di Stefano Vernole Lo Xinjiang è una regione multietnica e l’unità della popolazione è stata fondamentale per preservare l’unificazione nazionale a lungo termine e la convivenza. A parte le eccezioni rappresentate dalle infiltrazioni esterne, tutti i gruppi etnici comunicano regolarmente e difendono la frontiera e lo Stato in generale, condividono le risorse e rendono complementari i rispettivi vantaggi. Gli scambi culturali all’interno dell’XPCC hanno aumentato la comprensione reciproca tra persone di diversi gruppi etnici, facilitato lo sviluppo di una cultura avanzata nello Xinjiang e rafforzato la coesione della nazione nelle aree di confine della Cina. La difesa interna Lo Xinjiang ha un lungo confine e la sua salvaguardia è responsabilità che lo Stato cinese ha affidato allo Xinjiang Production and Construction Corps (XPCC). Forza paramilitare altamente organizzata sin dalla sua fondazione, l’XPCC ha per molti anni assunto sia compiti di produzione che di sicurezza, ogni membro assumendo il duplice ruolo di soldato e lavoratore. L’XPCC possiede una robusta milizia e forze di polizia armate i cui membri sono in grado sia di combattere che di lavorare. Insieme ai gruppi dell’esercito, alle forze di polizia e ai residenti locali di vari gruppi etnici dello Xinjiang, il Corpo ha costruito un forte sistema di difesa congiunto alle frontiere. Esso ha inoltre svolto un ruolo speciale nel salvaguardare l’unificazione del Paese e la stabilità sociale dello Xinjiang e nel reprimere i crimini terroristici violenti. Le fattorie reggimentali di frontiera sono forze importanti per la sicurezza dei confini e si prendono cura di intere aree; mentre le aziende si occupano di sottozone, le singole milizie sono responsabili dei propri lotti. L’XPCC ha istituito anche il sistema di difesa comune “quattro in uno”, in cui truppe di stanza, polizia armata, milizie locali e milizie in servizio del Corpo lavorano insieme per salvaguardare la sicurezza delle frontiere cinesi. L’XPCC ha quindi costantemente rafforzato le fattorie reggimentali di frontiera in conformità con lo spiegamento strategico della Cina. Dal 2000 il Corpo ha portato avanti il ”Progetto Jinbian”, che si concentra sul miglioramento dell’acqua potabile, dei trasporti, dei servizi medici, delle reti di trasmissione, dell’ambiente e dei servizi igienico-sanitari, della promozione della cultura e della ristrutturazione di case fatiscenti. Ha sfruttato appieno i vantaggi geografici per aprire le zone di confine e promuovere il commercio estero e gli scambi culturali. Ha anche migliorato le condizioni di lavoro e di vita dei residenti locali e ha aumentato la solidarietà, l’attrattività e la forza complessiva delle fattorie reggimentali di confine1. Il compito cruciale dell’XPCC nel mantenere la stabilità dello Xinjiang è anche una necessità concreta per realizzare una pace e una stabilità durature. Dagli anni Ottanta è cresciuta la minaccia delle “tre forze” – separatisti, estremisti religiosi e terroristi – alla stabilità sociale dello Xinjiang. Per far loro fronte, divisioni, reggimenti, compagnie, imprese e istituzioni pubbliche sotto l’XPCC hanno istituito battaglioni, compagnie e plotoni di milizia di emergenza che gli consentono di rispondere rapidamente alle esplosioni di attività particolarmente violente. L’XPCC ha svolto ruoli cruciali nella lotta al terrorismo...
