovati diversi strumenti in bronzo per la pesca, per il combattimento alcuni reperti destinati a rituali spirituali, rinvenuti soprattutto sull’isola di Lantau e sull’isola di Lamma. La prima...
Luc MICHEL per PANAFRICOM / 21/09/2020  / Corrispondenza ad Abidjan – FPI – GPS / * RAPPORTO PIATTAFORMA DI OPPOSIZIONE DI DOMENICA 20 SETTEMBRE ORE 16 MAISON DU PARTI PDECI A COCODY: Le piattaforme di opposizione richiedono: 1- Il ritiro della candidatura di Alassane Dramane Ouattara 2- Lo scioglimento del Consiglio costituzionale 3- Lo scioglimento della CEI 4- La verifica dell’attuale lista elettorale 5- Il rilascio di tutti i prigionieri politici 6- Il ritorno degli esiliati guidati dal presidente Laurent Gbagbo Le piattaforme di opposizione stanno finalmente invitando il popolo della Costa d’Avorio a mobilitarsi per manifestazioni in tutto il territorio … Hanno firmato: CDRP / EDS / GPS / URD / LIDER / UDPCI * DICHIARAZIONE DEI GRUPPI DI OPPOSIZIONE E DEI PARTITI POLITICI, DELLE ORGANIZZAZIONI DELL’UNIONE E DELLA SOCIETA’ CIVILE A SEGUITO DELLA DECISIONE DEL CONSIGLIO COSTITUZIONALE RELATIVA ALL’ELEZIONE PRESIDENZIALE DEL 31 OTTOBRE 2020 Il 6 agosto 2020, utilizzando il tradizionale messaggio alla Nazione, il Sig. Alassane Dramane Ouattara, Capo di Stato uscente, ha annunciato la sua candidatura per un terzo mandato, rinunciando così all’impegno che aveva assunto durante la riunione della rappresentanza nazionale al Congresso il 5 marzo 2020 a Yamoussoukro non per assumere un nuovo mandato, ma, più seriamente, in violazione della Costituzione che lui stesso aveva votato nel novembre 2016. Dopo questo annuncio, le popolazioni ivoriane, scioccate da questa negazione della parola data e ansiose di preservare la legge fondamentale del nostro paese, sono scese spontaneamente nelle strade di Abidjan e in quelle della maggior parte delle città dell’interno del Paese, per manifestare pacificamente e dire “No” a questo progetto illegale del signor Alassane Dramane Ouattara. Queste manifestazioni pacifiche e legittime, che continuano ancora oggi e che stanno acquistando sempre più intensità, vengono represse sanguinosamente dalla polizia assistita da miliziani della RHDP unificata chiamati “microbi”, armati di mazze e machete. Il record di questa barbarie del regime unificato RHDP mostra più di venti morti, molti feriti gravemente, una massiccia distruzione di proprietà pubbliche e private. Queste violente repressioni sono state accompagnate da numerosi arresti, anche rapimenti, con l’incarcerazione di molti leader dell’opposizione e della società civile, in particolare Madame Pulchérie Gbalet dell’ACI, Madame Anne Marie Bonifon di GPS e più recentemente, il signor Koua Justin, vice segretario generale dell’FPI, attualmente detenuto nella prigione di Boundiali, nel nord della Costa d’Avorio. È in questo contesto di tensione socio-politica, che rappresenta un vero pericolo per la Costa d’Avorio, che ha avuto luogo la decisione N ° CI- 2020-EP-009 / 14-09 / SG del 14 settembre 2020 del Consiglio Costituzionale, in cui viene pubblicato l’elenco definitivo dei candidati all’elezione del Presidente della Repubblica del 31 ottobre 2020. Al termine di detta decisione, il Consiglio costituzionale, invece di contribuire all’allentamento delle tensioni osservando la legge, ai sensi della Costituzione, si è lasciato strumentalizzare dal potere unificato della RHDP dichiarando, arbitrariamente, inammissibili le candidature di quaranta (40) postulanti su quarantaquattro (44), convalidando, allo stesso tempo, la candidatura illegale e incostituzionale del Sig. Alassane Dramane Ouattara. Tra le candidature respinte...
