21 Ottobre 2026
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Nel grande scacchiere dell’Eurasia i confini non sono mai semplici linee di demarcazione ma cicatrici geopolitiche vive che continuano a determinare i vettori di proiezione delle potenze regionali.

di Loris Pirozzi

Nel grande scacchiere dell’Eurasia i confini non sono mai semplici linee di demarcazione ma cicatrici geopolitiche vive che continuano a determinare i vettori di proiezione delle potenze regionali.

Il mese di ottobre 2026 segna il 105° anniversario del Trattato di Kars (stipulato il 13 ottobre 1921), l’accordo internazionale che ha ridefinito la frontiera tra la Turchia e le allora repubbliche sovietiche transcaucasiche di Armenia, Georgia e Azerbaijan. Oggi, a distanza di oltre un secolo, quel confine – blindato, militarizzato e privo di relazioni commerciali dirette tra Ankara e Yerevan dal 1993 – si trova al centro di un profondo mutamento negli equilibri dell’area euro-mediterranea.

Il Trattato di Kars: Origini dell’Asse Mosca-Ankara

Il Trattato di Kars è un accordo internazionale siglato il 13 ottobre del 1921 nella città di Kars, città della Turchia nord-orientale, che ha stabilito i confini moderni tra la Turchia – all’epoca rappresentata dalla Grande Assemblea Nazionale guidata da Mustafa Kemal Atatürk – e le Repubbliche Sovietiche del Caucaso meridionale (Armenia, Georgia e Azerbaigian), sotto l’egida della Russia di Lenin. Mosca, necessitando di stabilizzare la sua periferia meridionale per consolidare il potere sovietico, sacrificò le rivendicazioni territoriali della neonata Armenia sovietica. La Turchia ottenne così il controllo definitivo sulle province di Kars, Ardahan e sul distretto di Surmalu, incorporando l’intero massiccio del Monte Ararat, da sempre cuore pulsante dell’identità culturale e storica armena. Al contempo, il trattato definì lo status speciale del Nakhchivan sotto il protettorato dell’Azerbaijan, ponendo le basi per le attuali frizioni territoriali. Ancora oggi, la perdita del Monte Ararat rappresenta per Yerevan una ferita identitaria aperta. Nonostante la cima ricada entro i confini turchi tracciati nel 1921, il monte dominante l’orizzonte della capitale, resta il cuore pulsante della cultura e della memoria collettiva armena. Questa tensione irrisolta trova una potente sintesi visiva nella statua di Madre Armenia, situata sulla collina del Parco della Vittoria a Yerevan. Lì, ai piedi del colossale monumento rivolto ad ovest, le volate dei carri armati e dei pezzi d’artiglieria puntano con decisione verso la linea di confine, la Turchia e il profilo innevato dell’Ararat. Più che una semplice esposizione militare, quella composizione scenica incarna l’irriducibile legame emotivo e il desiderio simbolico di ricongiungersi con il padre spirituale della nazione.

Ankara, Yerevan e la Dinamica Attuale del Caucaso

Oggi, a 105 anni dalla firma del Trattato di Kars, la faglia di contatto tra Anatolia e Caucaso meridionale sta attraversando la sua trasformazione più profonda dalla fine della Guerra Fredda. Nel 2026 la normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armenia è entrata nella sua fase operativa, spinta dai dialoghi bilaterali tra il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan. Il processo ha portato a una svolta storica: la riapertura del confine terrestre — chiuso dal 1993 —, l’avvio dei lavori per il ripristino della ferrovia Kars-Gyumbri, oltre al lancio di collegamenti aerei diretti e all’interconnessione delle reti energetiche promossa dall’Unione Europea. Il processo di riavvicinamento al blocco occidentale e la riapertura dei valichi hanno portato a una progressiva sostituzione delle guardie di frontiera russe lungo la linea di confine armeno-turca con personale di sicurezza armeno, ponendo di fatto fine al monopolio difensivo che Mosca esercitava nella regione sin dal Trattato di Kars del 1921. Parallelamente, sostanziali progressi diplomatici hanno interessato lo snodo cruciale del transito attraverso la regione armena del Syunik, volto a garantire il collegamento tra l’Azerbaigian continentale – alleato storico della Turchia – e l’exclave del Nakhchivan, disinnescando un potenziale focolaio di scontro e reinserendo il Caucaso meridionale tra i principali assi logistici dell’Eurasia.

