Lo scorso lunedi 24 ottobre, Lorenzo Salimbeni ha presenziato e moderato l’incontro tenutosi a Roma presso l’Associazione Civita, Sala Gianfranco Imperatori a Piazza Venezia. Nel corso dell’evento si è presentato il volume Orienti, scritto da Maria Grazia Chiappori per i tipi di Aracne Editore. Sono intervenuti, inoltre, Emilio Spedicato, Sergio Masini, Bruno Crevato-Selvaggi, Rita Tolomeo, Marina Del Nunzio, Marco Bussagli, Pierfrancesco Fedi, Donatella Schurzel. Scheda del volume: http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/pubblicazione.html?item=9788854895041
centro studi eurasia e mediterraneo
Marco Costa, analista del CeSEM, nonchè autore di numerosi articoli e libri sulla Cina e la questione del Tibet, viene citato sui siti web di diversi quotidiani nazionali, riguardo la sciagurata scelta del Comune di Milano di conferire la cittadinanza al Dalai Lama. http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/16_ottobre_19/milano-cittadinanza-dalai-lama-4e27adce-9568-11e6-8f55-24146b53eddf.shtml Nota: contrariamente a quanto sostiene il Corriere della Sera ricordiamo che l’accordo del 1951 fu firmato dallo stesso Dalai Lama. Come afferma lo stesso Costa in ” Conoscere il Tibet” http://www.agichina.it/sguardo-sul-tibet/notizie/tibet-crocevia-tra-passato-e-futuro http://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/dalai-lama-1.2602140 Di seguito pubblichiamo l’articolo Conoscere il Tibet di Marco Costa CONOSCERE IL TIBET – Marco Costa Il Tibet – regione chiamata dai cinesi Xizang – è quella regione appartenente alla Repubblica Popolare cinese a cui è stato riconosciuto lo stato di autonomia nel 1965. Molte parole, articoli, film si sono spesi a proposito (e a sproposito) del Tibet, ma spesso con una scarsa e superficiale – quando non strumentale – conoscenza della storia, della cultura e della specificità religiosa di questa regione. Una “questione tibetana” propriamente detta esiste più che altro in Occidente, ed è promossa da diversi centri di potere che sono interessati ad attuare azioni di disturbo nei confronti della “pacifica ascesa” condotta dal governo cinese. Se la Cina, come abbiamo accennato prima, risulta essere un ineludibile partner economico-finanziario per le economie di Europa e Stati Uniti, rimane pur sempre un antagonista dal punto di vista della Nato e di coloro che rimangono ancorati ad una visione egemonica ed unilaterale dei rapporti geopolitici. Sul Tibet, davvero, sui media occidentali siamo stati bombardati per decenni da falsità imbarazzanti, strumentalizzazioni ipocrite e perfino di goffe ricostruzioni storiche. E nell’opinione pubblica, purtroppo, questo accanimento ha avuto una certa presa, in un surreale clima hollywoodiano in cui il racconto immaginifico della realtà ha finito per soppiantare la realtà stessa. Basta esaminare punto per punto gli argomenti solitamente prodotti a supporto di questa paradossale tesi della presunta indipendenza tibetana. Il Tibet era stato parte dell’Impero Cinese per circa 700 anni, dal (1270-1370) Yuan che comprende Cina, Mongolia, Tibet, dal 1368 al 1644 il Tibet era uno Stato vassallo della dinastia cinese Ming, alla fine dinastia cinese manciù, Qing (1644-1911). Il governo nazionalista del Kuomintang continuò a considerarlo come tale, e nel 1951 Mao Zedong e le sue truppe completarono il percorso rivoluzionario rientrando pacificamente nella regione. Tanto è vero nello stesso anno lo stesso Dalai Lama e le autorità locali tibetana firmarono il cosiddetto “accordo dei 17 punti”, in cui riconoscevano la sovranità cinese sul Tibet. Il Dalai Lama scapò volontariamente dal Tibet solamente nel 1959, per un motivo ben preciso: in quell’anno sarebbero entrate in vigore le prime riforme economiche del nuovo corso, che si concretizzarono in una vasta riforma agraria mirante alla ridistribuzione della terra ai contadini, intaccando così il quasi millenario sistema di servaggio attuato dai ricchi lama locali che – ben distanti dall’ascetismo che qualcuno immagina – avevano sempre retto il loro potere temporale sulla servitù della gleba. Qui si apre infatti un’altra questione; spesso il lamaismo è rappresentato dalla propaganda...
