Si è tenuta sabato 21 maggio a Bologna la Festa nazionale per il 44° Anniversario dell’unificazione del Camerun, che ha visto la partecipazione di numerosi esponenti della qualificata comunità camerunense in Italia e del Console onorario a Firenze, avv. Ildo Morelli, organizzatore di un evento che ha l’obiettivo di unificare il più possibile le varie associazioni della diaspora. I rapporti storici, rafforzati dalla recente visita del Presidente Sergio Mattarella a Yaoundè, possono essere sintetizzati nella cancellazione del debito camerunense (con la condizione che i soldi vengano investiti in progetti imprenditoriali e nel sociale) e nelle borse di studio concesse alle migliaia di studenti camerunensi in Italia (quasi il 4% del totale degli studenti stranieri), i quali scontano ancora il problema del riconoscimento della loro laurea nel Paese di appartenenza. Il Camerun, che soffre ancora delle divisione linguistica tra francofoni ed anglofoni, paga un duro prezzo alla sua dipendenza finanziaria dalla Banca di Parigi e all’emissione del franco cfa, ragion per cui il Presidente Paul Biya sta cercando di smarcare il Paese dal controllo occidentale per avvicinarsi invece a Mosca (concessioni minerarie) e a Pechino (costruzione infrastrutture). Si tratta tuttavia di una nazione potenzialmente ricchissima, vista l’ingente presenza nel suo sottosuolo di petrolio, minerali, metalli (rame in particolare) e diamanti. Il terreno del Camerun è inoltre fertilissimo ed estremamente favorevole per l’agricoltura ma viene sfruttato soltanto per il 30% delle sue possibilità; anche le potenzialità turistiche sono enormi perché rimane probabilmente il paese paesaggisticamente più bello dell’Africa. I principali investitori sono attualmente Francia, Stati Uniti d’America e Nigeria ma è molto forte anche il peso economico della diaspora; il Governo di Yaoundè ha da poco varato importanti progetti di rilancio, concedendo agevolazioni fiscali per le imprese e creando una zona economica speciale. Sarano anni decisivi per lo sviluppo del Camerun, che deve scontarsi con enormi ostacoli e difficoltà: innanzitutto di accesso al credito perché la Banca Africana è ancora poco operativa, poi di salari dei lavoratori molto bassi e tutt’altro che garantiti, di assistenza sanitaria scarsa e mancata certezza del diritto. Tuttavia questa nazione può vantare alcune eccellenze dal punto di vista artigianale e produzioni alimentari (miele e pepe soprattutto ma anche caffè) di elevata qualità, particolarmente appetibili per il mercato italiano ed europeo. La sigla di joint ventures con imprese camerunensi e l’esportazione di prodotti e servizi ad alta innovazione tecnologica, rappresentano due opportunità importanti per i potenziali investitori. E’ comunque la volontà popolare di radicare il proprio sviluppo nella cultura tradizionale camerunense che potrebbe rivelarsi l’arma vincente, trattandosi di un Paese ancorato all’idea del panafricanismo e con la volontà di uscire dalla stretta neocolonialista di alcuni attori internazionali imbevuti di eurocentrismo. Stefano Vernole
Mese: Maggio 2016
Articolo originale: https://aurorasito.wordpress.com/2016/05/12/il-petroyuan-e-la-grande-scommessa-di-russia-e-cina/ Dopo le sanzioni economiche che Stati Uniti ed Unione Europea hanno imposto alla Russia, Mosca e Pechino tessevano una potente alleanza energetica che ha radicalmente trasformato il mercato mondiale del petrolio. Oltre ad aumentare il commercio di idrocarburi in modo esponenziale, le due potenze orientali hanno deciso di porre fine al dominio del dollaro nel determinare i prezzi dell’oro nero. Il petroyuan è lo strumento di pagamento strategico che promette di facilitare la transizione verso un sistema monetario multipolare, che tenga conto delle diverse valute e rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Invece di umiliare la Russia, la “guerra economica” che Washington e Bruxelles hanno promosso è stata controproducente perché non solo ha contribuito a rafforzare l’alleanza energetica tra Mosca e Pechino. Ricordiamo che nel maggio 2014, la società russa Gazprom s’impegnò a garantire la fornitura di gas alla Cina per 38 miliardi di metri cubi nei prossimi tre decenni (dal 2018), con la firma di un contratto da 400 miliardi di