 Il Monte Ararat e la geopolitica dei simboli: Tra memoria e sovranità reale

Nel quadro del riavvicinamento del 2026, la questione del Monte Ararat cessa di essere soltanto un elemento di contenzioso storico per diventare il fulcro di un profondo dibattito sull’identità dello Stato armeno. Nel tentativo di rassicurare Ankara e consolidare l’architettura di pace, la leadership di Yerevan ha avviato un’opera di de-escalation simbolica, culminata nella decisione di rimuovere l’effigie dell’Ararat dai timbri confinari ufficiali di ingresso e uscita dal Paese. Questa mossa, tesa a tracciare una netta linea di demarcazione tra l’identità culturale e la sovranità territoriale entro i confini internazionalmente riconosciuti, illustra il prezzo e la complessità di una trasformazione che mira a tramutare la faglia di Kars da barriera ideologica a corridoio logistico eurasiatico. Dopo la sconfitta nel Nagorno-Karabakh e il progressivo disimpegno della difesa russa, l’Armenia si è trovata esposta a un grave rischio di isolamento e di ulteriore frammentazione territoriale. Per il governo di Nikol Pashinyan, la priorità assoluta è diventata la messa in sicurezza dei confini statali ufficiali. Negli anni Ankara e Baku hanno spesso accusato l’Armenia di nutrire pretese territoriali verso i vicini, usando questa argomentazione per giustificare la chiusura dei confini e le pressioni militari.Distinguere l’Ararat (situato oggi in Turchia) dai simboli della sovranità statale reale (come il monte Aragats, situato entro i confini armeni) serve a dimostrare formalmente che Yerevan non ha mire espansionistiche, togliendo ad Ankara e Baku qualsiasi dubbio di una possibile espansione territoriale dell’Armenia.Aprire le frontiere con la Turchia e integrarsi nei corridoi di transito eurasiatici significa per l’Armenia uscire da oltre trent’anni di blocco terrestre ed economico da parte di due dei suoi quattro vicini – Turchia e Azerbaigian -; ridurre la dipendenza storica dalla Russia (che controllava energia, infrastrutture e confini) e dall’Iran (unica valvola di sfogo a sud), aprendosi ai mercati europei e occidentali. Il rischio più grande per un Paese economicamente isolato e spopolato dall’emigrazione è che non può sostenere a lungo un apparato di difesa o garantire la propria sovranità. Questa de-escalation dei simboli però non è affatto condivisa in modo unanime all’interno della società armena, se per il Governo si tratta di un doloroso ma necessario “bagno di realtà” geopolitico, per l’Opposizione si tratta invece di una concessione inaccettabile che intacca il cuore dell’identità culturale e della memoria storica armena sotto la pressione di Turchia e Azerbaigian.

Un compromesso doloroso: La sovranità reale oltre il mito dell’Ararat

Dopo 105 anni dalla firma del Trattato di Kars, Turchia e Armenia sembrano orientarsi verso una svolta. Gli sviluppi del 2026 – culminati con la riapertura della frontiera armeno-turca, il ripristino dell’asse ferroviario Kars-Gyumri e lo sblocco dei corridoi di transito attraverso il Syunik – evidenziano la vittoria del pragmatismo infrastrutturale sulle preclusioni storiche. Per l’Armenia, la dolorosa de-escalation dei simboli si configura come il prezzo necessario da pagare per salvaguardare la sovranità reale dei propri confini e spezzare oltre trent’anni di isolamento strategico. Se le diplomazie regionali sapranno consolidare quest’architettura di pace al riparo dalle ingerenze revisioniste e dalle tensioni identitarie interne, il confine di Kars cesserà di rappresentare una cicatrice geopolitica. Il Caucaso meridionale potrà così affrancarsi dal ruolo di teatro di scontro tra imperi per ergersi a pilastro fondamentale del Middle Corridor connettendo in modo stabile lo spazio euro-mediterraneo al bacino caspico e ai mercati dell’Asia centrale.

Bibliografia

  • A. Ferrari, Storia del Caucaso. Una Frontiera eurasiatica dall’antichità a oggi, Carocci Editore, Roma, 2026
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