di Andrea Turi
Il sistema internazionale contemporaneo si trova oggi in una fase di transizione complessa che si caratterizza per conflitti regionali, crisi economiche ricorrenti e nuove dinamiche e tendenze multipolari; in tale contesto, emerge con forza e si pone al centro la questione del doppio standard geopolitico, ossia l’applicazione selettiva e parziale di norme e principi di diritto internazionale che si vorrebbero universali soprattutto in funzione degli interessi della potenza che ha guidato la fase unipolare della Storia seguita alla fine della Guerra Fredda. Questa prassi, lungi dall’essere episodica e recente, ha piuttosto rappresentato una costante nella storia delle relazioni internazionali e sia oggi che come spesso verificatosi nel corso storico degli eventi costituisce uno degli ostacoli principali alla costruzione di una pace stabile e duratura.
Il presente contributo, che si inserisce nel focus Cina e Unione Europea. Ascesa Pacifica e Globalizzazione Multipolare, intende esaminare in che misura il superamento di tale doppio standard possa configurarsi come un autentico mutamento di prospettiva politica e di paradigma culturale. Si tratta di un cambiamento necessario non solo ai fini della stabilità europea, ma anche in vista della costruzione di una governance globale più inclusiva ed equa, nella direzione delineata da Pechino come possibile via d’uscita alle attuali tensioni.
Particolare attenzione sarà dedicata alle iniziative promosse dalla Cina — come la Global Development Initiative, la Global Security Initiative (ISG), l’Office for International Mediation (OIM) di Hong Kong e la più recente Global Civilization Initiative (GCI) — e al ruolo dell’Unione Europea come potenza normativa.
L’architettura del sistema internazionale contemporaneo attraversa una fase di profonda riconfigurazione, segnata dall’intreccio di conflittualità regionali, instabilità economico-finanziarie e dall’affermarsi di dinamiche multipolari. In questo scenario fluido, acquisisce rinnovata centralità analitica il fenomeno del doppio standard geopolitico, inteso come l’applicazione difforme e strumentale di norme e principi di diritto internazionale formalmente universali, piegati in realtà a servizio degli interessi della potenza egemone emersa dalla fase unipolare post-Guerra Fredda. Una prassi, questa, che non costituisce una mera anomalia contingente, bensì una costante strutturale nella storia delle relazioni internazionali, nonché uno dei principali fattori di impedimento al conseguimento di un ordine pacifico e stabile.
Il concetto di doppio standard designa l’applicazione difforme e strumentale di principi a vocazione universale, quali il rispetto della sovranità nazionale, l’autodeterminazione dei popoli o la protezione dei diritti umani. Tale meccanismo si palesa con particolare evidenza nell’atteggiamento della comunità internazionale, allorché condanne formali verso determinate violazioni si accompagnano alla tolleranza, quando non alla palese giustificazione, di altre violazioni di analoga gravità, in funzione dell’identità dell’autore o della rilevanza geopolitica del teatro di crisi.
Benché non esista una definizione univoca, potremmo dire che il doppio standard è la pratica sistematica, da parte di Stati egemoni o di istituzioni internazionali da essi influenzate, di applicare norme e principi di diritto internazionale e i criteri di legittimità politica in modo non uniforme, selettivo e differenziato, giustificando azioni simili in modi diametralmente opposti a seconda dell’identità degli attori coinvolti, dei loro interessi strategici o dell’allineamento politico degli stati destinatari dell’azione, minando, così, la credibilità e l’autorevolezza dell’ordine normativo che affermano di rappresentare.
La scienza politica converge nel vedere il doppio standard non come una semplice “ipocrisia”, bensì come un meccanismo di potere strutturale che rivela la tensione irrisolta tra la pretesa di universalità delle norme internazionali e la realtà particolaristica degli interessi delle grandi potenze; la sua esistenza è un indicatore chiave della crisi di legittimità di un ordine egemonico e tali incoerenze normative contribuiscono a rafforzare la percezione di un ordine internazionale strutturalmente asimmetrico.
Dopo la Guerra Fredda, l’egemonia normativa statunitense raggiunse il suo apice, trasformando il Washington Consensus – con la sua triade di liberalizzazione economica, democratizzazione politica e libero scambio – da semplice ricetta politica a unico orizzonte di sviluppo percepibile e legittimo a livello globale. Questa ascendenza normativa costituì la manifestazione più sofisticata del potere nordamericano, che non si esauriva nella coercizione ma si esprimeva attraverso una ridefinizione completa dell’ecosistema delle relazioni internazionali. Gli Stati Uniti definivano unilateralmente l’agenda geopolitica, elevando temi come la non-proliferazione nucleare e i diritti umani a imperativi categorici, mentre marginalizzavano sistematicamente altre istanze. Attraverso un’accurata sovradeterminazione semantica, Washington riuscì a imporre un lessico politico dove concetti come “Stato canaglia” o “responsabilità di proteggere” apparivano come categorie neutrali nonostante fossero intrinsecamente carichi di valori occidentali. Parallelamente, le istituzioni da loro promosse come FMI e OMC cristallizzarono le regole del capitalismo democratico-liberale come unico modello legittimo, producendo un’adesione spontanea al quadro normativo nordamericano dove economia di mercato e democrazia liberale venivano percepite non come scelte contingenti ma come esiti naturali e universalmente desiderabili, realizzando così quella forma di egemonia gramsciana che trasforma visioni particolaristiche in senso comune globalizzato.
Il progetto di un ordine liberale universale, però, ha esaurito la sua spinta propulsiva, deluso dalle sue contraddizioni interne e dall’emergere di modelli alternativi di successo.
