
di Stefano Vernole
L’Unione Europea prepara nuovi poteri commerciali, fino alla possibile chiusura totale del mercato unico, per ridurre il deficit con la Cina. I leader riuniti a Bruxelles hanno chiesto alla Commissione una proposta entro fine anno per strumenti da utilizzare nel caso estremo la Cina sia ritenuta responsabile di un attacco “all’economia europea”.
Le “voci” provenienti dalla stampa specializzatariportano che si tratterebbe di una misura di “seconda risposta”, pensata soprattutto come deterrente. Un pacchetto di proposte è atteso prima del vertice di metà dicembre, con misure per diversificare i fornitori e contrastare la sovraccapacità produttiva cinese. La Commissione Europea non ha una tempistica sulle nuove salvaguardie e si concentra sull’attuazione dell’accordo sulle automobili ibride, che prevede anche tagli cinesi ai dazi su componenti auto, olio d’oliva e gelati.Tuttavia, alla conclusione della due giorni dell’8-9 ottobre a Pechino, sono arrivati i primi risultati concreti del Meccanismo di consultazione su commercio e investimenti (TIC) – doveMarošŠefčovič(Commissario Europeo per il Commercio) ha dialogato con la sua controparte cinese, il Ministro del Commercio, WangWentao – festeggiando la firma di una dichiarazione congiunta e l’intesa su tre punti fondamentali.I prossimi mesi, scanditi da incontri di aggiornamento a livello ministeriale e dalla terza sessione di consultazioni UE-Cina su commercio e investimenti prevista per marzo 2027, offriranno opportunità per confrontarsi sui progressi raggiunti. Oppure potrebbero inaugurare una nuova era di protezionismo e conflitto.
Nel 2026 l’Unione Europea è avanzata lentamente ma con determinazione verso uno dei momenti più significativi della sua politica industriale degli ultimi decenni: l’Industrial Accelerator Act (IAA), pensato per velocizzare la rilocalizzazione della produzione manifatturiera strategica e ridurre la dipendenza del blocco comunitario da fornitori unici. Anche la Cina si è attrezzata in tal senso, il 7 aprile 2026, quando il Consiglio di Stato ha pubblicato, con effetto immediato, il Regolamento sulla Sicurezza industriale e della catena di approvvigionamento.
Sebbene possa sembrare un ulteriore giro di vite di politica industriale, quest’ultimo provvedimento legislativo va ben oltre: stabilisce valutazioni obbligatorie per garantire il buon funzionamento della catena di approvvigionamento di fronte a possibili ingerenze straniere. Pechino dispone ora di una base giuridica per controllare le esportazioni di input, beni intermedi e dati di produzione ritenuti essenziali per la sicurezza economica nazionale, e per imporre sanzioni significative alle entità straniere che tentino di interferire, vanificare o turbare gli accordi di fornitura cinesi.
La nuova architettura giuridica di Pechino aumenta il costo di uscita per le imprese europee integrate nelle catene di approvvigionamento cinesi e aggiunge implicazioni diplomatiche per gli Stati membri che, altrimenti, avrebbero potuto sostenere discretamente gli obiettivi dell’IAA. Un ulteriore problema è che le imprese europee non possono fornire a Bruxelles i dati sulla catena di approvvigionamento richiesti dall’IAA senza incorrere in responsabilità ai sensi della normativa cinese. Il primo caso concreto si è verificato quando la Cina ha inserito 7 entità europee – principalmente appaltatori della difesa, istituti aerospaziali e aziende di intelligence satellitare – nella sua lista di controllo delle esportazioni, impedendo loro l’accesso a prodotti cinesi a “duplice uso”. La misura è stata però la logica ritorsione alle sanzioni che l’UE ha imposto a 27 società cinesi per la loro presunta collaborazione con la Russia nell’eludere i controlli occidentali.
Ciò significa che Pechino ha creato uno scudo legale contro quel tipo di diversificazione delle catene di approvvigionamento che l’IAA cerca di promuovere. I governi stranieri (Stati Uniti in primis) che speravano di persuadere o costringere le imprese ad abbandonare le proprie relazioni con i fornitori del Paese asiatico si trovano ora di fronte a una Cina che può affermare, con forza giuridica, che tale ingerenza viola la sua legislazione. Per le multinazionali che operano in entrambe le giurisdizioni, questo crea un dilemma di conformità di difficile soluzione.
A fine maggio Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania avevano fatto circolare a Bruxelles una lettera con richieste che andavano in tale direzione. Allo stesso tempo, gli strumenti già esistenti dovrebbero essere affiancati da meccanismi più incisivi a livello europeo, attingendo dal modello statunitense delle Sezioni e ridando credibilità allo Strumento anti-coercizione, nonché da forme di coordinamento con i membri del G7 e con i partner affini al gruppo, come Corea del Sud e Australia, nel campo della sicurezza economica. Secondo la logica occidentale, tali sforzi collegiali non solo rafforzerebbero la capacità di deterrenza agli occhi di Pechino, togliendole l’arma del divide et impera, ma eviterebbero anche che una risposta aggressiva alla Cina da parte di un Paese (in questo caso gli USA) possa ripercuotersi negativamente sull’economia di un Paese meno attivo.
Gli strumenti difensivi sopracitati non possono certo compensare la mancanza di una più ampia strategia di rafforzamento della competitività europea. La Commissione ha proposto lo scorso marzo con l’Industrial Accelerator Act (IAA) requisiti di contenuto locale o “equivalente all’origine dell’Unione” in alcuni settori strategici per le procedure di appalto pubblico e per l’erogazione di incentivi pubblici.