Le potenzialità economiche della Nuova Via della Seta Il Deserto del Taklimakan, che si estende su un’area di 330.000 chilometri quadrati, è il più largo della Cina e il secondo deserto di sabbia più ampio al mondo. Dopo essere stato il centro dell’antica Via della Seta, oggi viene attraversato da due autostrade rispettivamente lunghe 562 e 436 km, da Xiaotang a Minfeng, che caratterizzano il poderoso sviluppo della Regione Autonoma dello Xinjiang. Questa zona occidentale della Repubblica Popolare Cinese viene definita la “testa di ponte” della Nuova Via della Seta terrestre, grazie allo sfrenato e quotidiano passaggio di merci e imprenditori verso il Kazakhstan, il Kirghizistan, il Tagikistan, il Pakistan e la Mongolia. Tonnellate di prodotti vengono da qui condotte ogni giorno verso più di 100 città dell’Asia centrale, occidentale e meridionale e verso l’Europa; in senso inverso, attraverso lo Xinjang, sono indirizzate all’interno della Cina. Il primo ponte terrestre eurasiatico, a Nord, congiunge la città Vladivostok al porto di Rotterdam attraverso la Siberia, la Russia e la Bretagna: Khabarovsk, Chita, Novosibirsk, Petropavlovsk, Mosca, Brest e Berlino ne sono le tappe intermedie. Il corridoio commerciale internazionale di 8.445 km che dal Celeste Impero deve dipanarsi verso il Vecchio Continente parte invece dalla città di Lianyungang, in Cina, raggiunge Alma Ata dopo aver attraversato Zhengzhou, Lanzhou, Urumqi e Port Khorgos per arrivare ad Orenburg e San Pietroburgo in Russia; rimanendo collegato con le reti autostradali europee, questo secondo ponte terrestre eurasiatico prevede di giungere fino a Rotterdam, via Bielorussia, Polonia e Germania. Attualmente sono già state completate le sezioni cinesi e russe del corridoio, mentre quelle kazake risultano in fase di costruzione. Poche settimane fa il primo treno merci di un operatore cinese è partito da Wuhan e, dopo aver attraversato Cina, Kazakhstan, Russia, Bielorussia, Polonia, Germania e Francia è arrivato a Lione (11.300 km di viaggio) in 15 giorni, quasi un mese in meno in meno di quanto è necessario per il trasporto via mare. Una volta completata l’alta velocità ferroviaria, con la possibilità di attraversare le Alpi, il percorso più vantaggioso dall’Italia permetterà un risparmio di 1500 chilometri. Nel nostro Paese è stato inaugurato nel maggio 2016 il Forum della Nuova Via della Seta ferroviaria, che segue agli impegni sottoscritti a Torino nel novembre 2015 fra le città aderenti alla New Railway Silk Road: il patto, sottoscritto da esponenti politici, imprenditori e amministratori prevede di collegare 223 città-stazione per un totale di 87.700 km. Si tratta del percorso decisamente più conveniente per collegare l’occidente e l’oriente dell’Eurasia. Partendo dalla Cina attraverso l’Alataw Pass esso si divide in tre direzioni principali: la strada settentrionale corre da Aktau in Kazakhstan e connette per mezzo delle ferrovie siberiane Europa occidentale e settentrionale dopo aver superato Russia, Polonia ed Olanda. La strada mediana si estende dal Kazakhstan a Russia, Ucraina, Slovacchia, Ungheria, Austria, Svizzera, Germania, Francia, per poi rafforzare la catena di porti strategica nel trasporto delle merci del Mar Caspio e del Mar Nero che coinvolge Azerbaijan, Georgia, Bulgaria, Romania ed...