dollari con la China National Petroleum Corporation (CNPC) (1). Attualmente entrambe le potenze collaborano a un ambizioso piano strategico che prevede la costruzione di oleodotti e di raffinerie e complessi petrolchimici a gestione congiunta di grandi dimensioni. Senza volerlo, il riavvicinamento tra Mosca e Pechino ha prodotto profondi cambiamenti nel mercato mondiale del petrolio a favore dell’Oriente, minando drammaticamente l’influenza delle compagnie petrolifere occidentali. Anche l’Arabia Saudita, che fino a poco prima era la principale fornitrice di petrolio del gigante asiatico, è tramortita dalla diplomazia del Cremlino. Mentre dal 2011 le esportazioni di petrolio saudite verso la Cina crescevano al ritmo di 12000 barili al giorno, quelle russe crescevano di 550000 barili al giorno, cioè cinque volte più veloce. Infatti, nel 2015 le aziende russe superarono di quattro volte le loro controparti saudite nella vendita di petrolio alla Cina: Riyadh ha dovuto accontentarsi d’essere il secondo fornitore di greggio di Pechino a maggio, settembre, novembre e dicembre (2). Va notato che anche la quota di mercato dei Paesi europei rispetto alla regione asiatica è diminuita: la Germania, per esempio, è stata soppiantata dalla Cina verso la fine del 2015 quale maggiore acquirente di petrolio russo (3). Così, i grandi investitori che operano nel mercato globale del petrolio difficilmente possono credere come, in pochi mesi, l’attore principale (Cina) sia diventato il cliente preferito del terzo produttore (Russia). Secondo il Vicepresidente della Transneft (la società russa responsabile della realizzazione dei gasdotti nazionali) Sergej Andronov, la Cina è disposta a importare 27 milioni di tonnellate di petrolio russo nel 2016 (4). L’alleanza energetica russo-cinese si propone di andare avanti. Mosca e Pechino hanno deciso di fare dello scambio petrolifero la via al sistema monetario multipolare, cioè non basato esclusivamente sul dollaro ma che tenga conto di diverse valute e soprattutto rifletta i rapporti di forza nell’ordine mondiale. Le sanzioni economiche imposte da Washington e Bruxelles hanno incoraggiato i russi ad abbandonare le transazioni commerciali e finanziarie in dollari ed euro, in caso contrario sarebbero stati troppo esposti...
Il Consolato Generale di Ungheria in Italia informa che il giorno 14 giugno 2016 a Bologna, presso la Fondazione Aldini Valeriani in Via Sario Bassanelli 9/11 dalle ore 14.00 si terrà un convegno dal titolo Ungheria: nuove opportunità di business per le aziende di italiane. L’evento è in collaborazione con UniIndustria Bologna e Fav 1844. Questo il programma della giornata e l’elenco dei relatori: CONF BO – 14 giugno PROGRAMMA
ORTO PANTOSOFICO presenta IL SALOTTO INDIANO – EURASIA, itinerario poetico-musicale tra oriente e occidente SABATO 28 MAGGIO ore 18,00 conduce Angelo Filippo Jannoni Sebastianini con la partecipazione di Marcella Candilera (voce, armonium), P. Anto Chakiath (voce), Carla De Bellis (voce recitante), Massimo Del Duca (chitarra), Damiano Hulman (voce recitante), Sr. Litty (voce), P. Bose Mannaparampil (voce), P. Anto Nayankara (voce, armonium), Maria Piazza (voce, flauto), Paolo Rossi (chitarra), P. Taiju Thaliath (voce) Presenzierà il Rev.mo P. Dr. Paul Achandy CMI, Priore Generale di Carmelitani di Maria Immacolata (CMI) CHAVARA INSTITUTE OF INDIAN AND INTER-RELIGIOUS STUDIES (CIIS) Corso Vittorio Emanuele II, 294 (piano IV, int. 10) – Roma INGRESSO LIBERO Per informazioni Luigi Capano cell. 3336131268, e-mail luigicpn@gmail.com Eurasia
Domenica 22 maggio è stato festeggiato a Bologna, presso l’Estragon del Parco Nord di Via Stalingrado, il 25° anniversario dell’indipendenza dell’Eritrea, per volontà della numerosa comunità locale. I festeggiamenti sono stati intervallati dagli interventi di alcuni ospiti, tra cui: Antonio Mummolo, Consigliere della Regione Emilia Romagna, in rappresentanza del Governatore, e Claudio Mazzanti, Capogruppo del PD al Consiglio Comunale, in rappresentanza del Sindaco. C’erano poi Maurizio Iunghi, Segretario Generale della Camera del Lavoro di Bologna, CGIL, oltre a Simone Borsari, Presidente del Quartiere di San Donato, e Daniele Ara, Presidente del Quartiere Navile di Bologna. In rappresentanza del Centro Studi