Italia e Cina in Africa: relazioni strategiche oltre l’ideologia dei diritti umani

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di Andrea Turi

Nel 2025 ricorrono i cinquantacinque anni dall’avvio delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Popolare Cinese, formalizzate nel novembre 1970. Si tratta di un anniversario che non rappresenta soltanto un traguardo simbolico, ma anche un’occasione di riflessione sul percorso di due Paesi che, pur appartenendo a contesti politici, culturali ed economici differenti, hanno progressivamente costruito un dialogo articolato e pragmatico. In un’epoca segnata dal declino dell’unipolarismo statunitense, dal riemergere di potenze regionali e dall’affermarsi di un sistema multipolare complesso, le relazioni sino-italiane assumono un valore strategico per la definizione di nuovi equilibri globali, nei quali l’Europa cerca di ridefinire la propria identità politica e la Cina consolida il proprio ruolo di potenza globale.

La cooperazione tra Roma e Pechino si è sviluppata nel corso dei decenni, evolvendo da una dimensione prevalentemente politico-diplomatica verso ambiti economici, scientifici e culturali di crescente rilevanza. Negli ultimi anni, tale cooperazione ha trovato un terreno di interesse comune nel continente africano, concepito non solo come spazio di investimento e sviluppo, ma anche come arena di confronto geopolitico strategico. Il consolidamento della cosiddetta partnership triangolare Italia–Cina–Africa apre la possibilità di delineare un modello di cooperazione fondato su una logica winwinwin, capace di generare benefici reciproci per tutti gli attori coinvolti: la Cina, attraverso l’espansione economica e tecnologica; l’Italia, valorizzando il proprio know-how industriale e la capacità di diplomazia economica; e i Paesi africani, mediante il sostegno a processi di sviluppo sostenibile e infrastrutturale. Questo paradigma, ancora in fase di definizione, costituisce un banco di prova significativo della capacità dei due Paesi di conciliare crescita economica, sostenibilità ambientale e responsabilità internazionale.

Tale modello si inserisce però in un contesto globale complesso, in cui la retorica dei diritti umani e i modelli di governance di matrice occidentale continuano a costituire elementi di tensione e frizione culturale. Ciò impone la necessità di promuovere un dialogo più inclusivo, pragmatico e rispettoso delle diverse tradizioni politico-istituzionali. Il dibattito contemporaneo evidenzia come la dimensione dei diritti umani, pilastro dell’ordinamento internazionale di derivazione statunitense, richieda di essere ripensata alla luce delle sfide globali del XXI secolo, quali le disuguaglianze economiche, le emergenze ambientali, la sicurezza alimentare e l’accesso alle risorse naturali.

In questo quadro, l’analisi delle relazioni sino-italiane offre un contributo alla riflessione su un paradigma di cooperazione più inclusivo e realistico, in cui il rispetto dei valori universali non si traduca in contrapposizione ideologica, bensì in un dialogo operativo e interculturale. L’obiettivo di questo saggio consiste, dunque, nel tracciare l’evoluzione dei rapporti tra Cina e Italia, esaminare le prospettive della loro collaborazione in Africa e valutare le implicazioni geopolitiche di un riequilibrio globale che richiede nuove forme di comprensione reciproca e di governance condivisa. Le radici di questo dialogo affondano in momenti precisi della storia, ai quali è necessario fare riferimento per comprendere appieno la sua evoluzione e le potenzialità future.

Il 5 novembre 1970, il conseguimento di un’intesa sul comunicato congiunto che avrebbe dato avvio ai rapporti diplomatici fra Italia e Cina, non lacerò la trama del quotidiano, né incrinò il placido respiro di Parigi. Scivolò, invece, nel flusso tranquillo di un giovedì qualunque, come un’increspatura silenziosa nel vasto fiume della vita cittadina: operai sui ponteggi, il profumo del pane appena sfornato, discussioni futili sui marciapiedi e dissertazioni accademiche negli atenei. È proprio questa dissonanza a rivelare il paradosso più profondo: da un lato, il grande teatro della Storia, recitato a porte chiuse; dall’altro, il palcoscenico brulicante della città, totalmente ignaro della trama che si stava scrivendo. Un’insolita mitezza atmosferica[1] non fu un semplice orpello descrittivo, ma, piuttosto, la metafora essenziale dell’incontro: il ponte sospeso tra l’eccezionalità di una decisione epocale e la normale, inconsapevole bellezza di un mondo sul punto di trasformarsi. Una trasformazione il cui peso storico si misura nel concreto: con quel gesto, l’Italia divenne il secondo Paese della NATO[2] a riconoscere ufficialmente la Cina comunista di Mao, un’audace mossa diplomatica che contribuì in modo decisivo a riavvicinare Occidente e Oriente nel cuore della Guerra Fredda. 

Il testo del comunicato, di una sobrietà voluta e carica di implicazioni, sancisce un nuovo corso nelle relazioni bilaterali: si legge, infatti, che il Governo della Repubblica Popolare Cinese e il Governo della Repubblica Italiana, conformemente ai principi del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non ingerenza negli affari interni reciproci e delluguaglianza e del reciproco vantaggio, hanno deciso, a partire dal 6 novembre 1970[3], di riconoscersi reciprocamente e di stabilire relazioni diplomatiche scambiandosi ambasciatori entro tre mesi.

Il Governo della Cina ribadisce: Taiwan è parte integrante del territorio della Repubblica Popolare Cinese. Il Governo italiano prende atto di questa dichiarazione del Governo cinese.
 Il Governo italiano riconosce il Governo della Repubblica Popolare Cinese come unico Governo legittimo della Cina.

I governi di Cina e Italia hanno concordato di fornire tutta lassistenza necessaria nelle rispettive capitali per la creazione delle rispettive ambasciate e lo svolgimento dei loro compiti sulla base delluguaglianza e del vantaggio reciproco e in conformità con il diritto e la pratica internazionale[4].

La formale sottoscrizione del comunicato congiunto, avvenuta il 6 novembre 1970, costituì l’atto giuridico-diplomatico attraverso cui l’Italia riconobbe la Repubblica Popolare Cinese come unico legittimo governo della Cina. In parallelo, la dichiarazione cinese che qualificava Taiwan come parte “inalienabile” del proprio territorio nazionale fu accolta dall’Italia mediante l’adozione della calibrata formula della presa d’atto.

Tale costrutto linguistico-giuridico emerse come un sofisticato compromesso, riflesso di calcoli strategici contrapposti e convergenti. Dal punto di vista di Pechino, l’adesione di un membro fondatore della NATO e storico alleato statunitense rappresentò un successo di notevole portata, sia sul piano simbolico che sostanziale. L’azione contribuì a erodere ulteriormente il consenso internazionale di Taipei, accelerò in modo decisivo il percorso verso l’acquisizione del seggio cinese all’ONU e normalizzò a livello europeo il principio di “un’unica Cina”, creando un precedente fondamentale per il successivo riavvicinamento sino-americano.

