di Marco Costa Per cosa è solitamente conosciuta Hong Kong agli occhi occidentali? Per il porto direi, per la sua borsa finanziaria, per i suoi grattacieli e il suo aspetto avveniristico. Ma non meno per la sua industria cinematografica. Non è infatti possibile trascurare il fatto che per diversi decenni questa fu la terza industria cinematografica nel mondo, dopo Bollywood e Hollywood, nonché la seconda per esportazioni. Nonostante una crisi generalizzata nell’industria del cinema iniziata a metà degli anni novanta, il cinema di Hong Kong ha mantenuto gran parte della sua identità e continua a giocare un ruolo di primo piano nel panorama cinematografico mondiale. In occidente il cinema pop di Hong Kong, specialmente quello d’azione, ha un forte seguito, essendo diventato ormai parte del mainstream culturale, largamente seguito e imitato, trasformatosi in un genere propriamente cult per molti estimatori. Ai suoi albori il cinema di Hong Kong era subordinato a quello della Cina continentale, in particolare a quello di Shanghai, che all’epoca era la capitale delle produzioni cinematografiche in lingua cinese. Analogamente al resto della Cina, lo sviluppo dei primi film fu una emanazione più o meno diretta dell’opera e del teatro cinese, che per secoli rappresentò la forma dominante di intrattenimento. La trasposizione teatrale su pellicola vide compimento in produzioni quali due brevi commedie prodotte nel 1909 intitolate Stealing a Roasted Duck e Right a Wrong with Earthenware Dish. Il regista fu l’attore e direttore teatrale Liang Shaobo; il produttore, lo statunitense Benjamin Brodsky, risultò uno dei diversi occidentali che aiutarono la nascente industria cinematografica cinese ad accedere ad un pubblico di larga scala. Mentre il primo lungometraggio prodotto a Hong Kong viene generalmente considerato Zhuangzi Zi Shi Qi (traducibile come “Il filosofo Zhuang Zi mette alla prova la moglie”) del 1912, che prese spunto da una storia dell’opera cinese diretta da Li Minwei e Benjamin Brodsky. Li Minwei era un altro attore teatrale, che viene generalmente considerato come il fondatore del cinema di Hong Kong. Dopo uno stallo produttivo dovuto alle vicissitudini della Prima guerra mondiale, nel 1923 Lai, insieme al fratello e al cugino fondarono con Liang Shaobo la prima compagnia cinematografica completamente cinese, la Minxin Company. Anche sull’Isola, il cinema sonoro comparve agli inizi degli anni trenta, peraltro con non poche difficoltà dal punto di vista linguistico. Infatti, per sfruttare il vasto mercato del cantonese nella Cina meridionale, gli studi cinematografici di Shanghai trasferirono ad Hong Kong materiale e personale, trasformandola in uno dei centri principali della zona. Tuttavia, il governo del Kuomintang sosteneva una politica a favore del solo mandarino ed era ostile alle produzioni in cantonese, ed aveva anche messo al bando il popolare genere wuxia, che rappresentava opere sul tema di cavalieri erranti e spadaccini, accusandolo di promuovere la superstizione e la violenza. I film in cantonese e i film wuxia rimasero comunque popolari nonostante l’ostilità governativa e la colonia britannica di Hong Kong divenne luogo privilegiato di questo genere di produzioni, che potrebbero considerarsi a tutti gli effetti dei fantasy...
