di Veronica Vuotto
Prologo: il viaggio che racconta già tutto
C’è un dettaglio che vale più di mille comunicati ufficiali. Nel novembre del 2017, il presidente Xi Jinping si precipitò a Mar-a-Lago in Florida appena tre mesi dopo l’insediamento di Trump, nel tentativo di evitare un deterioramento immediato delle relazioni.
Stavolta, nel maggio del 2026, è Trump a volare a Pechino. È lui a percorrere quei quindicimila chilometri. È lui a essere accolto con tutto il cerimoniale imperiale della Repubblica Popolare: guardie d’onore schierate, salve di cannone sulla piazza Tiananmen, banchetto di Stato nella Grande Sala del Popolo.
Questo rovesciamento simbolico non è sfuggito a nessuno a Pechino. Ed è forse il modo più efficace per capire cosa sia davvero cambiato nell’asse Washington–Pechino.
Prima del vertice: due paesi che si preparano in modo diverso
Il summit del 13–15 maggio aveva alle spalle un percorso preciso. Il primo incontro del secondo mandato di Trump con Xi era avvenuto il 30 ottobre 2025 a Busan, in Corea del Sud, dove i due avevano concordato il principio di una visita di Stato americana in Cina, originariamente prevista per aprile 2026 e poi posticipata di un mese a causa del conflitto con l’Iran e della crisi nello Stretto di Hormuz. La delegazione americana era imponente: oltre al Segretario di Stato Marco Rubio e al Segretario alla Difesa Pete Hegseth, Trump portava con sé diciotto tra i più potenti CEO americani: Tim Cook di Apple, Elon Musk, Kelly Ortberg di Boeing, Jensen Huang di Nvidia (quest’ultimo aggiunto all’ultimo momento, con un volo sull’Air Force One che aveva già fatto il giro dei social cinesi prima ancora dell’atterraggio). Come ha riportato Lorenzo Lamperti su Taccuino Asiatico, la Casa Bianca aveva però declinato l’invito cinese a organizzare incontri settoriali tra dirigenti dei due paesi, temendo che ciò potesse far apparire le aziende americane troppo vicine a Pechino.
Eppure le due capitali arrivavano al summit con stati d’animo profondamente diversi.
Washington aveva bisogno di risultati comunicabili. Dopo mesi di guerra commerciale, di dazi portati fino al 140% e poi ridimensionati, di una Corte Suprema che aveva dichiarato incostituzionali alcune delle tariffe imposte dall’esecutivo, Trump aveva urgenza di tornare a casa con qualcosa da mostrare. Come ha scritto Lamperti, il tycoon «arrivò a Pechino cercando risultati immediatamente comunicabili». La National Security Strategy del 2025 aveva ridefinito la Cina prevalentemente come competitor economico, trattandolo sul piano commerciale, pur ribadendo l’imperativo di preservare la posizione di primato degli Stati Uniti.
Pechino, al contrario, arrivava al tavolo con una confidence silenziosa. Gli ultimi dati sull’export cinese avevano confermato una tendenza che sfidava anni di guerra commerciale americana: le esportazioni continuavano a crescere, diversificate verso Sud-Est asiatico, Europa, Africa e America latina. Durante l’escalation del 2025, la Cina aveva utilizzato le terre rare come leva coercitiva e aveva costretto Washington a fare marcia indietro. Il libro bianco cinese sulla sicurezza nazionale, pubblicato poco prima del summit, dichiarava apertamente l’obiettivo di una «coesistenza pacifica» e criticava l’approccio americano di mantenere uno dei due attori in «posizione di forza».
Nei giorni precedenti il vertice, la televisione di Stato cinese aveva trasmesso un servizio sul «laboratorio segreto» dei chip di Huawei, con immagini mai viste prima di wafer di silicio e circuiti integrati, con il vicepremier Ding Xuexiang che passeggiava fianco a fianco con Ren Zhengfei, il fondatore dell’azienda. Come ha sottolineato Lamperti, il messaggio politico era inequivocabile: «Presto non avremo più bisogno di voi». Il destinatario, ovviamente, era Trump.