Dal canto suo, il Governo italiano conseguì un obiettivo di alto profilo nella sua politica estera, esercitando un’autonomia pragmatica all’interno del blocco atlantico. Sfruttando le mutate condizioni internazionali e il nascente disgelo nella politica estera statunitense, Roma riuscì a perseguire il proprio interesse nazionale senza minare i cardini dell’alleanza. La scelta di “prendere atto”, distanziandosi da un esplicito riconoscimento della sovranità cinese su Taiwan, permise di mantenere una deliberata ambiguità, salvaguardando così la fedeltà atlantica mentre si anticipavano, in modo lungimirante, gli sviluppi futuri dello scacchiere geopolitico globale.

Questa stessa tensione tra riconoscimento e discreta distanza, tra apertura e cautela, caratterizzerà nei decenni successivi l’intero rapporto sino-italiano, fino alle odierne discussioni sulla cooperazione in Africa e sulle nuove forme di governance globale. Quell’increspatura silenziosa nel fiume della Storia continua a parlarci, mostrando come i grandi cambiamenti spesso arrivino in punta di piedi, annunciandosi attraverso atti apparentemente minori.

A seguito della firma del comunicato congiunto del novembre 1970, che sancì l’avvio ufficiale delle relazioni diplomatiche, i rapporti bilaterali conobbero infatti una graduale ma costante evoluzione, in linea con le profonde trasformazioni del sistema internazionale. Nel decennio successivo, la diplomazia italiana si adoperò per tradurre il riconoscimento politico in un dialogo operativo, favorendo l’apertura di canali di cooperazione economica, scientifica e culturale. Tale fase fu contrassegnata da un approccio pragmatico, nel quale l’interesse reciproco e la ricerca di convergenze concrete tendevano a prevalere sulle residue rigidità ideologiche proprie della stagione bipolare, dando piena attuazione a quel paradigma di ambigua ma feconda coesistenza inaugurato con la firma di Parigi.

Con l’ascesa di Deng Xiaoping e l’avvio, nel 1978, della politica di riforma e apertura (gaigekaifang, 改革开放), la Cina inaugurò una nuova fase di modernizzazione economica e istituzionale che avrebbe profondamente ridefinito il suo ruolo all’interno del sistema internazionale. In questo contesto, l’Italia seppe cogliere le potenzialità di una partnership strategica fondata sulla complementarità economica e sulla consapevolezza di un’affinità di lungo periodo tra due civiltà antiche, entrambe impegnate a reinterpretare la propria tradizione in chiave di modernità.

Nel corso degli anni Ottanta, i rapporti bilaterali si intensificarono progressivamente, trovando espressione in scambi culturali, scientifici e tecnologici sempre più significativi. Tali interazioni si svilupparono all’interno di un quadro improntato al reciproco riconoscimento e al rispetto delle differenze politiche e istituzionali, contribuendo a consolidare un dialogo fondato su interessi convergenti e su una visione pragmatica della cooperazione internazionale.

L’anno 1989 rappresentò, tuttavia, un momento di discontinuità e cesura. Le vicende di Piazza Tian’anmen suscitarono un ampio dibattito nella comunità internazionale; pur aderendo alle posizioni comuni della Comunità Europea, l’Italia evitò di adottare misure sanzionatorie o atteggiamenti di chiusura, scegliendo invece di mantenere attivi i canali di comunicazione diplomatica. Tale approccio, coerente con la tradizione nazionale di realismo politico e mediazione, rispondeva alla convinzione che il dialogo continuo, più dell’isolamento, costituisse la condizione necessaria per accompagnare e orientare ogni processo di trasformazione sociale e culturale.

Negli anni Novanta e nei primi Duemila, il progressivo consolidarsi della globalizzazione economica e l’adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) nel 2001 determinarono una profonda trasformazione del quadro delle relazioni internazionali. In tale contesto, la crescente integrazione della Cina nei flussi del commercio globale e l’apertura del suo mercato interno offrirono nuove e rilevanti opportunità di cooperazione per i partner europei. L’Italia, sostenuta da un tessuto produttivo altamente specializzato e orientato all’internazionalizzazione, seppe valorizzare tali dinamiche, configurandosi come un interlocutore privilegiato di Pechino in ambiti strategici quali l’industria manifatturiera avanzata, la ricerca scientifica e tecnologica, la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e la formazione universitaria.

L’evoluzione positiva di questa collaborazione trovò un compimento istituzionale con la firma del Partenariato Strategico Globale tra Italia e Cina nel 2004, in occasione della visita ufficiale del premier cinese Wen Jiabao a Roma. Tale accordo rappresentò una svolta qualitativa nelle relazioni bilaterali, conferendo loro una cornice politico-istituzionale di lungo periodo e delineando un dialogo sistematico e multi-livello che trascendeva la dimensione meramente economica. Il partenariato assunse, infatti, una valenza più ampia, comprendendo questioni di governance globale, sviluppo sostenibile, cooperazione culturale e innovazione scientifica, in un’ottica di mutuo riconoscimento e interdipendenza crescente.

In tal modo, il Partenariato Strategico Italia-Cina si inserì coerentemente nel quadro della politica estera italiana, storicamente improntata a un approccio multilaterale, pragmatico e dialogico, teso a coniugare l’adesione ai valori euro-atlantici con l’apertura verso i nuovi poli emergenti dell’economia mondiale. Esso consolidò la posizione dell’Italia quale ponte politico e culturale tra l’Europa e la Cina, rafforzando al contempo la capacità del Paese di partecipare attivamente ai processi di governance economica e istituzionale su scala globale.

A partire dal 2013, con il lancio della Belt and Road Initiative (BRI), le relazioni tra Italia e Cina si inserirono in un nuovo contesto geopolitico. La BRI, concepita come un progetto di interconnessione infrastrutturale e commerciale su scala euroasiatica, offrì all’Italia l’opportunità di valorizzare la propria posizione nel Mediterraneo e di rafforzare la proiezione internazionale del proprio sistema produttivo. L’interesse per l’iniziativa trovò espressione nella firma del Memorandum d’intesa del marzo 2019, che rese l’Italia il primo Paese del G7 ad aderire formalmente al progetto, suscitando ampio dibattito interno ed europeo.

