L’Italia è l’unico Paese europeo ad avere con la Cina una relazione culturale e storica, che risale a Marco Polo (Venezia, 1254-1324) e Matteo Ricci (Macerata, 1552 – Pechino, 1610) ed è proseguita anche a seguito dell’istituzione della Repubblica Popolare Cinese (1949), grazie a figure politiche di spicco come Pietro Nenni, Amintore Fanfani, Giorgio La Pira ed Enrico Mattei. Nel 1952 Ferruccio Parri fondò il Centro studi per lo sviluppo delle relazioni economiche e culturali con la Cina.
Italia
Con un decreto, il governo ha prorogato fino al 31 dicembre 2024 l’autorizzazione all’invio di armi all’Ucraina senza passaggi parlamentari. In un contesto di crescente militarizzazione, la democrazia e la trasparenza sono sacrificate per interessi economici e strategici, mentre la popolazione rimane in larga parte ignara di questa deriva neo-autoritaria.
di Giuli Chinappi Dopo la sua visita in Austria, il presidente vietnamita Võ Văn Thưởng ha proseguito il proprio viaggio a Roma, dove ha raggiunto un accordo per rafforzare il partenariato strategico con il suo omologo Sergio Mattarella.
di Timur Fomenko FONTE ARTICOLO: https://www.rt.com/news/576186-italy-leave-belt-road-china/ Roma sta valutando la possibilità di lasciare la Belt and Road Initiative con una mossa che metterà la volontà di compiacere ad altri stati occidentali al di sopra dei propri interessi nazionali. L’adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative (BRI) della Cina è in fase di rinnovo alla fine di quest’anno e i media occidentali ipotizzano che Roma possa scegliere di uscire dal patto. L’Italia è diventata la prima e unica nazione del G7 ad aver aderito alla visione infrastrutturale multimiliardaria proposta dalla Cina, firmando un memorandum d’intesa (MoU) appena prima che un’ondata di sentimenti anti-cinesi si scatenasse nel mondo. In effetti, la leadership del paese si trovava allora su una posizione molto diversa, con l’Italia guidata da Giuseppe Conte del Movimento Cinque Stelle, il cui populismo accusava l’establishment euro-atlantico di aver decimato l’economia italiana attraverso la crisi del debito del 2008 e le brutali misure di austerità che ne sono seguite. Non c’è da stupirsi, allora, che l’Italia abbia deciso di guardare a est. Anche a distanza di 15 anni dagli eventi del 2008, l’economia italiana non si è ancora completamente ripresa. Alla fine di quell’anno valeva $ 2,4 trilioni, mentre ora il suo valore $ 2,1 trilioni e cresce a malapena. Nuove e concomitanti crisi economiche hanno avuto un nuovo impatto. L’attuale leadership italiana non crede più che tutte le strade portino a Roma – figuriamoci all’odierna Via della Seta cinese – piuttosto, portano a Washington. Con l’aumentare della pressione sul Paese, i leader che si sono succeduti a Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni, hanno cercato di reimpostare la politica estera del Paese su obiettivi transatlantici, ponendo fine alla sua ribellione contro l’establishment e contemplando, così, l’abbandono della grande iniziativa della Cina. Stranamente, rimane la verità che sono l’UE e gli Stati Uniti a rappresentare la più grande minaccia per la prosperità dell’Italia, non la Cina. Mentre il dumping della BRI riceverà il plauso dei circoli di commento dominati dagli Stati Uniti, la realtà è che non si offrono alternative, piani e incentivi per rendere l’Italia un paese più ricco. È il “malato” del G7, un’economia avanzata che ha perso sempre più competitività, ma anche che è stata spinta al declino dall’essere un Paese del sud dell’Ue e un perdente netto delle politiche dell’Eurozona. È proprio a causa degli sconvolgimenti economici che il Paese ha dovuto affrontare negli ultimi 15 anni e della diffusa insoddisfazione che la politica radicale e populista ha guadagnato terreno. La Cina è stata giustamente vista come un’alternativa, un paese che potrebbe espandere rapidamente le esportazioni dell’Italia e investire nelle sue fatiscenti infrastrutture pubbliche. Tuttavia, questo è rapidamente diventato politicamente scorretto. I leader italiani sostengono che la partecipazione alla BRI sia stata una perdita di tempo. Tuttavia, la realtà è che quando l’eurocrate Mario Draghi è entrato in carica, ha cercato di reimpostare la politica estera italiana e ha iniziato a utilizzare i nuovi “poteri d’oro” per porre il veto e annullare gli investimenti cinesi...
