Il panico per la superintelligenza che verrà serve a non parlare di quella che già spara. Settembre 2026, un mese che racconta l’impero meglio di qualunque rapporto.
Di Pietro Cutuli
C’è un’immagine che vale più di tutti i documenti che citeremo in questo articolo. Il 29 settembre 2026, nella sala da pranzo della Casa Bianca, una ventina di amministratori delegati dell’intelligenza artificiale siede attorno al tavolo di Donald Trump per siglare quello che i comunicati chiamano “Accordo sulla Super Intelligenza”. Nessuna legge, nessuna autorità di controllo, nessun meccanismo di enforcement: un impegno volontario che il presidente definisce, con una formula che resterà, “moralmente vincolante”. Moralmente. Nello stesso mese in cui i ricercatori di quegli stessi laboratori si dimettevano dicendo che i loro datori di lavoro stanno correndo verso una macchina che potrebbe uccidere tutti, la risposta dello Stato più potente del pianeta è stata una cena.
Proviamo a ricostruire quel mese come un’unica sequenza: è solo mettendo le date in fila che la storia si capisce. L’8 settembre Jacob Coxon, ricercatore prima in OpenAI poi in Anthropic, lascia l’azienda e lo fa in pubblico: “nessuna delle due società si sta comportando in modo responsabile. Stanno correndo dritte verso una superintelligenza che migliora sé stessa, e stanno scommettendo le nostre vite”. Prove tecniche pubbliche non ne ha fornite, va detto. Ma la sera stessa lo corroborano due dirigenti di Anthropic: Evan Hubringer, responsabile della alignment science (“crediamo davvero, seriamente, che l’IA possa uccidere tutti gli esseri umani! Personalmente ritengo che la probabilità sia superiore al 10% nel prossimo decennio”), e Samuel Marks (“più un dipendente è senior, più è preoccupato”). Un dettaglio guasta la narrazione eroica: tre mesi prima, Anthropic aveva depositato la documentazione riservata per quotarsi in borsa. La sincerità dei lavoratori resta intatta; il datore di lavoro monetizza la paura.
Il 12 settembre Dario Amodei pubblica “Pace the Frontier”, un saggio che chiede un rallentamento concordato del settore; lo approvano lo stesso giorno Sam Altman e, a coro, Elon Musk e Demis Hassabis. Sempre quel giorno Altman dice a Fortune che, con tutto quello che succede sulla sicurezza, quotarsi ora sarebbe “un momento sconsigliato”: peccato che OpenAI stesse raccogliendo privatamente la terza tranche da 10 miliardi di SoftBank. Il 15 e 16 settembre Mark Zuckerberg rifiuta ogni coordinamento di settore, confermato il 24 su NBC; Jensen Huang di Nvidia: “le forze di mercato ci sono già, non servono nuove leggi”. Poi il colpo di scena: secondo Politico, l’architetto dell’Accordo della Casa Bianca è proprio Zuckerberg.
Il 19 settembre, nel tribunale del Northern District of California, un gruppo di abbonati fa causa ai quattro laboratori: mettersi d’accordo per rallentare insieme violerebbe le leggi antitrust, che vietano ai concorrenti di accordarsi tra loro. La frase centrale dell’atto: “le leggi antitrust non permettono ai concorrenti di decidere tra loro che la concorrenza è troppo pericolosa”.
Ed è qui che si vede la doppiezza di fondo. In America mettersi d’accordo per produrre meno e far salire i prezzi è legale: Samsung, SK Hynix e Micron tagliano apertamente la produzione del 15-25% chiamandola “capital discipline” nei comunicati trimestrali, i prezzi delle NAND salgono del 246% e delle DRAM del 90% in un trimestre, il margine operativo di SK Hynix tocca il 76%; tutto documentato negli articoli precedenti della mia serie sul cartello dei chip. Mettersi d’accordo per andare più piano, invece, porta dritti in tribunale. Se limiti l’offerta per i prezzi si chiama disciplina; se limiti la velocità per la sicurezza si chiama accordo illegale. Quasi paradossale in un sistema capitalista come quello americano.
Le posizioni dei CEO, che a settembre sembravano contraddirsi ogni tre giorni, si spiegano appena si guardano i bilanci. Anthropic e OpenAI, in procinto di quotarsi (la prima punta al Nasdaq a una valutazione tra 1.800 e 2.000 miliardi, circa 31 volte i ricavi), hanno buone ragioni per volere un rallentamento concordato: rende più difficile l’ingresso di nuovi concorrenti e presenta agli investitori una crescita ordinata invece di una rincorsa incontrollata. Nvidia e Meta ragionano all’opposto: più gli altri corrono, più Nvidia vende chip; Meta deve giustificare spese enormi e non può frenare. Nessuna di queste posizioni nasce da una riflessione sulla sicurezza: nascono dai conti. Le uniche persone la cui scelta non si spiega con i soldi sono quelle che si sono dimesse. Queste aziende vivono di sussidi e debiti costanti che ormai gli investitori stanno lentamente notando con più dubbi e temono l’affidabilità di queste ultime.