Sarebbe però auspicabile che, di pari passo con tali misure, si rivitalizzasse l’offerta industriale del Vecchio continente attraverso innovazione, semplificazione normativa, sblocco di capitali di rischio e si generasse nuova domanda grazie a una più profonda integrazione del Mercato unico. Il 24 aprile 2026, Commissione, Parlamento e Consiglio dell’Unione Europea hanno firmato una tabella di marcia congiunta One Europe, One Market per rafforzare la competitività dell’UE, con azioni concrete e una chiara scadenza per la fine del 2027, perché i rischi di frammentazione sono ormai ammessi da tutti gli analisti.
Se i cospicui sussidi governativi elargiti dalla Repubblica Popolare sono un dato di fatto, lo è anche il progresso della manifattura cinese. Nel tentativo di difendere e al tempo stesso rafforzare la propria economia, la soluzione dell’UE non può certo essere l’esclusione dei fornitori cinesi, bensì la loro integrazione nel tessuto produttivo continentale. Da questo punto di vista, i criteri previsti dal proposto IAA per gli investimenti diretti esteri sopra i 100 milioni di euro da parte di società provenienti da Paesi che detengono oltre il 40% della capacità produttiva globale di veicoli elettrici, batterie, energia solare e materie prime critiche – tutti campi in cui la Repubblica Popolare Cinese è dominante – non necessariamente si muovono nella direzione giusta.
Dopo due giorni di faccia a faccia a Pechino tra il Ministro Wang Wentao e il Commissario al Commercio, Maroš Šefčovič, Cina e Unione Europea hanno comunque raggiunto una serie d’intese in grado di allentare le tensioni commerciali tra i due blocchi. La seconda sessione di colloqui (dopo quello dello scorso 29 giugno a Bruxelles) del Meccanismo di consultazione bilaterale su commercio e investimenti ha anzitutto confermato che Cina e UE vogliono evitare una guerra commerciale e l’utilizzo di dazi, almeno per ora.
Nel comunicato congiunto pubblicato al termine dell’incontro si sottolinea l’intenzione di risolvere le dispute bilaterali nel quadro delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), al contrario di quanto successo con Washington. A cominciare da quelle sul settore dell’automotive, che nell’UE vale 13 milioni di posti di lavoro con l’indotto e il 7% dell’occupazione complessiva.
Pechino ha acconsentito a limitare (per quattro anni) – probabilmente dal 1° dicembre – le esportazioni nel mercato comunitario di auto ibride Made in China (attualmente il 12% delle ibride vendute nell’UE), fissando un tetto di 350.000 unità all’anno, destinato ad aumentare del 6% ogni anno: meno della metà degli 800.000 veicoli che – secondo le stime di Bruxelles – entreranno quest’anno in Europa.
Per quanto riguarda eventuali riduzioni dei dazi d’importazione nell’UE già imposti alle auto elettriche prodotte in Cina, Šefčovič ha ribadito che andrebbero negoziate tra Bruxelles e le singole compagnie, e che la conditio sine qua non per ottenerle sarebbero intese bilaterali (Commissione UE-produttori cinesi) sul prezzo minimo dei modelli, al di sotto del quale non potrebbero essere venduti nel mercato comunitario.
Nel frattempo, dal 1° gennaio 2027 la Cina ridurrà i dazi su merci europee per un valore complessivo di 4 miliardi di euro, abbassando quelli su prodotti come componenti automobilistici, olio d’oliva, gelati e calzature.
Per la Cina, l’UE è il secondo partner commerciale (dietro all’ASEAN e davanti agli USA), e viceversa. I compromessi e gli accordi raggiunti evidenziano quanto per la Cina – ancor più in una fase in cui la crescita economica globale rallenta e le tensioni commerciali con gli USA sono tutt’altro che risolte – i mercati europei ricchi di opportunità, come quello dell’automotive, restino strategici.
In sostanza, l’UE si è accordata, grazie a un dialogo costante, per proteggere parzialmente dalla concorrenza cinese questo settore centrale, mentre sul riequilibrio del deficit commerciale (360 miliardi di euro nel 2025) resta ancora tanto da fare. Soprattutto, è molto improbabile che Pechino decida di aprire in maniera significativa i suoi mercati in una fase di rallentamento, specie perchè restano in vigore le restrizioni europee (imposte dagli USA) sulla vendita alla Cina dei macchinari più avanzati per produrre microchip dell’olandese ASML.
Le intese siglate con la controparte cinese dalla delegazione guidata da Šefčovič non eliminano perciò le tensioni commerciali tra i due blocchi, che sono strutturali e attribuite sia all’ascesa industriale della Cina sia al declino della manifattura europea. L’Europa importa quantità sempre maggiori di macchinari, prodotti chimici, metalli, pannelli solari, batterie e così via, settori in cui un tempo il Vecchio Continente era leader nelle esportazioni.
Intanto, il Consiglio europeo si riunirà a Bruxelles per valutare il varo di nuovi strumenti al fine di riequilibrare il commercio bilaterale, con le forze politiche che continuano a presentare il disavanzo dell’UE come risultato della “minaccia” cinese in diversi settori industriali strategici; una manovra, a lor dire, attuata attraverso sussidi alle imprese e la sottovalutazione dello yuan.