Introduzione allo Sciamanesimo Il termine «sciamano» fa la sua prima apparizione alla fine del XVII secolo, quando l’arcivescovo russo ortodosso Avvakum, esiliato in Siberia, definisce così un suo oppositore religioso, alleato del diavolo anziché di Dio, di cui testimonia gli stravaganti riti caratterizzati dal movimento incontrollabile del corpo e da una forte gestualità1. All’interpretazione demonologica del fenomeno, propria dei missionari e dei sacerdoti cristiani, si è affiancata nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento una interpretazione fortemente condizionata dall’Evoluzionismo e dal Positivismo. A questa si sposavano motivazioni politiche di tipo coloniale: lo Sciamanesimo, caratteristico di culture e religioni considerate arretrate, andava sconfitto in nome della civiltà e del progresso, e questo era funzionale all’annessione di ampie zone geografiche entro i confini di un impero2. Tuttavia mancava ancora una chiara definizione di Sciamanesimo, associato indiscriminatamente ad ogni forma di magismo e di stregoneria tipico delle culture cosiddette primitive3. E’ in questo contesto che vanno ad inserirsi una serie di studi miranti a correlare lo Sciamanesimo alla psicopatologia, e in particolare alla sintomatologia isterica. Ohlmarks distingue addirittura uno sciamanesimo artico da uno sub-artico in base al grado di patologia che vi si può riconoscere4. Questi studi si sono dimostrati in gran parte privi di fondamento, ma hanno avuto un certo peso almeno fino a Claude Levi-Strauss, nel cui pensiero la figura dello sciamano viene ribaltata: da malato mentale diviene una sorta di psicoterapeuta ante-litteram5. A riabilitare il fenomeno dello Sciamanesimo, pesantemente gravato da pregiudizi evoluzionistici, è stato lo storico delle religioni Mircea Eliade, autore in una prima edizione dell’opera monumentale Le Chamanisme et les techniques archaïques de l’extase del 1951. E’ stato Eliade ad inaugurare gli studi moderni sull’argomento, ed è sulla sua opera che gli studiosi contemporanei sono costretti a partire. Profondo conoscitore delle tradizioni arcaiche e delle religioni orientali, ha fondato il suo lavoro sul primato antropologico riconosciuto alla categoria del sacro, a suo dire essenziale per la comprensione della struttura della coscienza umana6. Eliade ha fatto dello Sciamanesimo una categoria del pensiero e dell’esperienza religiosa dell’essere umano in quanto tale; questo approccio lo ha portato, però, ad una decontestualizzazione e ad una generalizzazione dello Sciamanesimo che è stato criticato dalla maggior parte dei ricercatori successivi. Eliade pone l’estasi al centro della sua riflessione sullo Sciamanesimo; un’estasi che nella sua visione metafisica riattualizza l’«illud tempus» mitico, in cui gli uomini potevano comunicare in concreto con il Cielo7. Sono precisamente le caratteristiche che Eliade riconosce all’estasi a non trovare il consenso degli studiosi: per Eliade, infatti, l’estasi sciamanica è caratterizzata esclusivamente dall’uscita extra-corporea che lo sciamano compie spiritualmente per viaggiare nei Mondi Celesti o Inferi8. Abbandonando volontariamente il proprio corpo, lo sciamano sarebbe in grado di visitare gli altri mondi e quivi interagire con gli Dèi, recuperare un’anima perduta o combattere contro gli spiriti nocivi. Questa concezione dell’estasi esclude però la possessione, che secondo Eliade costituisce una innovazione recente e pertanto non connaturata all’estasi sciamanica propriamente detta9. Per di più, Eliade affermava che la forma primitiva di viaggio...
articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/43339/la-cina-lanticolonialismo-e-lo-spettro-del-comunismo Comprendere la Cina – Vi proponiamo un estratto dell’ultimo libro del Professor Domenico Losurdo, “Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente”, Carocci, Roma, maggio 2016. La storia della RPC può essere vista anche alla luce del complesso rapporto con gli Stati Uniti. L’INIZIO COMPLICATO DELLA RPC – Per quanto riguarda la Cina, già prima della fondazione della Repubblica popolare, gli USA intervenivano per impedire che la più grande rivoluzione anticoloniale della storia giungesse alla sua naturale conclusione, e cioè alla ricostituzione dell’unità nazionale e territoriale del grande Paese asiatico, compromessa e distrutta a partire dalle guerre dell’oppio e dall’aggressione colonialista. E, invece, dispiegando la loro forza militare e agitando in più occasioni la minaccia del ricorso all’arma nucleare, gli USA imponevano la separazione de facto della Repubblica di Cina (Taiwan) dalla Repubblica popolare di Cina. Erano gli anni in cui la superpotenza apparentemente invincibile era lacerata da un dibattito rivelatore: «who lost China?» Chi era responsabile della perdita di un Paese di enorme importanza strategica e di un mercato potenzialmente illimitato? E in che modo si poteva porre rimedio alla situazione disgraziatamente venutasi a creare? Per oltre due decenni la Repubblica popolare di Cina è stata esclusa dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU e dalla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite. Al tempo stesso, essa subiva un embargo che mirava a condannarla alla