E di fretta ce n’è, perché sotto la corsa c’è appunto una montagna di debiti. Il Nikkei stima che cinque giganti (Alphabet, Microsoft, Amazon, Meta, Oracle) abbiano preso impegni di spesa per circa 1.650 miliardi di dollari senza registrarli nei bilanci; il Wall Street Journal, contando nove società, supera i 3.000 miliardi. Il documento di quotazione di Anthropic mostra 518 miliardi di impegni futuri di computazione, per l’80% non cancellabili, contro ricavi annui intorno ai 65. E secondo Reuters e Financial Times i 18 miliardi di prestiti del data center Project Jupiter, affittato da Oracle per conto di OpenAI, passano di mano a 89-91 centesimi per dollaro: chi li compra si aspetta che una parte non verrà restituita, mentre i prestiti vengono impacchettati in titoli da rivendere, come prima della crisi del 2008. Alla voce “fattori di rischio”, Anthropic scrive che i suoi modelli potrebbero “resistere allo spegnimento” e porre “rischi catastrofici o esistenziali per l’umanità”: le stesse parole delle lettere di dimissioni, ma in un documento di borsa servono a tutelare l’azienda — nessun amministratore potrà essere accusato di non aver avvertito gli investitori.
Perché allora la risposta dello Stato è una cena e non una legge? Perché “moralmente vincolante” è ciò che si ottiene quando i regolati comprano i regolatori, e la contabilità è pubblica. I due maggiori super PAC dell’IA hanno raccolto oltre 200 milioni di dollari; Andreessen Horowitz è il maggiore donatore del ciclo con 115,5 milioni; OpenAI ne ha versati 12,5 al MAGA Inc di Trump, e la rete Think Big (OpenAI e a16z) ne ha spesi oltre 8 per sconfiggere Alex Bores, parlamentare statale di New York colpevole di aver appoggiato una regolamentazione. E Meta classifica i propri data center come “modelli sperimentali” per incassare il credito d’imposta federale sulla ricerca: risparmi cresciuti da 700 milioni nel 2023 a 3,9 miliardi nel 2025. Lo Stato non regola: sussidia, sgrava, e poi invita a cena.
Lo Stato è un cliente, non un regolatore
C’è un modo più semplice per capire perché Washington con scarsa probabilità scriverà quelle leggi: è il primo acquirente della merce. Nella guerra con l’Iran iniziata il 28 febbraio 2026, il Pentagono ha colpito oltre 3.000 obiettivi nella prima settimana e 13.000 in 38 giorni usando il Maven Smart System di Palantir, cresciuto da un contratto di 480 milioni a un accordo quadro da 10 miliardi con l’Esercito; da luglio 2026 la NATO lo usa sul fianco orientale, e un rappresentante di Palantir sedeva nella sala operativa del CENTCOM che “monitorava” i convogli di aiuti verso Gaza. Una relatrice speciale dell’ONU parla di “fondati motivi di ritenere” che Palantir abbia fornito a Israele targeting automatizzato e servizi di spionaggio; +972 Magazine e Guardian hanno descritto le liste di morte dei sistemi Gospel e Lavender come generate “quasi automaticamente”. In aggiunta, in patria Flock Safety legge miliardi di targhe al mese in migliaia di giurisdizioni: telecamere private comprate da quartieri e polizie locali, collegate in rete per tracciare spostamenti senza bisogno di mandati giudiziari. Con oltre trenta sentenze i tribunali negano si tratti di sorveglianza di massa: la legge è stata scritta prima che il controllo diventasse un servizio in abbonamento. È il paradosso di un dibattito pubblico che agita costantemente l’incubo del “credito sociale” cinese — dimenticando che quegli algoritmi di scoring comportamentale nascevano dal fintech privato e che Pechino li ha poi regolati con fermezza —, mentre in patria la sorveglianza algoritmica è semplicemente una voce di spesa che lo Stato preferisce comprare anziché normare.