Šefčovič lo aveva anticipato durante la sua visita in Cina: “dove il dialogo non può produrre risultati, l’UE userà i propri strumenti per garantire un riequilibrio”.
L’intesa preliminare raggiunta l’8-9 ottobre tra Šefčovič e il Ministro Wang Wentao prevede intanto quote crescenti per le auto ibride cinesi (partendo dai 302.000 veicoli del 2025) e maggiore accesso alle terre rare, in cambio del rispetto di tre principi — fatti, non discriminazione, conformità OMC — che vincolano Bruxelles dentro il perimetro WTO (World Trade Organization).
Le case automobilistiche cinesi (BYD, Geely, Chery) hanno accolto l’accordo con sostegno pressoché unanime. Ma a Bruxelles prevale la sensazione che non basti: il deficit commerciale resta a livelli record (oltre 1 miliardo di euro al giorno), mentre Francia e Germania spingono per un kill switch che tagli l’accesso cinese in caso di minaccia improvvisa. Segno che il vero nodo del vertice è se l’UE saprà dotarsi di uno strumento di reazione strutturale, che vada oltre la negoziazione settore per settore.
La Cina ridurrebbe poi i dazi secondo il principio “della nazione più favorita” su un paniere di prodotti europei (componenti auto, olio d’oliva, calzature) che rappresentano quasi 4 miliardi di euro di esportazioni attuali, i quali consentirebbero di risparmiare almeno 225 milioni di euro. Pechino renderebbe ancora più agevole il rilascio delle licenze di esportazione per le terre rare e i magneti permanenti, attraverso quello che definisce un “canale verde”. L’industria europea ha bisogno di questi input per auto, turbine, elettronica e difesa.
Lo scorso 5 ottobre i leader di Berlino e Parigi, Friedrich Merz ed Emmanuel Macron, hanno comunicato a Ursula von der Leyen che l’attuale arsenale di difesa commerciale non è più sufficiente. Chiedono uno strumento, nelle mani della Commissione, attivato a maggioranza qualificata inversa, in grado di limitare o interrompere le importazioni da un partner che causi distorsioni gravi e sistematiche, e utilizzabile nel giro di pochi giorni. Vogliono anche uno strumento di diversificazione quando la dipendenza da un solo Paese per input critici supera una soglia, intorno al 40%, e indagini settoriali anziché per singoli prodotti definiti in modo ristretto. La lettera non fa menzione di alcun Paese ma tutti hanno pensato che si riferisse alla Repubblica Popolare Cinese.
È la firma della Germania che cambia i termini della trattativa. Nel 2024 Berlino si oppose ai dazi sui veicoli elettrici cinesi, anche perché era l’unica nazione europea che vantava surplus commerciale con la Cina. L’industria tedesca si trova ora a dover subire gli effetti della stessa sovraccapacità che pensava di poter gestire attraverso il dialogo e le esportazioni verso Pechino, attualmente in calo. Ciò è dovuto agli errori strategici dell’industria tedesca che ha basato il suo primato sulla fornitura di gas russo a basso costo e sulla compressione dei salari dei lavoratori. Oggi, la politica di ostilità contro Mosca ha reso Berlino dipendente dal gnl statunitense, molto più caro; l’immigrazione incontrollata ha invece spinto la corsa al ribasso degli stipendi verso una soglia intollerabile per gli operai tedeschi.
Se Francia e Berlino propongono un nuovo quadro per tutelare l’industria europea più efficacemente, è interessante esaminare l’opzione che Pascal Lamy – ex Direttore Generale dell’OMC ed ex Commissario europeo per il Commercio – propone come piano B, nel caso – tutt’altro che improbabile – dovessero fallire i negoziati in corso da tempo tra Cina e UE.
Il quadro delineato da Lamy si dipana “sulla falsariga del regolamento sull’acciaio”, entrato in vigore il 1° luglio 2026 e adottato a tempo record in otto mesi: nato proprio per far fronte alla sovraproduzione mondiale in questo settore, esso prevede una quota di importazioni esenti da dazi (tagliata del 47%), e un’aliquota del 50% automatica su tutto ciò che supera il contingente. Questo modello, per Lamy, deve essere replicato “in tutti i settori esposti a shock strutturali simili”. E potrebbe anche fungere da leva negoziale, consentendo di mettere sul piatto una graduale revoca dei contingenti in caso di un accordo basato sulle capacità o sui volumi oppure di un ritorno “constatato” all’equilibrio. Lamy propone anche di passare dalle ‘norme di origine’ alle ‘norme di proprietà’, per cui un prodotto fabbricato con una materia prima cinese rimarrebbe cinese, “anche se lo stabilimento si trova in Marocco o in Ungheria”.
Secondo Lamy, i motivi per cui la Cina è diventata leader manifatturiero mondiale, sono diversi. Il primo riguarda le sovvenzioni governative alle imprese, “aumentate notevolmente dal 2010”.
In realtà, come dimostrato dallo studio di due ricercatori cinesi, si tratta di un processo molto più complesso che qualcuno ha paragonato al fenomeno delle township and villageenterprises che contribuirono in maniera significativa alla crescita dell’economia (e della società) cinese negli anni ‘80 e ‘90[1]. Il successo di Pechino è paradossalmente dovuto all’alleanza strategica che si è creata tra i governi locali e i capitali privati cinesi nell’industria dei veicoli elettrici, non agli aiuti statali.