fame e all’inedia o comunque al sottosviluppo e all’arretratezza. A quella economica s’intrecciavano altre forme di guerra: l’amministrazione Eisenhower assicurava l’«appoggio ai raid di Taiwan contro la Cina continentale e contro ‘il commercio per via marittima con la Cina comunista’»; al tempo stesso la CIA garantiva «armi, addestramento e supporto logistico» ai «guerriglieri» tibetani (Friedberg 2011, p. 67), e alimentava in tutti i modi ogni forma di opposizione e «dissidenza» nei confronti del governo di Pechino. IL CAMBIAMENTO POST-GUERRA FREDDA – È vero, nella fase finale della guerra fredda, la Cina diveniva di fatto alleata degli Stati Uniti, i quali però non per questo rinunciavano alle loro mire egemoniche. Con il varo delle riforme di Deng Xiaoping, riemergevano a Washington le speranze di riconquista del Paese «perso» trent’anni prima: «Alcuni analisti predissero perfino che le Zone economiche speciali sarebbero diventate una sorta di colonia americana in Asia orientale […] Gli americani credevano che la Cina sarebbe diventata una gigantesca succursale economica degli Stati Uniti» (Ferguson 2008, pp. 585-86). Terminata la guerra fredda, la superpotenza solitaria, come ha tranquillamente riconosciuto uno studioso che è stato consigliere del vice-presidente Dick Cheney, con le sue forze navali e aeree violava con impunità e senza scrupoli «lo spazio aereo e le acque territoriali della Cina». Il grande Paese asiatico era impotente. Oggi, la situazione è cambiata sensibilmente. E, tuttavia, gli USA sono ancora in grado di controllare le vie di comunicazione marittima. E dunque: «La Cina è sempre vulnerabile agli effetti di un blocco navale o lo diventerà ancora di più man mano che la sua economia cresce»; di fatto «il suo...
articolo originale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/42719/la-cina-nella-finanza-globale-vii Comprendere la Cina – E se lo yuan diventasse la valuta dominante? Per il momento è solo un’ipotesi, ma nell’ultima puntata del nostro speciale proviamo a tracciare qualche scenario sul sistema finanziario globale del futuro UNA POSSIBILITÀ REMOTA, MA… – La possibilità che la moneta cinese sorpassi il dollaro statunitense rimane remota. Tuttavia, se un simile scenario si presentasse, cosa accadrebbe alla geografia della finanza globale? Dato lo sforzo sostanziale nella lotta alla corruzione e nelle politiche per alleviare l’ineguaglianza, è poco probabile che le regole finanziarie cinesi si adeguino a quelle di Wall Street. Lo scenario più verosimile sarebbe il seguente: un mondo caratterizzato da una dimensione del settore dei servizi finanziari molto più contenuta (in percentuale del PIL) rispetto a oggi, simile a quando gli Stati Uniti emersero come potenza egemone verso la fine della seconda guerra mondiale. Negli anni Cinquanta i servizi finanziari erano pari a circa l’1% del PIL statunitense, mentre nel 2007 contavano più dell’8%. CINA: COSTRUIRE E INVESTIRE PER LO SVILUPPO – Se la Cina dettasse le regole della finanza globale è possibile ipotizzare un mondo meno dipendente dall’ingegneria finanziaria e dai profitti veloci, che tanto hanno inibito lo sviluppo e l’innovazione reale. Si allargherebbe l’uso del capitale azionario, più che di debito, per finanziare gli affari, e i fondi di capitale di rischio non sarebbero appannaggio di pochi privilegiati. Diversamente da oggi, più Paesi potrebbero seguire un modello basato sul finanziamento governativo di innovazioni e compagnie, per poi garantire una maggiore distribuzione dei benefici (come nel caso dei sistemi di welfare). Sicuramente la Cina non è l’unico Paese a fornire capitali ai suoi imprenditori. Gli Stati Uniti e Israele, ad esempio, finanziano anch’essi imprese produttive, ma i loro fondi sono spesso diretti verso quei progetti che hanno potenziali applicazioni militari (o comunque a settori estremamente limitati), mentre la Cina ha sostenuto progetti in energia solare, biotecnologia ed altri settori secondo modalità completamente scollegate dal suo apparato militare.Un mondo globale finanziato dai cinesi vedrebbe verosimilmente un’esplosione di lavori pubblici. Non solo la Cina ha costituito uno dei primi imperi nella storia dell’umanità, proprio attraverso la realizzazione di dighe, ponti, canali e altre strutture a uso civile (si veda Joseph Needham[1]), ma anche negli ultimi decenni ha dimostrato di saper trasformare il proprio Paese e le sue relazioni materiali con il resto del mondo. L’aumento delle infrastrutture nel mondo, come sta avvenendo, creerebbe, se adeguatamente progettate, più opportunità di lavoro ed accrescerebbe il numero e la qualità delle attività economiche, garantendo così uno sviluppo economico diffuso a seguito di un incremento dell’accesso al credito e ai mercati. US: I LIMITI DEL QE – Notoriamente, politiche come quelle di quantitative easing hanno beneficiato prevalentemente alcune (poche) istituzioni finanziarie, permettono ai banchieri di accedere al denaro senza sottostare a particolari vincoli. La maggior parte del denaro creato dalle banche e dai finanzieri è stato creato semplicemente prendendo a prestito direttamente dalla FED a tasso zero e poi investendolo nelle azioni, obbligazioni e strumenti derivati...