focus xinjiang
di Marco Costa Nello Xinjiang l’Islam esercita un’influenza notevole nella vita sociale e culturale locale. Attualmente nelle varie parti della regione esistono 23 mila fra moschee e altri centri dediti ad attività religiose, quali templi lamaisti e chiese, in grado di soddisfare le esigenze dei fedeli. La popolazione uigura della Regione è raddoppiata da 5,55 milioni a oltre 12 milioni negli ultimi 40 anni e le persone di tutti i gruppi etnici godono di vari diritti garantiti alle autonomie secondo la legge. Possiamo perciò affermare che nello Xinjiang si stia realizzando – certamente con le difficoltà del caso legate al territorio, ai sabotaggi terroristici, alle interferenze straniere – quel processo di “unità nella molteplicità” sancito costituzionalmente nella Cina odierna, in cui convivono, lavorano e collaborano ben 12 comunità etniche differenti (Han, Uiguri, Kazaki, Hui, Kirghizi, Mongoli, Russi, Xibe, Tagichi, Uzbechi, Tartari e Mancesi) e differenti culti religiosi. L’istituzione della Regione autonoma dello Xinjiang nel 1955 avvenne come naturale conclusione della fondazione della Repubblica Popolare Cinese il 1° ottobre del 1949, a seguito della vittoria nella regione delle forze comuniste su quelle nazionaliste il 12 ottobre dello stesso anno. Vittoria peraltro pacifica, ottenuta a seguito della resa del 25 settembre del generale nazionalista Tao Zhiyue e di Burhan Shahidi, altro leader politico del Kuomintang a Dihua, i quali annunciarono la resa formale delle forze nazionaliste nello Xinjiang ed il riconoscimento della RPC. Quando il fatidico 12 ottobre l’Esercito Popolare di Liberazione entrò nella regione, molti altri generali del Kuomintang come il generale musulmano Han Youwen1 si unirono alla defezione nazionalista e si unirono alle truppe comuniste, continuando in seguito a servire l’EPL come ufficiali nello Xinjiang. Alcuni leader del Kuomintang che non accettarono il nuovo corso politico e istituzionale fuggirono a Taiwan o in Turchia: Ma Chengxiang scappò attraverso l’India a Taiwan; Muhammad Amin Bughra e Isa Yusuf Alptekin fuggirono in Turchia. Masud Sabri fu invece arrestato dai comunisti cinesi e morì in carcere nel 1952. Si parla di Liberazione Pacifica dello Xinjiang essenzialmente perché il passaggio alla nuova autorità comunista venne ottenuta essenzialmente con passaggi politici, visto il quadro più complessivo che dal ’45 in poi andava assumendo la guerra civile cinese tra nazionalisti e comunisti, con questi ultimi ormai lanciati vittoriosamente nel compimento del processo rivoluzionario. Infatti, oltre all’avanzata comunista nelle varie roccaforti nazionaliste, ci fu anche l’occupazione sovietica della Manciuria a seguito degli accordi di Yalta del 1945, con la definitiva resa delle forze imperialiste occupanti giapponesi. Nonostante in un primo momento i nazionalisti parevano meglio addestrati ed equipaggiati rispetto ai comunisti, a partire dal 1947 le truppe di Mao avevano già riconquistato le regioni chiave dello Shandong e dello Shaanxi, rifornitisi delle armi strappate ai giapponesi dopo il “sacco” della Manciuria, di quelle americane sottratte ai nazionalisti e in parte anche di quelle fornitegli dai sovietici. Le truppe maoiste, fortemente motivate dalla spinta ideale marxista e da quella concreta fornitagli dalle masse contadine speranzose di una riforma complessiva del mondo agricolo – che si arruolarono massicciamente...