A cura della redazione di Polis Etica Il 27 luglio 2022, POLIS ETICA, la neo Scuola Indipendente di Educazione Civica e Politica per Cittadini, ha realizzato un ennesimo convegno strategico, su di un tema tanto delicato che non ne parla quasi nessuno: chi sta causando la crisi politica, economica e identitaria dei paesi europei e dell’Europa nel suo insieme? E perché? La nostra sopravvivenza dipende dal riconoscere, su base OGGETTIVA, chi ci sta manipolando e inguaiando e chi potrebbe esserci d’aiuto. Ma, principalmente abbiamo bisogno di credere in noi stessi e nelle nostre identità e capacità e metterle insieme nell’interesse di tutti, senza perdere la nostra sovranità, nel rispetto reciproco. Al convegno “Ma quali sono gli interessi dei popoli europei e chi li tutela?” hanno partecipato politici, personaggi pubblici e rappresentanti della comunità scientifica, italiani e francesi. Tra i relatori c’erano il professor Alexandre Del Valle (noto politico e politologo, dalla Francia), il senatore Luigi Marino (politico, politologo e studioso del sistema russo ed ex sovietico, Italia), il Dr. Stefano Vernole (Direttore del CeSEM, Centro Studi Eurasiatici-Mediterranei, Eurasia, Italia), il Dr. Marco Ghisetti (analista di geopolitica per la rivista Eurasia, Italia) . Moderatore dell’evento è stato Guido De Simone (fondatore di Polis Etica). Durante l’incontro, i partecipanti hanno convenuto che dal 1945 l’Europa non è libera e, per ottenere una vera libertà ed un vero ruolo internazionale, l’UE deve liberarsi con intelligenza da qualsivoglia controllo “esterno” e in tutti i campi (monetario, militare, economico, politico), pur mantenendo buoni rapporti con tutti. Nei loro discorsi, i relatori hanno richiamato l’attenzione sulle conseguenze negative causate dal fatto che l’Europa segue senza obiezioni la politica ideologica e distruttiva statunitense contro la Russia (Russia che è proprio la gamba mancante ad un Occidente zoppo) e sostanzialmente obbedendo, senza obiezioni, salvo l’Ungheria di Orban, alla strategia egocentrica e sempre più autolesionista di Washington. Durante l’incontro si è parlato anche delle conseguenze negative della fornitura di armamenti all’Ucraina da parte dei paesi dell’UE, con costi diretti e conseguenze economiche e sociali che hanno solo danneggiato il tenore di vita dei cittadini europei e non la Russia. I partecipanti all’incontro hanno affrontato la crisi ucraina e le sue conseguenze dai vari punti di vista, incluso ciò che preoccupa moltissimo gli abitanti del continente europeo: il coinvolgimento in una guerra continentale solo distruttiva, se non definitiva (atomica). Hanno anche espresso la loro opinione negativa sulla concessione all’Ucraina dello status di paese candidato all’adesione all’Unione europea. È una mossa ideologica e pericolosa, ma anche un insulto a tutti i princìpi in base ai quali tutti gli altri aspiranti sono ancora oggi valutati e secondo i quali gli aderenti in passato sono stati accettati. E l’Ucraina di oggi NON è affatto compatibile con i princìpi dell’Unione Europea su tutti i piani. SINTESI DEGLI INTERVENTI, LE TESI PIÙ SIGNIFICATIVE Alexandre Del Valle Il professor ALEXANDER DEL VALLE ha offerto un’analisi critica del sistema europeo, rilevando che è stato concepito non in Europa, ma in America e quindi è un progetto puramente americano.«Poi è stato motivato dall’opposizione al blocco comunista sovietico e finanziato dal...