Nel corso del secondo decennio del XXI secolo, le relazioni tra Roma e Pechino si sono ulteriormente articolate, riflettendo al contempo le tensioni e le opportunità di una nuova fase geopolitica. La sottoscrizione del Memorandum d’intesa rappresentò un momento di forte visibilità, ma anche di intenso confronto politico e culturale, evidenziando le difficoltà strutturali nel conciliare apertura economica, tutela degli interessi strategici nazionali e salvaguardia dei valori fondanti della tradizione occidentale. Parallelamente, la crescente interdipendenza economica e la necessità di cooperare su questioni globali — dal cambiamento climatico alla sicurezza sanitaria — hanno reso evidente l’impossibilità di ridurre la relazione italo-cinese a una mera dialettica di contrapposizione ideologica. Tale prospettiva è stata ulteriormente ridefinita nel 2023, al termine del quinquennio previsto dal Memorandum d’intesa sottoscritto nel 2019, quando l’Italia ha deciso di non rinnovare la propria adesione alla Belt and Road Initiative, segnando una nuova fase nell’evoluzione del rapporto bilaterale. La decisione, maturata in un contesto internazionale profondamente mutato e alla luce delle nuove priorità strategiche dell’Unione Europea, riflette la volontà di riallineare la politica estera italiana ai principi di coerenza euro-atlantica e di selettività economico-diplomatica. Pur senza interrompere i canali di dialogo con Pechino, Roma ha riaffermato l’intenzione di perseguire una cooperazione pragmatica e multilaterale, privilegiando un approccio fondato su reciprocità, trasparenza e tutela degli interessi nazionali all’interno di un quadro di partenariato equilibrato e sostenibile. Questo, almeno, è quanto è emerso anche nel corso dei lavori della 12esima sessione del Comitato Intergovernativo Italia-Cina che si è tenuta nel mese di ottobre 2025. Illustre ospite del Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato l’omologo cinese Wang Yi, capo della diplomazia del gigante asiatico e membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, che è stato, poi, ricevuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A tal riguardo l’edizione online in lingua italiana di China Global Television Network(CGTN) ha pubblicato un articolo a firma di Andrea Fais e dal titolo emblematico di Italia-Cina. Il vertice di Roma rafforza la cooperazione, ma il Belpaese dovrà smarcarsi dalle interferenze in cui si legge che a cinquantacinque anni dallavvio ufficiale delle relazioni bilaterali, le delegazioni dei due Paesi si sono così ritrovate alle porte dellUrbe per fare un punto della situazione a poco più di un anno dalla visita in Cina del presidente del Consiglio Giorgia Meloni. In quelloccasione, assieme al Primo Ministro cinese Li Qiang, il Capo del Governo italiano aveva firmato il Piano dazione 2024-2027 per il rafforzamento del Partenariato Strategico, avviato nel lontano 2004 sotto il Governo Berlusconi II. La premessa del Piano evidenzia che Italia e Cina intendono mantenere lo slancio delle loro relazioni bilaterali, anche nello spirito della antica Via della Seta che da millenni, a partire dalle antiche rotte commerciali, incarna lapertura al dialogo e la reciproca conoscenza fra civiltà orientale e occidentale, e promuoverne lo sviluppo ad un livello più elevato, perseverando nella pace e nella cooperazione. A margine dellincontro romano, WangYi ha potuto effettivamente prendere atto che le due parti hanno attivamente implementato le importanti intese comuni raggiunte dai leader dei due Paesi dallo scorso anno ed ampliato costantemente la cooperazione pratica in vari ambiti, con numerosi casi salienti.

Secondo Wang, le due nazioni rappresentano grandi economie che sostengono il libero commercio, due grandi forze a difesa del multilateralismo e due antiche civiltà che supportano gli scambi e l’apprendimento reciproco. Lauspicio del ministro cinese è che Italia e Cina dimostrino senso di responsabilità in un contesto internazionale complesso e turbolento, fidandosi luna dellaltra, ampliando e rafforzando la cooperazione pragmatica, nonché contribuendo maggiormente al loro rispettivo sviluppo economico e al benessere dei propri cittadini attraverso fruttuosi risultati nella cooperazione.

Da parte sua, Tajani ha spiegato che la cooperazione economica e commerciale serve come forza trainante fondamentale per lo sviluppo delle relazioni bilaterali, aggiungendo che lItalia intende ampliare gli investimenti reciproci con la Cina sia nei settori tradizionali che in quelli innovativi, ampliare gli scambi e la cooperazione nei settori della scienza e della tecnologia, della sanità, del turismo, della cultura e in altri campi, aprire più voli diretti, e fare buon uso dellopportunità offerta dal fatto che lItalia ospiterà le Olimpiadi invernali il prossimo anno per rafforzare il sostegno reciproco.

Il ministro e vicepresidente del Consiglio ha rimarcato la ferma adesione dellItalia al principio di Una sola Cina, sottolineando che Roma non vacillerà mai rispetto a questa posizione. Ha inoltre elogiato il ruolo di Pechino nella salvaguardia della pace e dello sviluppo mondiale, sostenendo che lItalia è pronta a rafforzare la cooperazione multilaterale e a collaborare con la Cina per promuovere la risoluzione pacifica di questioni come il conflitto israelo-palestinese e la crisi ucraina.

[…] LItalia e la Cina sono entrambi Paesi di antica civiltà, promuovono i valori della pace e della cooperazione, e perseverano nella risoluzione delle divergenze attraverso il dialogo, ha affermato Mattarella nel corso dellincontro con WangYi al Quirinale, aggiungendo che in un mondo complesso e turbolento come quello di oggi, la contrapposizione non produce vincitori e il dialogo è lunica via duscita. Parole importanti – sostanzialmente in linea con lIniziativa di Governance Globale lanciata il mese scorso da Xi Jinping durante il vertice SCO – che lItalia dovrà trasformare in atti concreti.

Se il Piano dazione sta dando i suoi primi importanti frutti, premiando liniziativa con cui il Governo italiano ha voluto correggere e ridefinire lapproccio verso la Cina dopo la decisione unilaterale di recedere dal Memorandum dIntesa siglato nel 2019, Roma dovrà fare attenzione alle manovre di attori esterni, in particolare gli Stati Uniti, interessati ad ostacolare le relazioni bilaterali.Pur saldamente inserita nel meccanismo euro-atlantico quale Paese fondatore sia dellUE che della NATO, lItalia dovrà quindi accrescere la sua autonomia decisionale per evitare che, in futuro, certe interferenze esterne possano compromettere quanto di buono è stato realizzato nel quadro della cooperazione con la Cina. Dopo aver perso il gas russo, con conseguenze pesantissime sui costi energetici per imprese e famiglie, Roma non può permettersi di recepire supinamente ulteriori imposizioni, potenzialmente devastanti per la nostra economia. La sovranità non può limitarsi ad un vuoto esercizio di retorica. Va praticata nei fatti[5].

