18 Giugno 2026
7b2a72a0-10a1-44da-b762-82167996c8b7
Il funzionamento dell’odierno sistema economico mondiale si fonda su una fitta rete di scambi internazionali, nota anche con il termine di catene globali del valore. Le Global Value Chains (GVC) si sono rivelate un potente meccanismo di crescita dal momento che, sulla base del vantaggio comparato, ciascun paese ha potuto specializzarsi nella produzione di beni e servizi in cui gode del maggior vantaggio comparato, dunque nella produzione che comporta il minor costo comparato.[1]

di Martina Vantaggio

Il funzionamento dell’odierno sistema economico mondiale si fonda su una fitta rete di scambi internazionali, nota anche con il termine di catene globali del valore. Le Global Value Chains (GVC) si sono rivelate un potente meccanismo di crescita dal momento che, sulla base del vantaggio comparato, ciascun paese ha potuto specializzarsi nella produzione di beni e servizi in cui gode del maggior vantaggio comparato, dunque nella produzione che comporta il minor costo comparato.[1]

Un sistema in cui la frammentazione della produzione in lunghe catene internazionali è dunque divenuta condizione imprescindibile per la competitività.

Tuttavia, l’interdipendenza che è venuta ad instaurarsi ha fatto sì che le catene di approvvigionamento globale diventassero sia un canale per il passaggio delle materie prime e dei prodotti finiti che un veicolo per la trasmissione di crisi.[2]

Negli ultimi decenni una serie di interruzioni come quelle causate dalla crisi finanziaria del 2008, il terremoto in Giappone del 2011 [3] e quelle determinate dalla pandemia da Covid-19, hanno avuto un impatto fortemente negativo sul commercio con difficoltà nella reperibilità di materie prime, ritardi nella fornitura e interruzioni dell’attività produttiva in certi settori.[4]

La crisi scoppiata in Medio Oriente, a seguito dell’attacco statunitense ai danni dell’Iran, rappresenta l’ennesimo evento di instabilità per le catene di approvvigionamento, in particolare per quanto riguarda la fornitura di petrolio e di altri prodotti chimici. Come sappiamo il Golfo Persico è un’area di vasta importanza strategica, essendo il più importante fornitore di energia al mondo, con ben il 48% delle riserve petrolifere accertate a livello globale; inoltre, detiene il 40% delle riserve globali di gas naturale.

La chiusura dello stretto di Hormuz da parte di Teheran sta mettendo a repentaglio la sicurezza energetica, considerato che un quinto dell’approvvigionamento mondiale di petrolio e GNL passa da qui. I settori interessati da questa interruzione sono molteplici, basti pensare all’industria delle plastiche, le quali a loro volta costituiscono un componente essenziale per i materiali da costruzione, per i beni di consumo e per le applicazioni elettriche.[5]

Le interruzioni nell’approvvigionamento di petrolio e di altre materie prime fondamentali per l’industria, come polietilene, elio e alluminio, si riflettono nell’aumento dei prezzi che ormai da settimane stanno interessando il costo del carburante e l’industria delle plastiche; una situazione tanto critica da far discutere i governi sull’opportunità di adottare misure per ridurre i consumi di energia.[6]

In una situazione di incertezza come questa, un dato evidente è che il rischio geopolitico ha assunto centralità nella gestione delle catene di fornitura; l’opportunità di scegliere fornitori distanti geograficamente e politicamente, per sfruttare il loro vantaggio produttivo, perde di competitività se il rischio è quello di rimanere a corto di beni fondamentali. Pertanto, è necessario rimodulare le strategie di approvvigionamento prendendo in considerazione la diversificazione, per ridurre la dipendenza da fornitori unici, oppure il nearshoring o reshoring, ovvero riportare la produzione all’interno del territorio nazionale o in paesi vicini.[7]

Tuttavia, occorre riconoscere che queste due opzioni potrebbero non essere valide nel caso della fornitura energetica, essendo che le principali aree di estrazione di greggio si trovano in Medio Oriente; una via per ridurre la dipendenza dal petrolio, potrebbe essere quella di accelerare la transizione verso altre fonti energetiche come quelle rinnovabili.

