12 Settembre 2026

isis

assad_syria
La spirale di violenza e distruzione in cui è stata coinvolta la Siria negli ultimi cinque anni può essere analizzata sotto un ulteriore punto di vista capace di fornire una spiegazione alternativa rispetto a quella inerente l’estremismo islamico. All’incirca un anno prima che iniziasse il dramma che ha coinvolto l’intero popolo siriano, Damasco aveva ospitato la “Settima Esibizione Internazionale Siriana del Petrolio e del Gas”, convocata dal Ministero del Petrolio di Assad. L’esibizione fu sponsorizzata dalla China National Petroleum Company (CNPC), dalla Shell e dalla francese Total e vide la partecipazione di centinaia di rappresentanti di imprese petrolifere internazionali, il 40% delle quali con sede in Europa. Un memorandum del 2010 redatto da Allied Expo, organizzatori dell’evento, per conto del Ministero del Petrolio siriano, spiega come la società britannica Shell, prima fra tutte, contava di lavorare a stretto contatto con il regime di Assad per sviluppare la produzione di gas siriano. La compagnia petrolifera anglosassone fu talmente determinata nel proprio intento che durante l’intero corso del 2010 fece incontrare i più alti funzionari della Shell stessa, coi diversi ministri del governo britannico. Tra questi i più importanti erano il Ministro degli Affari Esteri David Howell, il Ministro del Dipartimento dell’Energia e del Cambiamento climatico Charles Hendry e lo stesso David Cameron. Questi incontri di alto livello coi vari dipartimenti del governo si sono susseguiti ogni singolo mese (ad eccezione del giugno del 2010) fino alle fine dell’anno seguente ed avevano come obiettivo la pianificazione di una politica comune tra il governo britannico e le compagnie petrolifere. Tale comunione di intenti non risulta essere un caso isolato e limitato allo scenario siriano. Infatti le analogie con le vicende che hanno coinvolto l’Iraq all’inizio del nuovo millennio sono molte tanto che alcuni documenti del governo britannico declassificati  nel 2015 mostrano che si è cercato di applicare la stessa dinamica che ha preceduto l’invasione dell’Iraq avvenuta nel 2003 anche alla Siria. Le azioni perpetrate dal governo di Londra prima nei confronti di Baghdad e poi di Damasco risultano essere irrimediabilmente similari. Infatti, secondo tali documenti le compagnie britanniche British Petroil e Shell, prima della caduta di Saddam Hussein, avevano tenuto diversi incontri, tutti con esito negativo, con ufficiali di alto rango del governo iracheno per garantire alle imprese energetiche britanniche un ruolo nell’Iraq post-conflitto. I legami con il fallimento delle trattative delle compagnie petrolifere con l’invasione irachena sono sempre sembrati fin dal principio molto chiari, anche se l’allora Primo Ministro Tony Blair accusava di “cospirazionismo” chiunque osasse tracciare un legame tra l’invasione dell’Iraq e la volontà da parte dei governi occidentali di accaparrarsi le risorse petrolifere del paese. In privato, invece, l’allora primo ministro inglese ammetteva che «difficilmente potrebbe essere negato un ruolo alle imprese britanniche in Iraq se il governo si dimostrerà un alleato fedele degli Stati Uniti». Dopo quasi una decade, esattamente nel 2011, il copione sembra ripetersi in Siria, quando il vento “idealistico” di quelle che furono immediatamente battezzate dall’opinione pubblica occidentale come “Primavere Arabe” iniziò a minacciare anche...