Focus Hong Kong
di Andrea Turi Le storie giornalistiche non dovrebbero mai avere come protagonista un “bravo ragazzo” e un “cattivo ragazzo” perché, il mestiere del giornalista prevede semplicemente che nel raccontare un qualcosa – non importa cosa nello specifico – si dia spazio a tutte le parti in causa affinché le informazioni che formano la storia siano rese al lettore in modo imparziale. Questa la teoria. Ma, la realtà dei fatti vuole che quanto più ci si professa fieri sostenitori di una qualsiasi teoria validandone e difendendone i postulati, significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica ed è così che media diventa sinonimo di cattivo giornalismo. Le vicende di Hong Kong non fanno eccezione. Aprire un elaborato giornalistico con una immagine non rientra, certo, nei canoni tradizionali della professione ma, talvolta (e questo è il caso), è scelta propedeutica allo sviluppo dell’argomento trattato nell’articolo: Fonte: With People In The Streets Worldwide, Media Focus Uniquely On Hong Kong – PopularResistance.Org Bernard Chan sulle pagine del South China Morning Post mette sul piatto due possibili spiegazioni di tale copertura dei media statunitensi (ma i confini del discorso possono essere tranquillamente allargati sino a comprendere i media mainstream a tutto tondo): uno tecnico, legato ai criteri di “notiziabilità”,l’altro che rimanda ad un uso strumentale del racconto mediatico, come se “questeorganizzazioni dei media avessero un ruolo diverso da svolgere”. I dati rappresentati nel grafico si riferiscono al 2019, anno che può essere annoverato come uno degli “anni di protesta” della “protesta globale”, visto che manifestazioni di ogni genere e portato hanno riempito le strade del mondo: da quelle organizzate dai Gilets Jaunes in Francia a quelle che si sono registrate in Libano, Gaza, Cile, Ecuador e Haiti, manifestazioni e movimenti popolari che hanno coperto le più disparate zone del globo. I media sono stati sproporzionatamente interessati ad una soltanto: “le proteste di Hong Kong”. In totale, ci sono state 737 storie sulle proteste di Hong Kong, 12 sull’Ecuador, 28 su Haiti e 36 sul Cile, con rapporti di copertura simili per le due testate prese in considerazione nello studio del portale online Fairness & Accuracy In Reporting (fair.org). Più che di copertura mediatica si può parlare piuttosto di una “ossessione”dei media d’oltre-atlantico per le vicende interne della Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese. Eppure, secondo il principio di prossimità geografica, negli Stati Uniti dovrebbero essere più interessati a coprire gli eventi che si registrano nel proprio “giardino di casa”, dove si sono verificati disordini di gran lunga peggiori. In Cile, ad esempio, considerata l’economia più sviluppata del Sud America, a ottobre del 2019 sono scoppiate grandi proteste a seguito dell’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici. Almeno 26 persone sono state uccise, diverse migliaia i feriti e oltre 25.000 gli arresti; nel vicino Ecuador, sempre nel mese di ottobre, sono scoppiate proteste contro le misure di austerità imposte dal Governo. Otto i decessi registrati durante le manifestazioni. Nei Caraibi, Haiti ha sofferto per oltre un anno di disordini diffusi a...
di Stefano Vernole La ripresa economica post-Covid: Hong Kong nel Piano quinquennale cinese La pandemia generata dal virus Covid-19 ha evidentemente inferto un durissimo colpo all’economia mondiale e alle catene di valore globali, obbligando i vari Paesi a riprogrammare le proprie iniziative in base alle mutate esigenze. Avendo adottato da subito e con fermezza le misure necessarie ad uscire dalla crisi sanitaria, la Repubblica Popolare Cinese registra alla fine dell’anno in corso dati economici positivi: nel dicembre 2020, l’attività non manifatturiera e quella manifatturiera hanno raggiunto infatti il loro massimo livello rispettivamente da 8 e 10 anni1. Il nuovo Piano quinquennale cinese (2021-2025) ha delineato la strategia della “doppia circolazione” tra crescita interna ed estera, che pone particolare attenzione alla qualità dello sviluppo: espansione della domanda domestica, autonomia scientifica e tecnologica, sradicamento definitivo della povertà e tutela dell’ambiente ne costituiscono gli obiettivi principali. Contrariamente ad alcune errate interpretazioni della stampa occidentale, questo concetto promuove certamente un ruolo più forte della domanda interna nel guidare la crescita ma, allo stesso tempo, non chiude la porta agli scambi internazionali, bensì manifesta l’intenzione di attrarre investimenti e tecnologia dall’estero aprendo ulteriormente i mercati finanziari e favorendo l’accesso al mondo delle imprese (ricordiamo al proposito che l’1 gennaio 2020 è entrata in vigore la nuova legge cinese di tutela degli investimenti stranieri e che nel maggio 2020 è stato approvato il Codice Civile cinese). In coerenza con quanto previsto dal piano “Made in China 2025” che prevede l’autosufficienza della nazione nel settore dell’alta