Attualmente, tale primato normativo occidentale è oggetto di una contestazione sempre più profonda. La Repubblica Popolare Cinese si è affermata non soltanto come potenza economica ma come attore cardinale in questa transizione epocale, la cui proiezione di potere trascende la sfera puramente materiale e la cui sfida allo status quo internazionale investe dimensioni che travalicano il mero calcolo di potenza materiale. Promuovendo attivamente un normativo alternativo, la cui architettura concettuale si fonda sui pilastri della sovranità nazionale assoluta, del principio di non interferenza negli affari interni e di un strategicamente evocativo concetto di destino comune dell’umanità, Pechino si propone come archetipo di una modernità non liberale e attraverso un sofisticato arsenale di strumenti – dalla Belt and Road Initiative alla Global Security Initiative (GSI) e alla Global Civilization Initiative (GCI) – la Cina non contesta semplicemente la distribuzione del potere entro il sistema, ma ne mette in discussione i fondamenti normativi costitutivi.
La reazione cinese alla critica del doppio standard occidentale va ben oltre la dimensione della contestazione, configurandosi come un’articolata contro-proposta di carattere sistemico che mira a istituire un modello alternativo di governance globale. Questo paradigma si fonda sul principio cardine della sovranità nazionale assoluta, sul rigetto di qualsiasi forma d’interferenza negli affari interni e sulla filosofia del cercare un terreno comune mentre si preservano le differenze. Tale approccio promuove un pluralismo normativo che riconosce pari dignità alla coesistenza di differenti modelli di governance, minando alle fondamenta la pretesa universalistica dell’ordine liberale. In questa prospettiva, l’ascesa della Cina non solo incarna ma catalizza la transizione da un sistema internazionale storicamente egemonizzato verso un assetto ormai compiutamente policentrico, nel quale la contesa per l’egemonia normativa si profila come la dimensione strategica decisiva della competizione geopolitica nel corso del XXI secolo.
La transizione in atto nell’ordine internazionale non va interpretata come un mero passaggio di consegne egemoniche dagli Stati Uniti alla Cina. Piuttosto, essa segna un mutamento di fase sistemica: il superamento del modello di egemonia unipolare a favore di un assetto globale complesso e policentrico, caratterizzato dalla compresenza di molteplici poli di potere, architetture istituzionali sovrapposte e attori transnazionali. La crisi che osserviamo, pertanto, non è esclusivamente dell’egemone americano, bensì della forma-Stato egemonica stessa che ha strutturato le relazioni internazionali negli ultimi decenni. Tuttavia, l’ordine internazionale a guida statunitense non è in fase di disfacimento esclusivamente a causa del suo relativo declino materiale, bensì per una crisi di legittimità che ne corrode le fondamenta. Ci troviamo di fronte a un paradosso tipico delle fasi di transizione egemonica: il persistere di una preminenza materiale svuotata della sua autorità politica e morale. Gli Stati Uniti, in altre parole, conservano una schiacciante capacità di coercizione, ma hanno progressivamente eroso il consenso e l’adesione ideologica necessari per esercitare una leadership stabile e riconosciuta.
È proprio in questa crisi di legittimità, nel divario crescente tra potere materiale e autorità riconosciuta, che si innesta la contraddizione fondamentale dell’Unione Europea in quanto attore globale. Se gli Stati Uniti incarnano il paradosso di un egemone che conserva la forza ma ha smarrito il consenso, l’Unione Europea rappresenta un paradosso forse ancora più profondo: quello di essere una potenza normativa la cui azione esterna, lungi dall’essere un baluardo contro il disordine, rischia di elevare il doppio standard a sua summa specifica, applicando con rigore selettivo il proprio corpus di valori a seconda degli interlocutori e degli interessi strategici in gioco.
Questa dicotomia genera una doppia narrazione insostenibile nel lungo periodo: da un lato, Bruxelles si erge a paladina di un universalismo di valori – diritti umani, Stato di diritto, democrazia liberale che propone come fondamento di qualsiasi relazione privilegiata; dall’altro, di fronte a partner strategici, quegli stessi principi vengono sospesi o negoziati, rivelando come l’interesse e la Realpolitik siano il vero motore della sua politica estera. L’Unione europea, in tal modo, non solo fallisce nel suo progetto normativo, ma legittima, con la sua incoerenza, le medesime pratiche che dichiara di voler combattere negli attori revisionisti.
Questa strategia porta con sé conseguenze profonde e spesso inattese. Nel momento in cui l’Unione Europea presenta i propri valori come universali, naturali e non negoziabili, essi finiscono per mostrare la loro natura intrinsecamente politica e culturale. Invece di favorire un’adozione spontanea, suscitano resistenze e reazioni di difesa identitaria: molti Stati e società percepiscono questa pressione come una forma di colonialismo normativo e rispondono rafforzando narrative sovraniste o cercando alternative nei modelli proposti da potenze come Cina e Russia, che pongono al centro la sovranità e le specificità nazionali.
Al tempo stesso, la pretesa di universalità espone l’UE a un onere di coerenza quasi insostenibile. Ogni volta che, per ragioni geopolitiche o economiche, essa sospende o attenua l’applicazione dei propri principi – ad esempio collaborando con regimi autoritari o allentando le condizionalità sui diritti umani di fronte alle pressioni migratorie – non si tratta di semplici compromessi tattici, ma di contraddizioni che mettono a nudo il doppio standard su cui poggia la sua retorica. Queste incongruenze minano la sua credibilità, offrono ai concorrenti un potente strumento retorico e alimentano nel Sud Globale la percezione di un imperialismo occidentale mascherato da universalismo.