Si è tenuta sabato 21 maggio a Bologna la Festa nazionale per il 44° Anniversario dell’unificazione del Camerun, che ha visto la partecipazione di numerosi esponenti della qualificata comunità camerunense in Italia e del Console onorario a Firenze, avv. Ildo Morelli, organizzatore di un evento che ha l’obiettivo di unificare il più possibile le varie associazioni della diaspora. I rapporti storici, rafforzati dalla recente visita del Presidente Sergio Mattarella a Yaoundè, possono essere sintetizzati nella cancellazione del debito camerunense (con la condizione che i soldi vengano investiti in progetti imprenditoriali e nel sociale) e nelle borse di studio concesse alle migliaia di studenti camerunensi in Italia (quasi il 4% del totale degli studenti stranieri), i quali scontano ancora il problema del riconoscimento della loro laurea nel Paese di appartenenza. Il Camerun, che soffre ancora delle divisione linguistica tra francofoni ed anglofoni, paga un duro prezzo alla sua dipendenza finanziaria dalla Banca di Parigi e all’emissione del franco cfa, ragion per cui il Presidente Paul Biya sta cercando di smarcare il Paese dal controllo occidentale per avvicinarsi invece a Mosca (concessioni minerarie) e a Pechino (costruzione infrastrutture). Si tratta tuttavia di una nazione potenzialmente ricchissima, vista l’ingente presenza nel suo sottosuolo di petrolio, minerali, metalli (rame in particolare) e diamanti. Il terreno del Camerun è inoltre fertilissimo ed estremamente favorevole per l’agricoltura ma viene sfruttato soltanto per il 30% delle sue possibilità; anche le potenzialità turistiche sono enormi perché rimane probabilmente il paese paesaggisticamente più bello dell’Africa. I principali investitori sono attualmente Francia, Stati Uniti d’America e Nigeria ma è molto forte anche il peso economico della diaspora; il Governo di Yaoundè ha da poco varato importanti progetti di rilancio, concedendo agevolazioni fiscali per le imprese e creando una zona economica speciale. Sarano anni decisivi per lo sviluppo del Camerun, che deve scontarsi con enormi ostacoli e difficoltà: innanzitutto di accesso al credito perché la Banca Africana è ancora poco operativa, poi di salari dei lavoratori molto bassi e tutt’altro che garantiti, di assistenza sanitaria scarsa e mancata certezza del diritto. Tuttavia questa nazione può vantare alcune eccellenze dal punto di vista artigianale e produzioni alimentari (miele e pepe soprattutto ma anche caffè) di elevata qualità, particolarmente appetibili per il mercato italiano ed europeo. La sigla di joint ventures con imprese camerunensi e l’esportazione di prodotti e servizi ad alta innovazione tecnologica, rappresentano due opportunità importanti per i potenziali investitori. E’ comunque la volontà popolare di radicare il proprio sviluppo nella cultura tradizionale camerunense che potrebbe rivelarsi l’arma vincente, trattandosi di un Paese ancorato all’idea del panafricanismo e con la volontà di uscire dalla stretta neocolonialista di alcuni attori internazionali imbevuti di eurocentrismo. Stefano Vernole
Articolo originale: https://aurorasito.wordpress.com/2016/05/12/il-petroyuan-e-la-grande-scommessa-di-russia-e-cina/ Dopo le sanzioni economiche che Stati Uniti ed Unione Europea hanno imposto alla Russia, Mosca e Pechino tessevano una potente alleanza energetica che ha radicalmente trasformato il mercato mondiale del petrolio. Oltre ad aumentare il commercio di idrocarburi in modo esponenziale, le due potenze orientali hanno deciso di porre fine al dominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero. Il petroyuan è lo strumento di pagamento strategico che promette di facilitare la transizione verso un sistema monetario multipolare, che tenga conto delle diverse valute e rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Invece di umiliare la Russia, la “guerra economica” che Washington e Bruxelles hanno