di Paolo Mathlouthi
Scrittrice sfiorata da un tocco di rara grazia nello stile, Sandra Petrignani ci ricorda, sulla scia delle suggestioni gravide di fantasmi e nostalgie suscitate in lei dalla visita alla dimora avita di Karen Blixen a Rungsted, in Danimarca, che per le donne i luoghi, specie quelli domestici, rivestono un significato simbolico affatto diverso rispetto a quello che gli uomini sono disposti a riconoscere ai medesimi. Se un uomo ha la possibilità di dedicarsi in pace a ciò che gli sta a cuore, riesce ad ignorare completamente l’ambiente che lo circonda.
Ai suoi occhi esso scompare: può vivere nella sporcizia e nel disordine, tra le correnti e al freddo ed essere nondimeno perfettamente a proprio agio. Per una donna questo è impossibile poiché, in virtù di impalpabili energie sottili che agli uomini sono estranee, percepisce istintivamente gli ambienti nei quali vive come un’emanazione della propria anima. “Ogni donna è la sua casa e viceversa”, chiosa la Petrignani citando Martin Amis. Nel prendere atto della certosina esattezza di questa osservazione, non ho potuto fare a meno di ripensare a Jane Austen mentre lavora ai suoi romanzi seduta di fronte ad una piccola scrivania situata al centro di una stanza dove tutti possono disturbarla, costretta a nascondere i fogli sotto la carta assorbente per correre ad assolvere a qualche incombenza familiare e notare, in contrappunto, quanto questa immagine di calda intimità domestica contrasti ad esempio con la claustrale, monastica severità del cottage straripante di libri immerso nella solitudine dei boschi del Vermont dove Alksandr Solzenicyn ha trascorso da eremita i vent’anni del suo esilio americano attendendo alla stesura dei romanzi del ciclo della Ruota Rossa: un fortilizio, una torre d’avorio l’accesso alla quale è severamente inibito a chiunque. E’ in queste differenze che si nasconde l’essenza della femminilità. Nell’osservare le vicende umane, lo sguardo delle donne ha, per innata sollecitudine, un’angolazione tutta particolare, direi periferica, attenta a cogliere le sfumature, i chiaroscuri, le mille tonalità del vivere quotidiano. Un atteggiamento che permane sorprendentemente invariato anche quando si trova a dover fare i conti con i grandi eventi della Storia.
Se vogliamo comprendere l’essenza più autentica della Rivoluzione d’Ottobre, “il suo carattere tragicamente, disperatamente russo”, come lo ha definito Dmitrij Merezkovskij, non dobbiamo affidarci solo alle pagine di Lev Trockij o di Isaac Bab’el, di Maksim Gorkij o di Il’ja Erenburg: si tratta, nella maggior parte dei casi, di prose militanti, vergate nell’urgenza dell’ora, da uomini risucchiati dal vortice degli eventi, vincolati ad esigenze ideologiche, militari, diplomatiche che inevitabilmente li sovrastano, costretti a scrivere del mondo nuovo che intendono edificare nel momento stesso in cui sono protesi nello sforzo titanico di costruirlo e mancano quindi del necessario distacco. E’ alle scrittrici russe vissute al loro fianco in quel calamitoso frangente, in una posizione apparentemente defilata ma non per questo meno vigile, che dobbiamo invece rivolgerci se intendiamo cogliere le innumerevoli declinazioni attraverso le quali la Rivoluzione si è incarnata nella vita dei singoli, nelle esistenze minute, e riannodare così i fili dispersi della memoria comune a tutti i Russi, quelli che hanno creduto nella Rivoluzione e quelli che l’hanno combattuta, inevitabilmente e drammaticamente affratellati dal sangue versato lungo i due lati della medesima barricata, in quello che è a tutti gli effetti un evento corale. Sottratto dal trascorrere del tempo alle urgenze del divenire è trasfigurato in mitologia nazionale, diventando giocoforza autobiografia del popolo russo nel suo insieme. Del resto ha ragione Cesare Pavese quando ammonisce che “ogni guerra è una guerra civile, poiché chi cade somiglia a chi resta e gliene chiede ragione”.
