3 Novembre 2026

centro studi eurasia e mediterraneo

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  Domenica 22 maggio è stato festeggiato a Bologna, presso l’Estragon del Parco Nord di Via Stalingrado, il 25° anniversario dell’indipendenza dell’Eritrea, per volontà della numerosa comunità locale. I festeggiamenti sono stati intervallati dagli interventi di alcuni ospiti, tra cui: Antonio Mummolo, Consigliere della Regione Emilia Romagna, in rappresentanza del Governatore, e Claudio Mazzanti, Capogruppo del PD al Consiglio Comunale, in rappresentanza del Sindaco. C’erano poi Maurizio Iunghi, Segretario Generale della Camera del Lavoro di Bologna, CGIL, oltre a Simone Borsari, Presidente del Quartiere di San Donato, e Daniele Ara, Presidente del Quartiere Navile di Bologna. In rappresentanza del Centro Studi Eurasia Mediterraneo è intervenuto per un messaggio di saluto Stefano Vernole, forte del rapporto umano e non solo di approfondimento geopolitico che lega ormai da anni il Cesem alla comunità eritrea in Italia. Ribadita perciò l’importanza di continuare ad abbattere il muro della disinformazione che avvolge l’Eritrea – sorte comune di tutte le nazioni che vogliono mantenersi indipendenti – Vernole ha invitato la comunità eritrea bolognese a non scoraggiarsi di fronte alla propaganda imperialista perché il mondo sta diventando sempre più multipolare grazie al coordinamento strategico tra Mosca e Pechino. La nuova cooperazione Sud-Sud e la politica cinese del win to win ne sono gli elementi fondamentali e tutto il continente africano non potrà che trarne giovamento. Redazione Cesem
norse
L’assurgere di nuovi attori transnazionali con capacità offensive rilevanti, ha costretto i decisori delle nazioni tecnologicamente avanzate a rivedere le metodologie per garantire la sicurezza ed ha cambiato lo scenario del classico teatro di battaglia. I concetti di vittoria sufficiente, guerra asimmetrica, guerra non lineare e guerra cibernetica, possono essere tutti riassunti nella filosofia “vincere in un mondo complesso”. La sfida è come impiegare le forze e le capacità militari in ambienti complessi contro avversari con accresciute tecnologie ed armamenti. Fondamentale sarà il contributo dell’esercito nelle operazioni integrate a livello globale a rendere possibile la vittoria in un mondo complesso. Questo concetto risponde alle funzionalità fondamentali per le forze congiunte tra le varie specializzazioni e per proiettare il potere attraverso la terra ai domini aereo, marittimo, spaziale e del cyberspazio. La dinamica del conflitto in un mondo complesso è diversa da quella classica: la sua finalità è garantire il raggiungimento degli obiettivi politici e strategici per mezzo del congiungimento tra l’esercito ed i concetti funzionali dettati dalle necessità, come implementare l’integrazione delle forze militari con una vasta gamma di partner nazionali e internazionali. Principalmente si dovranno prevenire i conflitti, plasmare efficaci ambienti di sicurezza, e vincere le guerre con le Forze Armate che operano come una unica entità con gli alleati. Una strategia che vuole favorire una base intellettuale ed un quadro per l’apprendimento di quanto è cambiato nello scenario globale e per l’applicazione dello sviluppo della forza. Questo approccio metodologico per garantire la sicurezza in una ambiente ad alta conflittualità, è proprio di una Nazione tecnologicamente avanzata e decisa ad una proiezione di forza. La visione dei futuri conflitti armati deve considerare sia la continuità nella natura stessa della guerra quanto nel cambiamento dello scenario. Le guerre del futuro, comprese quelle contro formazioni paramilitari insurrezionali, dovranno essere risolte a terra. Da qui il concetto che riconosce alle forze dell’esercito la componente di essenzialità per il raggiungimento di risultati politici sostenibili, stabilizzando l’area con missioni di prevenzione ed umanitarie. Condizioni indispensabili per pacificare il teatro bellico. Le operazioni congiunte fra diverse specialità ed in concerto con gli alleati, saranno fondamentali per far fronte a tale complessità, ed il contributo dell’esercito sarà nel fornire molteplici opzioni per i decisori. Vincere in un mondo complesso vuol dire operare sulle questioni strategiche, tattiche, operative e logistiche nello spazio-tempo: ossia quale sarà il livello di scontro, lo spazio bellico, la prontezza, i rifornimenti e quale sarà l’avversario. Negli scenari contemporanei, la guerra al terrorismo è la prima causa di conflitto e le formazioni eversive per loro natura sono asimmetriche. Quest’ultima si palesa quando i contendenti ricorrono a risorse dissimili, ad esempio, i militari, perciò una formazione legale, che si contrappongono a gruppi criminali. Pertanto le strategie e le tattiche dovranno plasmarsi su tale teatro. Lo spazio bellico è mutato con l’avvento dei nuovi attori e dalle implementazioni dei sistemi d’arma, ed include luoghi mai prima coinvolti: come il cyberspazio. Solamente nello spazio bellico non può verificarsi asimmetria, in quanto vi sarà sempre l’uniformità...