tecnologia industriale, il Governo di Pechino promuoverà ulteriormente il processo di urbanizzazione e rafforzerà la rete di sicurezza sociale; la crescita della produttività richiede maggiore innovazione nel dominio hi-tech e un continuo trend di “apprendimento dall’estero”, attraendo nuovi investimenti internazionali. Secondo il recente rapporto della nota Compagnia McKinsey2, nel mondo post Coronavirus si distinguono alcune tendenze dominanti, tra le quali l’aumento della digitalizzazione e la crescita della concorrenza. Prima del Covid-19 la Cina era già leader digitale nelle aree rivolte ai consumi che rappresentavano il 45% delle transazioni di e-commerce globali. In particolare, la penetrazione dei pagamenti mobili – i mobile payment – era tre volte superiore a quella degli Stati Uniti. Nel settore sanitario le interazioni digitali hanno subito un’accelerazione con la rapida crescita delle consultazioni online, in parte grazie a un cambiamento normativo nella politica di rimborso, con più ampie interazioni virtuali tra rappresentanti farmaceutici e medici. Questi cambiamenti si sono verificati in vista dell’ampia diffusione della tecnologia 5G, che probabilmente catalizzerà l’utilizzo di strumenti digitali: “La crisi sanitaria e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti hanno evidenziato il fatto che l’arresto di una linea di produzione in Cina può avere un impatto negativo sull’acquirente finale, ma anche sul produttore (in questo caso la Cina). Pechino ha quindi rapidamente deciso di rimpatriare alcune filiere (per avere fonti alternative) e di potenziare l’innovazione nelle capacità esistenti (con l’utilizzo di robot, ad esempio, meno vulnerabili alle pandemie). Impensabili fino a meno di 2 anni fa, questi cambiamenti radicali sono...
Storie di avventurieri, esploratori e missionari sull’isola di Hong Kong (parte prima) di Marco Costa Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, Hong Kong conserva alle sue spalle una storia tanto ricca quanto particolare. Storia, come abbiamo visto, che non è solo fatta di crescita economica e di scambi commerciali, ma che più segretamente rimanda ad episodi leggendari, talvolta misteriosi, spesso legati alle sue attività marittime. Hong Kong, ben prima di diventare una capitale finanziaria dell’Asia e dell’intero pianeta per come la conosciamo oggi, è stata per secoli il crocevia di avventurieri, missionari, pellegrini, faccendieri ed impostori, che vedevano nel “Porto profumato” l’occasione per scappare dalle terre di origine – fossero queste in Asia o in Europa – e sull’Isola ricostruirsi una vita. Ma, ancora prima, è stato l’approdo di numerosi esploratori provenienti dall’Europa. Una figura che si lega strettamente a questa città, è quella di Jorge Álvares, esploratore portoghese che probabilmente è stato il primo europeo ad aver raggiunto Hong Kong e la Cina via mare.1 Questo esploratore nel maggio del 1513 salpò dalla città birmana di Pegu col capitano originario della Malacca Rui de Brito Patalim, a bordo di una piccola flotta composta da sei giunche, con un equipaggio prevalentemente formato da marinai portoghesi. Álvares compì il suo primo sbarco in terra cinese nella città di Guangdong nel maggio 1513. Qui, e più precisamente sull’isola di Lintin situata nell’estuario del fiume delle Perle, eresse un monolite in pietra con incisa la tipica croce portoghese in omaggio al Re del Portogallo. Lo scopo di questa spedizione fu da un lato l’esplorazione geografica, ma anche l’interesse commerciale. Poco tempo dopo, infatti, il più celebre esploratore Alfonso de Albuquerque, già Duca di Goa, inviò Rafael Perestrello a cercare di intessere relazioni commerciali con i cinesi. Usando una nave di Malacca, Rafael sbarcò sulle coste meridionali di Guangdong sempre nel 1513, diventando il primo europeo a sbarcare sulla terraferma in Cina.2 Negli anni successivi Álvares partecipò al tentativo di fondare insediamenti a Tuen Mun, nei dintorni di Hong Kong; a queste prime spedizioni pionieristiche seguirono numerosi insediamenti commerciali portoghesi nella zona, poi culminati nella creazione di Macao. Peraltro, i rapporti tra portoghesi e cinesi non furono sempre pacifici, basti ricordare che nel 1517 i coloni lusitani combatterono contro l’esercito imperiale cinese, e pare che lo stesso Álvares abbia preso parte allo scontro. Per certi versi, la storia della città di Macao è differente ma complementare a quella di Hong Kong. Questo territorio divenne infatti colonia portoghese nel 1552 e fu riconosciuta come tale dalla Cina nel 1670, nonostante il fatto che nel corso del XVII secolo gli olandesi tentassero ripetutamente di conquistarla. Dopo una breve parentesi spagnola, il Portogallo riottenne l’indipendenza sotto la dinastia Braganza nel 1640 e, siccome per tutto il periodo “spagnolo” Macao si ritenne sempre solo soggetta al Portogallo, le fu dato dai lusitani il titolo ufficiale di Cidade do Nome de Deus, de Macau, Não há outra mais Leal.3 Tuttavia, e per questa ragione la storia di Macao...