Per un’azione più immediata l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) propone di intervenire sulla domanda di petrolio, attraverso un cambiamento nelle abitudini quotidiane di ciascuno; a tal riguardo ha elaborato 10 misure concrete tra cui l’introduzione dello smart-working, riduzione dei limiti di velocità, incentivare il trasporto pubblico e ridurre i viaggi aerei. [8]

La stessa linea era stata già adottata durante la crisi petrolifera degli anni ‘70, quando una brusca carenza di petrolio e il conseguente aumento dei prezzi dell’energia costrinsero l’occidente ad una riduzione drastica dei consumi energetici, attraverso l’imposizione di limiti nell’utilizzo delle risorse energetiche.[9]

Tuttavia, occorre riconoscere che misure di questo genere risultano palliative e soprattutto attuabili solo per un breve periodo, data la velocità con cui corre la realtà odierna e i legami che la caratterizzano. La questione centrale è che globalizzazione e geopolitica non vanno di pari passo, o meglio non sono guidate dagli stessi ideali: mentre l’interconnessione che deriva dalle reti di approvvigionamento globali richiama i vari paesi alla cooperazione, la geopolitica per definizione resta incentrata su una serie di interessi e strategie che sono riflesso di un’ideologia statocentrica.

Pertanto, invece di ragionare sulla necessità di interdipendenza come leva di crescita, le varie potenze continuano a sfruttarla come strumento di deterrenza per i loro giochi di potere.[10] Osservando la crisi in Medio Oriente si vede bene come la dipendenza globale dal petrolio proveniente dal Golfo, risulti essere un perfetto strumento di dissuasione nelle mani di Teheran a difesa dei propri interessi. 

NOTE AL TESTO

[1] FRIEDEN J.A., “Global capitalism: its fall and rise in the Twentieth century, and its stumbles in the Twenty-first”, W.W. Norton & Co. Inc., New York, 2020, pp.77-79

[2]: CROWE D., RAWDANOWICZ L., “Risks and opportunities of reshaping global value chains”, OECD Economics Department Working Papers, n°1762, OECD Publishing, Paris, 2023, p.6.

[3]: MINISTÈRE DE L’ECONOMIE, DES FINANCES ET DE L’INDUSTRIE, “The impact of Japan’s earthquake on the global economy”, Trésor-Economics n°100, April 2022, p.2.

[4]: MARIASINGHAM M.J., LUMBA A.J., JABAGAT C.R., “Examining Global Value Chains in Times of International Shocks”, in “Global Value Chain Development Report 2023”, 2023, p.1.

[5]: SIMONAZZI A., “Le conseguenze geo-economiche della guerra all’Iran”, Menabò n. 255/2026, sito https://eticaeconomia.it/ 13 marzo 2026.

[6]: KEESE S., “What’s the impact of the Strait of Hormuz on global supply and what should companies do now?”; sito https://www.rolandberger.com/en/ 27 marzo 2026.

[7]: THE ECONOMIST GROUP, “Trade in Transition: navigating the tides of uncertainty”, Global Report, 2024, pp.15-17.

[8]: TRAVISI P., “Crisi petrolio, il piano dell’AIE per ridurre i consumi” su ‘Rinnovabili’, https://www.rinnovabili.it/  20 marzo 2026.

[9]: PAGANO E., “1973: le prime domeniche dell’austerity” su ‘Novecento.org’, n°8, https://www.novecento.org/ agosto 2017.

[10]: CRAVERA A., “Il paradosso della complessità: perché un mondo interconnesso ci fa più paura” su ‘Sole24Ore’, https://www.ilsole24ore.com/ 8 aprile 2026.

Iscriviti alla nostra Newsletter
Enter your email to receive a weekly round-up of our best posts. Learn more!
icon