Oltre alle sovvenzioni, per Lamy ci sono altre cause dietro l’enorme deficit commerciale europeo verso la Cina, come il dirottamento di parte delle merci cinesi dal mercato statunitense a quello comunitario in seguito ai dazi imposti dal presidente degli Usa Donald Trump; l’altro fattore riguarda lo yuan, la moneta cinese, artificialmente tenuto sottovalutato “tra il 16% e il 30%”, condizione che garantisce un rilevante vantaggio comparativo[2].
Naturalmente, se l’Unione Europea avesse tenuto testa ai dazi imposti dall’Amministrazione Trump come ha fatto Pechino e avesse cercato di fare sponda proprio con il Governo cinese, la situazione adesso non sarebbe questa. Al contrario, Bruxelles ha preferito piegare la testa di fronte all’arroganza statunitense, costringendo le altre potenze globali ad attrezzarsi per vincere la sfida del protezionismo a stelle e strisce. La People’s Bank of China (la Banca Centrale cinese) gestisce strettamente il tasso di cambio e i movimenti di capitale per evitare oscillazioni repentine che potrebbero destabilizzare i mercati finanziari o causare massicce fughe di capitali. Come ammesso recentemente dallo stesso Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giancarlo Giorgetti, uno dei problemi strutturali dell’economia nazionale riguarda il risparmio italiano che “evapora” in gran parte verso gli Stati Uniti d’America, a detrimento del proprio Paese. La politica “restrittiva” della Cina ha evitato invece che gravi episodi di speculazione immobiliare come quelli verificatisi con il crack Evergrande generassero conseguenze disastrose per tutti i risparmiatori, sull’onda di quanto successo in casi analoghi all’epoca dei fallimenti Enron o Lehman Brothers negli U.S.A.[3]
C’entra per Lamy anche la persistente debolezza dei consumi interni, che spinge il modello cinese verso investimenti ed esportazioni. I consumi privati in Cina rappresentavano il 39,8% del Pil nel 2005 e nel 2024 ne rappresentavano ancora il 40%, segnala l’ex Commissario Europeo. In realtà, con la riforma dell’Hukou e l’approvazione del primo piano quinquennale dedicato esclusivamente ai consumi approvato dal Consiglio di Stato il 13 luglio 2026 nell’ambito del XV Piano Quinquennale (2026-2030), la Cina ha deciso di spingere su servizi, esperienze e nuovi format retail, proprio al fine di accrescere i consumi interni e generare nuove opportunità di export alle imprese straniere[4].
C’è anche un altro aspetto da considerare: Pechino decide in fretta, Bruxelles no. “L’Europa opera prodotto per prodotto, secondo procedure giuridicamente molto rigide e controllate dalla Corte di giustizia dell’UE”; la Cina, “attraverso strumenti discrezionali che hanno un impatto su un intero settore nel giro di un solo giorno”, ammette Lamy. La velocità con cui la Cina promuove capacità neo-industriali ha quale conseguenza che impianti, filiere, competenze e capitali vadano ad addensarsi proprio dove tali potenzialità manifatturiere sono già presenti, generando per l’Europa uno svantaggio competitivo che fatica a colmare.
Se la politica di mediazione dovesse fallire, l’escalation sul piano commerciale potrebbe finire per mettere in luce le numerose differenze sostanziali tra Cina e UE non solo in termini di strumenti introdotti nel corso degli anni, ma anche della loro capacità e volontà di attivarli. Gli ultimi episodi hanno insegnato che Pechino può contare su un impianto normativo e amministrativo sviluppato nel tempo per finalità differenti ma che offre anche ampi “spazi di manovra” per il perseguimento di obiettivi geopolitici. Questa evoluzione emerge con particolare evidenza soprattutto nel campo delle leggi relative al controllo sulle esportazioni. Nel 2020, Pechino ha adottato l’Export Control Law. Tale provvedimento ha segnato l’inizio di un processo che se da un lato ha contribuito a rendere le norme cinesi più dettagliate, allineandole a standard internazionali, dall’altro ha anche permesso alla Cina di dotarsi di solide basi legali per estendere l’applicazione dei controlli all’export a prodotti strategici, tra cui le materie prime critiche e tecnologie correlate, invocando i principi di sicurezza nazionale.
Col tempo, infatti, il quadro normativo cinese si è arricchito di nuove disposizioni che hanno ampliato l’ambito di applicazione di leggi inizialmente concepite per un tipo specifico di prodotti, i “dual-use”. A questa progressiva evoluzione di norme si è accompagnato il consolidamento di meccanismi amministrativi per garantirne l’efficacia pratica. Ciò si è tradotto in particolare in controlli più ravvicinati su rilascio di licenze alle esportazioni e su verifiche dell’utilizzatore finale, volte a raccogliere informazioni sull’impiego della merce, permettendo di conseguenza alla Cina di esercitare maggiore discrezionalità sulle tempistiche di consegna.
Le opportunità della cooperazione tra Pechino e Bruxelles
Durante i colloqui bilaterali sino-europei, il Ministero del Commercio cinese ha sottolineato che le due economie condividono un potenziale significativo di collaborazione in settori ad alta tecnologia come l’Intelligenza Artificiale, l’economia digitale e lo sviluppo a basse emissioni di carbonio[5].