In conclusione, il tentativo di trasformare i propri valori in senso comune globale, che dovrebbe essere il culmine della potenza normativa, rischia di agire come un’arma a doppio taglio: più che consolidare l’influenza pacifica dell’UE, finisce spesso per generare resistenza, mettere in luce l’ipocrisia e limitare la sua autonomia strategica in un contesto internazionale sempre più multipolare e refrattario a lezioni morali.
Proprio in questa crisi di coerenza – dove la pretesa di universalità espone l’UE a un onere normativo quasi insostenibile, rendendo ogni compromesso tattico con regimi autoritari o ogni attenuazione delle condizionalità una palese conferma del suo doppio standard – si rivela l’importanza strategica della risposta cinese. Mentre Bruxelles fatica a conciliare i suoi principi con le esigenze della Realpolitik, rimanendo prigioniera di una narrativa che ne limita l’autonomia strategica, Pechino sta agendo in direzione diametralmente opposta. Conscia dell’impasse generata dal doppio standard europeo, la Cina non si limita a denunciare l’ipocrisia occidentale, ma sta costruendo attivamente architetture alternative di governance globale. Attraverso la Global Security Initiative (GSI), promuove un concetto di sicurezza indivisibile e non gerarchica, mentre con la Global Civilization Initiative (GCI) sfida il monopolio interpretativo dei valori universali, proponendo un dialogo orizzontale tra civiltà. È proprio in questo sforzo di costruire un lessico geopolitico alternativo – che rifiuta il diritto di ingerenza per affermare la sovranità, e contesta l’universalismo astratto per valorizzare il pluralismo civilizzazionale – che risiede il suo contributo più significativo – che propone e promuove la visione secondo cui esistono diverse civiltà al mondo, ognuna con i propri valori, sistemi politici e percorsi di sviluppo, che hanno tutte pari dignità e diritto di coesistere. È un principio che si oppone direttamente all’idea che esista un unico modello di civiltà (ad esempio, quello liberal-democratico occidentale) da imporre o considerare superiore agli altri. In un contesto internazionale sempre più multipolare e refrattario a lezioni morali, queste iniziative non rappresentano solo una sfida all’egemonia normativa europea, ma offrono un vocabolario concreto per superare quelle asimmetrie che continuano ad avvelenare il rapporto tra Bruxelles e Pechino; così, mentre l’Occidente propone un universalismo che spesso si traduce in assimilazione, la Cina promuove un pluralismo civilizzazionale e normativo che, riconoscendo pari dignità a ogni tradizione culturale e sistema di valori, aspira a costruire un ordine mondiale non più egemonico ma dialogico. Il pluralismo normativo cinese si consolida come architettura concettuale alternativa all’universalismo occidentale, articolandosi attraverso una riconfigurazione strategica dei fondamenti della governance globale. Questo paradigma trasforma il principio di non interferenza da semplice barriera difensiva a componente attiva di un’alternativa sistemica, dove la sovranità nazionale assoluta funge da baluardo contro quelle che Pechino condanna come forme di neo-colonialismo normativo. Contemporaneamente, la visione cinese scardina la gerarchia valoriale occidentale attraverso una rilettura anti-utopica delle relazioni internazionali, eleggendo la coesistenza tra civiltà a principio organizzativo capace di legittimare modelli di modernità alternativi che dissociano sviluppo economico da democratizzazione.
Sul piano operativo, questa filosofia si traduce in un multilateralismo funzionale che, attraverso la creazione di istituzioni parallele come AIIB e BRI, pratica un institutional hedging volto a fornire beni pubblici globali senza imporre contropartite normative. Completando questa architettura concettuale, la narrativa cinese opera un capovolgimento epistemologico della gerarchia dei diritti, ponendo i diritti allo sviluppo e alla sopravvivenza al vertice, trasformando così il successo economico cinese da eccezione a modello legittimo. Nel loro insieme, queste mosse strategiche delegittimano le ingerenze occidentali presentandole come espressione di egemonia culturale, mentre costruiscono alleanze trasversali con tutti gli attori refrattari al moralismo liberale, posizionando infine Pechino non come semplice power-shaker[1] ma come rule-maker nella battaglia per definire i parametri della legittimità internazionale del XXI secolo.
Di fronte al persistente doppio standard occidentale, la Cina ha dunque elaborato una risposta che travalica la mera contestazione per strutturarsi in un’alternativa di sistema. Tale contro-proposta si incardina su un’architettura di governance globale che eleva a principi cardinali l’inviolabilità della sovranità nazionale, la non ingerenza negli affari interni e la dialettica del ricercare un terreno comune pur preservando le differenze. Questa cornice teorica proietta un pluralismo normativo volto a legittimare la coesistenza – e il reciproco riconoscimento – di modelli di governance eterogenei, scalzando alle fondamenta la pretesa di universalità proprio dell’ordine liberale. In tal modo, l’ascesa cinese non si limita a perturbare gli equilibri di potere, ma cristallizza e accelera la transizione epocale verso un assetto mondiale policentrico, nel quale la contesa per l’egemonia normativa si profila come la dimensione decisiva della competizione geopolitica del secolo. Sì, perché la transizione epocale in atto nel sistema internazionale non è più una prospettiva futura, bensì una realtà empirica innegabile: il progetto egemonico occidentale, finalizzato all’espansione di un ordine liberale universale basato sulla triade democrazia liberale, diritti umani individualisti ed economia di mercato aperta, ha sostanzialmente naufragato. Il suo limite fatale è emerso nella collisione con la resilienza e la riaffermazione di modelli di governance alternativi. L’assetto globale sta così virando verso un pluralismo assiologico e istituzionale irriducibile, smentendo definitivamente le profezie sulla “fine della storia”. La teleologia di una convergenza inevitabile verso il modello liberal-democratico si è rivelata un’illusione antropocentrica, figlia di un ottimismo post-Guerra Fredda ormai obsoleto.