foreignfighters
Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo pubblica questo articolo a firma del dottor Matteo Russo su gentile concessione dell’autore. Da sempre il terrorismo ha mostrato di avere una grande capacità adattiva alle situazioni di conflitto, innovando volta per volta le strategie di lotta e gli obiettivi perseguiti. Pertanto il terrorismo è da sempre stato un fenomeno dai tratti cangianti e multiformi, difficile da debellare e quasi impossibile da prevedere. Esso è, in questo senso, l’attore privilegiato dei nuovi conflitti asimmetrici, ovvero di quei conflitti ibridi e contaminati condotti indistintamente tra entità statali e para-statali, tra Stati sovrani e individui o organizzazioni prive del monopolio legale dell’uso della forza. L’asimmetria strategica messa in campo dai terroristi andrebbe interpretata quindi come una risposta reattiva alla disparità di potenziale, perciò bellica, tra le forze in campo. Anche i terroristi contemporanei, dunque, al pari dei loro predecessori, esibiscono dei tratti peculiari e innovativi indispensabili alla loro sopravvivenza. Ad oggi, si noti come a partire dalla primavera araba le principali correnti jihadiste mediorientali e nordafricane, su tutte Al-Qaeda, abbiano perso gran parte dell’appoggio da parte delle popolazioni locali anche in virtù della nascita di alcuni movimenti riformatori più moderati come il movimento Sahwa, il che ha spinto tali organizzazioni a rivedere le strategie sino ad allora vigenti. Contestualmente, il vuoto di potere seguito ai fallimenti politici seguiti alla primavera araba ha facilitato l’avvento di movimenti para-statali, soprattuto in Libia e Tunisia, apparentemente meno violenti e radicali rispetto alle fazioni jihadiste, come per esempio Ansar al-Shar’ia, che ha saputo sfruttare l’appoggio di quella gran parte della popolazione stanca delle ingerenze occidentali negli affari nazionali. La guerra civile in scoppiata in Siria e in Iraq nel 2011 ha certamente complicato il quadro internazionale contribuendo a sviluppare quel fenomeno ormai tristemente note col nome di foreign fighters. Tale fenomeno, pur rappresentando al giorno d’oggi una grande minaccia per le società occidentali, non è affatto una novità: già la guerra civile spagnola; la guerriglia in Afghanistan scoppiata in seguito all’invasione sovietica del 1989; il conflitto bosniaco degli anni ’90 e gli episodi di violenza in Dagastan e Cecenia registrarono l’affluenza di combattenti stranieri. Tuttavia, in seguito agli attentati dell’11 settembre, la presenza di combattenti stranieri tra le fila di Al-Qaeda, sembra aver arricchito l’espressione di una nuova accezione, ossia quella di terrorist. Il grande timore suscitato da questa nuova forma di terrorismo è dovuto alla perenne e latente minaccia rappresentata da quei “comuni cittadini” che, dopo essersi recati in zone di conflitto jihadista, possano, di ritorno in patria, compiere atti di terrorismo o proselitismo. Lo studio analitico del fenomeno, anche dal punto di vista giuridico, a ben vedere, si rivela arduo a causa di una serie di  differenti ragioni: per prima cosa la ricerca è limitata dal momento che vi è purtroppo uno scarso numero di dati consultabili circa l’identità, spostamenti e motivazioni dei combattenti; in secondo luogo, le medesime osservazioni avanzate intorno all’ambiguità terminologica del concetto di terrorismo varrebbero a maggior ragione in questo peculiare caso; e...