di Andrea Turi Il seguente articolo fa da raccordo con il precedente incentrato sulla lotta al terrorismo nello Xinjiang e comincia a sviluppare la narrazione del “genocidio” che verrà eviscerata soprattutto nell’ultimo articolo, quello dedicato ai media e ONG. In questo breve saggio si parla delle accuse di genocidio degli uiguri rivolte dalle forze anti-cinesi al Governo di Pechino introducendo il concetto di macrocausa ed analizzando le motivazioni per le quali è stato introdotto il concetto di genocidio, utilizzato come strumento di politica estera e pressione verso la Repubblica Popolare senza che siano fornite prove concrete di tali accuse. Shaun Rein, fondatore e amministratore delegato del China Market Research Group, la principale società di intelligence di mercato strategica al mondo focalizzata sulla Cina, ha recentemente contribuito al libro La Via Cinese. Sfida per un futuro condiviso del professor Fabio Massimo Parenti scrivendone il capitolo introduttivo, un piccolo saggio dato alle stampe con l’inequivocabile titolo di Gli stereotipi occidentali sulla Cina1. Un elaborato breve, schietto, onesto ed estremamente chiaro: “Vivo in Cina dalla metà degli anni Novanta, da quando, adolescente, mi sono trasferito per la prima volta a Tianjin per studiare all’Università di Nankai. Nei quasi 25 anni in cui sono stato in Cina ho visto la società cinese esperire cambiamenti drastici. Quando sono arrivato per la prima volta, la Cina era così povera e la disperazione così diffusa che è difficile persino da descrivere. […] Venticinque anni dopo, la Cina è pronta a eclissare l’America e a diventare la più grande economia mondiale entro la fine del decennio. A dire il vero, la Cina ha già sostituito l’America diventando il principale partner commerciale di circa 130 Paesi. […] Sfortunatamente, insieme all’ascesa della Cina, le percezioni occidentali di questo Paese sono diventate sempre più antagonistiche, soprattutto durante gli anni dell’amministrazione Trump e in seguito all’avvento del Covid19. Troppi media occidentali, dall’Economist al New York Times passando per il Wall Street Journal, descrivono il Governo e il popolo cinese sotto una luce negativa, parziale e sensazionalistica. Anche i social media come Twitter e Facebook contribuiscono alla diffusione di disinformazione e falsità”. Per quel che riguarda la Cina, “studiosi, Governi ed organi di stampa occidentali – in particolare negli Stati Uniti e nell’anglosfera – interpretano la Cina in modo costantemente errato. Tutto ciò porta a devastanti doppi standard, nonché ad errori che diventano “fatti” in un ciclo di notizie internazionali che prospera sulla disinformazione. […] Dal mio punto di vista, ci sono tre cliché chiave, in merito a dove e come l’Occidente sta sbagliando quando si occupa di Cina”. Sono quelle che possiamo definire macrocause o ragioni superiori e incontestabili che vengono create laddove è necessario un intervento urgente in aree in cui si manifestano interessi contrapposti – in questo caso – a quelli occidentali; la macrocausa o ragione incontestabile è, quindi, funzionale a valutare in modo interessato un’azione compiuta da chi si vuole svalutare influenzando l’opinione pubblica e orientandone il giudizio verso l’aspetto negativo, tutto ciò è volto a coprire i...
di Andrea Turi Alla memoria di André Vltchek La chiusa del precedente I Diritti Umani e lo Xinjiang: il cavallo di Troia occidentale per destabilizzare la Repubblica Popolare Cinese richiamava lo stralcio di un articolo redatto dal giornalista Shane Quinn in cui si affermava che “la scala dell’influenza americana negli affari interni della Cina è stata limitata nella migliore delle ipotesi, ma continua comunque a ritmo sostenuto. Washington ha attuato una serie di politiche nella speranza di destabilizzare e frammentare la Cina. Le strategie del Pentagono nei confronti della Cina hanno in qualche modo rispecchiato quelle che hanno diretto contro l’URSS: utilizzo di gruppi per procura, estremisti e minoranze etniche, insieme a Stati clienti1”. La conferma di quanto riportato nell’incipit di