Cina e Unione Europea. Ascesa pacifica e globalizzazione multipolare



In un mondo in cui l’Occidente è ancora orientato al conflitto, al protezionismo e alle sanzioni, la Repubblica Popolare Cinese si pone come potenza responsabile ed è pronta ad assumersi maggiori responsabilità nella governance globale, al fine di sostenere un vero multilateralismo e una reale democratizzazione delle relazioni internazionali.
Per l’Unione Europea, schiacciata tra pressioni interne ed esterne sempre più insostenibili, una partnership privilegiata con Pechino rappresenterebbe l’ultima opportunità per diventare un polo geopolitico autonomo all’interno della scacchiera mondiale.

L’Unione Europea rischia l’isolamento. L’importanza della sua partnership con la Cina.



L’avvento dell’Amministrazione Trump ha indubbiamente chiarito una questione: il mondo è sempre più multipolare e chi si pone in competizione con gli altri soggetti geopolitici senza possedere i requisiti della sovranità rischia di schiantarsi. Questa considerazione vale a maggior ragione per l’Unione Europea che si percepisce quale vettore di esportazione dei “valori liberali” ma che è ancora oggi priva di un esercito autonomo e degli strumenti necessari a far rispettare le proprie convinzioni. Non si tratta solo dell’assenza di una Costituzione o di un Ministro degli Esteri europeo; l’UE non possiede quello che è il requisito fondamentale della sovranità e cioè il monopolio della forza all’interno dei propri confini, dovendo condividere lo spazio geografico con l’ingombrante “alleato” nordamericano e subirne la volontà politica attraverso la NATO, che rimane un’organizzazione militare indiscutibilmente guidata da Washington.

Lo steso piano di riarmo europeo è impostato su uno schema perdente: o procede velocemente e perciò necessita dell’acquisto di armi statunitensi oppure si snoda lentamente, ma essendo programmato sulla creazione di debito nazionale ogni singolo Paese andrà a comprare dalle proprie aziende le dotazioni belliche previste, senza generare alcuna integrazione continentale…

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Un nuovo Accordo Cina-U.E. sugli investimenti? Vantaggi e difficoltà



Il 30 dicembre 2020 Repubblica Popolare Cinese (RPC) ed Unione Europea (UE) hanno annunciato la conclusione dei sette anni di negoziati volti alla definizione del Comprehensive Agreement on Investment (CAI), un accordo che si proponeva di fornire un unico framework legale agli investimenti tra le due parti, andando a sostituire i ventisei accordi bilaterali in vigore.

Dal 2013, anno in cui i negoziati sono iniziati, la necessità di arrivare a un accordo si era fatta sempre più evidente man mano che il volume di scambi commerciali e d’investimento tra i due attori andava a crescere. Stando ai dati di Eurostat per il 2019 (quindi prima dello scoppio della pandemia), l’interscambio tra UE e Cina toccava i 560 miliardi di euro con un deficit europeo di 164 miliardi.

L’UE e la Cina sono mercati strategici l’uno per l’altro, con un volume di scambi commerciali medio di oltre 1,5 miliardi di euro al giorno. L’ampio e in rapida crescita mercato interno cinese, che conta 1,4 miliardi di consumatori, e il suo peso come seconda economia mondiale (la prima per PIL a parità di potere d’acquisto), rappresentano significative opportunità commerciali per le aziende europee. Quando le imprese del Vecchio Continente hanno la possibilità di competere e prosperare in tali mercati, generano benefici diretti per l’economia europea in termini di maggiore produttività, determinata da una scala più ampia di operazioni, esportazioni, innovazione e competitività globale…

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BRI e Global Gateway: la geopolitica delle infrastrutture nel mondo multipolare



Negli ultimi anni, i corridoi infrastrutturali sono emersi come strumenti centrali della geopolitica contemporanea, diventando non solo reti fisiche di collegamento tra Stati e regioni, ma veri e propri vettori di influenza, sviluppo e competizione globale.

Attraverso strade, ferrovie, porti, oleodotti, cavi digitali e hub logistici, le grandi potenze stanno ridisegnando la mappa della connettività mondiale, utilizzando questi tracciati come leve strategiche per garantire accesso alle risorse, stabilire nuovi standard e rafforzare il proprio peso politico ed economico nei territori attraversati.

Lungi dall’essere semplici infrastrutture di trasporto, i corridoi economici rappresentano una sintesi di politiche commerciali, interessi energetici, logiche industriali e visioni geoeconomiche.


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Dalla NATO ai BRICS: l’autonomia strategica europea e il ruolo della Cina tra tecnologia e terre rare

 

Negli ultimi decenni, l’Unione Europea ha costruito la propria identità strategica muovendosi tra due poli: la sicurezza garantita dalla NATO e la cooperazione economica con gli Stati Uniti da un lato, e la progressiva apertura verso i nuovi attori del sistema internazionale dall’altro. Tuttavia, il rapido mutamento degli equilibri globali, accelerato dall’ascesa della Cina, dal riassetto del potere economico in Asia e dal ritorno della competizione geopolitica, impone oggi all’Europa una riflessione profonda sul proprio ruolo nel mondo.