Flag_of_Islamic_State_of_Iraq.svg
Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo pubblica questo articolo a firma del dottor Matteo Russo su gentile concessione dell’autore. Oggi più che mai il terrorismo di matrice islamica sembra rappresentare la più grande sfida e al contempo la più grande minaccia per il cosiddetto mondo Occidentale. A ben vedere, tuttavia, nonostante tale delicato tema abbia monopolizzato l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica, assurgendo a vero e proprio argumentum principis in tema di sicurezza internazionale, di esso, purtroppo, si ha un quadro storico e giuridico tutt’altro che esaustivo. Se ciò accade – verosimilmente non a causa di derive oscurantiste o complottiste – è perché si è ormai radicata l’erronea convinzione che parlare di terrorismo significhi rimandare automaticamente a un concetto sedimentato nell’immaginario collettivo, di cui la moltitudine può percepirne, senza ulteriori specificazioni, il profondo disvalore. Tale assunto può essere dato per vero fino a un certo punto, ma probabilmente non aiuta a circoscrivere il fenomeno oggetto di studio. Cercherò, a tal proposito, di mostrare come sia la sua profonda ambiguità, semantica e concettuale, leggibile nel suo decorso storico, a causare le maggiori difficoltà circa la sua comprensione. È noto che il termine “terrore” derivi dalla parola latina terror, che in origine designava l’atto del tremare e in seguito assunse il significato di “stato emotivo di estrema paura”. Storicamente, uno dei primi esempi di terrorismo viene considerato quello perpetrato dai Sicarii, una setta religiosa attiva in Palestina al fianco degli Zeloti nella lotta contro i Romani durante la prima guerra Giudaica (66-74 d.C.). L’azione particolarmente cruenta faceva dei Sicarii temibili avversari che, stando alle fonti del tempo, incutevano sommo terrore. Pressappoco contestualizzato nella stessa area geografica, vale la pena ricordare un movimento, fondato in Persia e diffusosi anche in Siria, divenuto celebre con il nome di Assassini, formato da mercenari al servizio degli Ismailiti, allora seconda grande corrente del mondo islamico di confessione Sciita. Il loro modus operandi, contraddistinto da una forte carica messianica, consisteva in azioni sanguinarie verso obiettivi politico-religiosi di cui non condividevano la visione “corrotta” della religione islamica. Anche l’India e l’Estremo Oriente, nel corso di alcuni secoli fino all’Ottocento, conobbero alcune corporazioni e società segrete composte da membri dediti a furti, saccheggi e omicidi, le cui abilità erano messe al servizio di potenti locali dediti al culto della dea Kalì. Tra questi vi erano i Thugs, scaltri strangolatori affiliati a ricche caste locali da cui ricevevano approvvigionamento e protezione, al fine di combattere tramite azioni estemporanee l’avanzata imperiale di “Sua Maestà” Inghilterra. A partire dall’Età Moderna, e soprattutto durante la Rivoluzione Francese , il termine “terrorismo” acquisì progressivamente un significato ben più ampio e complesso, per la politica in particolare, divenendo ciò che Hegel chiamerà Schreckenzeit, ossia il “tempo del terrore”. Paradossalmente, la risonanza storica del termine si configurava come contrappeso concettualedogmatico alla nascita dei Diritti dell’Uomo, proprio durante la Grande Révolution che avrebbe da lì a poco negato i suoi principi ispiratori. La storicizzazione del fenomeno, indagato sotto una nuova luce e inscindibilmente legato a vicende...