Tuttavia, questa transizione verso un ordine multipolare non avverrà in modo lineare o pacifico. Al contrario, essa si profila come un’epoca di grande instabilità sistemica, caratterizzata non dall’omologazione ideologica, bensì da una coesistenza conflittuale e da una competizione sistemica tra modelli politici, economici e civiltà profondamente diversi. Il futuro delle relazioni internazionali non assisterà alla semplice sostituzione di un egemone con un altro, ma alla fine dell’egemonia monoculturale così come l’abbiamo conosciuta. In questo scenario, la sfida primaria della governance globale cessa di essere la gestione di un ordine unipolare, per divenire la ricerca di un equilibrio dinamico e di forme di cooperazione fattibile in un mondo intrinsecamente plurale e policentrico.
È proprio in questo contesto di crisi dell’universalismo occidentale e di ricerca di nuovi paradigmi che le iniziative della Repubblica Popolare Cinese acquisiscono una rilevanza cruciale; Pechino non si limita a contestare la distribuzione di potere, ma avanza proposte concrete per l’architettura della prossima governance globale, offrendo un vocabolario e una piattaforma normativa alternativi, incentrati sui principi di sovranità inviolabile, non interferenza e rispetto della diversità dei percorsi di sviluppo. L’analisi di queste iniziative e del loro potenziale impatto sarà quindi fondamentale per comprendere le traiettorie possibili del nascente ordine multipolare.
Pechino sta articolando un progetto organico di governance globale alternativo, radicato nel quadro concettuale della Global Security Initiative (GSI), della Global Development Initiative (GDI) e della Global Civilization Initiative (GCI), nonché nell’operatività concreta dell’Organizzazione Internazionale per la Mediazione (IOM) di Hong Kong. Questo impianto normativo e istituzionale persegue l’obiettivo di riorganizzare la cooperazione internazionale attorno ai tre pilastri di sicurezza, sviluppo e dialogo interculturale, promuovendo un ordine fondato su equità, inclusività e benefici condivisi. In questa prospettiva, le iniziative cinesi si propongono come una risposta diretta alla crisi di legittimità del doppio standard occidentale, avanzando un paradigma alternativo che si fonda su una serie di principi distintivi. Tale modello – il quale si offre come più equo e meno ipocrita rispetto all’ordine guidato dall’Occidente -privilegia il primato della sovranità nazionale e del non-interventismo, rifiutando logiche interventiste; persegue un’orizzontale inclusività multipolare in netto contrasto con la formazione di alleanze esclusive e verticistiche; incentiva uno sviluppo pragmatico e svincolato da condizionalità ideologiche; e infine, rivendica una coerenza diplomatica e un’applicazione universale dei propri principi, in antitesi a un approccio selettivo e strumentale al diritto internazionale.
Quando osservano le asimmetrie e le selettività nell’applicazione delle norme internazionali, gli studiosi e i commentatori cinesi non adottano il termine colloquiale di doppio standard. Al contrario, essi impiegano un quadro concettuale più sofisticato e politicamente carico, che inquadra il fenomeno non come mera ipocrisia, bensì come il sintomo prevedibile di un disordine internazionale più profondo, perpetuato dall’Occidente. La loro analisi si articola attorno a tre pilastri concettuali fondamentali. In primo luogo, la critica più radicale è rivolta contro quella che definiscono Egemonia (霸权, bàquán) e Egemonismo (霸权主义, bàquán zhǔyì). In questa prospettiva, l’egemonia non è riducibile al semplice dominio militare; essa si estende al controllo degli standard tecnologici, della formulazione delle regole globali e dell’egemonia discorsiva. La narrativa prevalente sostiene che l’Occidente, sotto la guida degli Stati Uniti, utilizzi il suo potere per creare e imporre un sistema di regole concepito per favorire i propri interessi strategici ed economici, per poi ignorarlo o sovvertirlo sistematicamente quando esso diviene un intralcio. Questo comportamento non è quindi interpretato come una deviazione occasionale, ma come l’essenza stessa della prassi egemonica. Esempi concreti addotti includono la giustificazione di interventi militari sotto la bandiera del “diritto umanitario” in scenari come la Libia, in netto contrasto con l’inerzia osservata in crisi analoghe che coinvolgono alleati strategici; l’applicazione di sanzioni economiche extraterritoriali e unilaterali, che violano i principi di sovranità che l’Occidente afferma di difendere; e la promozione di una narrativa sui diritti digitali che accusa la Cina di sorveglianza, mentre i medesimi attori sono coinvolti in operazioni di sorveglianza di massa globale, come emerso nello scandalo PRISM.
In secondo luogo, gli analisti cinesi spiegano queste pratiche come un retaggio della mentalità da Guerra Fredda (冷战思维, lěngzhàn sīwéi) e della correlata da una mentalità da blocco (阵营思维, zhènyíng sīwéi); secondo questa lettura, quindi, il mondo continua a essere concettualmente diviso in sfere di influenza e blocchi antagonisti in cui l’Occidente tratterebbe i Paesi all’interno del suo blocco ristretto – come i membri della NATO o i suoi alleati asiatici – secondo un insieme di regole basato su garanzie di sicurezza e indulgenza politica, mentre applicherebbe un regime di scrutinio e contenimento totalmente differente ai Paesi percepiti come rivali strategici, prima fra tutti la Cina e la Russia. La creazione e il potenziamento di alleanze esclusive e chiuse, come AUKUS o il Quad, sono visti come l’incarnazione contemporanea di questa mentalità divisiva, che genera strutturalmente e legittima l’applicazione selettiva degli standard internazionali.