dentist-7393910_1280
Quo natum nemore putant in, his te case habemus. Nulla detraxit explicari in vim. Id eam magna omnesque. Per cu dicat urbanitas, sit postulant disputationi ea. Duo ad graeci tamquam interesset, putant iuvaret vel ad. Id stet malis tritani est.
ban
di Marco Bagozzi Nel variopinto mondo del complottismo in merito alla questione legata alla pandemia da coronavirus si sono scatenate le più disparate teorie, spesso e volentieri funzionali agli interessi dell’Amministrazione Trump. In particolare è stato messo alla berlina il cosiddetto “modello cinese”, che con le serrate, il distanziamento sociale, l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale (mascherine in particolare), il controllo e lo screening tempestivo di nuovi focolai, ha rappresentato per molti paesi un punto di riferimento, se pur con le dovute varianti e declinazioni particolari. Il Governo cinese però è finito sotto attacco anche per aver nascosto l’epidemia nelle sue fasi iniziali o, peggio, averne causato lo scoppio, con un virus creato in laboratorio successivamente “fuggito” o usato come arma biologica. Spesso le due accuse si sommano creando una sorta di cortocircuito logico. Ma se in merito alla prima circostanza, pur avendo una nostra ben chiara idea analizzando quelli che sono i documenti ufficiali[1] e non le ricostruzioni ex post spesso lacunose se non proprio inficiate di ideologismi e necessità strategiche, diventa complicato cercare di far modificare l’idea a chi a distanza di un centinaio d’anni continua ad invocare “il pericolo giallo” di (falsa[2]) mussoliniana memoria, sulla presunta origine “da laboratorio” del virus SARS-CoV-2 è importante mettere a fuoco alcuni punti fermi. Innanzitutto la totalità del mondo accademico ufficiale concorda sull’origine naturale del virus. Una certezza che nasce dalle analisi contenute nel paper pubblicato dalla rivista scientifica Nature e scritto da un gruppo di studio capitanato da Kristian G. Andersen, che nelle conclusione riporta: «Sebbene le prove dimostrino che SARS-CoV-2 non è un virus manipolato intenzionalmente, è attualmente impossibile provare o confutare le altre teorie sulla sua origine qui descritte. Tuttavia, poiché abbiamo osservato tutte le caratteristiche degne di nota della SARS-CoV-2, incluso l’RBD ottimizzato e il sito di scissione polibasica, nei relativi coronavirus in natura, non riteniamo plausibile alcun tipo di scenario basato sulla teoria del laboratorio»[3]. Il genoma del virus sarebbe infatti troppo perfetto per essere frutto di un esperimento da laboratorio e mancherebbe quindi la “firma” genetica di chi ci ha lavorato sopra. Inoltre la ricostruzione del salto di specie (zoomia) da un pipistrello ad un ospite intermedio all’uomo è perfettamente coerente con quanto possibile studiare nel genoma del SARS-CoV-2. Questa conclusione è accettata da tutta la comunità scientifica e soprattutto, ad oggi, non esistono elementi probanti che ne dimostrino una alternativa. E allora perché la teoria del “virus da laboratorio” è ancora così diffusa? E soprattutto chi spinge per diffonderla? Andiamo per ordine. Il primo a diffondere la voce di un virus manipolato dall’uomo fu un ex agente segreto israeliano, Dany Shoham, che in un’intervista al Washington Times (da non confondere con il Washington Post) fa trapelare questa verità alternativa[4]. Ovviamente non può portare prove, ma parla di un progetto segreto di guerra biologica cinese, prima di smentire l’utilizzo improprio che certa stampa ha fatto delle sue dichiarazioni[5]. Siamo però ancora ad inizio epidemia e lo studio di Nature non è stato ancora pubblicato e, va riconosciuto, Shoham nella smentita parla di “origine naturale”...