In tale prospettiva, il percorso storico delle relazioni tra Italia e Cina evidenzia la progressiva maturazione di un approccio fondato su un realismo dialogico, che presuppone la capacità di superare tanto i condizionamenti geopolitici quanto le rigidità ideologiche. Ciò comporta il superamento del concetto di doppio standard e della retorica dei diritti umani tipica della narrativa occidentale, spesso utilizzata come strumento di delegittimazione o di imposizione culturale. Non si tratta di ridimensionarne la rilevanza, bensì di ricondurre i diritti umani alla loro essenza inclusiva e universale, liberandoli da ogni valenza divisiva o egemonica, affinché diventino terreno comune di dialogo e mediazione, capace di sostenere relazioni internazionali improntate al rispetto reciproco, al pragmatismo e alla cooperazione.

Solo attraverso tale equilibrio è possibile costruire una relazione italo-cinese autenticamente cooperativa, in grado di contribuire in modo costruttivo alla stabilità e allo sviluppo del sistema internazionale contemporaneo.

Della questione del doppio standard nella politica internazionale e del suo impatto sulla credibilità del discorso occidentale ci siamo occupati in un altro contributo del presente focus[6]. In questa sede, ci proponiamo invece di esaminare più da vicino l’ideologia dei diritti umani, analizzandone le implicazioni teoriche e le derive retoriche, al fine di comprendere come essa influenzi le dinamiche del dialogo interculturale e le relazioni tra l’Europa e la Cina.

Finché l’Occidente continuerà a imporre le proprie categorie concettuali come universali, ogni tentativo di “dialogo globale” resterà un monologo mascherato. Superare questa asimmetria richiede un’autentica decolonizzazione del sapere e l’ascolto delle tradizioni giuridiche, filosofiche e spirituali non occidentali, affinché la nozione di diritti umani possa divenire realmente plurale e condivisa.

A tal riguardo, Il 10 dicembre 2016, Li Baodong, Vice Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, ha ricordato la celebrazione della 68ª Giornata dei Diritti Umani con queste parole: d’altra parte, non c’è stato un cambiamento fondamentale nel fatto che il Sud ha una voce molto più debole del Nord nella governance globale dei diritti umani. Vi è anche una crescente tendenza alla politicizzazione dei diritti umani o all’applicazione di doppi standard. Alcuni Paesi utilizzano i diritti umani come pretesto per interferire negli affari interni di altri Stati. L’ingiustizia, l’intolleranza e l’instabilità persistono, e lo sviluppo globale continua a essere squilibrato, scoordinato e insostenibile. In breve, lo sforzo internazionale per i diritti umani resta una battaglia difficile.

I diritti umani rappresentano gli ideali più nobili dell’umanità, ma non esiste un percorso universalmente concordato per raggiungerli. Nella cooperazione internazionale sui diritti umani, i Paesi devono aderire agli scopi e ai principi della Carta ONU e alle norme di base che regolano le relazioni internazionali, rispettare la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale reciproca, e abbandonare politicizzazione e doppi standard. È importante che iPaesi rispettino la scelta indipendente dell’altro in merito al percorso dei diritti umani, così come i rispettivi valori, storia, tradizioni culturali e sistemi politici. Devono esserci dialogo e cooperazione su basi paritarie, affinché i Paesi possano imparare gli uni dagli altri e ottenere progressi comuni. Bisogna anche lavorare per uno sviluppo equilibrato delle due categorie di diritti umani e trovare un equilibrio tra universalità e particolarità dei diritti, tra diritti e doveri, e tra diritti individuali e collettivi[7].

Il 14 settembre 2020, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha sostenuto che non esiste un percorso universale per lo sviluppo dei diritti umani a livello globale. Secondo Xi, non è possibile identificare un modello assoluto di tutela dei diritti umani, ma esistono approcci più efficaci a seconda delle specifiche circostanze nazionali. Tali osservazioni sono state espresse nel corso di un incontro tra leader di Cina, Germania e Unione Europea, tenutosi tramite collegamento video, a cui hanno partecipato la cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel e la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen. In tale contesto, Xi ha sottolineato l’importanza per ciascun Paese di affrontare prioritariamente le proprie questioni interne, ribadendo che la Cina e il suo popolo non accettano “istruzioni” dall’esterno né l’applicazione di doppi standard[8].

La Cina ha così elaborato una narrativa sui diritti umani alternativa a quella dominata dal pensiero occidentale, considerata selettiva e politicizzata. Pechino sostiene che le critiche provenienti dall’Occidente vengano strumentalizzate per delegittimare i Paesi in via di sviluppo e per preservare un ordine internazionale che favorisce gli interessi geopolitici e commerciali occidentali. In risposta, la Cina valorizza i propri successi in termini di sviluppo economico, riduzione della povertà e inclusione sociale come indicatori concreti di progresso nei diritti umani.

Per superare questa impasse è necessario un cambio di paradigma: abbandonare la concezione dei diritti umani come mero strumento di condanna morale e ripensarli come ponte per una cooperazione pragmatica. Il fallimento dell’approccio attuale – fondato su dichiarazioni pubbliche e lezioni etiche – è evidente: non ha prodotto miglioramenti reali, ma ha rafforzato posizioni rigide, alimentato risentimenti e fornito ai regimi autoritari un facile capro espiatorio.

La proposta strategica consiste, dunque, nel riformulare il linguaggio dei diritti, sostituendo l’astratto moralismo con un discorso centrato su interessi concreti e stabilità di lungo periodo. I diritti umani dovrebbero essere presentati non come valori occidentali da imporre, ma come strumenti abilitanti per uno sviluppo sostenibile; superando l’ideologia dei diritti umani di stampo occidentale – che spesso si traduce in condanne moralistiche e doppi standard – si apre la possibilità di sviluppare un approccio pragmatico e orientato a risultati concreti, fondato sulla cooperazione e sugli interessi reciproci che potrebbe, effettivamente, favorire un rinnovato pragmatismo nelle relazioni internazionali, aprendo nuove prospettive di cooperazione tra Paesi con tradizioni politiche e culturali differenti, come, ad esempio, l’Italia e la Cina. In questo contesto, un approccio più pragmatico e dialogico, libero da rigidità ideologiche, potrebbe consentire di costruire una cooperazione più equilibrata in contesti di reciproco interesse come, lo è, lo scenario africano.