Infine, in antitesi a questo sistema, Pechino propone e promuove la ricerca di un vero multilateralismo (真正的多边主义, zhēnzhèng de duōbiān zhǔyì), contrapponendolo a quello che definisce un falso multilateralismo (假多边主义, jiǎ duōbiān zhǔyì) praticato dall’Occidente. Il doppio standard è, in questa visione, il sintomo lampante di un multilateralismo fasullo, in cui un ristretto circolo di Paesi pretende di dettare l’agenda globale e di imporre le proprie volontà al resto del mondo, utilizzando le istituzioni internazionali come mere pedine di legittimazione quando conveniente. Al contrario, il vero multilateralismo a cui la Cina aspira si fonda su un sistema in cui tutti gli Stati, grandi e piccoli, partecipano su un piano di parità alla definizione delle regole comuni; un approccio alternativo, più autentico, inclusivo e rispettoso della sovranità dei partecipanti. In definitiva, il frame cinese sposta il dibattito dalla condotta morale dei singoli attori all’analisi strutturale di un sistema di potere asimmetrico, proponendo la propria visione come l’unica in grado di superarne le contraddizioni intrinseche.
Yan Xuetong, tra i più influenti teorici cinesi delle relazioni internazionali, delinea i contorni di un futuro ordine globale fondamentalmente diverso da quello attuale. La sua tesi centrale è che l’ascesa della Cina non si limiterà a alterare gli equilibri di potere, ma promuoverà un sistema internazionale autenticamente multipolare, governato da un “realismo morale”. Secondo questa prospettiva, la stabilità e la legittimazione dell’ordine non deriverebbero dall’imposizione coercitiva di norme percepite come ipocrite, bensì dalla forza dell’esempio virtuoso delle potenze leader. Questo approccio costituisce una vera e propria dottrina di potere raffinata, la quale postula che, sul lungo periodo, la via più efficace per la supremazia internazionale passi attraverso la costruzione di uno Stato esemplare, sia nella sua governance interna – garantendo sviluppo e stabilità – che nella sua condotta estera – basata sull’affidabilità e l’equità.
In questo quadro, il fenomeno del doppio standard non è una semplice scorrettezza diplomatica, ma un fattore che corrompe alle fondamenta la fiducia sistemica, rendendo impossibile una cooperazione internazionale duratura. Come efficacemente sintetizzato dall’analista Wang Yiwei, questa critica si spinge oltre la contingenza politica per toccare un piano culturale più profondo l’Occidente ha utilizzato le norme internazionali come un’arma per dividere il mondo tra civili e barbari. La Cina, al contrario, propone un paradigma alternativo di civiltà multiple, fondato sulla loro pacifica coesistenza. In definitiva, il pensiero di Yan Xuetong fornisce alla Cina un manuale strategico per un’ascesa sia pacifica che assertiva, che mira a sfidare l’egemonia occidentale non solo sul piano materiale, ma soprattutto proponendo un’alternativa percepita come intrinsecamente più giusta, stabile e inclusiva.
La Global Development Initiative (GDI, 全球发展倡议, Quánqiú Fāzhǎn Chàngyì) è stata lanciata dal presidente cinese Xi Jinping durante il dibattito generale della 76ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre 2021. Concepita per riportare lo sviluppo al centro dell’agenda globale, l’iniziativa mira a coordinare gli sforzi internazionali nell’affrontare le sfide comuni, favorire la ripresa post-pandemica e sfruttare le nuove opportunità, con l’obiettivo di aprire la strada a un futuro di sviluppo sostenibile condiviso e alla creazione di una comunità globale orientata al progresso comune.
Con un semplice “desidero proporre un’Iniziativa per lo Sviluppo Globale”, Xi Jinping delineò le basi di tale proposta — perseverare nella priorità dello sviluppo, adottare un approccio incentrato sulle persone, perseguire benefici per tutti, promuovere l’innovazione, coltivare l’armonia tra uomo e natura e privilegiare azioni orientate ai risultati — sottolineando al contempo la necessità di rafforzare la solidarietà internazionale e promuovere il rispetto reciproco e la cooperazione vantaggiosa per tutti nelle relazioni tra Stati.
La Global Development Initiative affonda le proprie radici in una solida base concettuale che poggia su pilastri filosofici ben definiti. Innanzitutto, essa riafferma con forza il principio dello sviluppo come diritto fondamentale dei popoli e come prerequisito indispensabile per la pace e la stabilità internazionale, partendo dalla visione che povertà e sottosviluppo rappresentino le cause primarie di instabilità globale. Questo approccio è profondamente impregnato del principio cardine della politica estera cinese del rispetto della sovranità nazionale e della non interferenza negli affari interni, il che si traduce in una cooperazione allo sviluppo che deliberatamente evita condizionalità politiche o legate ai diritti umani, preferendo invece concentrarsi su partnership pragmatiche e reciprocamente vantaggiose. La filosofia win-win promuove infatti l’idea che la cooperazione allo sviluppo non debba essere considerata un atto di carità, ma piuttosto una relazione paritaria in cui tutti i partecipanti traggono beneficio, con la Cina che si presenta come partner di sviluppo che ha personalmente vissuto e superato sfide analoghe.