Parallelamente, le tecnologie open source come DeepSeek, non solo hanno impresso una svolta allo sviluppo dell’I.A., ma hanno anche dischiuso nuove opportunità di cooperazione tra Cina e UE. Le due parti possono rafforzare la sinergia in ambiti quali i quadri di governance, gli standard tecnici e i sistemi normativi, costruendo meccanismi di gestione aperti, equi ed efficaci; ciò consentirebbe di promuovere l’Intelligenza Artificiale a beneficio di tutti, favorendo al contempo la costruzione di una comunità dal futuro condiviso per l’umanità[6].
In primo luogo, l’Europa e la Cina presentano vantaggi comparati distinti che rendono complementari le loro attività di ricerca e sviluppo tecnologico. L’UE vanta solide competenze nella ricerca di base e negli algoritmi fondamentali, avendo formato nel corso degli anni numerosi scienziati di spicco nel campo dell’intelligenza artificiale e prodotto risultati innovativi di rilievo. Tuttavia, questo vantaggio nella ricerca non si è ancora tradotto in applicazioni commerciali su larga scala o in una solida competitività industriale. La Cina, al contrario, eccelle nell’ingegnerizzazione e nell’applicazione su vasta scala dell’intelligenza artificiale. Le aziende tecnologiche cinesi possiedono capacità eccezionali nell’implementazione rapida e nell’iterazione dei modelli, oltre a disporre di enormi risorse di dati e svariati scenari applicativi; ciò ha favorito la nascita di realtà dotate di forti competenze ingegneristiche, come DeepSeek. Tale complementarità tra “innovazione guidata dalla teoria” e “innovazione guidata dall’applicazione” costituisce una base su cui entrambe le parti possono costruire una comunità tecnologica, favorendo al contempo il rafforzamento congiunto della loro competitività nel panorama globale dell’I.A.
In secondo luogo, per quanto concerne la ricerca di un maggiore peso nel dibattito sulla governance globale, la Cina e l’Europa condividono posizioni analoghe nel sostenere il multilateralismo e nell’opporsi a forme di governance unilaterale strumentale. Attualmente, la governance globale dell’I.A. è ostacolata da numerose interferenze legate alla competizione geopolitica. Gli Stati Uniti tendono a dominare l’ecosistema tecnologico attraverso misure unilaterali, come la creazione di “enclavi protette” e l’imposizione di controlli sulle esportazioni. Per contro, sia la Cina che l’Europa pongono l’accento sull’impiego di meccanismi multilaterali per affrontare le sfide transnazionali poste dall’Intelligenza Artificiale. Entrambe condividono l’aspirazione a mantenere una governance internazionale aperta e inclusiva, auspicando la costruzione di un sistema di regole che, attraverso piattaforme come il G20 e le Nazioni Unite, riesca a bilanciare gli interessi di tutte le parti coinvolte. Questo orientamento pluridirezionale comune fornisce un impulso alla cooperazione tra le due realtà.
In terzo luogo, in merito alla collaborazione sull’I.A. a favore dello sviluppo sostenibile, la Cina e l’Europa mostrano una forte convergenza di interessi. Sia il New GreenDeal europeo che la strategia di sviluppo cinese incentrata sull’innovazione richiedono il supporto delle tecnologie di intelligenza artificiale. Nel settore sanitario, l’I.A. può essere impiegata nello sviluppo di nuovi farmaci, in trattamenti personalizzati e nel monitoraggio della salute pubblica. Sia la Cina che l’Europa dispongono di mercati vasti e di istituti di ricerca e sviluppo che possono collaborare. Nell’ambito del cambiamento climatico e dell’energia pulita, entrambe le parti sono impegnate a raggiungere la neutralità carbonica, a ottimizzare la distribuzione energetica e a migliorare l’efficienza del sistema industriale. Ad esempio, di fronte alla sfida sempre più critica dell’invecchiamento della popolazione, sia la Cina che l’Europa auspicano di sfruttare l’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia dell’assistenza agli anziani, dei servizi sanitari e dei sistemi di sicurezza sociale.
È evidente che la Cina e l’Europa condividono ampi punti di convergenza nelle loro rispettive visioni sulla governance globale dell’intelligenza artificiale, il che costituisce una base per un impegno congiunto volto a definire norme internazionali più complete.
Tra i casi concreti, nell’ambito del loro impegno per rendere più accessibili le competenze ingegneristiche avanzate e le funzionalità di intelligenza artificiale, la tedesca Siemens e la cinese Alibaba Cloud hanno annunciato l’espansione della propria partnership. Le due aziende collaborano per offrire funzionalità di ingegneria assistita da computer (CAE) sotto forma di infrastruttura come servizio (IaaS) per i clienti in Cina, unendo il portafoglio di soluzioni di simulazione di Siemens alle avanzate capacità di calcolo e all’infrastruttura cloud affidabile di Alibaba.
Grazie a questa joint venture, Siemens intende convalidare e implementare le proprie soluzioni CAE basate su cloud all’interno dell’ecosistema Alibaba Cloud. Ciò consentirà ai clienti di accedere ad ambienti di simulazione scalabili — inclusi strumenti di simulazione virtuale e cluster di calcolo ad alte prestazioni — erogati tramite il cloud. Di conseguenza, i team di ingegneria potranno eseguire simulazioni complesse in modo più efficiente, beneficiando al contempo dell’elasticità e della scalabilità dell’infrastruttura di Alibaba Cloud.