questo lungo articolo è nelle parole del ex diplomatico statunitense Charles “Chas” W. Freeman, Jr. (uno dei pochi che non condannò l’azione del Governo di Pechino nei fatti di Tienanmen) che nel corso di una trasmissione radio ha ricordato “che la Central Intelligence Agency, con l’assistenza di alcuni vicini della Cina, ha investito 30 milioni di dollari nella destabilizzazione del Tibet e sostanzialmente ha finanziato e addestrato i partecipanti alla ribellione di Khampa e alla fine ha cercato di rimuovere il Dalai Lama dal Tibet, cosa che fecero. Lo scortarono fuori dal Tibet a Dharamsala. Ci sono stati sforzi simili fatti con gli Uiguri durante la Guerra Fredda che non sono mai veramente decollati. In entrambi i casi ha fatto sventolare la religione come vessillo a sostegno di un desiderio di indipendenza o autonomia che, ovviamente, è un anatema per qualsiasi Stato2”. Come sosteneva già nel 1987 Edward S. Herman, ordinario di scienze finanziarie alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, all’iniziodell’articolo U.S. Sponsorship of International Terrorism: An Overview, “per il cittadino dell’Occidente, l’idea che gli Stati Uniti possano essere uno sponsor del terrorismo internazionale – figuriamoci lo sponsor dominante – apparirebbe completamente incomprensibile. […] I media occidentali, comunque, non si riferiranno mai agli Stati Uniti o al Sudafrica come “Stati terroristi” anche se entrambi hanno ucciso un numero di persone di gran lunga maggiore di Gheddafi in Libia o delle Brigate Rosse in Italia. […] La ragione per la percezione distorta occidentale è che il più forte definisce il terrorismo, e i media occidentali fedelmente seguono l’agenda dei loro propri leaders. Il più potente naturalmente definisce il terrorismo in modo da escludere le sue azioni e quelle dei suoi amici e clienti. […] Con i mass media compiacenti, specialmente negli Stati Uniti ma anche tra i Paesi clienti, il terrore è ciò che il potente Governo statunitense dichiara che sia terrore3”. È così che succede che le gesta di chiara matrice terroristica compiute dai gruppi operanti sul territorio dello Xinjiang vengano raccontate come sporadici4 atti necessari alla conquista di un’indipendenza dal Governo centrale di Pechino piuttosto che presentati al pubblico mediatico per quello che nella realtà sono: atti terroristici in piena regola volti a destabilizzare la politica interna della Repubblica Popolare Cinese. D’altronde, non fu il Presidente Repubblicano...
di Andrea Turi Il concetto di diritti umani riguarda l’ordine del mondo, è una proposta per strutturarlo ed esprime una particolare concezione relazionale sia tra lo Stato e l’individuo che, in una prospettiva più allargata, tra gli Stati: “come le grandi potenze precedenti, noi, gli Stati Uniti, possiamo identificare il presunto dovere dei ricchi e dei potenti di aiutare gli altri con le nostre convinzioni su come un mondo migliore dovrebbe essere. L’Inghilterra ha affermato di portare il fardello dell’uomo bianco, la Francia parlava della sua missione moralizzatrice. Con spirito simile, noi diciamo che agiamo per fare e mantenere l’ordine mondiale. Per i Paesi al vertice, questo è un comportamento prevedibile”1. Nel 1986, gli studiosi Edward, Henkin e Nathan pubblicarono un lavoro dal titolo Human Rights in Contemporary China nel quale sentenziarono che “i diritti umani sono l’idea del nostro tempo, l’idea politica più magnetica della contemporaneità”per dirla, invece, con Brzezinski. Da quei giorni, si è registrato un rafforzamento delle forze egemoniche della globalizzazione e la teoria e la pratica dei diritti umani hanno cominciato ad acquisire sempre maggiore rilevanza nei risvolti più o meno palesi della politica internazionale, soprattutto quando si fa riferimento ai concetti di intervento e interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano; atti, questi, perpetrati quasi esclusivamente da un Occidente sempre più alle dipendenze degli interessi di Washington, che nel corso degli anni non si è fatta scrupoli nell’utilizzare la politica e la retorica – ma anche la