Durante: due narrazioni nello stesso salotto
I colloqui si sono aperti la mattina del 14 maggio nella sala Hebei della Grande Sala del Popolo, davanti a un’enorme pittura raffigurante la Grande Muraglia avvolta dalla luce dell’alba. I due leader hanno condiviso quasi nove ore di interazione nell’arco dei due giorni, tra bilaterali formali, visite guidate, banchetti e momenti informali (incluso un siparietto a Zhongnanhai, il quartier generale del Partito comunista, dove Trump è rimasto stupito di fronte ad alberi millenari).
Già le parole di apertura raccontavano due posture diverse. Trump ha insistito sul rapporto personale, sul «fantastico futuro insieme», sulla stima per Xi e per il popolo cinese. Xi ha aperto con tre domande che ne hanno subito segnato l’impostazione: la Cina e gli Stati Uniti sapranno superare la trappola di Tucidide[1]? Sapranno collaborare sulle sfide globali? Sapranno costruire un futuro migliore guardando al destino dell’umanità? Come ha riportato il Ministero degli Esteri cinese nel resoconto ufficiale del vertice, Xi ha proposto una nuova visione: quella di «relazioni costruttive di stabilità strategica tra Cina e Stati Uniti», una formula in quattro movimenti: la cooperazione come asse portante, la competizione entro confini definiti, le divergenze gestite anziché alimentate, la pace come orizzonte prevedibile.
Come ha analizzato Simone Pieranni su Il Partito, la formula non era un semplice slogan diplomatico. Il politologo cinese Shen Yi ha spiegato che si tratta di un’estensione concettuale storica: il concetto di «stabilità strategica» nata durante la Guerra Fredda per descrivere l’equilibrio nucleare tra USA e URSS, e adesso Pechino lo reinterpreta come cornice per gestire una competizione globale normalizzata tra grandi potenze, ben oltre il solo piano militare.
In quel salotto sedevano insomma due presidenti con agende differenti. Trump si presentava forte della leadership americana nei chip avanzati e nel sistema finanziario globale, con la capacità di imporre sanzioni a livello planetario, ma con dazi che avevano dimostrato efficacia limitata. Xi portava in dote la supremazia manifatturiera cinese, la centralità industriale costruita in decenni di globalizzazione e il controllo quasi monopolistico sulle terre rare. Come ha scritto Lamperti, entrambi «proveranno a mettere in risalto le vulnerabilità dell’altro».
Sul commercio, Trump ha annunciato accordi per acquisti cinesi di prodotti agricoli americani, circa duecento aerei Boeing (con stime ottimistiche fino a settecento), chip Nvidia e una maggiore apertura del mercato cinese alle imprese statunitensi. I media statali cinesi non confermarono nulla di tutto questo. Come hanno rilevato Sveva Pontiroli e Giovanni Chiacchio su Geopolitica.info, le intese commerciali raggiunte risultavano «estremamente vaghe» e la comunicazione di Pechino è rimasta prudente, limitandosi a vaghi riferimenti a «risultati positivi» e «nuovi consensi».
Il dossier tecnologico è stato forse il più emblematico di questa divergenza. Jensen Huang era diventato il personaggio secondario del summit: la sua inclusione dell’ultimo minuto nella delegazione americana aveva generato aspettative su possibili aperture sui chip. Ma scritto su Wired Italia, la dinamica era più complessa di quanto sembrasse. Nvidia era diventata una «leva negoziale doppia»: per Washington, concedere o negare l’accesso ai chip H200 significava modulare la velocità dell’intelligenza artificiale cinese; per Pechino, accettare o rifiutare quei chip significava comunicare il proprio grado di dipendenza. Trump stesso ha riconosciuto che la Cina non aveva ancora accettato perché voleva sviluppare microchip autoctoni (segnale che Pechino stava valutando se trasformare il parziale rifiuto in un messaggio politico di autosufficienza). È stata inoltre annunciata l’apertura di un meccanismo di dialogo sull’intelligenza artificiale, ma parlare di distensione tecnologica sarebbe stato esagerato.