terrorismo
Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo pubblica questo articolo a firma del dottor Matteo Russo su gentile concessione dell’autore. Parlare di terrorismo come categoria concettuale a sé stante, e ancor di più se, come al giorno d’oggi, non contraddistinta da una chiara e condivisa definizione giuridica, è un’indubbia forzatura. Tuttavia, comprendere la genesi di questo fenomeno politico-sociale composito e cangiante, provando a immaginarne l’evoluzione e cogliendone le eventuali ciclicità, è un esercizio utile sotto svariati aspetti. Sebbene gli interpreti di questo “movimento globale” siano chiaramente il risultato della trasformazione degli assetti geopolitici vigenti, riuscendo a riadattare le proprie rivendicazioni e strategie a istanze contemporanee, essi esibiscono tratti ricorrenti. Secondo alcuni studiosi, il terrorismo “moderno” sarebbe stato interessato da quattro ondate principali: una prima ondata anarchica apparsa sul finire dell’Ottocento; una seconda ondata anti-coloniale intorno al 1920; una terza ondata della cosiddetta “New Left Wave” nella seconda metà del Novecento; ed infine, l’ultima e tuttora esistente, ondata di estremismo religioso. Stando a questa esemplificazione, ciascuna ondata, pur esibendo tratti del tutto peculiari e originali, influenzerebbe nei metodi e nelle finalità la successiva, dando vita a un movimento ciclico. Nello specifico, l’ondata di estremismo religioso che conosciamo e a cui stiamo assistendo avrebbe interiorizzato pratiche appartenenti originariamente a fenomeni rivoltosi molto distanti, generando una fattispecie eterogenea e difficilmente inquadrabile. L’unicità di questo movimento è stata inoltre oggetto di una puntualizzazione, la quale, incoraggiando un’estesa analisi avente ad oggetto gli attori in relazione agli accadimenti coevi, ha segnato la nascita della cosiddetta “fifth wave of modern terrorism”. A tal proposito, questa nuova ondata di terrorismo globale, pur traendo linfa vitale da istanze di riappropriazione identitaria, politica e culturale di matrice locale, promuove e incoraggia pratiche di rifondazione mediante l’utilizzo di azioni destabilizzanti su scala universale. Uno dei dati più interessanti di questa nuova ondata è rappresentato dal fatto che nonostante essa presenti un marcato geolocalismo politico de facto – inteso come peso geopolitico relativo ad aree geografiche residuali e delimitate – il suo potenziale “epidemico” di contagio resta molto alto. La bivalenza e per certi versi novità assoluta di questa nuova ondata terroristica sta nella profonda scissione tra effettività egemonica (politico-territoriale) e rappresentazione della medesima, quasi come se la “volontà di potenza” di matrice escatologica e messianica sprigionata da un subalterno numero di individui potesse colmare il gap di potere esistente. Ciò che non può essere raggiunto nel conflitto simmetrico per evidente squilibrio di mezzi viene sublimato in una dimensione immaginifica in cui i nuovi sostenitori, oltre a sentire il peso della rifondazione di un lascito religioso-antropologico destinato all’oblio, sono contestualmente mezzo e fine, soggetti attivi e oggetti passivi, di quel processo inarrestabile che è l’ iper-globalizzazione. La grande scissione in atto è fonte da un lato di esasperazioni e iper-rappresentazioni delle minacce reali e dall’altro di un grado di imprevedibilità molto elevato dei “nuovi terroristi”. Lontani ormai dalle vecchie lotte di liberazione, così come da rivendicazioni reali e territoriali immanenti a una logica transnazionale “post-coloniale” in estinzione, essi simboleggiano l’ horror...
Siria 1