di Andrea Turi Dopo aver analizzato il contenuto della Legge di sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong e passato in rassegna le interferenze estere – politiche e da parte delle Organizzazioni Non Governative(“Le ingerenze straniere nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong” e “Un anno di proteste nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong. La catena dei finanziamenti esteri e gli scopi”) – negli affari interni della Cina e gli scopi di tali azioni, adesso è giunto il momento di portare la nostra analisi sul “campo di battaglia”. In questo articolo ci occuperemmo dei personaggi che sono coinvolti nelle proteste contro Pechino. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro. Chissà se Andre Vltchek ha pensato a questo aforisma di Milan Kundera nello scrivere la lettera aperta indirizzata ai giovani di Hong Kong1: ora che la vostra città è in fiamme da più di sei mesi, le vostre famiglie divise e non si vede fine alla violenza, ho deciso di scrivere questo breve saggio, sotto forma di lettera aperta, ai giovani di Hong Kong. Prima di tutto, voglio chiedere: perché? Perché tutto questo fumo e fuoco, ira e violenza? Le vostre vite, prima delle cosiddette “proteste” o “rivolte”, erano davvero così tristi? Hai vissuto in una delle città più ricche della terra. Anche secondo le valutazioni occidentali, Hong Kong ha uno dei più alti “indici di libertà”, superiore a quello della maggior parte dei Paesi occidentali. L’acqua che esce dai tuoi rubinetti è pulita, Internet è estremamente veloce, i trasporti pubblici sono economici e uno dei migliori al mondo. Puoi goderti un’entusiasmante vita culturale, nonché grandi spazi pubblici costruiti lungo le tue imponenti coste; naturalmente, Hong Kong non è un posto perfetto, poiché non ci sono posti perfetti su questo pianeta. Il tuo alloggio è tra i più costosi al mondo. Le opportunità di lavoro per i laureati non sono davvero eccellenti. Alcune città della Cina continentale sono ora luoghi più eccitanti in cui vivere, creare e sognare della “cara vecchia” Hong Kong. Tuttavia, è una città affascinante e solida, con una propria cultura, mentalità e una storia complessa. E per molti versi è una bellissima città; bella e unica. Allora perché? Quello che è successo? Perché all’improvviso tanta rabbia e tanta frustrazione? Dovremmo parlarne? Per favore, vediamo. Ho lavorato in circa 160 Paesi e territori, in tutti i continenti. Ho scritto e filmato molte guerre e conflitti. Ho raccontato rivoluzioni e ribellioni, ma anche terribili rivolte innescate dai Paesi occidentali. Probabilmente avrete sentito parlare delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, o della “primavera araba”. Ho assistito in prima persona al destino dei Paesi che sono stati occupati e poi completamente distrutti dagli Stati Uniti e dalla NATO: Afghanistan e Siria, Iraq e Colombia, solo per citarne alcuni. Ho visto milioni di vite in rovina in nazioni in cui l’Occidente ha rovesciato i Governi di sinistra e poi ha iniettato il...