pratica – dei diritti umani per alimentare la propria ambizione al dominio globale e consolidare le basi del proprio imperialismo. Non è in discussione il fatto che gli Stati Uniti utilizzino i diritti umani come mezzo di politica estera, pressione internazionale e leva di promozione di interessi, propri e di quelli delle forze del Capitalismo che rappresenta. Le politiche sui diritti umani furono adottare per la prima volta nel 1977 dal Presidente democratico Jimmy Carter; egli vi vedeva un tema che avrebbe permesso al Paese di restaurare il senso nazionale della missione che gli Stati Uniti si sentivano assegnati da un Destino manifesto e che gli spettri della guerra in Vietnam e gli scandali interni legati al Watergate rischiavano di interrompere. Lo scrittore cinese Gu Yan vide nell’utilizzo presidenziale dei diritti umani un mezzo atto a compensare la carenza nella forza militare – dovuta alla debacle vietnamita – con la forza morale. I diritti umani divennero, così, un cardine dell’azione estera statunitense. Nel 1982, in un discorso tenuto davanti al Parlamento inglese, Ronald Reagan vestì la sua retorica anticomunista con abiti umanitari (o viceversa) e lanciò “una campagna per la libertà”che avrebbe lasciato “il marxismo-leninismo su un mucchio di cenere della Storia così come ha lasciato altre tirannie che soffocano la libertà e mettono la museruola all’auto-espressione del popolo”2. Joe Biden, ultimo degli eletti alla Casa Bianca, ha rilanciato tramite il Segretario di Stato Antony Blinken l’idea che i diritti umani saranno una delle pietre angolari della politica estera statunitense del prossimo quadriennio: “dobbiamo partire con...
di Marco Costa Come già si è intuito nei precedenti capitoli, la regione dello Xinjiang per tutto il corso della sua storia ha rappresentato un crocevia multiculturale unico, fatto di migrazioni, conflitti, riappacificazioni tra le popolazioni dell’Asia centrale, ponendosi al centro di due diversi poli culturali e politici, ovvero quello cinese ad oriente e quello turco e arabo ad occidente. Va ricordato che attorno all’anno 840, un gran numero di Uiguri entrò nello Xinjiang per stabilirvisi. Gli Uiguri, originariamente chiamati Uyghur, discendevano dall’antica tribù Teli.1 Furono prima presenti nei bacini dei fiumi Selenga e Orkhon, per poi trasferirsi a nord del fiume Tura. Nel 744, gli Uiguri fondarono un khanato a Mobei e in seguito inviarono ripetutamente le loro truppe a sostegno delle autorità centrali Tang a reprimere la ribellione di An Lushan-Shi Siming. Il khanato uiguro crollò nell’840 per diversi fattori concomitanti, quali disastri naturali, conflitti interni e attacchi subiti dall’antica tribù Jiegasi. Di conseguenza, la maggior parte degli Uiguri emigrò verso ovest. Peraltro, alcuni loro sottogruppi si trasferirono nelle moderne regioni di Jimsar e Turpan, dove fondarono il regno di Gaochang Uighur. Un altro sottogruppo minoritario si trasferì nelle praterie desertiche, vivendo in condizione di semi-nomadismo in diverse aree disseminate nell’Asia centrale a Kashi2, e si unì ai popoli Karluk e Yagma nella fondazione del regno di Karahan. Successivamente, il bacino del Tarim e le aree circostanti caddero sotto il dominio del regno di Gaochang Uighur e del regno di Karahan.3 I residenti locali si amalgamarono con gli Uiguri che si erano trasferiti ad ovest, gettando così le basi per la successiva formazione del gruppo etnico uiguro. Nel 1124, Yollig Taxin, membro della casa regnante della dinastia Liao (916-1125), guidò il suo popolo, la tribù Khitan, verso ovest e conquistò lo Xinjiang, dove stabilì il regno del Liao occidentale. All’inizio del XIII secolo, Gengis Khan avrebbe poi capeggiato una spedizione con il suo esercito verso lo Xinjiang, dove concesse i territori che aveva conquistato ai suoi figli e nipoti. Gli Uiguri, a questo punto, assimilarono ulteriormente una parte delle popolazioni Khitan e dei Mongoli.4 Inoltre le influenze mongole in questo periodo furono ancora più significative, dovute all’influenza degli Oirat (o Zungari); in particolare quelli dell’area di