L’origine. Dal 2011 ad oggi, la crisi siriana è stata l’epicentro delle cronache a livello internazionale; un conflitto che ha causato circa 400.000 vittime e l’abbandono della propria casa da parte di 11.000 abitanti. Durante le Primavere Arabe – espressione con la quale si fa riferimento all’ondata di proteste che hanno attraversato i regimi arabi nel 2011, le cui immagini da metà gennaio vennero trasmesse anche in Siria, assieme ai successi che avevano ottenuto in Tunisia e in Egitto – a Deraa, una città a maggioranza sunnita nel sud della Siria, un gruppo di adolescenti viene arrestato e maltrattato per aver scritto su alcuni muri di una scuola “Il popolo vuole la caduta del regime”e “E’ il tuo turno, dottore” (messaggio rivolto al presidente Assad, laureato in oftalmologia). In seguito a tale evento numerose persone si riuniscono a Damasco, ad Aleppo e a Deraa per manifestare in modo pacifico, ma a causa delle provocazioni esterne (1) si trasformano ben presto in proteste e a seguire in scontri armati, scatenando così una vera guerra civile. Cominciano a svolgersi anche manifestazioni a sostegno di Assad, mentre il governo guidato da Naji al-Otari si dimette. Deraa viene circondata dalle forze armate siriane e la città viene occupata dall’esercito alla fine del mese di aprile. Il 14 aprile viene formato un nuovo governo guidato dal primo ministro AdelSafar, e il 21 aprile viene revocato lo stato di emergenza, il quale era stato imposto nel 1963 dal colpo di stato baathista. Assad concede una serie impressionante di riforme ma l’Occidente non vuole sentire ragioni (2). Il 9 maggio l’Unione Europea impone un blocco economico sulle armi e ordina sanzioni contro la Siria, ma non contro Bashar al-Assad. Per la prima volta si parlerà di crimini contro l’umanità: il regime di Damasco viene accusato con l’intento di utilizzarli per sopprimere le proteste. Nel luglio del 2012 viene fondato il FSA, l’Esercito Siriano libero, col fine di liberare la Siria da Bashar al-Assad. Nel mese di settembre nasce l’SNC, il Consiglio Nazionale Siriano, dove vengono eletti i suoi 140 membri a Istanbul. A novembre la Lega Araba sospende la Siria; più tardi si presenta il Fronte al-Nusra, la milizia islamista legata ad al-Qaeda – dichiarata organizzazione terroristica dagli USA –, e ciò porta alla conquista del 40% del territorio siriano per mano dell’opposizione. Ad agosto del 2013, l’ONU, conferma l’utilizzo di armi chimiche – gas nervino – a Ghouta, nel Damasco, dove Assad lo autorizza a distruggerle (accordo tra USA e Russia). A gennaio del 2014 i miliziani dello Stato islamico (ISIS) sfruttano il caos nel paese e fondano la loro base a Raqqa. L’ONU dal canto suo apre dei tavoli con tutti gli attori nazionali e non nazionali che partecipano al conflitto, ma gli accordi derivanti non reggono e falliscono rapidamente. A settembre nasce la coalizione internazionale contro l’ISIS, istituita dagli Stati Uniti a guida statunitense e supportata anche da vari Paesi che vi partecipano. L’ISIS prosegue l’anno 2015 conquistando altri vari territori rivendicando il suo...
ISIS-isis
Martedi 15 marzo 2016, alle ore 20:15 presso il Ristorante Il Cavallino di Maranello (Mo) si terrà la serata conviviale organizzata dal Rotary Club di Sassuolo dal titolo Il caos in Medioriente. Ospite il giornalista e responsabile delle relazioni esterne del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, Stefano Vernole. Serata per soci e ospiti. http://www.rotarysassuolo.it/appuntamenti/
DAESH
articolo originale: http://www.asrie.org/asrie/?p=852 Daesh alla conquista dell’Asia Centrale: la nascita del Vilayat Khorasan Lo Stato Islamico potrebbe guardare maggiormente all’Asia Centrale come territorio di prossima espansione, strategia adottata in risposta alle recenti perdite territoriali e di uomini subite in Siria,grazie all’azione russa ed in Iraq grazie all’offensiva militare delle truppe irachene e alla resistenza ostinata dei peshmerga curdi. L’Asia Centrale rappresenta un’area di primaria importanza strategica ed economica e già in passato ha visto scontrarsi grandi potenze come l’Impero degli Zar e quello Britannico e poi l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti in quello che è stato definito come “Il Grande Gioco” in inglese (The Great Game) e “Torneo di Ombre” in russo (Турниры теней – Turniry Teney). Attualmente la regione vede gli interessi della Federazione Russa, nazione che considera l’Asia Centrale come area di diretta influenza e che vorrebbe continuare ad esercitare il proprio controllo su di essa, gli Stati Uniti, interessati direttamente per quel che riguarda l’Afghanistan dal 2001 ed “indirettamente” nei rapporti politico-economici che la Casa Bianca ha cercato di instaurare dopo la caduta dell’Unione