di Pietro Cutuli
Dal CIFTIS di Pechino al vertice di Nuova Delhi: la cooperazione funzionale avanza dove la politica si divide. L’Unione europea mostra il caso inverso, e non è un bello spettacolo
C’è una coincidenza di calendario che vale più di molti saggi. Tra il 9 e il 13 settembre Pechino ha ospitato il CIFTIS, la fiera cinese del commercio di servizi; il 12 e il 13 Nuova Delhi ha chiuso il diciottesimo vertice BRICS con una dichiarazione di 140 paragrafi. Leggendo comunicati e retroscena, la sensazione è quella di un dialogo a distanza tra due eventi che ufficialmente non si parlano: da una parte la Cina che mostra cosa sa vendere, dall’altra undici paesi che litigano su quasi tutto e firmano comunque.
Al CIFTIS, il primo del quindicesimo piano quinquennale, la merce in vetrina non era fatta di container. Tra le ex acciaierie di Shougang Park debuttava un modello linguistico open-source da mille miliardi di parametri, il primo addestrato interamente su un cluster domestico da diecimila GPU, mentre i tre operatori telefonici statali presentavano agenti d’intelligenza artificiale da esportazione di potenza computazionale(TeleAgent, MobileClaw, UniClaw), sé discusso di cooperazione internazionale sull’IA, con keynote di Qualcomm su come l’apertura guidi l’innovazione . Il risultato concreto più rilevante sul fronte delle regole è stato il debutto della prima piattaforma cinese di settore per i flussi transfrontalieri di dati dell’IA “embodied” come fattore di produzione — collegata alla zona pilota di libero scambio di Pechino, con l’obiettivo dichiarato di prendere l’iniziativa nella definizione degli standard internazionali sui dati. La narrazione geopolitic è chiara, cioè che la Cina è passata da acquirente a venditore di servizi ad alto contenuto tecnologico comprendendo l’IA open-source cinese sempre più adottata all’estero e con uno slogan che dice molto: dal posare cavi all’esportare token. I numeri del Ministero del Commercio danno il contesto: nel primo semestre 2026 l’interscambio cinese di servizi ha toccato 3.800 miliardi di yuan, con le esportazioni su del 17,6%. E a chi compra lo dice un dettaglio che mi ha intrattenuto più delle cifre: in un impianto del gruppo indonesiano Sinar Mas, i video di formazione in cinese vengono sottotitolati in indonesiano da un modello di China Mobile, in minuti invece che in tre giorni. La penetrazione cinese nel Sud globale passa da standard e assistenti vocali, più che dalle cannoniere. Un processo lungo e faticoso ma che sta dando i suoi frutti con i paesi coinvolti che sembrano più invogliati a cooperare.
Il vertice di Nuova Delhi ha prodotto la sua dichiarazione nonostante avesse tutte le ragioni per fallire. La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, aperta dai raid del 28 febbraio, ha messo nello stesso blocco Teheran e gli Emirati, che con l’Iran hanno sospeso ogni scambio; a maggio i ministri degli Esteri BRICS non erano riusciti a trovare un comunicato comune per le divergenze interne, ma propongono idee ed investimenti concreti. Eppure il testo c’è, e dentro ci sono i contenuti: la Payment Task Force accelera su interoperabilità dei pagamenti e regolamenti in valute locali; la governance globale dell’IA, ereditata da Rio 2025, viene confermata e agganciata all’ONU; nascono un deposito comune di infrastrutture pubbliche digitali, una rete di incubatori e un quadro logistico. Sul tema dell’AI, i comunicati ufficiali del summit parlano di un impegno comune a implementare il “BRICS Leaders’ Statement on Global Governance of Artificial Intelligence” adottato a Rio de Janeiro nel luglio 2025: Sovranità digitale e il diritto di ogni paese di sviluppare la propria cornice regolatoria, con le Nazioni Unite al centro della governance globale. Si parla di accesso equo alle risorse di IA, quindi un accesso più ampio alle risorse(compute, dati, tecnologia) affinché il divario digitale non penalizzi il Sud globale, combinando questo accesso con garanzie di sicurezza, affidabilità e mitigazione dei rischi, il tutto combinato con la necessità di stanziare risorse energetiche sufficienti per rendere ciò possibile in maniere green (tema caldo considerando l’attuale dibattito sui data centers). Il vertice ha successivamente valorizzato l’AI Impact Summit che l’India aveva ospitato a febbraio 2026 e la World AI Conference di Shanghai, inserendo l’IA in una visione di “rule-making” del Sud globale piuttosto che accettare standard dettati dall’Occidente. Tuttavia non una svolta epocale, ma una riaffermazione coordinata del blocco per una governance multilaterale dell’IA a guida ONU. Del resto la Cina si è già prenotata per la presidenza 2027 per il prossimo summit.