La collaborazione esplora inoltre come i modelli linguistici di grandi dimensioni, ad esempio Qwendi Alibaba, possano supportare funzionalità basate su I.A. all’interno del software di Siemens per la gestione del ciclo di vita del prodotto (PLM), aprendo nuove prospettive per flussi di lavoro ingegneristici assistiti dall’Intelligenza Artificiale e per lo sviluppo avanzato di prodotti.
Allo stesso tempo, le tecnologie Siemens contribuiscono ad alimentare l’infrastruttura alla base dell’economia dell’intelligenza artificiale, inclusi centri dati su larga scala come lo Zhangbei Data Center di Alibaba Cloud. Per supportare questi ambienti critici, Siemens ha introdotto nuove tecnologie progettate per la prossima generazione di infrastrutture necessarie all’Intelligenza Artificiale. Nei prossimi 12 mesi, Alibaba Cloud istituirà le sue prime regioni cloud in Turchia, Finlandia e Paesi Bassi, ampliando al contempo la sua presenza di data center in Malesia, Germania, Emirati Arabi Uniti, Francia e Hong Kong. Questa espansione aumenterà ulteriormente la capacità di calcolo globale di Alibaba Cloud e rafforzerà la sua capacità di fornire servizi cloud e di intelligenza artificiale localizzati ai clienti nei principali mercati. Il leader del cloud gestisce attualmente 107 zone di disponibilità in 31 regioni in tutto il mondo. Le tecnologie cloud e di I.A. di Alibaba aiutano clienti e partner di diversi settori ad affrontare svariate esigenze aziendali, dalla trasformazione digitale e dalle applicazioni alla logistica e alla creazione di contenuti basati sull’I.A.
Grazie alla collaborazione con aziende come Panasonic Digital, Unity China, Lion Parcel, Loomi Entertainment Group e SHAKE, Alibaba Cloud consente alle imprese di migliorare l’efficienza, accelerare l’innovazione ed esplorare nuove opportunità con il cloud I.A. Lo sviluppo è sostenuto da un piano triennale dedicato all’intelligenza artificiale e al cloud che, stando a quanto riportato da Business Standard, ammonta a un valore equivalente a circa 49 miliardi di euro.
Nel marzo 2025 era stato siglato anche un accordo strategico tra aziende e parchi scientifici italiani e cinesi (tra cui RealAI e realtà di Zhongguancun) focalizzato sulla sicurezza dell’I.A. e sul rilevamento dei deepfake. Più recentemente, l’Enisa (Agenzia dell’Unione Europea per la cybersicurezza) ha aperto alla sperimentazione e allo studio sui modelli A.I. open source provenienti dalla Cina: “Il Joint Research Centre sta valutando modelli open-weight disponibili al pubblico provenienti dalla Cina”, ha sottolineato il portavoce della Commissione Europea Maciej Berestecki. Il progetto prevede che il JRC e l’Enisa collaborino alla creazione di una piattaforma di test per l’A.I. nell’ambito del recente piano d’azione dell’UE sull’Intelligenza Artificiale e la sicurezza informatica. L’obiettivo è quello di rispondere alle crescenti preoccupazioni emerse dopo una serie di incidenti in cui sistemi di A.I. sono usciti dagli ambienti di test e hanno attaccato sistemi digitali di altre organizzazioni.
Tale cooperazione non riguarda soltanto gli interessi strategici della Cina e dell’Europa, ma detiene anche la chiave per plasmare l’ordine tecnologico globale del XXI secolo. Dal lancio di DeepSeek, avvenuto all’inizio dello scorso anno, i modelli open source cinesi hanno rapidamente ridotto il divario rispetto alle controparti statunitensi. Un numero crescente di startup e aziende americane, così come il progetto per un’I.A. sovrana dell’Unione Europea, ne fanno uso. Nelle scorse settimane, nella classifica dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) di OpenRouter, quattro modelli cinesi — DeepSeek, Z.ai, Xiaomii e Tencent — figuravano tra i primi cinque. Anche LiveBench, che valuta i modelli basandosi su diversi parametri di riferimento (benchmark), ha inserito di recente DeepSeek tra i primi cinque, evidenziando come i migliori modelli cinesi si collochino appena il 3% al di sotto dei loro rivali statunitensi nei punteggi ottenuti[7].
Il Presidente cinese Xi Jinping ha definito i “modelli aperti” un elemento chiave per l’ambizione del Paese di orientare lo sviluppo della tecnologia e raggiungere l’obiettivo di una “leadership globale nell’intelligenza artificiale” entro il 2030. Quest’anno, la Cina ha istituito l’Organizzazione mondiale per la cooperazione nell’intelligenza artificiale (World Artificial Intelligence Cooperation Organization), allo scopo di promuovere l’adozione dell’Intelligenza Artificiale e definire la governance di tale tecnologia nei Paesi in via di sviluppo. Ciò include l’accesso ai modelli cinesi, nonché la formazione per studenti e lavoratori; tale sviluppo, se condiviso da Bruxelles, contribuirebbe a migliorare notevolmente l’immagine dell’Europa tra i Paesi del Sud Globale.
Conclusioni: le opportunità per il mercato automobilistico
Nel 2025 la Cina è diventata il Paese col maggior numero di ricercatori di punta nel campo dell’intelligenza artificiale (il 41%), davanti agli Stati Uniti (34%); la spesa in ricerca e sviluppo in percentuale del Pil cinese – 2,8% nel 2025 – ha superato per la prima volta la media dell’OCSE. Pechino ha investito circa 584,5 miliardi di dollari in R&S, con un aumento annuo dell’8,2%.