Però fermiamoci un secondo. In una sala operativa un uomo guarda uno schermo: ci sono camion carichi di farina, e un modello addestrato sulle guerre precedenti decide se assomigliano abbastanza a una minaccia. Non c’è filosofia esistenziale né fantascienza in questo processo: quando questi sistemi vengono integrati nelle catene di comando di Washington o di Tel Aviv, il risultato non sono tutele o sicurezza, ma distruzione seriale a Gaza come a Teheran. È questo, oggi, l’uso concreto dell’intelligenza artificiale americana, quello misurato e fatturato. Parlare del pericolo ipotetico di domani serve anche a questo: a non parlare dei sistemi che esistono già, ma di chi li possiede e contro chi li usa.
La costruzione americana è una scommessa sulla scarsità permanente: capitale che gira tra clienti e finanziatori, debiti fuori bilancio già scontati dalle banche, prezzi dei chip gonfiati dal cartello, e il 71% degli americani che non vuole data center vicino a casa, dice Gallup. Quella cinese, come documentato in questa serie, è infrastruttura isolata dal ciclo: modelli open-weight (DeepSeek V4, Qwen, Kimi, GLM) che non devono ripagarsi con gli abbonamenti(eccetto se usati in versione web), prezzi API fino a 34 volte inferiori, una catena del silicio domestica (CXMT, YMTC, SMIC, Huawei) e il programma statale East Data West Computing. Se il ciclo si rompe, solo una delle due strade sopravvive intatta. Lette così, le richieste di rallentamento di settembre non sono cautela: sono il tentativo di governare il calo prima che il calo travolga tutto. I produttori di chip gestiscono il mercato con la “capital discipline”, i laboratori con il “pacing the frontier”: parole diverse per la stessa operazione, trasformare un mercato in un oligopolio dove si decide insieme. Che il coro arrivi proprio all’epoca delle quotazioni non è una coincidenza: è il punto.
Le controargomentazioni, per onestà, ci sono. Anche i laboratori cinesi bruciano denaro, ma le perdite di Xiaomi sono coperte da attività reali e costruiscono capacità domestica, mentre quelle americane servono interessi su contratti circolari. La bolla immobiliare cinese era cemento, che sgonfia lentamente; quella americana è carta e debito fuori bilancio, che sgonfiano in settimane. E i chip di frontiera cinesi restano indietro: li fabbrica ancora TSMC. La tesi non è la superiorità di Pechino, è la sua resistenza allo shock.
Washington, intanto, un colpevole per le bollette elettriche degli americani lo ha trovato. Il 28 settembre Trump ha liquidato l’opposizione ai data center come “una cosa di pubbliche relazioni cinese”; il giorno dopo lo Speaker Mike Johnson ha parlato di “operazione psicologica cinese. Ci credo davvero”. Peccato che Ben Nimmo, responsabile della threat intelligence di OpenAI, abbia detto che il dibattito “esisteva già” e non ci sono segni di successo dell’operazione; Darren Linvill di Clemson: “non abbiamo trovato granché”. Mentre Washington incolpa Pechino, Pechino fa ciò che Washington non riesce a fare: regolare l’intelligenza artificiale con leggi vincolanti, in vigore dall’agosto 2023. La Cina, in questa storia, non è il colpevole: è lo specchio.
C’è una scena finale. Al vertice Trump-Xi del 14 maggio 2026 a Pechino i due presidenti hanno concordato un dialogo intergovernativo sull’IA, formalizzato a Washington il 24 settembre con un taglio dei dazi su 30 miliardi di merci e un canale di notifica per gli incidenti tra sistemi. I due leader si sono accordati perfino sulle parole: diranno “super intelligenza” invece di “intelligenza artificiale”, la stessa ridenominazione dell’ordine esecutivo di Trump, mentre i funzionari ammettono di non aspettarsi nulla e Lutnick tiene i controlli sulle esportazioni fuori dall’agenda. Da un lato del tavolo siede un potere che deve supplicare le proprie aziende di rallentare; dall’altro uno che non ha mai dovuto chiedere il permesso. Si stringono la mano sulle parole, non sulla governance.
Marx, nel primo libro del Capitale, racconta che nel 1836 più di venti vasai inglesi chiesero al Parlamento “qualche provvedimento legislativo” contro il lavoro minorile, perché “la concorrenza con gli altri capitalisti non permetteva loro di limitare volontariamente le ore di lavoro dei bambini”. Lo scrissero loro stessi, i proprietari delle fornaci: legateci, perché da soli non possiamo fermarci. Il Parlamento li legò.
Il capitale ha chiesto di essere legato due volte in due secoli. La prima volta ottenne una legge. La seconda una cena, un ordine esecutivo che cambia il nome alla cosa, e un dialogo in cui due imperi concordano su come chiamarla. I vasai almeno dicevano: i bambini. I laboratori dicono: tutti. E chi scrive queste righe non sa dirvi se la differenza, alla fine, peserà di più della somiglianza.