venezuela
articolo originale: http://umbvrei.blogspot.it/2016/05/venezuela-tentativi-di-colpi-di-stato.html Di seguito riporto i dati del Venezuela riguardanti il PIL, il Debito pubblico, distinguendo il debito estero da quello interno, e le Riserve Internazionali. I dati del PIL sono di fonte FMI; i dati del Debito pubblico sono di fonte ONCP, ovvero l’Ufficio Nazionale del Credito Pubblico, ente ascritto al Ministero delle Finanze; i dati delle riserve Internazionali sono forniti giornalmente dalla Banca Centrale del Venezuela e l’ultimo dato pubblicato si riferisce alla riserve del 3 maggio 2016. Il PIL del Venezuela Con l’avvento al governo di Hugo Chávez, nel 1999, e l’aumento dei prezzi del petrolio, il PIL del Venezuela comincia a crescere. In realtà è l’azione politica di Hugo Chávez che impulsa la crescita dei prezzi del petrolio; infatti è Chávez che convince tutti i capi di stato dei paesi produttori di petrolio, i Paesi OPEC, a riunirsi a Caracas e tagliare la produzione, l’offerta di petrolio, facendo in questo modo risalire i prezzi. Quando i capi di stato di tutti i paesi OPEC si riunirono a Caracas il 27 e 28 settembre del 2000 era appena la seconda volta nella storia che ciò accadeva e ben 25 anni dopo la prima e ultima storica riunione di Algeri (4 marzo 1975). Nei primi tre anni del Governo di Hugo Chávez (1999-2001) il PIL del Venezuela cresce, passando dai 91,90 miliardi di dollari del 1998 ai 123,16 del 2001. Dopo questi anni di crescita, il PIL conosce due anni di calo a causa del colpo di stato di Pedro Carmona Estanca (11 aprile 2002), che allontana Hugo Chávez dal Governo per 48 ore e della serrata patronale, fra il 2 dicembre 2002 ed il 2 febbraio 2003. Durante il periodo della serrata la produzione petrolifera del Venezuela scende a 0 barili al giorno! Dopo il biennio in calo (2002-2003), il PIL conosce vari anni di crescita sostenuta e dagli 83 miliardi di dollari del 2003 arriva agli oltre 330 miliardi del 2011 e 2012. Il PIL cresce in maniera sostenuta non solo per la ripresa del prezzo del petrolio, ma anche grazie alla politica di Chávez che permette lo sviluppo di numerosi settori economici, l’inclusione di una grossa fascia della popolazione fino ad allora rimasta in povertà e totalmente ai margini (vedasi i dati sulla povertà in Venezuela), la nazionalizzazione di importanti imprese strategiche nel settore della telefonia e della comunicazione (CANTV), dell’energia l’elettricità (Electricidad de Caracas) e della siderurgia (SIDOR). Inoltre, Chávez si rende conto della necessità di avere una banca pubblica in grado di finanziare progetti economici nel settore manifatturiero ed agricolo, sia di grandi che di piccoli imprenditori, spesso non presi in considerazione dalla banca privata. Si fonda così il “Banco del Tesoro” prima e successivamente il “Banco del Venezuela”, grazie all’acquisizione dal Santander; il Banco del Venezuela diventa la principale banca del paese. Successivamente sarà costituita una terza banca pubblica, il “Banco Bicentenario”, in cui confluiscono varie banche private fallite e salvate dal Governo. Un ulteriore impulso all’economia venezuelana viene dalla “Gran...