La crisi pandemica, la guerra in Ucraina e la rivalità tra Washington e Pechino hanno reso evidente la fragilità delle dipendenze europee in settori chiave: energia, materie prime, tecnologia, difesa. In questo scenario, il concetto di autonomia strategica è diventato centrale nel dibattito europeo. Esso non significa isolamento, ma capacità di agire in modo indipendente per difendere i propri interessi e valori, scegliendo liberamente le forme e i partner della cooperazione.

La contrapposizione tra Stati Uniti e Cina non deve spingere l’Unione a una scelta di campo rigida, ma a definire uno spazio europeo di autonomia, fondato su equilibrio e interdipendenze gestite. La Cina, in questo quadro, non è solo una sfida, ma anche un interlocutore strategico: è oggi leader mondiale in settori cruciali come le terre rare, la tecnologia verde e le infrastrutture digitali, componenti indispensabili per gli stessi obiettivi di transizione e competitività dell’UE.

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Dal doppio standard alla globalizzazione multipolare: il ruolo della Cina nella costruzione di una governance equa

 

 

Il sistema internazionale contemporaneo si trova oggi in una fase di transizione complessa che si caratterizza per conflitti regionali, crisi economiche ricorrenti e nuove dinamiche e tendenze multipolari; in tale contesto, emerge con forza e si pone al centro la questione del doppio standard geopolitico, ossia l’applicazione selettiva e parziale di norme e principi di diritto internazionale che si vorrebbero universali soprattutto in funzione degli interessi della potenza che ha guidato la fase unipolare della Storia seguita alla fine della Guerra Fredda. Questa prassi, lungi dall’essere episodica e recente, ha piuttosto rappresentato una costante nella storia delle relazioni internazionali e sia oggi che come spesso verificatosi nel corso storico degli eventi costituisce uno degli ostacoli principali alla costruzione di una pace stabile e duratura.

Il presente contributo, che si inserisce nel focus Cina e Unione Europea. Ascesa Pacifica e Globalizzazione Multipolare, intende esaminare in che misura il superamento di tale doppio standard possa configurarsi come un autentico mutamento di prospettiva politica e di paradigma culturale. Si tratta di un cambiamento necessario non solo ai fini della stabilità europea, ma anche in vista della costruzione di una governance globale più inclusiva ed equa, nella direzione delineata da Pechino come possibile via d’uscita alle attuali tensioni.

Particolare attenzione sarà dedicata alle iniziative promosse dalla Cina — come la Global Development Initiative, la Global Security Initiative (ISG), l’Office for International Mediation (OIM) di Hong Kong e la più recente Global Civilization Initiative (GCI) — e al ruolo dell’Unione Europea come potenza normativa.


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Italia e Cina in Africa: relazioni strategiche oltre l’ideologia dei diritti umani

 

 

Nel 2025 ricorrono i cinquantacinque anni dall’avvio delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Popolare Cinese, formalizzate nel novembre 1970. Si tratta di un anniversario che non rappresenta soltanto un traguardo simbolico, ma anche un’occasione di riflessione sul percorso di due Paesi che, pur appartenendo a contesti politici, culturali ed economici differenti, hanno progressivamente costruito un dialogo articolato e pragmatico. In un’epoca segnata dal declino dell’unipolarismo statunitense, dal riemergere di potenze regionali e dall’affermarsi di un sistema multipolare complesso, le relazioni sino-italiane assumono un valore strategico per la definizione di nuovi equilibri globali, nei quali l’Europa cerca di ridefinire la propria identità politica e la Cina consolida il proprio ruolo di potenza globale.

La cooperazione tra Roma e Pechino si è sviluppata nel corso dei decenni, evolvendo da una dimensione prevalentemente politico-diplomatica verso ambiti economici, scientifici e culturali di crescente rilevanza. Negli ultimi anni, tale cooperazione ha trovato un terreno di interesse comune nel continente africano, concepito non solo come spazio di investimento e sviluppo, ma anche come arena di confronto geopolitico strategico. Il consolidamento della cosiddetta partnership triangolare Italia–Cina–Africa apre la possibilità di delineare un modello di cooperazione fondato su una logica winwinwin, capace di generare benefici reciproci per tutti gli attori coinvolti: la Cina, attraverso l’espansione economica e tecnologica; l’Italia, valorizzando il proprio know-how industriale e la capacità di diplomazia economica; e i Paesi africani, mediante il sostegno a processi di sviluppo sostenibile e infrastrutturale. Questo paradigma, ancora in fase di definizione, costituisce un banco di prova significativo della capacità dei due Paesi di conciliare crescita economica, sostenibilità ambientale e responsabilità internazionale.

Tale modello si inserisce però in un contesto globale complesso, in cui la retorica dei diritti umani e i modelli di governance di matrice occidentale continuano a costituire elementi di tensione e frizione culturale. Ciò impone la necessità di promuovere un dialogo più inclusivo, pragmatico e rispettoso delle diverse tradizioni politico-istituzionali. Il dibattito contemporaneo evidenzia come la dimensione dei diritti umani, pilastro dell’ordinamento internazionale di derivazione statunitense, richieda di essere ripensata alla luce delle sfide globali del XXI secolo, quali le disuguaglianze economiche, le emergenze ambientali, la sicurezza alimentare e l’accesso alle risorse naturali.


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