Moxi (l’area a ovest dei vasti deserti dello sterminato altopiano mongolo) durante la dinastia Ming (1368-1644). Oirat che prima vivevano in aree sparse lungo il corso superiore del fiume Yenisaey, diffondendosi gradualmente nel corso medio dei bacini dei fiumi Ertix e Ili. Con l’inizio del XVII secolo si assistette poi all’ascesa delle tribù Junggar, Dorbüt, Huxut e Turgut. Nel 1670, gli Junggar occuparono il bacino del fiume Ili, ponendosi al comando delle quattro tribù, e posero lo Xinjiang meridionale sotto il loro controllo. Dal 1760 in poi, il Governo della dinastia Qing (1644-1911) inviò truppe Manchu, Xibe e Suolun (Daur) dal nord-est della Cina nello Xinjiang per rafforzare la difesa di frontiera della regione, che andarono ulteriormente ad arricchire il panorama etnico dello Xinjiang. Successivamente, anche russi e tartari migrarono nello...
Maxime Vivas è un giornalista e scrittore francese che a fine 2020 ha dato alle stampe il libro Ouïghours, pour en finir avec les fake news, un volume in francese dedicato alla questione dello Xinjiang, una voce fuori dal coro che si batte contro il racconto reso dai media mainstream occidentali sugli eventi che interessano questa regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese. Salve signor Vivas, buongiorno e grazie per la sua disponibilità. Entriamo subito in argomento: i media occidentali parlano sempre dello Xinjiang. Per Washington e i suoi alleati questa regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese non è altro che un mezzo per fare pressione sul Governo centrale della Cina. Di cosa parla, invece, Pechino quando parla dello Xinjiang? Pechino parla di una delle sue regioni che occupa un sesto della superficie della Cina, ricca di minerali, che è il passaggio di gasdotti e oleodotti, che è l’inizio della Nuova Via della Seta e che diventerà un paese nemico se la battaglia contro le “tre piaghe” (separatismo, terrorismo, fondamentalismo) verrà perduta a favore di una teocrazia chiamata “Turkestan orientale”. Si può parlare di una sorta di filo rosso che lega Hong Kong, Tibet e Xinjiang in una strategia di destabilizzazione del governo di Pechino messa in atto dalle forze occidentali, in primis gli Stati Uniti d’America? Con quali finalità? La Cina ha ventitré province, cinque regioni autonome, quattro “municipalità” che dipendono direttamente dall’autorità centrale e due regioni amministrative speciali, ma i loro nomi (o anche la loro esistenza) ci sono sconosciuti; tranne Tibet, Hong Kong, Taiwan, Xinjiang. Sono quattro regioni in cui è stato possibile creare disordini dall’esterno con l’obiettivo di separarli dalla Cina (quattro fallimenti per il momento), o per costringere la Cina a mobilitare parte delle sue forze per pacificarli. In un video del 2018, il colonnello Lawrence Wilkerson, ex capo di stato maggiore di Colin Powell responsabile del settore dell’Asia orientale e del Pacifico, ha confessato: “[…] a 20 milioni di uiguri non piacciono i cinesi Han nella provincia dello Xinjiang, nella Cina occidentale, e se la CIA volesse organizzare un’operazione usando questi uiguri come ha fatto Erdogan in Turchia contro Assad, ce ne sono 20.000 a Idlib in Siria in questo momento, ad esempio; motivo per cui la Cina potrebbe schierare forze militari in Siria in un futuro molto prossimo per affrontare quegli uiguri che Erdogan ha invitato. Beh, la CIA vorrebbe destabilizzare la Cina e questo sarebbe il modo migliore per farlo, per creare problemi e unirsi a questi uiguri per fare pressione sui cinesi Han e il popolo di Pechino dall’interno piuttosto che dall’esterno”. L’accerchiamento della Cina è cominciato, il fianco sud è organizzato, quello ad ovest si muove. Manca il fronte settentrionale. Potrebbe verificarsi nella Mongolia Interna il prossimo focolaio di disordini organizzati contro il governo di Pechino? Non avendo dato i risultati sperati le operazioni di destabilizzazione nelle regioni del Tibet, Hong Kong, Taiwan, Xinjiang, altre operazioni di destabilizzazione potrebbero essere effettuate in questa regione, senza però abbandonare le operazioni...