Eurasia Mediterraneo è intervenuto per un messaggio di saluto Stefano Vernole, forte del rapporto umano e non solo di approfondimento geopolitico che lega ormai da anni il Cesem alla comunità eritrea in Italia. Ribadita perciò l’importanza di continuare ad abbattere il muro della disinformazione che avvolge l’Eritrea – sorte comune di tutte le nazioni che vogliono mantenersi indipendenti – Vernole ha invitato la comunità eritrea bolognese a non scoraggiarsi di fronte alla propaganda imperialista perché il mondo sta diventando sempre più multipolare grazie al coordinamento strategico tra Mosca e Pechino. La nuova cooperazione Sud-Sud e la politica cinese del win to win ne sono gli elementi fondamentali e tutto il continente africano non potrà che trarne giovamento. Redazione Cesem
L’assurgere di nuovi attori transnazionali con capacità offensive rilevanti, ha costretto i decisori delle nazioni tecnologicamente avanzate a rivedere le metodologie per garantire la sicurezza ed ha cambiato lo scenario del classico teatro di battaglia. I concetti di vittoria sufficiente, guerra asimmetrica, guerra non lineare e guerra cibernetica, possono essere tutti riassunti nella filosofia “vincere in un mondo complesso”. La sfida è come impiegare le forze e le capacità militari in ambienti complessi contro avversari con accresciute tecnologie ed armamenti. Fondamentale sarà il contributo dell’esercito nelle operazioni integrate a livello globale a rendere possibile la vittoria in un mondo complesso. Questo concetto risponde alle funzionalità fondamentali per le forze congiunte tra le varie specializzazioni e per proiettare il potere attraverso la terra ai domini aereo, marittimo, spaziale e del cyberspazio. La dinamica del conflitto in un mondo complesso è diversa da quella classica: la sua finalità è garantire il raggiungimento degli obiettivi politici e strategici per mezzo del congiungimento tra l’esercito ed i concetti funzionali dettati dalle necessità, come implementare l’integrazione delle forze militari con una vasta gamma di partner nazionali e internazionali. Principalmente si dovranno prevenire i conflitti, plasmare efficaci ambienti di sicurezza, e vincere le guerre con le Forze Armate che operano come una unica entità con gli alleati. Una strategia che vuole favorire una base intellettuale ed un quadro per l’apprendimento di quanto è cambiato nello scenario globale e per l’applicazione dello sviluppo della forza. Questo approccio metodologico per garantire la sicurezza in una ambiente ad alta conflittualità, è proprio di una Nazione tecnologicamente avanzata e decisa ad una proiezione di forza. La visione dei futuri conflitti armati deve considerare sia la continuità nella natura stessa della guerra quanto nel cambiamento dello scenario. Le guerre del futuro, comprese quelle contro formazioni paramilitari insurrezionali, dovranno essere risolte a terra. Da qui il concetto che riconosce alle forze dell’esercito la componente di essenzialità per il raggiungimento di risultati politici sostenibili, stabilizzando l’area con missioni di prevenzione ed umanitarie. Condizioni indispensabili per pacificare il teatro bellico. Le operazioni congiunte fra diverse specialità ed in concerto con gli alleati, saranno fondamentali per far fronte a tale complessità, ed il contributo dell’esercito sarà nel fornire molteplici opzioni per i decisori. Vincere in un mondo complesso vuol dire operare sulle questioni strategiche, tattiche, operative e logistiche nello spazio-tempo: ossia quale sarà il livello di scontro, lo spazio bellico, la prontezza, i rifornimenti e quale sarà l’avversario. Negli scenari contemporanei, la guerra al terrorismo è la prima causa di conflitto e le formazioni eversive per loro natura sono asimmetriche. Quest’ultima si palesa quando i contendenti ricorrono a risorse dissimili, ad esempio, i militari, perciò una formazione legale, che si contrappongono a gruppi criminali. Pertanto le strategie e le tattiche dovranno plasmarsi su tale teatro. Lo spazio bellico è mutato con l’avvento dei nuovi attori e dalle implementazioni dei sistemi d’arma, ed include luoghi mai prima coinvolti: come il cyberspazio. Solamente nello spazio bellico non può verificarsi asimmetria, in quanto vi sarà sempre l’uniformità...