Sull’Iran, Trump ha dichiarato che Xi aveva garantito disponibilità ad aiutare nei negoziati e si era impegnato a evitare trasferimenti militari a Teheran. La Cina ha mantenuto un linguaggio molto più prudente, confermando il proprio impegno verso una soluzione negoziale e citando la proposta di pace in quattro punti presentata da Xi. L’amministrazione americana ha annunciato di star valutando la revoca di sanzioni contro aziende cinesi che acquistano petrolio iraniano (un segnale di cedimento tattico non da poco, considerato che la Cina è il maggiore acquirente di greggio iraniano con circa un milione e mezzo di barili al giorno). Su questo dossier, come ha sintetizzato Lamperti, la Cina ha agito e continua ad agire «dietro le quinte», evitando qualsiasi ruolo che possa apparire subordinato alla strategia americana.
Su Taiwan, Xi è stato esplicito. Il Ministero degli Esteri cinese ha riportato le sue parole senza margini di ambiguità: la questione taiwanese è «il tema più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti», e se non verrà gestita correttamente «i due paesi avranno scontri e persino conflitti». Trump non ha dato segnali di risposta diretta, e la Casa Bianca si è limitata a dichiarare che «entrambe le parti avevano ribadito le rispettive posizioni di lunga data». Ma la dichiarazione più destabilizzante è arrivata dopo il summit, quando Trump ha risposto alla domanda di un giornalista su un possibile intervento americano in difesa di Taiwan in caso di attacco cinese: «Questa domanda mi è stata posta oggi dal Presidente Xi. Io ho risposto: non ne parlo, non ne parlo.» Una risposta radicalmente diversa da quella di Joe Biden nel 2022, che aveva dichiarato esplicitamente l’impegno americano nel difendere l’isola.
Dopo: cosa rimane quando si spengono le telecamere
Il vertice si è chiuso con un pranzo di lavoro e un invito immediatamente accettato, perché Xi visiti Washington settembre. Due leader che si ripromettono di rivedersi. Il prossimo atto del G2 è già in programma.
Ma cosa resta, concretamente, di questi due giorni a Pechino?
Anzitutto, resta la distanza tra le due narrazioni. Washington ha presentato il viaggio come un grande successo negoziale. Pechino ha comunicato il minimo indispensabile, esibendo una riservatezza che, di per sé, era già un messaggio. Come ha notato Lamperti, questa divergenza racconta la sostanza dell’incontro meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale.
In secondo luogo, resta l’assenza di ciò che non c’era. Nessun ulteriore taglio ai dazi. Nessuna svolta sulle terre rare. Nessun accordo strutturale sui semiconduttori. Nessun chiarimento sui grandi nodi strategici. Il summit non ha risolto le tensioni sul supporto cinese all’Iran, né ha visto Pechino offrire il suo appoggio per forzare Teheran al tavolo delle trattative. Nel frattempo, la Cina aveva già ordinato alle proprie aziende di ignorare le sanzioni americane e continuare gli acquisti di petrolio iraniano. Come hanno scritto, i due leader si sono «astenuti dal discutere approfonditamente delle problematiche strutturali» tra i due paesi.
Sul piano simbolico, invece, il vertice ha prodotto molto. Pechino ha orchestrato una scenografia meticolosa: la visita al Tempio del Cielo, costruito dall’imperatore Yongle nel XV secolo, simbolo del potere imperiale e della cosmologia cinese; il tour privato di Zhongnanhai con i cipressi millenari dai tronchi intrecciati, evocazione visiva di unione e interdipendenza; il banchetto nella Grande Sala del Popolo davanti alla pittura della Grande Muraglia all’alba. Ogni luogo era scelto con precisione per comunicare che la Cina si muove ormai sullo stesso piano geopolitico degli Stati Uniti o anzi – la metafora cambia di segno – il pianeta attorno a cui ruota il resto del mondo..
L’analista militare Zhou Bo, ex alto ufficiale dell’esercito cinese e docente alla Tsinghua University, ha sintetizzato con chiarezza il sentimento che il summit ha confermato a Pechino: «Il summit fra Donald Trump e Xi Jinping conferma ciò che i cinesi stanno iniziando a credere. E cioè che il mondo sia diventato davvero un sistema di potenze alla pari.»