In Africa, Italia e Pechino possono identificare significativi punti di convergenza come ha sottolineato l’Ambasciatore cinese a Roma, Jia Guide, intervenendo a una conferenza organizzata dalla Lumsa University in occasione del 700° anniversario della morte di Marco Polo e del 20° anniversario del Partenariato Strategico Globale tra i due Paesi. Secondo il diplomatico, infatti, lo sviluppo non può tradursi in un arricchimento dei Paesi già prosperi a scapito di quelli più poveri, e pertanto l’Africa non può essere trascurata.

L’ambasciatore ha, inoltre, espresso apprezzamento per il Piano Mattei, proposto dal Governo italiano, evidenziando come esso rifletta l’attenzione attribuita dal Paese al continente africano. Ha richiamato anche il ruolo dell’iniziativa cinese della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative, BRI), che ha fornito un contributo rilevante allo sviluppo del continente. In questa prospettiva, Jia ha evidenziato come Roma e Pechino possano individuare punti di convergenza concreti, favorendo forme di cooperazione operative e sostenibili in Africa[9].

Un esempio emblematico di tale possibile sinergia è rappresentato dal progetto Transaqua, menzionato nel 2018 sul blog Economia, Società, Mondo curato da Michele Geraci, allora Sottosegretario allo Sviluppo Economico. Il progetto, inserito nell’ambito della Belt and Road Initiative, costituisce un caso pilota di cooperazione winwin tra Italia e Cina in Africa, un esempio da studiare per i nostri policy makers e aziende su come, da un lato, fare business e, dall’altro, aiutare lo sviluppo e la stabilizzazione economica dell’Africa.

Nato da un’intuizione del grande tecnico Francesco Curato ed eseguito dall’allora direttore esteri di Bonifica (Gruppo IRI) Marcello Vichi, lo studio “Transaqua” mostrò oltre trentacinque anni fa che con un’ardita opera costruttiva sarebbe stato possibile portare acqua dal bacino del Congo a quello del Lago Ciad, ripristinando il morente “Lago nel Deserto” nelle sue dimensioni originarie e al contempo donando all’Africa un’infrastruttura idroviaria, stradale, energetica e di sviluppo agro-industriale che avrebbe fatto decollare l’economia produttiva di gran parte del continente.Oggi, grazie alla collaborazione nata alcuni anni fa tra il dott. Vichi e lo Schiller Institute, quell’idea, rimasta un “sogno” per troppo tempo, diventa possibile e assurge a progetto pilota per dimostrare la fattibilità del modello di cooperazione della Belt and Road Initiative.  Saranno infatti un’impresa italiana, Bonifica, e una cinese, PowerChina, ad eseguire lo studio di fattibilità approvato dai Capi di Stato dei Paesi rivieraschi (Lake Chad Basin Committee), riunitisi nella capitale nigeriana di Abuja alla fine di febbraio, e finanziato con una donazione iniziale di 1,5 milioni dal Governo italiano.

Transaqua è la risposta a chi vede la Belt and Road Initiative in esclusiva ottica geopolitica e non crede alla possibilità di realizzare una cooperazione internazionale su basi win-win, come sostiene fortemente il Presidente Xi Jinping. L’accordo di cooperazione strategica tra l’italiana Bonifica Spa e il colosso cinese PowerChina rappresenta proprio un esempio di come tale cooperazione può essere impostata a beneficio non solo dei partner ma soprattutto dei Paesi terzi oggetto di tale cooperazione.

Transaqua è il progetto di un’idrovia che parte dal sud della Repubblica Democratica del Congo (RDC), in prossimità della regione dei Grandi Laghi, e attraversa in altura tutti gli affluenti della riva destra del Congo  raccogliendo, con sbarramenti artificiali, abbastanza acqua da costituire un canale della portata del Nilo e, scorrendo per gravità, “scollina” ai confini tra Repubblica Centrafricana e Ciad, riversando fino a 100 miliardi di metri cubi d’acqua nell’affluente principale del Lago Ciad, il Chari. Le quasi trenta dighe previste lungo i 2400 km del percorso di Transaqua permetteranno di generare quantità ingenti di energia idroelettrica e di regolare il corso dei fiumi, in modo da permettere lo sviluppo di attività agricole, di allevamento e di insediamenti industriali.Si è tanto parlato in Europa di “Piano Marshall” per creare lavoro e sviluppo in Africa e arginare il fenomeno dell’immigrazione, ma finora non si è fatto niente. Transaqua è il primo, vero piano concreto in grado di creare occupazione per decenni e far decollare lo sviluppo produttivo. Si spera che le cancellerie europee, che finora hanno sabotato il progetto, colgano l’importanza di questa opportunità e aderiscano con risorse e volontà politica, gettando le basi per un “nuovo paradigma” nella politica internazionale[10].

L’esempio di Transaqua, con la sua partnership tra l’italiana Bonifica e la cinese PowerChina, si inserisce in un contesto più ampio di cooperazione italo-cinese in Africa, che ha già trovato applicazione concreta nel settore energetico e infrastrutturale. Altri casi – ancora poco numerosi – dimostrano come aziende italiane e compagnie cinesi possano operare in sinergia per realizzare progetti di grande scala, integrando competenze, capitali e know-how. Nel settore energetico, ad esempio, ENI ha sviluppato collaborazioni strategiche con la China National Petroleum Corporation (CNPC) in iniziative significative, come il progetto Coral North FLNG in Mozambico, realizzato tramite una joint venture che include ENI, CNPC, Korea Gas Corporation, l’Empresa Nacional de Hidrocarbonetos del Mozambico e una controllata di ADNOC, dimostrando come la combinazione di risorse e competenze diverse possa produrre impianti di grande impatto economico e sociale. Analogamente, ENI ha affidato a imprese cinesi come Hilong la realizzazione di lavori chiave nel progetto Congo FLNG, tra cui l’installazione di piattaforme offshore, confermando la praticabilità di una collaborazione bilaterale su progetti complessi.

Nel settore infrastrutturale, Webuild ha anch’essa collaborato con compagnie cinesi come la China Communications Construction Company (CCCC) in Africa orientale, partecipando a gare congiunte o complementari e contribuendo a realizzare opere integrate con le nuove rotte commerciali della Belt and Road Initiative. Un ulteriore esempio di cooperazione multinazionale è costituito dalla joint venture WRES, che ha visto Webuild insieme a partner internazionali realizzare il ponte sul fiume Senqu in Lesotho, combinando capacità tecniche italiane e risorse operative cinesi.