I vantaggi dell’iniziativa si manifestano attraverso prospettive diverse a seconda degli attori coinvolti. Per i Paesi in via di sviluppo, la GDI rappresenta un accesso cruciale a risorse finanziarie, tecnologiche e conoscitive senza le condizionalità spesso percepite come punitive imposte dai donatori tradizionali, offrendo al contempo una flessibilità che permette di allineare i progetti alle priorità nazionali e garantendo un approccio pragmatico volto a ottenere risultati tangibili in settori chiave come le infrastrutture e l’industrializzazione. Per la Cina, l’iniziativa funge da potente strumento di soft power e leadership morale, presentando il Paese come partner costruttivo e responsabile mentre promuove i propri principi di governance globale come il multilateralismo inclusivo e la sovranità nazionale, contrapponendoli al modello liberale guidato dall’Occidente. Questo approccio contribuisce inoltre a creare stabilità e prosperità regionale, riducendo i rischi di conflitto e aprendo nuovi mercati, mentre offre ai paesi del Sud Globale alternative concrete riducendo la loro dipendenza esclusiva dalle istituzioni finanziarie tradizionali.
A livello di governance globale, invece, la GDI apporta un contributo significativo rivitalizzando gli sforzi per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile attraverso la mobilitazione di nuove risorse e attenzione politica, introducendo al contempo un salutare pluralismo nella cooperazione allo sviluppo che stimola una benefica competizione di idee e modelli, spingendo tutti gli attori a migliorare le proprie pratiche e approcci.
La Global Development Initiative (GDI) venne presentata dal presidente Xi Jinping nel settembre 2021, in un momento in cui il mondo era ancora fortemente segnato dagli effetti della pandemia di COVID-19 e si avvertiva con urgenza la necessità di rilanciare la cooperazione internazionale. L’iniziativa si proponeva di riportare lo sviluppo sostenibile al centro dell’agenda globale, contribuendo al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 e promuovendo una ripresa economica equa, inclusiva e resiliente su scala mondiale.
Pochi mesi più tardi, nell’aprile 2022, lo stesso Xi Jinping presentò, in occasione del Boao Forum for Asia, la Global Security Initiative (GSI). Tale proposta nacque in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, segnato dai conflitti e dalle rivalità tra potenze, in particolare in Ucraina e nella regione Indo-Pacifico. Con la GSI, Pechino intendeva promuovere un nuovo paradigma di sicurezza globale, fondato su cooperazione, rispetto reciproco e multilateralismo, in contrapposizione alle logiche di blocchi contrapposti e alla competizione a somma zero che, secondo la visione cinese, caratterizzano l’approccio prevalente in ambito occidentale.
Più che un semplice piano d’azione, l’iniziativa si configura come una visione strutturata delle relazioni internazionali, concepita come risposta elaborata e alternativa a un ordine di sicurezza globale percepito come in crisi. Le sue fondamenta poggiano su un’analisi accurata delle minacce alla stabilità mondiale e su un chiaro orientamento filosofico e politico, volto a proporre una concezione della sicurezza fondata su interdipendenza, equilibrio e cooperazione condivisa.
L’Iniziativa per la Sicurezza Globale nasce, dunque, dalla necessità di colmare i profondi deficit di equità e sostenibilità che caratterizzano l’attuale architettura di sicurezza globale. Essa intende offrire una risposta costruttiva alle crescenti criticità di un sistema che, segnato da logiche di egemonia e da una mentalità da blocco contrapposto, ha rivelato i propri limiti strutturali.
Al cuore della proposta cinese vi è un netto rifiuto di pratiche quali l’espansione di alleanze militari esclusive, l’applicazione di sanzioni unilaterali e l’interventismo selettivo – elementi che hanno perpetuato un inaccettabile doppio standard nell’applicazione del diritto internazionale, subordinando i principi collettivi agli interessi particolari di pochi.
La GSI si fonda, pertanto, su un principio alternativo e fondante: la sicurezza è un bene comune e indivisibile. La stabilità autentica non può essere costruita sull’instabilità altrui, ma solo attraverso un impegno condiviso volto a garantire che la sicurezza di una nazione non sia mai perseguita a scapito di quella di un’altra. L’approccio della Global Security Initiative (GSI) alla sicurezza globale si articola attorno a sei pilastri fondamentali e profondamente interconnessi, che ne delimitano i contorni concettuali e operativi. Al cuore di questa architettura vi è il principio dell’indivisibilità della sicurezza, il quale afferma che una sicurezza autentica può essere solo di natura collettiva e cooperativa, rifiutando esplicitamente l’idea che la stabilità di un Paese possa o debba essere costruita sull’instabilità di un altro. Questo si contrappone in modo diretto alla logica delle alleanze militari esclusive e dei blocchi contrapposti.
A sostegno di questa visione, un valore non negoziabile per Pechino è il rispetto assoluto della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale. Questo principio, che rappresenta l’applicazione concreta della dottrina della non interferenza, implica il rifiuto di qualsiasi forma di interventismo, ingerenza negli affari interni e sostegno a forze separatiste. Per garantire un quadro universalmente legittimo, la GSI ribadisce una ferma adesione allo scopo e ai principi dello Statuto delle Nazioni Unite, posizionandosi come paladina di un multilateralismo autentico in cui l’ONU è considerata l’unico foro legittimo per la sicurezza collettiva, in antitesi a quelle che definisce come coalizioni ristrette e selettive.