di Stefano Vernole L’importanza di Hong Kong nella strategia economica cinese Nel 1997, in seguito alla crisi finanziaria asiatica scatenata dalla speculazione internazionale guidata da George Soros e alla sua rapida propagazione, Hong Kong e il suo mercato borsistico conobbero serie difficoltà. Il regime di cambio fisso in rapporto al dollaro americano rimase scosso e la stabilità del sistema venne minacciata; solo grazie al sostegno del Governo centrale di Pechino, la Regione autonoma riuscì ad uscire dalla crisi senza svalutare il renminbi1. In maniera simile, durante il primo semestre del 2003, l’epidemia SARS colpì duramente Hong Kong, minacciando non solo la salute dei suoi cittadini ma aggravando le condizioni economiche dell’Isola che ancora non si era ripresa completamente dallo shock finanziario del 1997. La deflazione monetaria e la stagnazione del mercato aumentarono il tasso di disoccupazione fino all’8,7%, chiamando in causa ancora una volta il Governo nazionale. Da Pechino, pur anch’essa colpita dalla SARS, arrivarono materiali e attrezzature mediche in grande quantità, inoltre il 29 giugno dello stesso anno fu siglato il CEPA, l’Accordo di partenariato economico stringente che definiva le misure di apertura e gli obiettivi di applicazione nelle tariffe delle merci, il commercio dei servizi e la facilitazione degli investimenti. Poco dopo si permise agli abitanti della Cina continentale di viaggiare ad Hong Kong, favorendo gli scambi culturali tra le due parti e contribuendo così alla ripresa economica del Porto Profumato2. In seguito alla crisi finanziaria dovuta alla bolla dei mutui subprime statunitensi, nel 2009 il Governo di Pechino adottò una serie di misure politiche, tra le quali la firma tra la Banca Popolare di Cina e le Autorità monetarie di Hong Kong con un accordo sullo scambio di valute pari a 200 miliardi di renminbi. E’ evidente che le manifestazioni di piazza manipolate dai Paesi stranieri e la conseguente adozione della Legge sulla sicurezza nazionale ad Hong Kong nel 2020, corrispondano ad un tornante storico simile ai precedenti momenti di crisi già conosciuti dall’Isola dopo il suo ritorno alla Madrepatria cinese nel 1997, con inevitabili conseguenze sul funzionamento del suo stesso sistema finanziario. Ancora una volta, intervenendo direttamente nella Regione autonoma, la classe dirigente della Repubblica Popolare Cinese ha dimostrato l’importanza del ruolo del Porto Profumato per la tenuta degli equilibri complessivi del Paese. Esistono però diverse possibilità sull’evoluzione di questo modello, in quanto il ruolo dell’Isola viene ricompreso all’interno della generale strategia varata dal Governo di Pechino tramite il 14° Piano quinquennale (2021-2025), che prevede tra le sue linee guida lo sviluppo di grandi aree urbane integrate, tra le quali la Great Bay Area che includerà anche Hong Kong. Un altro quesito riguarda: è davvero possibile per l’Occidente abbandonare il Porto Profumato, seppur parzialmente, come alcuni gruppi finanziari (ad esempio Nomura) vorrebbero fare? Il Vicedirettore dell’Ufficio del Governo cinese per gli Affari di Hong Kong e Macao, Zhang Xiaoming, ha rassicurato nei mesi scorsi gli investitori internazionali sulla volontà di Pechino di mantenere l’Isola stabile ed aperta al capitale straniero, ridando nuova linfa alla Borsa....
di Andrea Turi Nell’articolo Le ingerenze straniere nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong abbiamo analizzato come il dossier Hong Kong sia diventato un pretesto per le potenze internazionali occidentali per fare pressioni sul Governo di Pechino e mettere in atto vere e proprie azioni di ingerenza negli affari di politica interna ed esclusiva della Cina. Seguendo la lezione di Giovanni Falcone (“Segui i soldi, troverai la Mafia”) il testo che segue cercherà di rispondere alla domanda: “chi c’è dietro le proteste nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong?” Scriveva Alain De Benoist sul numero 224 dell’aprile 1999 della rivista Diorama Letterario che l’aggressione dell’Occidente contro la Serbia, applicando il diritto di ingerenza ai danni di uno Stato che non ha violato le frontiere di nessun altro Stato, segna la fine della sovranità degli Stati e realizza lo scopo dei sostenitori del cosiddetto mondo senza frontiere, dei fautori della soppressione dell’indipendenza dei popoli, ossia di quei liberali e globalisti secondo i quali il mondo deve essere governato dalla polarità mercati + diritti dell’uomo, cioè dal binomio economia – morale. Quasi un ventennio dopo, lo storico e saggista israeliano Yuval Hoah Harari fa di tale binomio il frame principale delle relazioni tra Stati; nelle prime pagine di 21 lezioni per il XXI secolo scrive, infatti, che durante il XX secolo le élite globali di New York, Londra, Berlino, e Mosca hanno formulato tre grandi narrazioni che ambivano a spiegare