Articolo realizzato grazie all’attività di monitoraggio dei media russi da parte di SpecialEurasia. In una intervista rilasciata a RIA Novosti da parte del Direttore del Primo Dipartimento Europeo del Ministero degli Affari Esteri della Russia A.V. Paramonov, il rappresentante russo ha espresso insoddisfazione nei confronti dell’Italia sottolineando il forte atteggiamento russofobico che sta guidando la politica estera italiana. Paramonov ha infatti dichiarato che “È deprimente che ora, sullo sfondo dell’isteria antirussa, le autorità italiane abbiano improvvisamente dimenticato tutto: i trattati e gli accordi bilaterali esistenti, la natura speciale dei nostri legami, la ricca storia secolare di relazioni e forti tradizioni, l’esperienza di successo della cooperazione, un significativo capitale accumulato fiducia reciproca, e si sia unito alla frenetica campagna russofobica.” Nell’analizzare le recenti politiche adottate dall’Italia e pensando anche al prossimo futuro intervento che il presidente ucraino Zelensky farà al parlamento italiano, Paramonov ha commentato augurandosi che “a Roma, come in altre capitali europee, tornino comunque in sé, ricordino gli interessi profondi dei loro popoli, le costanti pacifiche e rispettose delle loro aspirazioni di politica estera” sperando che l’atteggiamento avuto dettato dal razzismo e dalla russofobia possa lasciare lo spazio a decisioni equilibrate volte a trovare il modo di garantire la sicurezza e la prosperità dell’intero continente europeo, e non solo di una parte di esso.
La seguente intervista è stata realizzata nel contesto di un lavoro più ampio riguardante l’Asia nel mondo post-pandemia. Dottor Floros*, per prima cosa la ringrazio per la sua disponibilità. Entriamo subito nel merito della questione. Per quanto riguarda il settore energetico (petrolio e gas), l’emergenza Covid-19 si inserisce in uno scenario di tensione più o meno latente che ha visto un recente crollo dei prezzi; ma questo fatto non è che l’ultimo sviluppo – incidentale, probabilmente – di una situazione di frizione tra i maggiori produttori mondiali (Usa, Arabia Saudita e Russia) che si protrae da tempo. Prima di entrare nel merito di come il Coronavirus impatterà lo scenario energetico futuro, puoi farci una breve cronistoria di come siamo giunti a questo punto? A marzo 2020, l’irrompere della crisi da covid-19 nel mercato dell’energia ha comportato la chiusura di una ciclo che era iniziato nel secondo semestre del 2014 quando i prezzi del greggio crollarono da quasi 120 $/b a meno di 50 $/b (Brent North Sea). Nel contempo, si è aperta una nuova fase dagli esiti potenzialmente dirompenti. Più precisamente, nonostante un marcato surplus dell’offerta e la cessazione del Quantitative Easing da parte della Federal Reserve che aveva contribuito in maniera significativa nel sostenere i prezzi del barile, le Petromonarchie del Golfo – guidate dall’Arabia Saudita – si opposero con forza al taglio della produzione durante l’OPEC meeting del 30 novembre 2014 e decisero di inondare il mercato, provocando il crollo dei prezzi. Sullo sfondo, un intreccio di conflitti geopolitici, a partire da quello tra Arabia Saudita e Iran che andava ben oltre la sede dell’OPEC, tra produttori convenzionali versus non convenzionali (i cosiddetti frackers Nord-Americani), fino allo scontro tra gli Stati Uniti d’America – spalleggiati dalla subalterna Unione Europea – e la Federazione Russa nel Maidan ucraino (colpo di Stato a febbraio 2014). Mi si conceda di levarmi un piccolo sassolino dalla scarpa. Al tempo, la maggior parte degli analisti ritenne che il crollo del petrolio fosse in primo luogo ascrivibile alla volontà saudita di mettere fuori mercato il tight oil Usa. Io invece fu uno tra i pochi – se non l’unico – che indicò nel comune obiettivo saudita-statunitense di sbarazzarsi degli ayatollah, così come dei siloviki tornati padroni in patria, la ragione principale del crollo dei prezzi. Seguì un periodo caratterizzato da oscillazioni di prezzo comprese tra i 30-50 $/b che si concluse il 30 novembre 2016 quando la neonata organizzazione a guida russo-saudita OPEC plus – e non più l’OPEC a trazione saudita – decise di tagliare l’output di 1.200.000 b/g al fine di sostenere l’oro nero. E’ importante precisare che la nascita dell’OPEC plus – successivamente trasformata in organismo permanente – e tutti gli accordi raggiunti in tale sede nel periodo novembre 2016-19 furono il risultato politico della vittoria militare ottenuta dalla Federazione Russa in Siria, dove Mosca era intervenuta nel rispetto del diritto internazionale a partire dal 30 settembre 2015 in supporto all’esercito regolare siriano di Bashar al-Assad. Si giunge così a...