Completano questo quadro l’attenzione agli interessi e alle preoccupazioni legittimi di tutti i Paesi, con un focus particolare sulle esigenze delle nazioni in via di sviluppo spesso emarginate dai modelli di sicurezza dominanti; la promozione della soluzione pacifica delle controversie attraverso il dialogo e la consultazione, privilegiando la diplomazia rispetto all’uso della forza o alle sanzioni coercitive; e, infine, il riconoscimento della necessità di affrontare sia le minacce alla sicurezza tradizionale che quelle non tradizionali, dalle crisi climatiche al terrorismo e alla cybersecurity, evidenziando così una comprensione olistica e moderna delle sfide globali.
A completare e consolidare il quadro concettuale disegnato dalla Global Development Initiative e dalla Global Security Initiative, nel 2025 Pechino ha promosso l’istituzione dell’International Organization for Mediation (IOM) a Hong Kong, creando così un’architettura integrata che rispecchia la visione cinese di un nuovo ordine globale.
Questo binomio delinea una visione sinergica della stabilità internazionale: se da un lato la GDI interviene sulla dimensione socio-economica, affrontando le cause profonde dell’instabilità attraverso un modello di sviluppo cooperativo e inclusivo, dall’altro l’IOM fornisce lo strumento concreto per la gestione delle controversie. In tal modo, esso incarna e traduce in pratica i principi cardine della parallela Global Security Initiative (GSI) quali il rispetto della sovranità nazionale, la non interferenza e un multilateralismo autentico, offrendo un’alternativa percettibile ai meccanismi di risoluzione dei conflitti dominati dall’Occidente.
Nel loro insieme, le due iniziative cinesi danno, così, vita a un ecosistema di proposte integrato e reciprocamente rafforzante. La prima getta le basi per una pace positiva, rimuovendo le diseguaglianze che alimentano il conflitto attraverso la prosperità condivisa; la seconda garantisce gli strumenti per una pace negativa, contenendo e risolvendo le dispute attraverso il dialogo e prevenendone l’escalation.
Questa duplice offerta configura la risposta cinese – strutturata e sistemica – alla domanda di un nuovo ordine internazionale che emerga dal Sud del mondo: un modello che propone non solo risorse per lo sviluppo, ma anche un paradigma alternativo e sovrano per la pacifica composizione delle controversie. Un approccio che, superando i tradizionali schemi egemonici, mira a costruire una governance globale realmente rappresentativa e fondata sul principio della sicurezza indivisibile.
Il 30 maggio 2025 si è tenuta a Hong Kong – la scelta della città come sede riflette la volontà di valorizzare il suo ruolo di ponte giuridico e diplomatico tra Oriente e Occidente, e di consolidarla come piattaforma per la cooperazione internazionale nel campo della risoluzione pacifica delle controversie – la cerimonia per la firma della Convenzione sull’istituzione dell’Organizzazione internazionale per la mediazione (IOM) alla presenza del membro dell’Ufficio politico del Comitato centrale del Partito comunista cinese e ministro degli Esteri Wang Yi e di circa 400 rappresentanti di alto livello provenienti da 85 Paesi di Asia, Africa, America Latina ed Europa, nonché quasi 20 organizzazioni internazionali. Tra questi, 33 Paesi hanno firmato la Convenzione in loco, diventando, di fatto, membri fondatori. Nell’occasione Wang Yi ha detto che l’istituzione dell’Organizzazione è un esempio di fede civile nell’armonia. Può aiutare a superare la mentalità zero-sum del tu perdi, io vinco e promuovere la risoluzione amichevole delle controversie internazionali e favorire relazioni internazionali più armoniose. L’istituzione dell’IOM rappresenta, allora, un esempio di inclusività nella cultura dello Stato di diritto. Rispetta i desideri delle parti interessate e sfrutta i vantaggi di essere più flessibile, conveniente, efficiente ed efficace in termini di costi. Inoltre, integrerà e formerà sinergie con il contenzioso, l’arbitrato e altri meccanismi internazionali esistenti di risoluzione delle controversie. Esattamente: il mandato primario dell’IOM, la sua ragion d’essere, è fornire una piattaforma operativa concreta per la risoluzione e la de-escalation di conflitti già esplodenti; quando una controversia internazionale diventa acuta, l’Organizzazione si propone come un foro alternativo di mediazione, distinto dai tradizionali meccanismi occidentali, ancorando il suo operato ai principi cardine della Global Security Initiative (GSI), primo fra tutti il rispetto della sovranità nazionale e il principio di non interferenza. L’IOM, così, nasce con l’obiettivo di promuovere la risoluzione pacifica delle dispute internazionali attraverso la mediazione, riaffermando la centralità del dialogo, del rispetto reciproco e del multilateralismo. Le sue fondamenta poggiano sui principi della Carta delle Nazioni Unite, e più in generale sulla tradizione diplomatica cinese, improntata alla non ingerenza, all’uguaglianza sovrana tra gli Stati e alla ricerca dell’armonia. In tal senso, l’IOMed si propone come alternativa alle istituzioni internazionali esistenti, prevalentemente modellate sull’esperienza occidentale, offrendo un quadro di riferimento inclusivo, equo e non conflittuale per la gestione delle relazioni internazionali. Laddove Global Security Initiative e la Global Developmente Initiative intendono contribuire alla prevenzione dei conflitti favorendo le condizioni per uno sviluppo stabile e inclusivo, la IOMed interviene nella risoluzione delle controversie una volta che queste emergono. Le iniziative si integrano in un circolo virtuoso: lo sviluppo sostenuto dalle prime riduce le tensioni e le cause profonde dell’instabilità, mentre la mediazione promossa dalla Organizzazione Internazionale per la Mediazione intende garantire un contesto di pace e cooperazione che consente allo sviluppo di prosperare.