Questa è la chiave per capire il successo e competere con la Cina, non un’inutile guerra commerciale. La Cina auspica che Francia e Germania difendano l’apertura e il libero scambio, rispettino le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio e si astengano dall’incoraggiare l’Unione Europea a ricorrere sistematicamente a strumenti protezionistici.
Rispondendo a una domanda sulle notizie secondo cui Francia e Germania avrebbero sollecitato l’UE a fare un maggiore ricorso agli strumenti di difesa commerciale e a introdurre una serie di nuovi strumenti protezionistici, il portavoce del Ministro del Commercio di Pechino ha affermato che la Cina ha sempre sostenuto che l’interdipendenza non costituisce un rischio, gli interessi intrecciati non rappresentano una minaccia e la cooperazione aperta è la strada giusta per lo sviluppo. Il protezionismo non può rafforzare la competitività, ha aggiunto il portavoce, mentre il disaccoppiamento e l’interruzione delle catene di approvvigionamento finiranno soltanto per danneggiare gli altri, senza portare alcun beneficio a chi li attua. In quanto grandi economie, Francia e Germania non dovrebbero politicizzare le questioni commerciali ed economiche né estendere eccessivamente il concetto di sicurezza nazionale. Dovrebbero evitare di imboccare la strada sbagliata nel modo sbagliato, perché alla fine le conseguenze negative si ritorcerebbero contro loro stessi, ha concluso il portavoce[8].
Il cambiamento in corso in Cina indica chiaramente che la “fabbrica del mondo” sta andando oltre i suoi tradizionali punti di forza — costi contenuti e qualità affidabile — per vincere la competizione sulla flessibilità, quella degli stabilimenti anzitutto. Le compagnie cinesi forniscono strumenti e agenti di intelligenza artificiale da impiegare in tutte le fasi, dalla progettazione alla produzione, consentendo agli stabilimenti di rispondere tempestivamente alla domanda di prodotti personalizzati e realizzati in piccoli lotti. Il fenomeno nuovo, e più importante, è l’ammodernamento dell’industria cinese, ed è ad esso che bisogna guardare per comprenderne la direzione e gli sviluppi. Nei prossimi cinque anni la Cina prevede 5.000 opportunità di formazione sull’A.I. per i Paesi in via di sviluppo e nuovi centri di cooperazione con ASEAN, Unione Africana, Lega Araba, BRICS e altre organizzazioni. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’A.I. diventi terreno di nuove disuguaglianze tecnologiche, trasformandola invece in uno strumento di sviluppo condiviso. L’obiettivo non è “comprimere lo spazio di sviluppo di altri Paesi”, ma “rendere l’innovazione tecnologica più accessibile e inclusiva”, favorendo una piattaforma di cooperazione internazionale aperta, perché apertura e innovazione sono le chiavi per vincere le sfide future.
Il Ministro dell’Industria e della Tecnologia dell’Informazione, Li Lecheng, ha recentemente ricordato che la Cina ha messo in piedi il sistema manifatturiero più completo al mondo che vanta, per il quindicesimo anno consecutivo, la più ampia scala produttiva globale, la “fabbrica del mondo” della maggior parte dei 504 principali prodotti industriali ai vertici delle classifiche globali.
Importanti aziende private europee si sono già mosse in tal senso. Volkswagen ha aperto alla Cina sulle batterie europee, investendo 3,2 miliardi di euro con Gotion tra Spagna, Slovacchia e Marocco. PowerCo e il produttore cinese creeranno tre joint venture per celle al litio-ferro-fosfato e materiali catodici. Gotion entrerà con il 49% nella gigafactory spagnola di Valencia mentre Volkswagen investirà nei siti di Šurany e Kenitra. Mentre Bruxelles discute nuove regole sugli investimenti cinesi, la batteria europea a basso costo passa comunque dalla Cina.
Wolkswagen, inoltre, prevede di incrementare gli investimenti nella sua joint-venture con la casa automobilistica cinese Anhui Jianghuai Automobile (Jac Motors). Si tratta di una mossa con cui la società di Berlino cerca di espandere la propria attività nel più grande mercato automobilistico del mondo. Oliver Blume, ceo del Gruppo, lo ha spiegato chiaramente: “L’Europa vanta una solida base industriale, una ricerca di livello mondiale, una forza lavoro altamente qualificata, aziende innovative e un ampio mercato comune. La chiave è tradurre questi punti di forza più rapidamente in prodotti, creazione di valore e occupazione. Volkswagen sta dando il proprio contributo chiedendo al contempo una cooperazione più stretta tra i decisori politici e il settore delle imprese”. Blume ribadisce dunque la necessità di cooperazione tra i vari attori, senza se e senza ma, perché se si vuole salvare l’auto europea lo sforzo non può ricadere unicamente sulle spalle dell’industria, ma la politica deve ascoltare le richieste e aprire ai cambiamenti. Nel frattempo, Wolkswagen ha già annunciato l’intenzione di voler collaborare con Xpeng per l’elettronica e i sistemi di assistenza alla guida e di voler intensificare le varie partnership con Saic e Faw. Il gruppo tedesco vanta peraltro collaborazioni con startup cinesi, come per esempio Horizon Robotics e Momenta.