La logica triangolare che ne deriva sostituisce la tradizionale relazione “donatore-beneficiario”, offrendo un modello di sviluppo infrastrutturale, energetico e sociale in cui le risorse, le competenze e gli interessi dei partner convergono a beneficio dei Paesi terzi, confermando la possibilità di costruire un nuovo paradigma di cooperazione internazionale realmente equo e sostenibile. In tale prospettiva, il pragmatismo emerge come una possibile via per superare la tradizionale contrapposizione ideologica tra modelli “occidentali” e “non occidentali” di sviluppo, favorendo la costruzione di un partenariato sino-italiano in Africa fondato su principi di mutuo vantaggio, rispetto delle diversità e cooperazione multilaterale, anziché sull’imposizione di valori unilaterali.
 Un simile approccio consentirebbe di coniugare l’esperienza italiana nel campo dello sviluppo sostenibile e della governance con la capacità cinese di realizzare infrastrutture e investimenti su larga scala, promuovendo modelli di crescita inclusiva sensibili alle specificità culturali e sociali del continente africano. In questa prospettiva, l’Africa si configura come un terreno privilegiato di collaborazione tra Italia e Cina, dove i progetti di sviluppo e le iniziative infrastrutturali possono rappresentare strumenti concreti di progresso economico e sociale, piuttosto che veicoli di pressione politica o di imposizione esterna.

L’adozione di un approccio pragmatico permette di orientare gli sforzi comuni verso obiettivi concreti e condivisi: la realizzazione di infrastrutture sostenibili, il miglioramento dei servizi essenziali, la formazione del capitale umano e la creazione di condizioni favorevoli agli investimenti possono costituire leve decisive per promuovere stabilità, crescita e l’emergere di una classe media africana capace di sostenere nel tempo lo sviluppo del continente.

In tale quadro, la cooperazione sino-italiana non si ridurrebbe a un mero trasferimento di risorse o tecnologie, ma si fonderebbe su un modello di partenariato winwin che riconosce e valorizza la sovranità africana. L’Italia può contribuire con il proprio know-how tecnico, l’esperienza maturata nel campo della governance e la sensibilità culturale sviluppata nel dialogo euro-mediterraneo, mentre la Cina può mettere a disposizione la sua comprovata capacità nella realizzazione di grandi opere e nella pianificazione infrastrutturale.

Un simile modello di cooperazione, fondato su una visione condivisa di sviluppo sostenibile e orientato al conseguimento di risultati concreti, potrebbe contribuire a consolidare la fiducia reciproca tra Roma e Pechino, generando al contempo benefici significativi per le popolazioni africane. È tuttavia necessario riconoscere come l’Italia e la Cina manifestino approcci distinti nei confronti del continente africano, riflesso delle rispettive traiettorie storiche e delle differenti priorità di politica estera. Tali divergenze si traducono in due modelli di relazione profondamente eterogenei, sia per quanto concerne le motivazioni politiche ed economiche sottostanti, sia per la natura degli strumenti adottati e per le modalità di interazione con i Paesi africani, sempre più al centro delle dinamiche di competizione e cooperazione tra le principali potenze globali.

La relazione tra l’Italia e il continente africano trova le proprie origini nel passato coloniale del Paese, ma nel corso dei decenni ha subito un processo di profonda trasformazione, evolvendo in un rapporto di natura essenzialmente politica, economica e umanitaria. Tale evoluzione riflette la progressiva ridefinizione del ruolo dell’Italia nello scenario internazionale e la crescente consapevolezza della centralità dell’Africa per gli equilibri regionali e globali. L’interesse strategico italiano verso il continente si articola principalmente lungo tre direttrici fondamentali: la promozione della stabilità geopolitica nell’area mediterranea, la gestione e il controllo dei flussi migratori, nonché la tutela della sicurezza energetica nazionale. Queste priorità evidenziano una visione integrata delle interdipendenze tra Africa e Mediterraneo, in cui le dimensioni della sicurezza, dello sviluppo e della cooperazione si intrecciano in maniera sempre più stretta. In tale cornice, l’Italia adotta un approccio marcatamente multilaterale e cooperativo, inscrivendosi nel quadro più ampio delle politiche e delle strategie dell’Unione Europea. Questo orientamento riflette non solo la volontà di rafforzare la coerenza dell’azione esterna italiana con quella comunitaria, ma anche la consapevolezza che le sfide africane richiedono risposte coordinate, basate su partenariati inclusivi e su strumenti di governance condivisa.

In questo contesto si inserisce il Piano Mattei per l’Africa, che rappresenta il più recente e ambizioso tentativo dell’Italia di ridefinire la propria proiezione strategica verso il continente. L’iniziativa, ispirata alla figura di Enrico Mattei — simbolo di una politica energetica autonoma e cooperativa — si propone di superare i limiti storici della cooperazione euro-africana, spesso segnata da approcci unidirezionali e assistenzialistici. Il Piano si fonda sull’idea di una partnership paritaria, nella quale l’Africa non è più percepita come periferia economica o fonte di instabilità, ma come partner strategico indispensabile per la prosperità e la sicurezza dell’Europa.

Alla base di tale impostazione vi è il riconoscimento di un principio di interdipendenza strutturale tra i due continenti: le sfide africane in materia di energia, migrazione, sicurezza e sviluppo sono intrinsecamente legate a quelle europee. Il Piano Mattei si articola quindi su quattro pilastri fondamentali: la transizione energetica e la sicurezza, la sicurezza alimentare e lo sviluppo agricolo, la formazione e la valorizzazione del capitale umano, e infine la modernizzazione infrastrutturale e la connettività tra Europa e Africa. L’obiettivo è creare un ecosistema di cooperazione sostenibile, in grado di conciliare l’interesse nazionale italiano con la crescita endogena dei partner africani, promuovendo un modello di sviluppo condiviso, orientato alla stabilità e alla prosperità reciproca.

Pur nascendo da contingenze precise — la crisi energetica europea seguita alla guerra in Ucraina e la pressione migratoria nel Mediterraneo — il Piano Mattei aspira a trascendere tali urgenze, configurandosi come una visione strategica di lungo periodo. In tal senso, esso intende trasformare questioni immediate in un progetto strutturale di co-sviluppo, capace di restituire all’Italia un ruolo di rilievo nel Mediterraneo allargato e nel dialogo euro-africano.

Tuttavia, per comprendere appieno la portata del Piano Mattei, è utile metterlo a confronto con altri modelli di cooperazione oggi presenti nel continente, in particolare con l’approccio cinese, che negli ultimi due decenni ha ridefinito le dinamiche geopolitiche ed economiche dell’Africa.