promosso è stata controproducente perché non solo ha contribuito a rafforzare l’alleanza energetica tra Mosca e Pechino. Ricordiamo che nel maggio 2014, la società russa Gazprom s’impegnò a garantire la fornitura di gas alla Cina per 38 miliardi di metri cubi nei prossimi tre decenni (dal 2018), con la firma di un contratto da 400 miliardi di dollari con la China National Petroleum Corporation (CNPC) (1). Attualmente entrambe le potenze collaborano a un ambizioso piano strategico che prevede la costruzione di oleodotti e di raffinerie e complessi petrolchimici a gestione congiunta di grandi dimensioni. Senza volerlo, il riavvicinamento tra Mosca e Pechino ha prodotto profondi cambiamenti nel mercato mondiale del petrolio a favore dell’Oriente, minando drammaticamente l’influenza delle compagnie petrolifere occidentali. Anche l’Arabia Saudita, che fino a poco prima era la principale fornitrice di petrolio del gigante asiatico, è tramortita dalla diplomazia del Cremlino. Mentre dal 2011 le esportazioni di petrolio saudite verso la Cina crescevano al ritmo di 12000 barili al giorno, quelle russe crescevano di 550000 barili al giorno, cioè cinque volte più veloce. Infatti, nel 2015 le aziende russe superarono di quattro volte le loro controparti saudite nella vendita di petrolio alla Cina: Riyadh ha dovuto accontentarsi d’essere il secondo fornitore di greggio di Pechino a maggio, settembre, novembre e dicembre (2). Va notato che anche la quota di mercato dei Paesi europei rispetto alla regione asiatica è diminuita: la Germania, per esempio, è stata soppiantata dalla Cina verso la fine del 2015 quale maggiore acquirente di petrolio russo (3). Così, i grandi investitori che operano nel mercato globale del petrolio difficilmente possono credere come, in pochi mesi, l’attore principale (Cina) sia diventato il cliente preferito del terzo produttore (Russia). Secondo il Vicepresidente della Transneft (la società russa responsabile della realizzazione dei gasdotti nazionali) Sergej Andronov, la Cina è disposta a importare 27 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2016 (4). L’alleanza energetica russo-cinese si propone di andare avanti. Mosca e Pechino hanno deciso di fare dello scambio petrolifero la via al sistema monetario multipolare, cioè non basato esclusivamente sul dollaro ma che tenga conto di diverse valute e soprattutto rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Le sanzioni economiche imposte da Washington e Bruxelles hanno incoraggiato i russi ad abbandonare le transazioni commerciali e finanziarie in dollari ed euro, in caso contrario sarebbero stati troppo esposti...
Il Consolato Generale di Ungheria in Italia informa che il giorno 14 giugno 2016 a Bologna, presso la Fondazione Aldini Valeriani in Via Sario Bassanelli 9/11 dalle ore 14.00 si terrà un convegno dal titolo Ungheria: nuove opportunità di business per le aziende di italiane. L’evento è in collaborazione con UniIndustria Bologna e Fav 1844. Questo il programma della giornata e l’elenco dei relatori: CONF BO – 14 giugno PROGRAMMA
ORTO PANTOSOFICO presenta IL SALOTTO INDIANO – EURASIA, itinerario poetico-musicale tra oriente e occidente SABATO 28 MAGGIO ore 18,00 conduce Angelo Filippo Jannoni Sebastianini con la partecipazione di Marcella Candilera (voce, armonium), P. Anto Chakiath (voce), Carla De Bellis (voce recitante), Massimo Del Duca (chitarra), Damiano Hulman (voce recitante), Sr. Litty (voce), P. Bose Mannaparampil (voce), P. Anto Nayankara (voce, armonium), Maria Piazza (voce, flauto), Paolo Rossi (chitarra), P. Taiju Thaliath (voce) Presenzierà il Rev.mo P. Dr. Paul Achandy CMI, Priore Generale di Carmelitani di Maria Immacolata (CMI) CHAVARA INSTITUTE OF INDIAN AND INTER-RELIGIOUS STUDIES (CIIS) Corso Vittorio Emanuele II, 294 (piano IV, int. 10) – Roma INGRESSO LIBERO Per informazioni Luigi Capano cell. 3336131268, e-mail luigicpn@gmail.com Eurasia