il nostro passato fin dalle epoche più remote e a predire il futuro del mondo intero: la narrazione fascista, la narrazione comunista e la narrazione liberale. […] La narrazione liberale spiegava la storia come una lotta tra libertà e tirannia, e concepiva un mondo in cui tutti gli uomini cooperano liberamente e pacificamente, grazie a un ridotto controllo centrale, pagando però lo scotto di una certa dose di disuguaglianza. […] Una volta andata in frantumi la narrazione comunista, quella liberale è rimasta il riferimento principale per comprendere il passato dell’umanità e la guida indispensabile per agire nel mondo futuro – o così sembrava all’élite globale. […] Secondo questa panacea liberale – accettata ugualmente da George W. Bush e Barack Obama – se continuiamo nel programma di liberazione e globalizzazione dei nostri sistemi politici ed economici, saremo in grado di garantire pace e prosperità per tutti quanti. I Paesi che partecipano a questa inarrestabile marcia del progresso saranno premiati con pace e prosperità più rapidamente. I paesi che tentano di opporre resistenza all’inevitabile pagheranno le conseguenze, finché anch’essi vedranno la luce, apriranno i propri confini e liberalizzeranno le loro società, la loro politica e i loro mercati. Ci vorrà del tempo, ma alla fine persino la Corea del Nord, l’Iraq e El Salvador assomiglieranno alla Danimarca o allo Iowa1. La produzione dei vari ideologi che formano la condotta dei Governi occidentali non cessa mai nei suoi intenti di progettare disordini in Stati retti da personalità politiche non di loro gradimento; ora gli sforzi si stanno concentrando contro la Repubblica Popolare Cinese. La...
di Marco Costa Nel capitolo precedente abbiamo visto che la Gran Bretagna acquisì sotto il dominio coloniale l’isola di Hong Kong nel 1842, la penisola di Kowloon nel 1860 ed ebbe in affitto gratuitamente i cosiddetti Nuovi Territori a partire dal 1898. Un atto formale decisivo al fine di comprendere la storia recente, consiste nella convenzione siglata tra il Regno Unito e la Cina comunemente nota come la Convenzione per l’estensione del territorio di Hong Kong o la Seconda Convenzione di Pechino. Questa consistette in un contratto di locazione firmato tra la Cina dei Qing e il Regno Unito il 9 giugno 1898.1 Evidentemente, sulla scia della sconfitta cinese nel corso della prima guerra sino giapponese (1894-1895), gli inglesi e le altre potenze europee sfruttarono il momento di particolare debolezza della Cina al fine di dividere il paese e indurlo a innumerevoli e gravose concessioni. Infatti, sarebbero stati diversi gli accordi imposti ai cinesi da parte delle potenze coloniali europee. Ad esempio, tra il 6 marzo e l’8 aprile 1898, il governo tedesco costrinse l’Impero Qing a un contratto di locazione della durata di 99 anni per il controllo della baia di Kiautschou e per lo sfruttamento di una miniera di carbone intorno alla baia di Jiaozhou, sulla costa meridionale della penisola di Shandong. I tedeschi miravano a scalfire il dominio inglese sui mari a livello globale. D’altra parte, anche l’Impero russo mirava a ritagliarsi degli spazi in Cina. Il 27 marzo 1898, la Convenzione per la locazione della penisola di Liaotung fu firmata tra i russi e l’Impero Qing, garantendo alla Russia un contratto di locazione di 25 anni di Port Arthur e Dalian, importante per garantire ai russi il controllo delle ferrovie orientali che collegavano le tratte dalla Russia verso la Manciuria. Di conseguenza, il 28 marzo 1898, la Gran Bretagna, preoccupata dal protagonismo delle altre potenze europee in Asia, fece pressioni sull’Impero Qing affinché concedesse il territorio di Weihaiwei, che era caduta sotto il controllo dell’Impero del Giappone nell’omonima battaglia, ultima grande battaglia della Prima guerra sino-giapponese.2 Nemmeno i francesi stettero a guardare. Infatti, il 10 aprile 1898, costrinsero l’indebolito Impero Qing a un contratto di locazione di 99 anni per il Kwangchowan, funzionale a mantenere il controllo francese nella penisola dell’Indocina.3 Come sempre, di fronte alle mosse delle potenze concorrenti, gli inglesi rilanciarono le pressioni sull’Impero cinese al fine di preservare la loro egemonia, cosicché la Gran Bretagna ordinò a Claude Maxwell MacDonald4 di fare pressione sull’Impero Qing per consentire l’espansione di Hong Kong per 200 miglia. Di conseguenza, il 9 giugno 1898 a Pechino fu appunto firmata la Convenzione per l’estensione del territorio di Hong Kong. Il contratto fu firmato per dare agli inglesi legittimazione formale sulla terra appena acquisita, necessaria anzitutto al fine di garantire un’adeguata difesa militare della colonia controllando i territori intorno all’isola. Nel dettaglio, la convenzione prevedeva che i territori a nord di quella che oggi è Boundary Street e a sud del fiume Sham Chun, comprese le isole circostanti,...