di Andrea Turi La felicità è il diritto umano più importante.Salvaguardare e migliorare la vita delle persone contribuisceal benessere pubblico, all’armonia e alla stabilità sociale1. Nel novembre del 2016, il Governo della Repubblica Popolare Cinese è stato premiato dall’International Social Security Association (ISSA) per i risultati eccezionali raggiunti nel campo della sicurezza sociale, uno dei maggiori riconoscimenti internazionali per Pechino che, soprattutto a partire dalle politiche di riforma e apertura volute dal Deng Xiaoping nel 1978, ha compiuto ragguardevoli progressi nella sicurezza sociale. Nell’occasione, Errol Franck Stové, presidente di ISSA, ebbe a dichiarare che “la Cina ha compiuto progressi senza precedenti nello sviluppo del suo sistema di sicurezza sociale negli ultimi dieci anni e ha esteso con successo pensione, salute e altre forme di copertura a beneficio della sua popolazione attraverso una combinazione di impegno governativo sostenuto e significative innovazioni amministrative2”. Nel tempo, infatti, la Cina ha teorizzato e istituito un sistema di sicurezza sociale e diritti che è divenuto oggi il più vasto del mondo e si caratterizza per la capacità di rispondere alle sempre maggiori esigenze e bisogni delle persone e delle loro vite; le riforme e le aperture degli ultimi quarant’anni hanno contribuito a liberare e sviluppare le forze produttive sociali permettendo di aprire la via verso il socialismo con caratteristiche cinesi e inaugurando un nuovo capitolo nella Storia – non soltanto cinese – dello sviluppo dei diritti umani. A tal riguardo, Zang Yonghe, professore di Giurisprudenza e, tra le altre cariche, Direttore in carica della Società Cinese per gli Studi sui Diritti Umani, ha scritto: “assistendo al passaggio dalla Cina semi-feudale e semi-coloniale a una Repubblica democratica e libera, il popolo cinese, in particolare la classe operaia, ha acquisito diritti civili e politici effettivi. Questi diritti sono stati affermati dalla Costituzione in modo tale che tutto il potere della Repubblica Popolare Cinese appartenga al popolo. Naturalmente, il percorso che porta a questa democrazia non è stato del tutto agevole ed è stato disseminato di difficoltà il cui superamento ha richiesto grandi sforzi. Tuttavia, seguendo la direzione politica di riforma e apertura, la Cina ha esplorato un percorso di sviluppo dei Diritti Umani adatto alle esigenze nazionali, sforzandosi incessantemente di migliorare i diritti civili e politici. La Cina ha stabilito una serie di leggi rigorose per proteggere il diritto alla sicurezza personale, compreso il diritto civile, il diritto penale e il diritto amministrativo […] e sostiene da tempo la libertà di credo religioso, che salvaguardia i diritti e gli interessi dei cittadini religiosi e degli stranieri e rispetta le loro esigenze e costumi3”. A partire dalle politiche di apertura intraprese da Deng Xiaoping, nel corso delle ultime quattro decadi il Governo Centrale di Pechino si è mosso affinché la protezione, la promozione e il rispetto dei diritti umani si conformassero alle condizioni nazionali e, al contempo, creassero esperienze originali e nuovi orizzonti di progresso nella salvaguardia dei diritti personali e umani più in generale. Si legge nelle pagine del libro bianco Progressi nei diritti umani nel...