Le fratture restano scritte negli spazi vuoti. Sul tema delle situazioni internazionali di conflitto, la dichiarazione condanna sanzioni e dazi unilaterali senza mai nominare Washington, chiede moderazione in Medio Oriente senza nominare nessuno e dell’Ucraina non parla affatto. India e Brasile frenano su valuta comune e prestiti alla Russia sanzionata; Nuova Delhi vuole collegare le valute digitali delle banche centrali ma guarda con fastidio all’espansione del renminbi, con un deficit commerciale verso Pechino raddoppiato in dieci anni. Sui pagamenti la formula di compromesso, nessuna soluzione valida per tutti, ammette che il blocco corre a velocità diverse. Il disgelo Modi-Xi, con la prima visita del leader cinese in India da sette anni, è la fotografia giusta: sorrisi, stabilizzazione, rivalità intatta sotto il tavolo.
C’è poi un fattore che gli estensori non potevano ignorare. Da quando il 20 luglio gli Houthi hanno dichiarato l’embargo marittimo contro l’Arabia Saudita, i premi di guerra per i transiti nel Mar Rosso sono saliti dallo 0,3% a oltre l’1-2% del valore dello scafo, e il Joint War Committee di Lloyd’s ha spinto la zona di rischio fin quasi a Gedda e Yanbu. Per chi importa energia dal Golfo, i canali di pagamento alternativi hanno smesso di essere ideologia e sono diventati contabilità: il ponte multilaterale tra valute digitali ha già cumulato quasi 400 miliardi di yuan di transazioni e a giugno ventisei istituzioni finanziarie si sono collegate al centro internazionale dell’e-CNY a Shanghai. L’architettura alternativa cresce perché qualcuno ci deve spedire merci, non perché qualcuno ci crede.
Il contrasto con l’Europa è quasi didattico. Il 16 settembre, nel discorso sullo stato dell’Unione, Ursula von der Leyen ha proposto al Canada di diventare il primo membro associato della storia dell’UE, oltre il CETA: un’Alleanza per il Futuro tra difesa, Artide, minerali critici e IA. Ovazione a Strasburgo, e poche ore dopo la minaccia di Trump: dazi pesanti se il progetto va avanti. Il problema è che il CETA, negoziato dal 2009 e applicato provvisoriamente dal 2017, non è ancora pienamente ratificato, e ogni passo richiede l’unanimità di ventisette capitali, alcune delle quali non vedono l’ora di usarla come merce di scambio. La Commissione può firmare accordi commerciali colossali, ma davanti a una guerra nel Mar Rosso o alla pressione americana scopre di non avere una politica estera, solo ventisette veti incrociati.
Chiudo con una confessione: anch’io leggevo i BRICS come un’entità compiuta, e ho dovuto correggermi. Non sono un blocco ideologico e non sono una sigla vuota, ma un laboratorio di cooperazione funzionale dove le fratture su guerra e moneta vengono compensate da progetti che esistono e funzionano. Certo, un laboratorio non è un polo: nessun documento di Nuova Delhi fa piovere meno missili sul Mar Rosso. Ma l’Europa mostra il caso inverso, forse più inquietante: puoi avere il mercato unico più ricco del pianeta e restare spettatore con standing ovation mentre altri decidono rotte, pagamenti e guerre. È la differenza tra chi costruisce strumenti e chi costruisce dichiarazioni.