Sovietica, e la Cina, potenza sempre più volenterosa di affermare la sua autorità a livello regionale e continentale giocando la carta della “neutralità” ed investendo ingenti somme di denaro nei progetti di sviluppo dei paesi centro asiatici. A questi tre litiganti possiamo aggiungere anche Daesh, organizzazione terroristica che, dalle ceneri dell’ISI affiliato ad al-Qaeda, è stata capace di realizzare una entità statale indipendente in vaste aree della Siria e dell’Iraq e che sta espandendo la sua influenza in molteplici direzioni: Nord Africa, Europa, Caucaso ed attualmente anche l’Asia Centrale. Un primo passo significativo è stato quello di trasformare il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU), organizzazione terroristica attiva principalmente in Afghanistan e Pakistan che vede tra le sue fila uomini e donne uzbeki e delle ex repubbliche sovietiche centro asiatiche, da semplice alleato a gruppo facente parte dello Stato Islamico. In un video di due minuti e mezzo apparso sul web la scorsa estate il leader di IMU, Usmon Ghazi, ha dichiarato in lingua araba al mondo intero la sua fedeltà (Ba’ya) ad Abu Bakr al-Baghdadi ed ha trasformato il suo movimento ed i suo combattenti in soldati dello Stato Islamico della regione del Khorasan (Vilayat Khorasan). Le parole di Ghazi possono essere lette come il preambolo per l’espansione di Daesh verso l’Asia Centrale e devono essere viste come il compimento di un progetto di assimilazione all’interno dello Stato Islamico iniziato nel settembre del 2014 quando lo stesso leader di IMU sul sito web ufficiale del movimento aveva proclamato il proprio supporto e la propria vicinanza al gruppo guidato da al-Baghdadi, tenendosi ben distante dal pronunciare la parola Ba’ya (o Bahyat), ossia “fedeltà”. Nel marzo 2015 era stato Sadulla Urgenji, militante che sosteneva di far parte del gruppo degli Uzbeki che combattevano tra le file di IMU in Afghanistan, il primo a dichiarare la sua fedeltà e quella del suo gruppo ad al-Baghdadi non ricevendo però il supporto di Ghazi. Si è dovuta aspettare...
Dopo i fatti di Parigi del 13 novembre siamo stati inondati da una montagna di fesserie sulla politica internazionale. La scarsa competenza, la fretta, o la malafede di molti commentatori, si è unita al basso interesse per i fatti del Medio Oriente della stragrande maggioranza del pubblico. Interesse ravvivato tardivamente solo da una minaccia vera e concreta manifestatasi nel cuore dell’Europa. Il risultato? Un concentrato di pericolosissima disinformazione, destinata a riverberarsi sulle scelte politiche ed elettorali. Una sequela di appelli alla “crociata” contro il nemico islamico, affrettati e impulsivi, privi di ogni vera aderenza alla realtà. Cosa sappiamo, ma soprattutto cosa ci è stato raccontato della guerra civile siriana? E quanto sappiamo degli interessi che il mondo occidentale, spalleggiato da alleati di alto rilievo, come l’Arabia Saudita e la Turchia, e altre grandi potenze avversarie, come la Russia e l’Iran, detengono nella fondamentale regione mediorientale? Privo di un’adeguata esposizione mediatica, questo conflitto inizialmente locale e ristretto, nato nel 2011 sulla scia della Primavera Araba, è divenuto in realtà una mini guerra mondiale dove da tempo sono schierate una contro l’altra, seppur velatamente, le maggiori potenze. La posta in gioco? Semplicemente, ma non banalmente, il controllo di importanti risorse naturali, come il gas, e dei loro canali di trasporto, e il presidio geopolitico nella zona, da difendere o da preservare. In particolare non ci è stato spiegato chiaramente che, oltre che una guerra politica fra il governo di Bashar al-Assad e ribelli dissidenti, questa è anche una guerra settaria fra gruppi islamici di correnti diverse. Fra una minoranza di tendenza sciita, alla quale appartiene il partito del Presidente (che ufficialmente si definisce secolarista), e numerosissimi gruppi vagamente “rivoluzionari”, di fede sunnita, fra i quali ora è prominente, ma non lo era neppure due anni fa, quello chiamato Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL), precedentemente ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), in arabo Daesh, che tanto