Larung Gar
Nella contea di Serthar, dentro la provincia del Sichuan, si erge uno dei fiori all’occhiello della cultura tibetana in Cina: Larung Gar, la più grande università buddhista del mondo. Chiamato anche “Istituto Buddhista di Serthar”, venne costruito in un posto inizialmente disabitato, e non è affatto semplice arrivarci: la città più vicina, Chengdu, è a 400 Km di distanza e ci vogliono molte ore in macchina (anche una giornata intera in inverno!) per raggiungerlo. La maestosità di questo sito è impressionante: nel corso del tempo sono state costruite migliaia casette in legno e vi abitano oltre 10000 monaci. Le case ricoprono tutte le montagne circostanti e sono costruite talmente vicine tra di loro da sembrare le une sopra le altre. E’ una città intera dedita esclusivamente allo studio delle scienze tibetane. Il visionario che ha costruito questa cittadina è Jigme Puntsok Rinpoche, uno dei più importanti maestri tibetani in Cina ad aver contribuito alla rinascita del Buddhismo dopo la fine della Rivoluzione Culturale. Larung Gar è anche un ottimo esempio di integrazione multietnica, considerato che circa il dieci per cento degli studenti residenti sono di etnia cinese han, e c’è anche un certo numero di studenti provenienti da Taiwan, Hong Kong, Singapore e Malaysia. Per loro esiste un corso di studio apposito in lingua cinese, anche se i corsi più frequentati sono ovviamente quelli in lingua tibetana (nel dialetto Amdo). Una cosa di Larung Gar è molto importante: oltre la metà degli studenti è di sesso femminile. Essendo però la maggior parte degli studenti dei monaci, i maschi e le femmine abitano in parti diverse del sito. Sono separati da un muro e si incontrano solo nell’aula magna, nello spazio antistante e nel tempio principale. Sono proprio le donne di Larung Gar ad essere negli scorsi giorni entrate negli organi di stampa internazionali. Secondo l’Hong Kong South China Morning Post, più di 100 monache avrebbero fatto nascere un movimento improntato ad ideali femministi. Questo include anche lo studio delle figure femminili più importanti del Buddhismo e la creazione di una rivista per divulgare queste tematiche. Ed è in questo contesto che le monache avrebbero protestato contro la disparità di genere proprio del sistema monastico tibetano. Il fatto di non poter raggiungere lo stesso livello clericale dei monaci le farebbe sentire discriminate. Alcuni monaci sono favorevoli alle loro posizioni; altri vi vedono influenze indebite della cultura occidentale, dato che il concetto di “parità di genere” era inesistente in Tibet. Si badi bene: a Larung Gar le monache hanno il massimo delle possibilità che il sistema monastico tibetano permette, non a caso superano i monaci come numero. Possono persino prendere il titolo di Khenpo (più o meno equivalente ad un titolo di Dottore in Filosofia), ed è la prima volta nel corso della storia del Tibet che viene permesso alle donne di accedere a questo titolo. Tuttavia la loro richiesta ha un fondamento di verità, in quanto è vero che le monache non possono accedere allo stesso grado di ordinazione monastica...
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La Nuova Via della Seta e l’Europa Mentre Stati Uniti ed Unione Europea vorrebbero varare un contestato “Accordo di Partnership sul Commercio e gli Investimenti” (TTIP), il grande progetto cinese della Nuova Via della Seta terrestre si consolida sempre di più. Si tratta di una grandiosa iniziativa che intende connettere la Cina con l’Europa occidentale lungo una linea ferroviaria di 2.500 chilometri attraverso il Kazakhstan; collegando inoltre Cina, Europa, Turchia e Medio Oriente, essa creerà un corridoio economico che favorirà la stabilità e la sicurezza energetica, oltre a ridurre drasticamente il tempo di trasporto delle merci. L’arrivo simbolico da Chongqing dei primi due vagoni ferroviari (accolti a sorpresa dallo stesso Presidente cinese Xi Jinping, in quei giorni in visita in Germania) nella città di Duisburg, situata nella zona siderurgica e commerciale della Ruhr tedesca, è stato nel marzo 2014 l’inizio di una nuova era; nella città cinese di partenza, infatti, si producono circa il 40% dei computer portatili di tutto il mondo. Visto il successo nell’industrializzazione delle proprie regioni interne, la maggior disponibilità di merci e manufatti ha comportato per la Repubblica Popolare Cinese la necessità di rivalutare le vie terrestri rispetto a quelle marittime; queste ultime, infatti, per il trasporto dei prodotti in Europa, prevedevano il loro invio ai porti della costa e l’allungamento dei tempi di percorrenza. Il collegamento marittimo con l’Europa, oltre ad essere più lungo, prevede anche il passaggio in aree di crisi come quelle degli stretti di Malacca e di Aden, dove è endemica la pirateria e dove gli Stati Uniti potrebbero più facilmente