articolo originale: http://umbvrei.blogspot.it/2016/05/venezuela-tentativi-di-colpi-di-stato.html Di seguito riporto i dati del Venezuela riguardanti il PIL, il Debito pubblico, distinguendo il debito estero da quello interno, e le Riserve Internazionali. I dati del PIL sono di fonte FMI; i dati del Debito pubblico sono di fonte ONCP, ovvero l’Ufficio Nazionale del Credito Pubblico, ente ascritto al Ministero delle Finanze; i dati delle riserve Internazionali sono forniti giornalmente dalla Banca Centrale del Venezuela e l’ultimo dato pubblicato si riferisce alla riserve del 3 maggio 2016. Il PIL del Venezuela Con l’avvento al governo di Hugo Chávez, nel 1999, e l’aumento dei prezzi del petrolio, il PIL del Venezuela comincia a crescere. In realtà è l’azione politica di Hugo Chávez che impulsa la crescita dei prezzi del petrolio; infatti è Chávez che convince tutti i capi di stato dei paesi produttori di petrolio, i Paesi OPEC, a riunirsi a Caracas e tagliare la produzione, l’offerta di petrolio, facendo in questo modo risalire i prezzi. Quando i capi di stato di tutti i paesi OPEC si riunirono a Caracas il 27 e 28 settembre del 2000 era appena la seconda volta nella storia che ciò accadeva e ben 25 anni dopo la prima e ultima storica riunione di Algeri (4 marzo 1975). Nei primi tre anni del Governo di Hugo Chávez (1999-2001) il PIL del Venezuela cresce, passando dai 91,90 miliardi di dollari del 1998 ai 123,16 del 2001. Dopo questi anni di crescita, il PIL conosce due anni di calo a causa del colpo di stato di Pedro Carmona Estanca (11 aprile 2002), che allontana Hugo Chávez dal Governo per 48 ore e della serrata patronale, fra il 2 dicembre 2002 ed il 2 febbraio 2003. Durante il periodo della serrata la produzione petrolifera del Venezuela scende a 0 barili al giorno! Dopo il biennio in calo (2002-2003), il PIL conosce vari anni di crescita sostenuta e dagli 83 miliardi di dollari del 2003 arriva agli oltre 330 miliardi del 2011 e 2012. Il PIL cresce in maniera sostenuta non solo per la ripresa del prezzo del petrolio, ma anche grazie alla politica di Chávez che permette lo sviluppo di numerosi settori economici, l’inclusione di una grossa fascia della popolazione fino ad allora rimasta in povertà e totalmente ai margini (vedasi i dati sulla povertà in Venezuela), la nazionalizzazione di importanti imprese strategiche nel settore della telefonia e della comunicazione (CANTV), dell’energia l’elettricità (Electricidad de Caracas) e della siderurgia (SIDOR). Inoltre, Chávez si rende conto della necessità di avere una banca pubblica in grado di finanziare progetti economici nel settore manifatturiero ed agricolo, sia di grandi che di piccoli imprenditori, spesso non presi in considerazione dalla banca privata. Si fonda così il “Banco del Tesoro” prima e successivamente il “Banco del Venezuela”, grazie all’acquisizione dal Santander; il Banco del Venezuela diventa la principale banca del paese. Successivamente sarà costituita una terza banca pubblica, il “Banco Bicentenario”, in cui confluiscono varie banche private fallite e salvate dal Governo. Un ulteriore impulso all’economia venezuelana viene dalla “Gran...