terrore oggi suscita in Europa. È il nostro continente infatti, oltre ai milioni di siriani direttamente coinvolti nelle devastazioni, la maggior vittima del caos siriano. Le milizie appartenenti all’ISIS si sono dimostrate aggressive ed espansioniste, diffondendo morte e distruzione su tutti i fronti, sia contro gli occidentali, che gli hanno mosso guerra riconoscendone la elevata pericolosità, sia contro i sostenitori di Assad e gli sciiti presenti nell’area. Alcuni, ma non tutti, dei gruppi “rivoluzionari” sunniti, comparsi come funghi, pur possedendo una evidente componente terroristica, hanno ricevuto quasi da subito supporto tecnico e/o economico da parte di alcuni paesi occidentali, in primis Usa, Francia e Regno Unito, e stati del Golfo come Kuwait e Qatar, miranti ad indebolire il vero nemico dell’Occidente e dei suoi alleati, ovvero il signor Assad, e il suo più saldo appoggio nella regione, l’Iran. In questa guerra la Francia, che ora piange i suoi morti, ha già preso posizione a fianco di Washington e del Regno Unito, appoggiata dall’Onu, e ha effettuato bombardamenti aerei contro campi di addestramento dello Stato Islamico prima in Iraq e poi, a settembre,...
al-assad-siria
What’s behind the unrest of Western propaganda? When the war in Syria began in 2011, a huge number of Western states supported the so called “moderate rebel fighters” and their uprising against President Bashar Al-Assad and the Syrian Arab Army. The events occurred in the following years brought to light the real face of “moderate rebels”: the opposition to the government is a medley of radical Islamist militant groups, including Nusra Front and Islamic State (1), in a few words, those who once were enemies of the West, are now considered by the media as “freedom fighters”. Seems that the objective of the West is still the creation of a “power vacuum” on the geopolitical chessboard, as they did before in Iraq and Libya. The West, in 2013, tried to legitimise a military intervention claiming that Bashar Al-Assad was using chemical weapons against the population. The “evidences” brought by the media, were inconsistent, and what’s more, it was proved that the so called “rebels” were using chemical weapons (2). This fact and the proofs brought on the news by Russia Today were masked behind a curtain of lies. It’s recent news that the West created fake reports about Russian military’s presence in Syria to create an illusion that the Syrian government has completely lost control over the country. The only true thing about Russia, beyond the moral support to the syrian cause, is the supply of equipment to help fight terrorism. This week Russian Foreign Ministry Spokesperson Maria Zakharova said: “We have always supplied equipment to them for their struggle against terrorists,” Zakharova told New York Times, “We are supporting them, we were supporting them and we will be supporting them” in that fight (3). Some russian specialist were also sent to Syria to teach SAA to operate russian equipment. Russian President Vladimir Putin also confirmed the support that Syria receives from Russia in terms of equipment and training. Humanitarian aid are also supplied by Iran and Russia despite the clousure of greek and bulgarian airspace (recently re-opened). In the last days, the US did everything to put pressure on Greece to deny Russia the use of its airspace, and the same happened yesterday with Bulgaria as reported by Al Arabiya English on its Twitter channel (4). Dispite everthing is so far from being a US style “boots on the ground” operation, Western media are deeply concerned by the perspective of a russian action in Syria although wardrums of a Western intervention are getting louder and louder. The media coverage of the “exodus” from Africa and Syria (continuously mashed-up in order to create confusion in the public opinion), might led France to a military bombing (5) on ISIS as a solution for the migrations. President Hollande, at the same time, didn’t hide that “Nothing must be done that can consolidate or maintain Bashar al-Assad” (6), showing to the world the real objectives of a possible airstrike action in Syria. What is sure is that there’s a sinister urge of...