La stessa Stellantis, oltre ad importare in Europa il marchio cinese Leapmotor, ha annunciato una nuova joint venture con Dongfeng per “condividere vendite, distribuzione, produzione, acquisti e ingegneria”, e intende ora sviluppare una partnership con un terzo costruttore Made in China, Jac, per rilanciare il marchio italiano sportivo Maserati. Dal momento che un’auto simile difficilmente passerà la dogana statunitense, è chiaro l’intento di progettarla guardando all’Europa.
Il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha incontrato più volte Alfredo Altavilla, special advisor di Byd per l’Europa, nell’ambito della ricerca di stabilimenti italiani da parte dei costruttori cinesi. Tra gli impianti italiani visitati da Byd figura lo stabilimento di Flumeri (Avellino), ex Irisbus-Iveco, specializzato nella produzione di autobus e ora di proprietà di Menarini (ex Industria Italiana Autobus), controllata dal 2024 dal gruppo Seri Industrial quotato a Piazza Affari. Byd, tra i costruttori cinesi con la crescita più sostenuta in Europa, prevede di aver bisogno nel lungo periodo di tre stabilimenti di assemblaggio auto e uno di batterie. Dopo il primo sito in Ungheria, Francia e Spagna sono in pole per il secondo, mentre l’Italia resta un passo indietro, secondo quanto dichiarato da Altavilla a settembre: la scelta è attesa entro fine anno.
Sarebbe un peccato perdere questa occasione, visto che l’Italia assorbe già circa 1/5 delle vendite di auto elettriche cinesi nei principali mercati dell’Europa occidentale. Eventuali provvedimenti restrittivi nei confronti di Pechino, potrebbero rallentare l’arrivo delle auto cinesi più economiche senza risolvere i problemi dell’industria europea e, soprattutto, spingere i costruttori asiatici a produrre nell’Europa orientale, lasciando a Francia, Germania e Italia il conto delle politiche protezionistiche da pagare.
[1] Yuxuan Jia and Zichen Wang, How Local China Built the EV Boom, “The China Journal”, n. 96, luglio 2026.
[2] Come nota opportunamente Zhang Mengting, ricercatrice e supervisore di dottorato presso l’Istituto per la cooperazione economica e commerciale tra la Cina e i Paesi dell’Europa centrale e orientale dell’Università di Ningbo: “È vero che nel secondo trimestre del 2026 il deficit commerciale dell’Ue nei confronti della Cina per gli scambi di merci ha raggiunto i 103 miliardi di euro, circa 115 miliardi di dollari, il livello più alto dal terzo trimestre del 2022. Questa cifra, tuttavia, ignora la realtà della produzione industriale contemporanea. Una quota significativa delle esportazioni cinesi è infatti costituita da beni prodotti da imprese europee che hanno investito in stabilimenti in Cina. Quando questi beni vengono spediti in Europa, contribuiscono all’avanzo commerciale cinese, ma la maggior parte dei profitti torna direttamente agli investitori e agli azionisti europei. Inoltre, l’Ue registra un avanzo persistente negli scambi di servizi con la Cina … Se Bruxelles erigesse frettolosamente barriere commerciali prima che siano operative capacità produttive alternative, le prime vittime sarebbero le imprese manifatturiere europee. Dovrebbero affrontare un forte aumento dei costi delle materie prime e il difficile compito di riprogettare le linee di produzione esistenti. In un’epoca caratterizzata da catene di approvvigionamento globali profondamente integrate, tentare di recidere questi legami per decreto amministrativo è un’impresa insensata”.
[3] Inoltre, secondo un’analisi dell’Associated Press, la pianificazione energetica cinese ha contribuito in questi mesi a contenere l’impatto delle tensioni sul mercato petrolifero mondiale. Un riconoscimento significativo del ruolo svolto dalla Cina nel rafforzare la resilienza economica globale e favorire la transizione energetica, cfr. Giulio Chinappi, 20 settembre 2026.
[4] Tale piano fissa un obiettivo di circa 60.000 miliardi di yuan di vendite al dettaglio entro il 2030 e punta a rendere i consumi delle famiglie il motore principale della crescita economica della Cina. Cfr. Eastmedia, Consumi in Cina: Piano 2030 e opportunità Made in Italy, 12 ottobre 2026. In precedenza, il 22 maggio 2026 il Consiglio di Stato cinese ha pubblicato le “Linee guida per la promozione dell’erogazione dei servizi pubblici di base nei luoghi di residenza”, con l’obiettivo di estendere la copertura dei servizi pubblici di base alle persone che non hanno la registrazione anagrafica nelle città in cui risiedono. Si tratta di una riforma che si preannuncia sostanziale dell’hukou (户口), il sistema di registrazione familiare che vincola l’accesso ai servizi sociali, all’istruzione e all’assistenza sanitaria di persona principalmente al luogo di provenienza. La riforma dell’hukou è stata definita dalla leadership cinese una necessità già da tempo: in un Paese che punta a rafforzare i consumi interni, serve rimuovere le barriere alla libera circolazione di capitali e talenti.
[5] Mandy Zuo, China hails ‘constructive’ trade talks with EU asboth sides seekties in AI, new energy, “South China Morning Post”, 10 ottobre 2026.
[6] Lu Chuanying, EU AI Strategy and Prospects for China-EU Cooperation on AI Governance, China Watch Vol. 5, No. 35, September 2025.
[7] Rina Chandran, Western open-weight models stillcan’t beat China, “Rest of World”, 16 ottobre 2026.
[8] China urges France, Germany to uphold open cooperation, free trade, 6 ottobre 2026.