india
Come Carpentier de Gourdon is currently the Convener of the Editorial Board of the WORLD AFFAIRS JOURNAL, a quarterly publication dedicated to international issues, sponsored by the Kapur Surya Foundation (a co-sponsor of the “World Public Forum for Dialogue of Civilisations”) New Delhi, India. La seguente intervista è servita alla stesura dell’articolo L’Asia nel mondo postpandemico pubblicato sul sito della rivista Eurasia. First, a very general question. The mainstream narrative of the CoronaVirus pandemic has always talked about a world that would totally change. What do you think will change and, generally, what do you expect in the future? What will be the next challenges to face? Our globalised industrial/technologically driven society is too complex to change radically in short order. Certain mandatory precautionary measures and patterns of behaviour will be maintained for some time but many old habits will return fast insofar as they pertain to human nature and are required for a densely populated world. The most substantial changes may occur in the realm of educational methods, work patterns and, at a deeper level, the monetary/financial/economic system where digitalisation will spread faster while regionalisation alters the character and dynamics of globalisation. Cryptocurrencies and cybermoney will become increasingly prevalent. Bitcoin and the Chinese Cyberyuan are two factors of rising importance in global finance.   Let’ talk about Asia. I believe that the near future belongs to Asia and that the pandemic has only accelerated the Asian “pivot to west” process and exposed the difficulties of the West. What do you think about it? (East) Asia is on the rise and that trend will continue at least for some of the countries which can control their internal problems in a changed economic and strategic environment and resist outside pressures from enemies and rivals. However many states such as Pakistan, Bangladesh, Indonesia, Myanmar, Philippines will continue to struggle with major demographic,environmental,  cultural, religious and socio-political challenges which may plunge them into long-term turmoil and economic distress. Asia is not likely to be a uniformly prosperous and peaceful area, China nad both Koreas may also experience internal commotions and socio-political unrest.   Now let’s focus on India. How does the country get out of this emergency? Is a new Golden Age ready for India or not? It is too early to predict how fast and how well India will recover from the current economic slump caused by the anti-COVID 19 lockdown measures and restrictions. Some major rating firms and financial analysts are pessimistic about the country’s short term future. Many sectors of the already sluggish economy have been hit hard and the banks which were burdened with high volumes of NPA are not in a position to help much. The government is trying to stimulate the economy mostly on the supply side but the demand side is depressed and the drying out of foreign investments, foreign remittances from expatriate workers and foreign tourism may not be fully compensated b positive factors such as the low energy prices. India’s economic gwoth may be sluggish for a...
Savin
Articolo pubblicato al seguente indirizzo https://www.geopolitica.ru/it/article/la-federazione-russa-nel-mondo-post-pandemia Andrea Turi [1] ha intervistato Leonid Savin, analista geopolitico, caporedattore di Geopolitica.ru, fondatore e caporedattore del Journal of Eurasian Affairs, capo dell’amministrazione del “movimento eurasiatico” internazionale, autore del libro La nuova arte della guerra (Idrovolante Edizioni) [2]. La seguente intervista è servita per la redazione dell’articolo L’Asia nel mondo postpandemico [3] pubblicata sul sito della rivista Eurasia. Signor Savin, grazie per la sua disponibilità a partecipare a questa sorta di tavola rotonda sul futuro dell’Asia nello scenario internazionale dopo l’emergenza pandemica. Con lei tratteremo principalmente della Federazione Russa. Prima però vi chiedo: che mondo si immagina dopo il CoronaVirus? Dal punto di vista geopolitico l’attuale pandemia di COVID-19 è solo un elemento in più nel quadro della riconfigurazione dell’ordine mondiale. E sembra molto efficace se si parla di economie, catene commerciali, settore industriale, ecc. Molti sono consapevoli dei nuovi orizzonti del sistema internazionale e del crollo del liberalismo. Sfortunatamente, vediamo solo ora che pochi oligarchi (principalmente negli Stati Uniti) hanno aumentato la ricchezza durante il blocco, quando intere nazioni nel mondo hanno sofferto della sua diminuzione. Dovremmo riconoscerlo come un chiaro modello di globalizzazione? Probabilmente sì. E la plutocrazia sopravviverà, quindi non possiamo parlare della fine del capitalismo o