La scrittrice varesina Linda Terziroli, nel suo romanzo “Pyramiden”, edito da Bertoni, muove i propri passi lungo la medesima scia e dimostra di aver saputo far tesoro, con consumata abilità, della lezione cara a Nina Berberova e Zinaida Nikolaevna Gippius. Il suo alter ego letterario, Anna, è una giovane insegnante che, dopo essersi diplomata a pieni voti presso l’Accademia russa di letteratura a Murmansk, viene selezionata dal Partito come istitutrice per i bambini di un villaggio minerario incastonato nelle gelide solitudini delle isole Svalbard, Pyramiden appunto, remoto avamposto sovietico in territorio norvegese. Un paesaggio lunare le si para dinnanzi agli occhi quando giunge sul posto a bordo di una nave rompighiaccio. E’ il regno della Morte Bianca, come lo chiamano i pochissimi che hanno avuto l’ardire di avventurarsi a simili latitudini imparando a battersi contro l’ignoto. Un mondo arcano, ostile, spettrale, dove la presenza umana è cosa rara e incontrastata domina una fauna famelica e rapace. Capita spesso infatti che, con il favore delle tenebre, orsi e volpi si avventurino per le strade dell’abitato, costringendo i residenti a girare costantemente armati. E’ questo il Grande Nord, disposto a corona dell’ottantesimo parallelo tra la baia di Hudson, lo stretto di Bering e la Groenlandia, l’ultima Thule cantata dalle antiche saghe nordiche come la mitica terra dell’Origine, dove costantemente si rinnova sotto cieli d’acciaio il rito primigenio dello scontro tra la luce e le tenebre che salvaguarda l’armonia del cosmo. Un candido deserto in cui non vi è spazio per le debolezze e la Natura, insieme madre e matrigna, riconduce a forza l’esistenza entro i confini di una lotta crudele tra uomini e animali, entrambi impegnati a strappare brandelli di vita all’inclemenza di un inverno senza fine. Chiosa l’Autrice: “Non c’è più alcuna tenerezza tra questi ghiacci, anche se i fiori di cotone iniziano a spuntare ad agosto e il papavero artico fa dono della sua effimera comparsa. La desolazione è sublime”.
E tuttavia proprio qui, per una sorta di luciferina legge della compensazione, Mosca ha deciso di dare prova della sua volontà di potenza, costruendo, a migliaia di chilometri dal Cremlino e nonostante le condizioni atmosferiche proibitive, una città all’avanguardia fatta di biblioteche, scuole, palestre, piscine riscaldate, complessi residenziali avveniristici, impianti industriali di ultima generazione: una cattedrale di luce innalzata verso il cielo a sfidare con protervia l’oscurità. In questo afflato prometeico, che è poi, come ci ricorda Tarmo Kunnas, lo stigma di tutti i grandi totalitarismi del Novecento, si coglie il segno di quella che a suo tempo Ernst Junger ha definito mobilitazione totale, vale a dire la convinzione, carnalmente connaturata alla Modernità, che sia sempre possibile intervenire sugli eventi per modificarne il corso e che non esistano limiti, divini o naturali, alla messa in atto di un’idea, quando questa marcia sulle gambe degli uomini.
Presidiare un bastione russo collocato ai confini del mondo, avvolto nella notte artica e stretto nella morsa del ghiaccio, non è qualcosa che si possa fare con leggerezza, una semplice scelta esistenziale dettata da motivazioni di opportunità lavorativa. Significa invece, come avrebbe detto Ernst Niekisch, assumere su di sé l’onere di farsi strumento delle massime potenze, compiere azioni che toccano le fondamenta dell’Essere, prendere a propria unità di misura il cosmo, perché l’intero cielo stellato viene eletto a spettatore delle umane sorti. Inconsapevoli coloni postmoderni e anacoreti loro malgrado, i minatori di Pyramiden sanno, ancorché in maniera istintiva e irrazionale, che la Russia vuole essere qualcosa in più di un segno di riconoscimento, un vuoto simulacro da venerare. Vuole essere un Destino che, come tale, per compiersi può esigere le loro stesse vite in pegno. Costruito à rebour, il romanzo si presenta come un rescritto di memorie intime, con la protagonista che torna sui luoghi della sua giovinezza a vent’anni di distanza dalle vicende che l’hanno vista coinvolta in quella sperduta porzione del globo.
L’Unione Sovietica è tramontata e Pyramiden abbandonata. Aggirandosi per le sale e gli edifici un tempo brulicanti di vita, la Terziroli insegue, in un gioco di specchi con il suo doppio, il filo della memoria, fa parlare proustianamente la voce degli oggetti. Cosa resta oggi del titanico atto d’orgoglio che ha eretto quelle mura sferzate dal mare in tempesta? Moltissimo, a giudicare dalla centralità che il teatro polare è tornato ad assumere nello scacchiere geostrategico internazionale. Lo scioglimento dei ghiacci ha infatti trasformato l’Artico nel quinto Oceano, la nuova frontiera lungo la quale si è scatenata la corsa per l’accaparramento delle ingentissime fonti di approvvigionamento energetico ivi allocate da parte dei principali attori del Grande Gioco.
E’ in questa prospettiva che vanno intese le rivendicazioni sulla Groenlandia da parte dell’Amministrazione americana, l’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO e, per contro, la costruzione da parte di Mosca della monumentale base di Artikeskij Trilistnik nell’arcipelago delle Terre di San Giuseppe, prima di una serie di istallazioni militari nell’area finalizzate a proteggere la rotta del leggendario Passaggio a Nord Est e assicurare così alla Federazione il primato strategico nella regione boreale. “L’America sappia – ha detto Vladimir Putin ancora all’inizio di questo millennio – “che non esiste Artico senza Russia, né Russia senza Artico”. Pyramiden è stata un seme gettato a mettere radici nel futuro.
Linda Terziroli, Pyramiden. Una città fantasma, Bertoni Editore, Perugia 2025; pag. 166 € 18,00