A differenza del modello italiano — che nasce da esigenze contingenti e si evolve verso una visione strategica — la presenza cinese in Africa è il risultato di una strategia globale di lungo corso, radicata nella dottrina della Belt and Road Initiative (BRI). Tale strategia si fonda su tre principi cardine: la win-wincooperation, il primato dello sviluppo economico e infrastrutturale e il principio di non-interferenza negli affari interni dei partner africani e nessuna condizionalità politica nella stipula degli accordi. Attraverso imponenti investimenti in infrastrutture — porti, ferrovie, centrali elettriche, reti digitali e industriali — la Cina mira a promuovere la crescita economica locale, ma anche a integrare l’Africa nelle proprie catene globali del valore, rafforzando la propria influenza politica e commerciale.

In questo quadro, il confronto tra il Piano Mattei e la strategia cinese mette in luce due differenti filosofie della cooperazione internazionale: l’approccio italiano, e più in generale europeo, si propone come un modello valoriale e inclusivo, che lega sviluppo economico e governance democratica, sostenibilità ambientale e crescita sociale; l’approccio cinese, invece, si caratterizza per un realismo economico pragmatico, che privilegia l’efficacia e la stabilità alla condizionalità politica. In definitiva, mentre l’Italia e l’Unione Europea si sforzano di trasformare la contingenza (energia e migrazione) in una visione strategica condivisa, la Cina traduce una visione di lungo periodo in azioni pragmatiche e capillari. Il Piano Mattei rappresenta dunque una risposta — non solo economica, ma anche simbolica — alla crescente presenza asiatica in Africa, un tentativo di riaffermare un modello di cooperazione fondato su sostenibilità, formazione e diritti, in contrapposizione a logiche puramente infrastrutturali e di potenza.

Entrambe le visioni, italiana e cinese, pur muovendo da presupposti ideologici e strategici differenti, concorrono a ridefinire il ruolo dell’Africa nello scenario globale contemporaneo, trasformandola da periferia marginale del sistema internazionale a nodo centrale di confronto e cooperazione globale.

In questa prospettiva, un possibile punto di convergenza tra l’Italia e la Cina risiede nella riscoperta di un pragmatismo economico e diplomatico che privilegi la cooperazione concreta e il raggiungimento di risultati tangibili rispetto alle contrapposizioni ideologiche o ai moralismi che spesso hanno caratterizzato l’azione occidentale in Africa. Entrambi i Paesi condividono infatti un interesse strutturale alla stabilizzazione e allo sviluppo sostenibile delle economie africane, considerate non solo come mercati emergenti o fonti di approvvigionamento energetico, ma come partner strategici da integrare nelle catene globali del valore. La costruzione di economie africane stabili, produttive e interconnesse risponde a una logica di mutuo vantaggio: per l’Italia, essa garantisce sicurezza energetica e controllo dei flussi migratori; per la Cina, rappresenta un’opportunità di consolidamento della propria influenza economica e politica attraverso la creazione di infrastrutture e reti commerciali durature.

Un approccio eccessivamente ancorato a condizionalità politiche e a interpretazioni rigide dei diritti umani di matrice occidentale tende a essere percepito dai governi africani come un’imposizione esterna che rallenta gli investimenti e riduce la capacità di attuare politiche di sviluppo autonome. Per questo motivo, il recupero di un realismo diplomatico, capace di coniugare principi e risultati, appare oggi indispensabile. L’Italia, attraverso il Piano Mattei, può contribuire a promuovere un modello di cooperazione che, pur mantenendo fede ai valori fondanti dell’Unione Europea, adotti una postura più pragmatica e orientata al risultato, in grado di generare benefici immediati per le popolazioni africane e di rafforzare la credibilità dell’azione esterna europea. Ciò implica una transizione da una diplomazia prevalentemente normativa a una diplomazia del risultato, in cui l’impegno per i diritti, la sostenibilità e la buona governance non si traduca in una forma di condizionalità politica, ma in un processo di costruzione condivisa delle priorità di sviluppo.

In questo senso, il confronto con l’approccio cinese offre un’occasione di riflessione preziosa. La Cina, attraverso la Belt and Road Initiative, ha sviluppato un modello di cooperazione fondato su efficienza, rapidità di esecuzione e principio di non ingerenza, orientato alla realizzazione di infrastrutture materiali e alla creazione di capacità produttive locali e capace di rispondere in modo efficace alle aspettative di molti governi africani, che privilegiano soluzioni immediate e pragmatiche rispetto ai lunghi processi negoziali tipici delle istituzioni occidentali. L’Italia, con la sua tradizione di cooperazione bilaterale e il suo capitale di credibilità storica e culturale, può porsi come attore intermedio tra l’approccio normativo europeo e quello funzionale cinese, favorendo la nascita di un modello ibrido capace di combinare principi e pragmatismo, valori e risultati.

Superare le rigidità ideologiche e i doppi standard che spesso caratterizzano la cooperazione occidentale rappresenta dunque una condizione necessaria per costruire una nuova relazione con l’Africa, basata sulla fiducia reciproca e sulla co-costruzione di obiettivi comuni. Ciò non significa abbandonare la dimensione etica della politica estera, ma reinterpretarla in chiave operativa, come parte integrante di una strategia di sviluppo condivisa e non come strumento di pressione unilaterale. Solo in questo modo sarà possibile trasformare la competizione tra modelli di cooperazione — europeo, cinese e africano — in un dialogo costruttivo volto alla creazione di partenariati equilibrati e duraturi.

In definitiva, la sfida per l’Italia consiste nel riformulare la propria presenza nel continente africano in chiave di pragmatismo diplomatico, superando le ambiguità del passato e promuovendo una politica estera fondata su risultati concreti, reciprocità degli interessi e rispetto delle specificità locali. Il Piano Mattei può rappresentare, in questa prospettiva, non soltanto uno strumento operativo di cooperazione economica, ma anche un laboratorio di diplomazia innovativa, capace di integrare valori e interessi, visione strategica e realismo politico, contribuendo così alla costruzione di un nuovo paradigma di relazioni euro-africane basato su pragmatismo, equilibrio e sostenibilità condivisa.

In una prospettiva di lungo periodo, l’ipotesi di una cooperazione tra Italia e Cina in Africa potrebbe rappresentare un esperimento di governance multilivello capace di promuovere un contesto internazionale più equo e pragmatico. L’unione delle rispettive capacità finanziarie, tecnologiche e diplomatiche consentirebbe di concepire progetti di sviluppo caratterizzati da una scala d’intervento più ampia, da una maggiore qualità operativa e da una sostenibilità più duratura rispetto alle iniziative condotte unilateralmente. Una tale sinergia permetterebbe di superare le limitazioni strutturali dei modelli tradizionali di cooperazione, aprendo la strada a un paradigma integrato in grado di conciliare esigenze economiche, sociali e istituzionali dei Paesi africani.