dell’egemonia neoliberista dopo il coronavirus. Comunque spero che durante questa crisi alcuni gruppi imprenditoriali ed entità nazionali in molti paesi che sono seguaci dell’idea poteri sovrani abbiano sperimentato bene e avviato (o inizieranno ad avviare) le azioni necessarie. D’altra parte, dopo le restrizioni e gli sforzi dei governi di diversi paesi, ci sarà un’atmosfera più sospetta sia all’interno dei paesi che per gli estranei. Ricordiamo come la Francia si è appropriata delle maschere igieniche inviate in transito attraverso questo paese. Le comunità locali, in particolare quelle colpite da pandemia o/e controllo statale, cercheranno di riconquistare i propri diritti e le proprie libertà. Non dimentichiamo i seguaci delle religioni che vedono la pandemia di coronavirus come segno certo. Questi sforzi porteranno a nuove reti internazionali di solidarietà e nuovi tipi di confini nelle nostre menti. Un’altra lezione importante è l’ascesa del contro-consumismo. Molte persone hanno capito di essere coinvolte e inquadrate dal sistema capitalista contemporaneo, ma l’umano è qualcosa di più che un semplice utente di servizi e mangiatore di prodotti (in tutti i sensi). Vediamo come verrà sviluppato. Parliamo della Federazione Russa. Come uscirà invece la Russia da questa emergenza? Intendo sul piano economico, sociale, politico e per quanto riguarda la sua immagine internazionale. Penso e sono sicuro che la Russia abbia iniziato a far fronte alla pandemia nel tardo periodo. Ma meglio più tardi che mai. Il regime di blocco ha manifestato alcune vulnerabilità del sistema sanitario e dei servizi sociali. Il problema è che non esiste un vaccino e l’isolamento è stato descritto come lo strumento più efficace per combattere il COVID. Le restrizioni sono davvero difficili e le persone qui sono arrabbiate, soprattutto a causa della sorveglianza elettronica diretta a tutti coloro che hanno qualsiasi tipo di sintomo simile all’influenza o alla...
intervistaste
Ritengo che le opposizioni possano dichiararsi soddisfatte, è la prima volta che il padre-padrone del Paese, Milo Djukanovic, perde in maniera politicamente così netta le elezioni e salvo sorprese il voto delinea scenari fino a poco tempo fa assolutamente insperati. Certo rimane l’incognita dei partiti delle minoranze etnico-religiose, per cui il rischio è che le tre principali forze di opposizione, insieme, possano contare su 41 deputati, una maggioranza seppur risicata nel parlamento montenegrino di 81 seggi. Il leader della coalizione “Per il futuro del Montenegro”, Zdravko Krivokapić, pur annunciando “la fine del regime”, ha opportunamente invitato alla calma i suoi sostenitori; Djukanovic rimane pericoloso finchè riesce a controllare buona parte della polizia (gli arresti di alcuni manifestanti che gioivano per la vittoria lo dimostra). E’ importante rimanere freddi in queste ore e muoversi gradualmente: prima di tutto formare il nuovo Governo escludendo il partito attualmente al potere e rassicurando le minoranze sull’inesistenza del pericolo della “grande Serbia”, in secondo luogo abrogare la Legge sulla libertà religiosa che è stata alla base delle recenti proteste, in terzo luogo fissare una data per elezioni presidenziali anticipate. Il silenzio mediatico dell’Occidente (le agenzie di stampa euroamericane rispecchiano il pensiero dell’Alleanza Atlantica) è significativo al riguardo: Bruxelles è estremamente preoccupata sul futuro del Paese, sia riguardo alle sue aspirazioni europee sia riguardo un possibile referendum di uscita del Montenegro della NATO (la ratifica avvenne tramite voto parlamentare). Quando il nuovo Governo sarà sufficientemente saldo e avrà posto le basi per il rinnovamento della polizia e dell’esercito, allora potrà muoversi adeguatamente in tale direzione. Va comunque ribadito fin dall’inizio che qualunque provvedimento volto a cancellare l’identità e la cultura serba di Crna Gora dovrà essere cancellato, a titolo di risarcimento simbolico per le persecuzioni subite negli ultimi decenni. L’importante è non cedere alle provocazioni, evitando di dare a Djukanovic il pretesto per l’uso della violenza, il modello deve essere quello delle processioni religiose pacifiche degli scorsi mesi. Il processo di cambiamento rispetto ad un’epoca dominata dalla corruzione e dalla prevaricazione è ormai avviato e la maggioranza del popolo lo desidera ardentemente. E’ necessario aprire subito un canale di dialogo con i governi di Belgrado e Mosca, in quanto da un mutamento geopolitico nella regione non hanno che da guadagnarci: il Montenegro è potenzialmente un gioiello, per risorse naturali e posizione geografica, e non merita di essere svenduto lasciandolo nelle mani della precedente classe dirigente. Articolo di “Vesti” Articolo di RTS “Radio televizija Srbije”