Probabilmente nella storia recente nessuna profezia geopolitica si è rivelata più erronea de la fine della storia prospettata da Fukuyama all’indomani della caduta dei sistemi socialisti dell’Europa orientalei. Quello che si profilava come il secolo americanoii si sta rivelando invece come il secolo multilaterale, se non addirittura il secolo cinese.iii Quello che è certo, è che l’accelerazione dei processi di globalizzazione economica presenta oggi aspetti meno scontati del previsto. In questo contesto, capire il progetto della Nuova Via della Seta significa capire in larga parte i nuovi equilibri geopolitici planetari e, per il nostro paese, sapere affrontare nuove questioni nonché scorgere nuove opportunità. D’altra parte già nel 2006 Christopher Pehrson intuì il progetto della Nuova via della Seta definendolo come “strategia del filo di perle”; con questo concetto, l’alto ufficiale statunitense anticipava la strategia cinese di realizzare nei paesi esteri infrastrutture autonome in aree geostrategiche del pianeta, avvalendosi della compartecipazione di capitali o aziende cinesi secondo un rapporto di costi e benefici.iv Risulta infatti evidente che la Nuova Via della Seta rappresenta un ambizioso progetto economico, culturale e politico, una manovra strategica epocale che viene proposta per connettere i paesi coinvolti in modo da ampliare gli scambi commerciali e culturali tra i popoli. Questo perché, contrariamente al modello di globalizzazione predatoria proposto – anzi imposto – da parte statunitense e Occidentale, che ha ricalcato e ricalca ancora tutti i crismi dell’imperialismo novecentesco, le élite cinesi non sono orientate a logiche di puro profitto ma tendono principalmente ad assicurare l’ordine sociale, attraverso un pensiero che subordina l’istinto egoistico individualista a quello dell’interesse collettivo. E questa è stata l’impostazione che ha guidato finanche lo sviluppo delle multinazionali cinesi che, in gran parte di proprietà pubblica, hanno acquisito molti asset fondamentali dell’Occidente. Protagonisti di queste azioni sono, per esempio, la ChemChina gigante mondiale della chimica, o la Cosco Shipping Line, la più grande compagnia di navigazione del pianeta. Ma cos’è esattamente la Belt and Road Initiative (Bri), il programma cinese di investimenti infrastrutturali che riuscirebbe ad oscurare il Piano Marshall, mettendo sul piatto mille miliardi di dollari, ovvero sette volte tanto quanto stanziato dagli americani alla fine della Seconda guerra mondiale? C’è subito da chiarire che non esiste una definizione ufficiale. La Bri è stata lanciata dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013, ma molto spesso vengono fatti rientrare al suo interno progetti che sono partiti anche diversi anni prima. Basti ricordare che al settembre del 2018 erano stati finanziati 173 progetti nominalmente collegati alla Bri in 45 Paesi. Secondo i funzionari cinesi, la Nuova via della Seta dovrebbe reggersi su sei grandi corridoi internazionali. Il primo è quello con il Pakistan (la sigla ufficiale è Cpec), poi c’è quello che attraversa Bangladesh, India e Myanmar (Bcimec). Il terzo prevede la partecipazione di Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan (Ccwaec). Il progetto che coinvolge Cambogia, Laos, Malesia, Thailandia, Myanmar e Vietnam è il Cicpec. Il quinto asse è con Russia e Mongolia (Cmrec), mentre la sesta colonna è quella che...