provocare crisi regionali per ostruirne il passaggio alle navi cinesi. Dopo aver scelto e concordato con i Paesi della regione balcanica il luogo privilegiato per far entrare i propri prodotti in Europa, la dirigenza di Pechino ha comunque annunciato e iniziato ad implementare la Nuova Via della Seta terrestre; forte di uno stanziamento iniziale di 60 miliardi di dollari, questo progetto consentirà di creare un corridoio ferroviario e autostradale dalla Cina alla Germania e di ridurre i tempi di trasporto delle merci da 45 a 18 giorni. Questa riduzione si tradurrà in un vantaggio competitivo enorme per il commercio internazionale e in particolare per i prodotti più deperibili a medio-alta densità di valore (es. materie prime, grano ecc.), per la componentistica (es. computer e stampanti) e per i ricambi delle automobili. Al vertice tenutosi a Belgrado nel dicembre 2014, il Capo del Governo cinese Li Keqiang incontrò premier e ministri di ben 16 Stati dell’Europa centrale e orientale, ai quali vennero offerti ingenti investimenti diretti esteri nelle infrastrutture per una cifra che varia dai 10 ai 25 miliardi di dollari. Sono la velocità e la concretezza cinesi a facilitare questi accordi: nel 2010 Pechino e Belgrado avevano deciso la costruzione di un nuovo ponte autostradale sul Danubio, lungo il Corridoio europeo n. 10 che collega idealmente Salisburgo a Salonicco, e alla fine del 2014 questa infrastruttura era già stata inaugurata. Nella logica di cooperazione internazionale cinese, quella del win to...
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Della sterminata bibliografia disponibile del massimo orientalista italiano del Novecento – Giuseppe Tucci – probabilmente vi è un volume che più di ogni altro riesce ad indagare e sviscerare gli aspetti più strettamente teologici e strutturali della religione del Tibet. O meglio delle religioni del Tibet, visto che secondo Tucci non si può affatto parlare coerentemente di un unico corpo dottrinario riguardo le differenti scuole lamaiste locali, nonché tra le stesse – con il loro meticoloso e scrupoloso dibattito scolastico e formalistico – e una religiosità popolare diffusa in cui continuano ad innestarsi elementi sincretici derivanti dalle tradizioni bon e sciamaniche. Il libro Le religioni del Tibet, apparso per la prima volta nell’edizione tedesca nel 1970 e in quella italiana nel 1976, è quindi una lettura di imprescindibile importanza al fine di comprendere pienamente tutte le articolazioni del Buddhismo tibetano, indagandone presupposti spirituali, approfondendo le vicissitudine storiche ed elencando le pratiche rituali di maggiore diffusione. In tal senso, una questione formale-linguistica che ne rimanda ad una ben più significativa dal punto di vista concettuale è data dall’abituale termine con cui Tucci si riferisce al Buddhismo tibetano, ovvero con il termine di lamaismo. D’altra parte, non fu affatto un caso se lo stesso Tucci curò la voce “lamaismo” già nell’edizione del 1933 dell’Enciclopedia Treccani. In quell’occasione, Tucci così si espresse a proposito della religione tibetana: «La parola è ormai diventata d’uso generale per indicare il buddhismo tibetano. Essa deriva da bLama “maestro”, appellativo usuale e onorifico con cui ogni tibetano laico designa i monaci. Ma negli ambienti religiosi “lama” può chiamarsi soltanto chi è notoriamente arrivato a un alto grado di santità e dottrina ed è perciò in grado di comunicare agli altri le sue esperienze o la sua sapienza. Si è convenuto dare questo nome di lamaismo alla religione tibetana e per sottolineare il carattere prevalentemente magico che essa a prima vista presenta e per contrapporre il buddhismo tibetano a quello indiano, che ancora prospera nei conventi di Ceylon. Occorre però notare che quella contrapposizione ha scarso valore perché il buddhismo tibetano continua le tradizioni non già del “piccolo veicolo” (hīnayāna), che sopravvive a Ceylon, ma del “grande veicolo” (mahāyāna) di cui esso è derivazione diretta, e che inoltre il lamaismo non si riduce soltanto a semplice magia ed esoterismo, ma degnamente perpetua le tradizioni esegetiche e dogmatiche delle grandi università indiane. Fino a oggi si è data troppa importanza alle manifestazioni popolari e spesso anche degeneri del lamaismo, mentre si è trascurata la parte dottrinale che esso pure contiene, e della ritualistica tibetana, che del resto quasi in nulla si differenzia da quella indiana, si è vista soltanto la forma esteriore e poco si è compreso della sua significazione reale e del suo contenuto simbolico e mistico. Sono dunque due gli aspetti principali sotto cui ci si presenta il lamaismo, e conviene tenerli ben separati, perché non si corra il rischio di giudicare imperfettamente tutte quante le manifestazioni di questa religione. L’aspetto popolare non si presta ancora a...