Nel frattempo, la sequenza di eventi post-summit racconta quanto fossero in movimento gli equilibri regionali. Meno di una settimana dopo la partenza di Trump, Pechino tornava ad alzare il sipario: Vladimir Putin arrivava in visita di Stato a Pechino, in quello che si configurava come un segnale deliberato di allineamento tra Russia e Cina in un momento di riassestamento geopolitico globale. Mosca cercava rassicurazioni che l’eventuale miglioramento dei rapporti tra Pechino e Washington non avrebbe alterato il «triangolo strategico» che mantiene Cina e Russia più vicine di quanto ciascuna lo sia con gli Stati Uniti.
Sul fronte opposto, solo quattro ore dopo che Air Force One aveva lasciato Pechino il 15 maggio, Trump ha chiamato la premier giapponese Sanae Takaichi, che gli ha chiesto un resoconto dettagliato dei colloqui con Xi. I due si sono confrontati principalmente su temi legati alla Cina, alla sicurezza economica e agli affari strategici, con Takaichi che ha affermato di aver potuto «confermare che l’alleanza Giappone-Stati Uniti è incrollabile». Il gesto era necessario: sotto la guida di Takaichi, le tensioni politiche con Pechino si erano acuite, e Tokyo stava facendo del suo meglio per restare in buoni rapporti con Trump pur difendendo i propri interessi comuni con le altre democrazie industrializzate. Il timore di fondo, diffuso tra i diplomatici giapponesi, era quello di un G2 che potesse lasciare il Giappone ai margini del proprio vicinato.
A Taipei, la reazione è stata altrettanto tesa. Il governo taiwanese ha risposto alle esitazioni di Trump sulle vendite di armi ribadendo che «la stretta cooperazione tra Taiwan e gli Stati Uniti è sempre stata la pietra angolare della pace nello Stretto di Taiwan». E la preoccupazione si era già concretizzata in un dettaglio rivelatore: Trump aveva definito il pacchetto di aiuti militari da 14 miliardi di dollari per Taiwan un «ottimo chip negoziale» nei rapporti con la Cina, una formula che, agli occhi di Taipei, trasformava la sicurezza dell’isola in merce di scambio.
Conclusione: stabilizzare il disaccordo
C’è una formula, emersa nei giorni del summit, che cattura meglio di ogni altra la logica di questo incontro. Non «distensione», non «accordo», non «amicizia strategica» ma, come ha titolato Lamperti nella sua analisi per La Stampa, «stabilizzare il disaccordo».
Washington e Pechino non credono a una riconciliazione strategica. Entrambe vogliono guadagnare tempo: gli Stati Uniti per ridurre la dipendenza industriale dalla Cina, la Cina per colmare il gap tecnologico nei chip e trasformare il proprio modello economico, ancora troppo dipendente dall’export. Il summit ha confermato che nessuna delle due parti ritiene conveniente, oggi, lasciare deflagrare le tensioni.
È questa, forse, la vera notizia del vertice di Pechino del maggio 2026. Non gli accordi annunciati e non ancora confermati. Non i sorrisi tra i due presidenti davanti al Tempio del Cielo. E nemmeno le linee rosse ribadite su Taiwan. La notizia è che due potenze globali hanno scelto consapevolmente di congelare uno scontro che entrambe considerano strutturalmente inevitabile, e che ci hanno messo tanta scenografia quanta ne serve per far credere al mondo (e forse a sé stesse) che sia qualcosa di più.
[1] La «trappola di Tucidide» è un concetto elaborato dal politologo americano Graham Allison, che riprende un’osservazione dello storico greco Tucidide sulla guerra del Peloponneso: quando una potenza emergente minaccia di scalzare una potenza dominante, il conflitto tra le due diventa quasi inevitabile. Allison ha applicato questa logica al rapporto tra Stati Uniti e Cina nel suo libro Destined for War (2017), documentando come in dodici dei sedici casi storici analoghi negli ultimi cinquecento anni lo scontro sia effettivamente degenerato in guerra. Evocando questo concetto all’apertura del summit, Xi non stava facendo un riferimento accademico: stava dicendo a Trump che spetta alle due potenze dimostrare di poter essere l’eccezione alla regola.