Sabato 13 aprile 2019, alle ore 11 al Palazzo Cordellina Contra’ Riale, 12 a Vicenza si inaugurerà la mostra La Serbia e l’Italia-Un esempio di solidarietà 1914–1918 dai documenti storici custoditi nell’Archivio della Serbia. Saranno esposti documenti sulla storia della Serbia durante la prima guerra mondiale, con particolare attenzione alle relazioni serbo-italiane (diplomatiche, culturali e militari) nel periodo dal 1914 al 1918 e il contributo della Serbia nella vittoria degli alleati. Mostra aperta da sabato 13 a martedì 19 aprile 2019 Orari: Pomeriggio dalle ore 15 alle ore 18.30
В Модене прошла международная встреча демократического молодёжного союза Европы DEMYC. Собрались представители политических партий из различных стран, среди которых были Германия, Венгрия, Турция, Польша, Сербия, Украина, Россия и многие другие. Поскольку в мае текущего года должны состояться европарламентские выборы, то ключевой идеей собрания стала тема «Продуктивный Евросоюз ради лучшей Европы». Участники обменялись мнениями в течение трех дней, выступая на заседаниях, участвуя в круглых столах. Стефано Верноле — журналист-публицист, заместитель директора журнала геополитических исследований «Евразия», координатор Центра Евразийских исследований Средиземноморья (ред. — https://www.cese-m.eu/)поделился своим видением по данной теме в Италии. Можете охарактеризовать, как разделена партия «Forza Italia»? Вы сказали, что есть несколько сторон. — «Forza Italia» ближе к Европейскому Союзу и представляет собой либеральный центр. Но есть ещё одно течение Forza Italia, которое ближе к стороне правых и критикует политику Европейского союза. Это важное различие, потому что существует течение «Forza Italia», которое приближено к популярным партиям Европы. Есть популярная партия, которая в союзе «Forza Italia», но существует также демократическая партия. Есть предположение, что Италия собирается выйти из Европейского Союза. Вы считаете, это может случиться? — Нет. Правительство никогда не говорило о выходе из Европейского Союза, если только в случае каких-то огромных недовольств политикой ЕС. Может быть, что-то изменить в правилах Европейского союза? — Джузеппе Конте выступал за отмену антироссийских санкций и хотел внести изменения, но Италия всегда находилась под давлением Европейского Союза и Соединённых Штатов Америки в отношении отмены санкций против Российской Федерации. — Какой на Ваш взгляд будет результат выборов в Европе в мае следующем году? — Эти выборы чрезвычайно важны для будущего Европы. Есть разделение на две позиции – в поддержку и против политики Европейского Союза. Большое количество политических сил хотят поменять правила Европейского Союза. Для нас важна трансформация глобального видения Европейского Союза, не только экономического и финансового, но и культурного в политике Евросоюза: в виде уважения идентичности каждой отдельно взятой страны в Европейском Союзе. Основная борьба развернется, судя по всему, между представителями правоцентристской «Европейской народной партии» и «Прогрессивного альянса социал-демократов» — итальянцами Антонио Тайяни и Джанни Питтеллой. Оба в политике давно. Бывший пресс-секретарь скандального экс-премьера Италии Сильвио Берлускони, Тайяни — юрист по образованию и состоит в консервативной партии Берлускони «Forza Italia» («Вперед, Италия»). В Европарламенте Тайяни с 1994 года, а с 2014-го занимает пост одного из четырнадцати вице-президентов законодательного органа. Как признался сам политик, он хочет быть «президентом, который строит мосты». В отличие от Мартина Шульца, уверяет Тайяни, он будет не только выражать собственное мнение, но и представлять весь парламент, включая маленькие фракции. Какая сейчас позиция у Италии в ЕС? — Происходящие события формируют, по моему мнению, довольно интересный период. Потому что в правительстве Италии происходит эксперимент с партиями. Есть две различные друг от друга партии – «Five Stars» (Пять звёзд) и «Lega Nord» (Северная Лига). Партия «Lega Nord» защищала культурные традиции и легальность миграции, рассматривая политику в отношении ужесточения правил миграции. «Five Stars» защищают социальное видение и права рабочих, и молодёжи, что представляет собой новую тенденцию в политике. В Италии это первый случай, когда партия левых и правых создают альянс в правительстве. Такая ситуация может быть...