China-currency
articolo orginale: http://www.ilcaffegeopolitico.org/41972/la-cina-nella-finanza-globale-vi Comprendere la Cina – Gradualmente, ma inesorabilmente, la geografia della finanza globale sta cambiando. E ciò malgrado la resistenza da parte degli Stati Uniti alle iniziative della Cina. Continuiamo il nostro viaggio per esaminare il ruolo sempre più attivo di Pechino. LO YUAN CONVERTIBILE – Il tentativo di fare di Shanghai un centro finanziario globale è in fase sperimentale. Shanghai è lontana dal raggiungere lo status di centro internazionale al pari di Londra e New York, ma l’intento di una maggiore integrazione rimane, specialmente da quando la Cina ha deciso di testare l’uso dello yuan come moneta di valuta estera liberamente convertibile. Il risultato è stato un’ondata di moneta cinese che ha lasciato la madrepatria in cerca di opportunità di investimento, come pure di paradisi sicuri anche a causa della campagna anticorruzione di Xi Jinping. La conseguente mancanza di capitale privato verso investimenti cinesi e la volatilità del mercato azionario (spinta anche da operazioni speculative di grandi operatori stranieri) hanno però costretto i politici cinesi a modificare il ritmo dei loro sforzi di liberalizzazione finanziaria (in parte discussi in altri interventi del nostro speciale). LO SVILUPPO DEGLI STRUMENTI FINANZIARI – Nel frattempo la Cina ha continuato a studiare da vicino il sistema finanziario internazionale, costituendo gruppi di esperti per testare i mercati dei derivati e permettendo alle sue banche di cimentarsi con pratiche finanziarie più sofisticate. La Repubblica popolare ha intrapreso questi sforzi per comprendere meglio come funziona il sistema finanziario occidentale, giacché pochi cinesi avevano finora lavorato come partner di fondi speculativi o in veste di senior management nelle grandi istituzioni finanziarie di Wall Street. La carenza di talenti cinesi nel settore finanziario internazionale è in parte dovuta al fatto che le compagnie di Wall Street non sono solite reclutare studenti cinesi e spesso quelli che entrano non vengono promossi o vengono trasferiti negli uffici asiatici lontani dalla politica dei quartieri generali. Nondimeno, i cinesi si sono industriati a sviluppare strumenti finanziari di base che le compagnie occidentali hanno più o meno abbandonato, poiché non così lucrativi, come lettere di credito o di garanzia. Questi strumenti sono stati usati per garantire più finanziamenti alla produzione e al commercio per investimenti “produttivi” in tutti i continenti. Ovviamente questa strategia non ha permesso alla Cina di sfidare direttamente il dominio delle compagnie di Wall Street nelle grandi transazioni finanziarie, tuttavia, essa ha servito settori poco sviluppati dell’economia globale. Si tratta di un approccio di gestione finanziaria “bottom-up”, molto più lento e laborioso rispetto a uno “top-down”. In altre parole, risulta sempre più evidente che i cinesi stiano cercando di costruire la propria esperienza finanziaria dalle fondamenta, cosa che nel tempo può portarli a una posizione sempre più rilevante nella finanza mondiale. Poiché questo approccio dal basso non dà potere a un insieme di trader in un luogo specifico, il finanziamento di infrastrutture e altri progetti economici in giro per il mondo potrebbe potenzialmente rendere obsoleti i maggiori centri finanziari. I banchieri saranno sempre più attivi ovunque vi siano...