Marco Costa La Regione autonoma speciale di Hong Kong, conosciuta in tutto il mondo per il suo celebre skyline avveniristico di grattacieli illuminati, ha in realtà una storia molto antica, che affonda le sue radici già in epoca preistorica. Questa straordinaria città, conosciuta in tutto il mondo per il suo dinamismo economico e finanziario, nonché per avere uno dei primi porti commerciali del pianeta, è un vero porto profumato (questo il significato del suo nome) della Cina tra passato antico e modernità. Purtroppo la bibliografia disponibile in lingua italiana su questo tema è limitatissima, mentre in lingua inglese vi sono numerosi testi disponibili sulla storia di questa città-regione. Infatti diversi studi dimostrano che l’attuale regione di Hong Kong aveva alcuni insediamenti già dall’età della pietra, diventando poi parte dell’impero cinese all’epoca della dinastia Qin (221–206 aC). Questo piccolo insediamento, nato originariamente come villaggio di pescatori e località di produzione del sale, è certo che venne abitato almeno 30.000 anni fa. Infatti, alcuni reperti archeologici risalenti all’età della pietra, sono stati scoperti nelle zone di Sai Kung e Wong Tei Tung. In particolare gli strumenti di pietra trovati a Sai Kung fanno immaginare ad uno strumento probabilmente destinato alla lavorazione del terreno, ed è comunque databile al periodo tardo neolitico o dell’età del bronzo antico. Inoltre, altra prova dell’esistenza di un insediamento umano di epoca paleolitica nell’area venne trovata a Sham Chung, accanto alla baia delle Tre braccia nella penisola di Sai Kung. Qui vennero portati alla luce circa 6000 manufatti, che sono attualmente conservati dalla Società archeologica di Hong Kong e dal Centro di archeologia Lingnan dell’Università di Zhongshan. Circa settemila anni fa, in questa regione si sviluppò l’era neolitica; qui si stabilirono alcuni coloni del popolo, analogamente ad altre aree delle Cina meridionale. In particolare sembra che questi insediamenti furono maggiori nella parte occidentale di Hong Kong, molto probabilmente perché questa zona presentava condizioni più favorevoli quali la protezione dai forti venti provenienti dal sud-est e per una maggiore fertilità. Attualmente queste aree sono conosciute come Cheung Chau, l’isola di Lantau e l’isola di Lamma. Fu con il cosiddetto periodo degli Stati combattenti che la zona iniziò ad essere più densamente popolata. Infatti, il periodo degli Stati Combattenti fu un’epoca nella storia dell’antica Cina caratterizzata da continue guerre, a cui sarebbe seguito il cosiddetto Periodo primaverile e autunnale che si sarebbe concluso con la conquista Qin e che vide l’annessione di tutti gli altri Stati contendenti, che alla fine portarono alla vittoria dello Stato Qin (nel 221 a.C.) come primo Impero cinese unificato. Come detto, durante questo periodo di forti turbolenze ed instabilità, si vide un forte un afflusso di persone Yuet dal nord nell’area. Probabilmente queste popolazioni vollero evitare la continua instabilità presente nelle regioni centrali e trovare rifugio nelle zone costiere del sud. Di questo periodo sono stati ritrovati diversi strumenti in bronzo per la pesca, per il combattimento alcuni reperti destinati a rituali spirituali, rinvenuti soprattutto sull’isola di Lantau e sull’isola di Lamma. La prima...