isis-libia
SOMMARIO: 1. L’Islam radicale in Libia. – 2. La bai’a all’ISIS. Nel 2014 il Majlis Shura Shabab al-Islam (Consiglio della Shura dei giovani islamici) presta giuramento di fedeltà all’Isis, seguendo lo stesso schema dei diversi gruppi sparsi in Libia, come Ansal al-Sharia, che hanno giurato fedeltà all’ISIS costituendo tre provincie dello Stato Islamico nel paese: Wilaya Barqa (Cirenaica), Wilaya Tarabulus (Tripoli) e Wilaya Fezzan (Fezzan). Per cercare di comprendere l’affiliazione delle forze jihadiste autoctone del paese al brand ISIS è necessaria un’analisi del jihad in Libia e dei suoi principali esponenti.   1. L’Islam radicale in Libia Il disgregarsi delle istituzioni libiche ed il quadro di frammentazione dell’uso della forza ha alimentato la presenza dell’Islam radicale nel Paese. Per poter comprendere la presenza dell’islam radicale in Libia bisogna scavare nella tradizione jihadista della Cirenaica, un fattore rilevante per capire il quadro socio-culturale di matrice jihadista che ha accompagnato il paese fin dalle prime fasi della rivolta. Risulta tuttavia necessaria una premessa ideologica: l’unico modo per dissentire dal regime di Gheddafi era quello di aderire ai movimenti jihadisti internazionali. Negli anni novanta il gruppo di opposizione Libico era il Libya Islamic Fighting Group (LIFG), un’organizzazione clandestina di matrice islamica radicale formatosi in Afghanistan che puntava alla caduta del regime della Jamahiriya. Essa era inizialmente in contrasto con gli ideali di al Qaida nel Maghreb ma fu costretta ad aderirvi per sfruttare la logistica presente nel territorio. L’intelligence americana scoprì, dopo un blitz in Iraq, che i libici rappresentavano il contingente più numeroso di combattenti presenti in Iraq e più della metà dei volontari del jihad irakeno arrivavano da Derna città della Cirenaica. L’ex numero due di al Qaida, Abu Yahya al-Libi, era cittadino libico, considerato dagli Stati Uniti uno degli uomini più importanti alla guida dell’organizzazione terroristica dopo la morte di Osama Bin Laden. La presenza jihadista emerge fin dalle prime fasi della rivoluzione soprattutto in Cirenaica, con due attentati significativi: 11 Febbraio 2011, attacco alla stazione di polizia ed edifici governativi, ed il 20 febbraio 2011, attacco al quartier generale di Gheddafi, rivendicati da alcuni esponenti di al Qaida. La conferma del jihad nella rivoluzione si riscontra anche nella presenza di esponenti guida di diverse milizie islamiche come Abdel Hakim Belhaj responsabile del Tripoly Military Council, organizzazione militare che prese Tripoli nell’Agosto del 2011. Belhaj era veterano della guerra russo-afghana ed affiliato al LIFG. Il coinvolgimento delle numerose forze islamiste radicali contro il regime ha fatto sì che la Libia diventasse covo di innumerevoli gruppi salafiti jihadisti. Uno degli attori principali delle dinamiche politiche libiche è Ansal al-Sharia, gruppo che si sviluppa grazie agli eventi rivoluzionari nel paese e formato da compagini di estrazione islamico radicale quali: brigate Abu Obayda bin al-Jarah, le brigate Malik e il gruppo dei martiri del 17 Febbraio. Il leader di tale gruppo, Mohammad al-Zahawi, ha dichiarato la volontà di deporre le armi se la futura costituzione del paese contenesse la sharia, inoltre ha sottolineato il negato coinvolgimento con al Qaida e gruppi di...