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Lo scorso 15 maggio, a Milano, è stata inaugurata la rassegna “Percezioni sulla Cina: viaggio culturale nella Cina occidentale”, organizzata congiuntamente dall’Ufficio stampa del Consiglio di Stato cinese, dall’Ambasciata della Repubblica Popolare cinese in Italia e dal Consolato generale cinese di Milano (cfr. foto ndr). I due eventi principali, uno spettacolo di canto e danza dal titolo “Ovest affascinante” domenica sera e la proiezione del film “Immagine Ovest” lunedì sera, si sono tenuti presso il Teatro di Milano. Gli spettacoli di canto e danza, ad opera della Compagnia della città di Lhasa, hanno espresso il fascino profondo e poliedrico della cultura della nazione cinese, mente il film ha illustrato la vita quotidiana e il ricco mondo interiore delle varie etnie del Tibet/Xizang. La vice direttrice del Dipartimento della Comunicazione cinese e vice direttrice dell’Ufficio stampa del Consiglio di Stato cinese, Cui Yuying, ha assistito alla cerimonia d’inaugurazione e ha pronunciato un discorso nel quale ha affermato che la parte occidentale della Cina si trova al centro del continente euroasiatico ed è la zona centrale della celeberrima Via della Seta, un’area geografica ad alta concentrazione multietnica. L’obiettivo della rassegna è di mostrare all’Italia la prosperità della cultura e il panorama di sviluppo e dei progressi sociali della Cina occidentale, mostrando il variegato fascino culturale della Cina, e approfondendo così la conoscenza reciproca e l’amicizia tra i popoli di Cina e Italia. Secondo quanto appreso, tale attività si terrà poi a Francoforte e in altre città, con l’obiettivo i illustrare la Cina occidentale a diverse personalità tedesche, italiane ed europee, in particolare nel contesto dell’eredità e della tutela della cultura etnica del Tibet e del Xinjiang, insieme alla situazione reale in cui tutti i gruppi etnici si sviluppano in rapporti di unità e parità. Dopo lo spettacolo del 15 maggio, Stefano Vernole, quale rappresentante del Centro Studi Eurasia Mediterraneo invitato all’evento, ha rilasciato una breve intervista all’emittente televisiva di Agi-China, durante la quale si è soffermato sull’importanza di rinsaldare ed accrescere i legami economici e culturali tra Repubblica Popolare Cinese ed Italia anche grazie al maestoso progetto della Nuova Via della Seta terrestre e marittima A cura di Redazione CESEM
pogedaeff
Art Hotel Commercianti, Via de’ Pignattari, 11 – Bologna Vernissage martedì 31 maggio – ore 18.30 Gli eleganti spazi dell’Art Hotel dei Commercianti ospiteranno una mostra personale dell’artista russo Georges A. De Pogedaieff, che resterà aperta al pubblico fino al 15 settembre 2016. La retrospettiva di opere pittoriche è dedicata all’artista russo Georges A. De Pogedaieff, artista conosciuto in ambito internazionale grazie alle celebri scenografie e costumi per teatri in tutta Europa. Nato alla fine dell’Ottocento, viene avviato, per le sue nobili origini alla carriera militare. Durante la prima Guerra Mondiale, dopo avere ricevuto una ferita quasi mortale, decide di cambiare vita e dedicarsi alla carriera artistica. Da Mosca si trasferisce  a San Pietroburgo per completare la sua formazione presso l’Accademia d’Arte. Negli anni Venti inizia a disegnare scenografie e costumi per i balletti russi, prima di iniziare a viaggiare per l’Europa, collaborando con i più grandi teatri. Alla fine degli anni Trenta prende le distanze dal mondo del teatro e si dedica alla pittura di paesaggi, ritratti, nature morte e all’illustrazione. In particolare concentra la sua produzione sull’illustrazione dei capolavori della letteratura russa, restando a Parigi, per la durata del secondo conflitto mondiale. Muore a Parigi, nel 1977. Le sue opere si trovano in numerose collezioni private in Russia e in Europa e in musei a Berlino e Parigi. In esposizione a Bologna, per la prima volta una retrospettiva di tutta le sua vita artistica, dai bozzetti teatrali degli anni ’20 e ’30 fino agli intensi oli su tela degli anni ’60. L’allestimento della personale dell’artista déco presso Art Hotel Commercianti è stato possibile grazie alla collaborazione con la Galleria internazionale Art Dynasty, Ospitalità a Bologna, la rivista Avrvm, l’Associazione Culturale Russia – Emilia Romagna e con il Patrocinio del Consolato Onorario della Federazione Russa in Bologna. L’iniziativa intende essere un ulteriore passo per promuovere e diffondere nel nostro paese l’arte e la cultura della Russia. Info : Associazione Culturale Russia – Emilia Romagna acrussiaemiliaromagna@gmail.com +39 328 9682939