L’istituzione dell’IOMed si inserisce nel più ampio progetto di costruzione di una comunità dal futuro condiviso, concetto centrale nel pensiero politico di Xi Jinping: essa si colloca, infatti, in continuità con le altre tre grandi iniziative lanciate da Pechino: la Global Development Initiative (GDI), la Global Security Initiative (GSI) e la Global Civilization Initiative (GCI).
Si può, dunque, affermare che in questo contesto, l’istituazione della IOM assume un valore sistemico; essa concretizza sul piano istituzionale la visione cinese di un ordine internazionale più equo, inclusivo e multipolare, nel quale la mediazione e la diplomazia preventiva sostituiscono la coercizione o l’intervento militare come strumenti principali di gestione delle crisi. L’organizzazione non rappresenta soltanto un meccanismo tecnico-giuridico, ma anche un pilastro simbolico e normativo del modello di governance globale alternativo promosso dalla Cina, fondato su cooperazione, equilibrio e rispetto reciproco.
Attraverso iniziative come la GDI, la GSI, la GCI e ora l’IOMed, Pechino articola dunque una visione integrata dello sviluppo, della sicurezza, della cultura e della pace, coerente con la sua narrativa ed in tale prospettiva, la Cina propone un paradigma di governance globale che cerca di superare le tradizionali dicotomie tra Nord e Sud, Oriente e Occidente, potere e cooperazione, con l’obiettivo di costruire un sistema internazionale più stabile, giusto e armonioso.
A tal fine, durante i lavori del dell’ultimo vertice “SCO Plus” della Organizzazione della Cooperazione di Shanghai che ti è tenuto nella città portuale di Tianjin, il presidente Xi Jinping ha presentato la Global Governance Initiative (GGI), invitando i Paesi a collaborare per la costruzione di un sistema internazionale più giusto ed equo, fondato sul rispetto della sovranità nazionale, sul multilateralismo e sulla realizzazione di azioni concrete e condivise. La GGI rappresenta la quarta iniziativa globale di rilievo proposta da Xi negli ultimi anni, dopo la Global Development Initiative (GDI), la Global Security Initiative (GSI) e la Global Civilization Initiative (GCI).
Xi ha evidenziato cinque principi della nuova proposta cinese per la governance globale: aderire all’eguaglianza sovrana, rispettare lo Stato di diritto internazionale, praticare il multilateralismo, promuovere un approccio centrato sulle persone e concentrarsi sull’adozione di azioni concrete.
Pur rimanendo invariati le grandi tendenze storiche di pace, sviluppo, cooperazione e reciproco beneficio, la mentalità della Guerra Fredda, l’egemonismo e il protezionismo continuano a perseguitare il mondo, ha affermato Xi, aggiungendo che le nuove minacce e sfide sono in costante aumento e che il mondo si trova in un nuovo periodo di turbolenza e trasformazione.
L’analisi del fenomeno del doppio standard e della risposta articolata dalla Cina – attraverso il dispiegamento della Global Security Initiative, della Global Development Initiative, dell‘International Organization for Mediation di Hong Kong e della Global Governance Initiative – disvela una realtà, ormai, incontrovertibile: l’ordine internazionale sta attraversando una trasformazione epocale nella sua stessa legittimazione fondativa. La posizione cinese, nel denunciare le asimmetrie sistemiche, trascende la mera critica retorica per concretizzarsi nella progressiva edificazione di un ecosistema normativo e istituzionale alternativo. Questo si radica in una concezione della sovranità nazionale come argine all’egemonismo e in una visione olistica della sicurezza come bene collettivo e indivisibile.
In questo contesto, l’Europa si trova dinanzi a una determinante scelta strategica.
L’appello cinese a superare i “doppi standard” e a edificare una “sicurezza indivisibile” potrebbe costituire per Bruxelles uno stimolo decisivo a riaffermare un multilateralismo autentico, spingendola a farsi promotrice di una riforma delle istituzioni internazionali che sappia riconoscere la legittima coesistenza di differenti visioni del mondo e modelli di sviluppo, senza con ciò abdicare ai propri valori costitutivi. Parallelamente, pur nella piena consapevolezza delle divergenze sistemiche, l’UE potrebbe avviare un dialogo esplorativo verso strumenti come l’IOM di Hong Kong, saggiando possibili convergenze operative in specifici contesti di mediazione ove i principi di sovranità e non interferenza non risultino in antitesi frontale con il suo acquis normativo.
Soprattutto, la proposta cinese sollecita l’Europa a interrogarsi sulla necessità di conseguire una più matura sovranità strategica, superando quelle dipendenze euro-atlantiche i cui limiti sono, ormai, palesi. La sfida consiste nel costruire un’autonomia che consenta al Vecchio Continente di proporsi non come semplice appendice di un polo, bensì come attore terzo e sovrano, in grado di intrattenere un dialogo costruttivo con tutti i protagonisti globali nella costruzione di una pace autenticamente condivisa.
In ultima analisi, il superamento del doppio standard non potrà realizzarsi attraverso la mera sostituzione di un’egemonia con un’altra, bensì esige la faticosa costruzione di un pluralismo dialogico. In questa transizione epocale, l’Europa – nella sua ibrida natura di potenza normativa e spazio geopolitico alla ricerca di un nuovo ruolo – detiene la responsabilità e l’interesse a porsi come architetto di un nuovo equilibrio, facendosi ponte critico e costruttivo tra le diverse visioni del mondo che oggi si contendono il futuro dell’ordine globale.









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