Un elemento particolarmente innovativo in questa prospettiva è la possibilità di sviluppare una vera e propria triangolazione economica, intesa come cooperazione tra due Paesi esterni in un terzo territorio, in cui risorse, competenze e interessi vengono messi in comune per massimizzare l’efficacia dei progetti. Nel contesto specifico Italia–Cina–Africa, questa logica si declina in maniera chiara e complementare: l’Italia apporta competenze tecnologiche, industriali e conoscenza del territorio africano; la Cina mette a disposizione capitali, infrastrutture e capacità realizzativa su larga scala; i Paesi africani, infine, offrono risorse naturali, mercati emergenti e opportunità di sviluppo. Una tale configurazione rappresenta un significativo superamento della vecchia logica “donatore–beneficiario” tipica dell’Occidente, sostituendola con una dinamica più paritaria, pragmatica e orientata ai risultati, in cui tutte le parti assumono un ruolo attivo e reciprocamente vantaggioso.

La complementarità tra l’approccio europeo–italiano e quello cinese costituisce in tal senso un elemento di innovazione strategica. Mentre l’Italia e l’Unione Europea privilegiano modelli di cooperazione fondati su stabilità istituzionale, tutela dei diritti umani e trasparenza amministrativa, la Cina adotta una prospettiva più funzionale, centrata sulla realizzazione di infrastrutture, sulla crescita economica e sulla stabilità politica. L’interazione tra queste due visioni, sostenuta dalla logica triangolare, potrebbe generare un modello integrato, in cui l’efficienza e la rapidità di esecuzione proprie dell’approccio cinese si combinino con la sensibilità italiana per l’inclusione sociale, la valorizzazione delle istanze locali e il rafforzamento della governance. In tal modo, i progetti di co-sviluppo potrebbero coniugare modernizzazione economica e responsabilità sociale, evitando sia l’imposizione di condizionalità esterne sia l’eccessiva dipendenza finanziaria dai grandi creditori, e producendo benefici concreti e duraturi per le comunità africane.

Una cooperazione italo-cinese di questo tipo rafforzerebbe inoltre la legittimità locale delle iniziative, poiché risponderebbe a un’esigenza percepita come autenticamente paritaria e reciprocamente vantaggiosa. In molti Paesi africani, il modello occidentale è spesso criticato per essere paternalistico o guidato da interessi esterni mascherati da altruismo. La triangolazione economica consente di superare queste percezioni, presentando un progetto in cui Africa, Italia e Cina contribuiscono attivamente al processo di sviluppo, ciascuno secondo le proprie capacità e necessità, in una logica di co-responsabilità e mutuo interesse.

Parallelamente, questo approccio potrebbe svolgere una funzione di mediazione tra le pressioni europee e le esigenze locali africane, sottraendo il continente alla logica di competizione esclusiva tra grandi potenze. La combinazione di innovazione tecnologica, capitale infrastrutturale e risorse locali consentirebbe di elaborare progetti sostenibili dal punto di vista economico e sociale, rafforzando la capacità dei Paesi africani di produrre valore aggiunto interno e di inserirsi in maniera autonoma nelle reti globali di commercio e produzione.

In definitiva, la triangolazione economica Italia–Cina–Africa rappresenta non soltanto un’opportunità di crescita condivisa, ma un passo strategico verso la costruzione di un ordine internazionale più equilibrato e pragmatico, fondato sulla cooperazione reale piuttosto che su dinamiche di subordinazione. La sfida consiste nell’adozione di un approccio diplomatico maturo, capace di superare rigidità ideologiche e doppi standard, valorizzando il pragmatismo come principio guida della politica estera e trasformando le esigenze contingenti in strumenti di sviluppo strutturale, inclusivo e condiviso.

In conclusione, la triangolazione Italia–Cina–Africa non si limita a un esercizio di pragmatismo economico, ma diventa simbolo di un nuovo approccio alle relazioni internazionali, in cui la cooperazione reale sostituisce la competizione sterile e i progetti concreti prevalgono sulle retoriche ideologiche. Questo modello dimostra come interessi nazionali, capacità tecnologiche e risorse locali possano convergere in un partenariato autenticamente equo, capace di generare sviluppo, stabilità e legittimità condivisa. In un mondo sempre più interconnesso e multipolare, l’esperienza della cooperazione triangolare offre così un esempio tangibile di come la complessità geopolitica possa trasformarsi in opportunità, suggerendo che la vera influenza internazionale non nasce dalla supremazia, ma dalla capacità di costruire ponti concreti tra territori, popoli e interessi comuni.

NOTE AL TESTO

[1] https://www.extremeweatherwatch.com/cities/paris/year-1970

[2] La Francia, sotto la guida del Generale de Gaulle, aveva già riconosciuto la Repubblica Popolare Cinese nel 1964. Questo fu un atto di grande autonomia nella Guerra Fredda, in linea con la politica gaullista di distacco dall’egemonia americana.

[3] Questa è la data materiale in cui i due ambasciatori, Roberto Gaja per l’Italia e Huang Zhen per la Cina, apposero le loro firme sul documento fisico a Parigi. È la data giuridicamente vincolante che perfeziona l’accordo.

Huang Zhen non era un semplice ambasciatore; era un “peso massimo” della politica estera cinese, un uomo che incarnava il legame tra la lotta rivoluzionaria e l’apertura pragmatica al mondo. La scelta di affidare a lui le trattative con l’Italia dimostra l’importanza strategica che Pechino attribuiva a questo riconoscimento.

A differenza di Huang Zhen, Gaja non era un politico o un eroe rivoluzionario, ma un professionista della Farnesina, formatosi durante il fascismo, divenne uno dei pilastri della politica estera dell’Italia repubblicana; la sua carriera fu segnata da una profonda fedeltà all’Alleanza Atlantica e al rapporto con gli Stati Uniti, ma sempre con l’obiettivo di ritagliare per l’Italia uno spazio di autonomia e iniziativa all’interno di quel blocco.

[4] https://www.mfa.gov.cn/gjhdq_676201/gj_676203/oz_678770/1206_679882/1207_679894/200203/t20020312_9352361.shtml

[5] https://italian.cgtn.com/2025/10/10/ARTI1760089532505928

[6] 

[7] Li Baodong, China isCommitted to a Human Rights Development Path With ChineseCharacteristics,

https://www.mfa.gov.cn/eng/wjb/zzjg_663340/gjs_665170/gjsxw_665172/202406/t20240606_11401798.html

[8] https://en.people.cn/n3/2020/0915/c90000-9760330.html

[9] https://www.agenzianova.com/en/news/italia-cina-ambasciatore-jia-guide-possibile-trovare-punti-di-convergenza-in-africa/

[10] https://michelegeraci.com/it/2018/03/24/italia-e-cina-cooperazione-africa-esempio-dal-ciad/

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