Nella contea di Serthar, dentro la provincia del Sichuan, si erge uno dei fiori all’occhiello della cultura tibetana in Cina: Larung Gar, la più grande università buddhista del mondo. Chiamato anche “Istituto Buddhista di Serthar”, venne costruito in un posto inizialmente disabitato, e non è affatto semplice arrivarci: la città più vicina, Chengdu, è a 400 Km di distanza e ci vogliono molte ore in macchina (anche una giornata intera in inverno!) per raggiungerlo. La maestosità di questo sito è impressionante: nel corso del tempo sono state costruite migliaia casette in legno e vi abitano oltre 10000 monaci. Le case ricoprono tutte le montagne circostanti e sono costruite talmente vicine tra di loro da sembrare le une sopra le altre. E’ una città intera dedita esclusivamente allo studio delle scienze tibetane. Il visionario che ha costruito questa cittadina è Jigme Puntsok Rinpoche, uno dei più importanti maestri tibetani in Cina ad aver contribuito alla rinascita del Buddhismo dopo la fine della Rivoluzione Culturale. Larung Gar è anche un ottimo esempio di integrazione multietnica, considerato che circa il dieci per cento degli studenti residenti sono di etnia cinese han, e c’è anche un certo numero di studenti provenienti da Taiwan, Hong Kong, Singapore e Malaysia. Per loro esiste un corso di studio apposito in lingua cinese, anche se i corsi più frequentati sono ovviamente quelli in lingua tibetana (nel dialetto Amdo). Una cosa di Larung Gar è molto importante: oltre la metà degli studenti è di sesso femminile. Essendo però la maggior parte degli studenti dei monaci, i maschi e le femmine abitano in parti diverse del sito. Sono separati da un muro e si incontrano solo nell’aula magna, nello spazio antistante e nel tempio principale. Sono proprio le donne di Larung Gar ad essere negli scorsi giorni entrate negli organi di stampa internazionali. Secondo l’Hong Kong South China Morning Post, più di 100 monache avrebbero fatto nascere un movimento improntato ad ideali femministi. Questo include anche lo studio delle figure femminili più importanti del Buddhismo e la creazione di una rivista per divulgare queste tematiche. Ed è in questo contesto che le monache avrebbero protestato contro la disparità di genere proprio del sistema monastico tibetano. Il fatto di non poter raggiungere lo stesso livello clericale dei monaci le farebbe sentire discriminate. Alcuni monaci sono favorevoli alle loro posizioni; altri vi vedono influenze indebite della cultura occidentale, dato che il concetto di “parità di genere” era inesistente in Tibet. Si badi bene: a Larung Gar le monache hanno il massimo delle possibilità che il sistema monastico tibetano permette, non a caso superano i monaci come numero. Possono persino prendere il titolo di Khenpo (più o meno equivalente ad un titolo di Dottore in Filosofia), ed è la prima volta nel corso della storia del Tibet che viene permesso alle donne di accedere a questo titolo. Tuttavia la loro richiesta ha un fondamento di verità, in quanto è vero che le monache non possono accedere allo stesso grado di ordinazione monastica...
La Nuova Via della Seta e l’Europa Mentre Stati Uniti ed Unione Europea vorrebbero varare un contestato “Accordo di Partnership sul Commercio e gli Investimenti” (TTIP), il grande progetto cinese della Nuova Via della Seta terrestre si consolida sempre di più. Si tratta di una grandiosa iniziativa che intende connettere la Cina con l’Europa occidentale lungo una linea ferroviaria di 2.500 chilometri attraverso il Kazakhstan; collegando inoltre Cina, Europa, Turchia e Medio Oriente, essa creerà un corridoio economico che favorirà la stabilità e la sicurezza energetica, oltre a ridurre drasticamente il tempo di trasporto delle merci. L’arrivo simbolico da Chongqing dei primi due vagoni ferroviari (accolti a sorpresa dallo stesso Presidente cinese Xi Jinping, in quei giorni in visita in Germania) nella città di Duisburg, situata nella zona siderurgica e commerciale della Ruhr tedesca, è stato nel marzo 2014 l’inizio di una nuova era; nella città cinese di partenza, infatti, si producono circa il 40% dei computer portatili di tutto il mondo. Visto il successo nell’industrializzazione delle proprie regioni interne, la maggior disponibilità di merci e manufatti ha comportato per la Repubblica Popolare Cinese la necessità di rivalutare le vie terrestri rispetto a quelle marittime; queste ultime, infatti, per il trasporto dei prodotti in Europa, prevedevano il loro invio ai porti della costa e l’allungamento dei tempi di percorrenza. Il collegamento marittimo con l’Europa, oltre ad essere più lungo, prevede anche il passaggio in aree di crisi come quelle degli stretti di Malacca e di Aden, dove è endemica la pirateria e dove gli Stati Uniti potrebbero più facilmente provocare crisi regionali per ostruirne il passaggio alle navi cinesi. Dopo aver scelto e concordato con i Paesi della regione balcanica il luogo privilegiato per far entrare i propri prodotti in Europa, la dirigenza di Pechino ha comunque annunciato e iniziato ad implementare la Nuova Via della Seta terrestre; forte di uno stanziamento iniziale di 60 miliardi di dollari, questo progetto consentirà di creare un corridoio ferroviario e autostradale dalla Cina alla Germania e di ridurre i tempi di trasporto delle merci da 45 a 18 giorni. Questa riduzione si tradurrà in un vantaggio competitivo enorme per il commercio internazionale e in particolare per i prodotti più deperibili a medio-alta densità di valore (es. materie prime, grano ecc.), per la componentistica (es. computer e stampanti) e per i ricambi delle automobili. Al vertice tenutosi a Belgrado nel dicembre 2014, il Capo del Governo cinese Li Keqiang incontrò premier e ministri di ben 16 Stati dell’Europa centrale e orientale, ai quali vennero offerti ingenti investimenti diretti esteri nelle infrastrutture per una cifra che varia dai 10 ai 25 miliardi di dollari. Sono la velocità e la concretezza cinesi a facilitare questi accordi: nel 2010 Pechino e Belgrado avevano deciso la costruzione di un nuovo ponte autostradale sul Danubio, lungo il Corridoio europeo n. 10 che collega idealmente Salisburgo a Salonicco, e alla fine del 2014 questa infrastruttura era già stata inaugurata. Nella logica di cooperazione internazionale cinese, quella del win to...
Della sterminata bibliografia disponibile del massimo orientalista italiano del Novecento – Giuseppe Tucci – probabilmente vi è un volume che più di ogni altro riesce ad indagare e sviscerare gli aspetti più strettamente teologici e strutturali della religione del Tibet. O meglio delle religioni del Tibet, visto che secondo Tucci non si può affatto parlare coerentemente di un unico corpo dottrinario riguardo le differenti scuole lamaiste locali, nonché tra le stesse – con il loro meticoloso e scrupoloso dibattito scolastico e formalistico – e una religiosità popolare diffusa in cui continuano ad innestarsi elementi sincretici derivanti dalle tradizioni bon e sciamaniche. Il libro Le religioni del Tibet, apparso per la prima volta nell’edizione tedesca nel 1970 e in quella italiana nel 1976, è quindi una lettura di imprescindibile importanza al fine di comprendere pienamente tutte le articolazioni del Buddhismo tibetano, indagandone presupposti spirituali, approfondendo le vicissitudine storiche ed elencando le pratiche rituali di maggiore diffusione. In tal senso, una questione formale-linguistica che ne rimanda ad una ben più significativa dal punto di vista concettuale è data dall’abituale termine con cui Tucci si riferisce al Buddhismo tibetano, ovvero con il termine di lamaismo. D’altra parte, non fu affatto un caso se lo stesso Tucci curò la voce “lamaismo” già nell’edizione del 1933 dell’Enciclopedia Treccani. In quell’occasione, Tucci così si espresse a proposito della religione tibetana: «La parola è ormai diventata d’uso generale per indicare il buddhismo tibetano. Essa deriva da bLama “maestro”, appellativo usuale e onorifico con cui ogni tibetano laico designa i monaci. Ma negli ambienti religiosi “lama” può chiamarsi soltanto chi è notoriamente arrivato a un alto grado di santità e dottrina ed è perciò in grado di comunicare agli altri le sue esperienze o la sua sapienza. Si è convenuto dare questo nome di lamaismo alla religione tibetana e per sottolineare il carattere prevalentemente magico che essa a prima vista presenta e per contrapporre il buddhismo tibetano a quello indiano, che ancora prospera nei conventi di Ceylon. Occorre però notare che quella contrapposizione ha scarso valore perché il buddhismo tibetano continua le tradizioni non già del “piccolo veicolo” (hīnayāna), che sopravvive a Ceylon, ma del “grande veicolo” (mahāyāna) di cui esso è derivazione diretta, e che inoltre il lamaismo non si riduce soltanto a semplice magia ed esoterismo, ma degnamente perpetua le tradizioni esegetiche e dogmatiche delle grandi università indiane. Fino a oggi si è data troppa importanza alle manifestazioni popolari e spesso anche degeneri del lamaismo, mentre si è trascurata la parte dottrinale che esso pure contiene, e della ritualistica tibetana, che del resto quasi in nulla si differenzia da quella indiana, si è vista soltanto la forma esteriore e poco si è compreso della sua significazione reale e del suo contenuto simbolico e mistico. Sono dunque due gli aspetti principali sotto cui ci si presenta il lamaismo, e conviene tenerli ben separati, perché non si corra il rischio di giudicare imperfettamente tutte quante le manifestazioni di questa religione. L’aspetto popolare non si presta ancora a...