Charlie Hebdo è divenuto, nel giro di una settimana, il periodico più famoso del mondo. Da quarantacinquemila a sette milioni di esemplari venduti, è presenza fissa nei dibattiti odierni, e una mobilitazione massiccia ha celebrato i suoi redattori e disegnatori, nuovi martiri dell’Occidente e della libertà di espressione: il foglio satirico francese, vittima di un sanguinoso attacco terroristico di matrice (franco)islamica, è oggi simbolo universale del mondo libero e democratico. Così il “giornale irresponsabile”, che ha fatto dell’irriverenza e dello sberleffo verso ogni forma di potere e di settarismo (sia esso politico o religioso) una vera linea editoriale, nonché una forma di reazione al conformismo della stampa dominante, è diventato, suo malgrado, una pistola pronta a sparare in mano proprio ai rappresentanti del potere, un fazzoletto da agitare (vedi Front National) per segnalare ancora la propria presenza e accaparrarsi qualche voto in più. Il pubblico di Charlie Hebdo era ristretto e (forse volontariamente) selezionato, un pubblico, supponiamo, apartitico o quasi, stufo della piattezza di molti quotidiani e voglioso di provocazioni, di umori caustici. Se la linea editoriale rimarrà, molto probabilmente, identica a prima, a modificarsi, e ampliarsi, sarà il corpo acquirenti, in seguito all’esposizione mediatica globale e alle parate di massa. Da periodico di culto a gadget chic, per gli esponenti di spicco dell’Europa che conta: lo vedremo sottobraccio a ministri, dirigenti, cardinali, forse qualche banchiere? Sull’onda irrefrenabile di Twitter, fra hashtag e slogan, prime pagine rilevanti e nuovi conformismi repubblicani da domenica pomeriggio il motto “Je suis Charlie” è ormai il marchio di fabbrica del nostro mondo progredito e tollerante che non compra più i giornali, certo anche a causa della mediocrità degli stessi, ma per Charlie Hebdo ha fatto un’eccezione, ponendolo nel cuore della storia e sull’altare del Buon Cittadino. E che sia giusto o no la metamorfosi del settimanale parigino è già una realtà e chissà per quanto tempo ancora durerà la sua sovraesposizione, chissà per quanto tempo, grazie a lui, si tornerà a parlare di terrorismo, di Crociate, della Fallaci e delle sue tesi “premonitrici”. Nel frattempo l’irresponsabilità di Charlie, pur rivendicata anche nell’ultimo fortunatissimo numero, è in declino, non per colpa dei suoi bravi creatori ma di chi, anche di fronte a una tragedia, non sa contenere il fuoco mercantile e la retorica autocompiaciuta. E per concludere, la grande disgrazia di Charlie Hebdo potrebbe essere non l’assalto omicida dei non-immigrati, i goffi fratelli Kouachi, ma l’esser finito nella bocca onnivora dei comunicatori di partito e nelle case dei benpensanti. Nicola Serafini
centro studi eurasia e mediterraneo
Intervista a cura di Alessandro Iacobellis Partiamo dalla stretta attualità: i fatti di Parigi e l’allarme terrorismo in Europa, concretizzatosi anche nel sanguinoso raid in Belgio. Il comun denominatore fra queste cellule è l’esperienza nel conflitto siriano. Eppure nessuno, né tra i leader politici né tra gli opinionisti del Vecchio Continente, si addentra alla radice del problema: il sostegno dato alla rivolta anti-Assad nel 2011 e tuttora in corso, con un’artificiosa divisione tra ribelli “moderati” ed “estremisti” che di fatto sul campo non esiste. Cattiva coscienza? In assenza di prove schiaccianti e collegamenti diretti nessuno di noi può stabilire se da parte di alcune intelligence dei Paesi della NATO vi sia stata malafede o solo “eccesso di leggerezza”. Saranno l’ONU e/o le magistrature nazionali, eventualmente, a far chiarezza. Ad ogni modo, da quasi quattro anni diversi osservatori internazionali, tra cui anche alcuni esperti del vostro Centro Studi, denunciano la presenza di gruppi integralisti religiosi nelle file dei “ribelli” che hanno animato le primavere arabe. E’ opportuno precisare che le sigle e le organizzazioni che hanno operato o che stanno ancora operando sul campo in Libia, Tunisia, Egitto, Siria e Iraq non hanno tutte un’identica matrice ideologica o una comune provenienza. Tuttavia, la stragrande maggioranza di loro è facilmente ricollegabile alla pericolosa galassia del takfirismo, anche qual’ora apparisse nella sua veste più presentabile ed “elegante”, come nel caso dei Fratelli Musulmani o del movimento Hizmet del predicatore turco Fetullah Gülen. Molti governi occidentali si sono assunti responsabilità gravissime negli ultimi anni, sostenendo questo involutivo processo di transizione del mondo arabo verso l’estremismo e il fanatismo. Sempre a proposito degli attacchi di Parigi: sembra che i fratelli Kouachi abbiano detto di agire per Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) mentre Ahmedi Coulibaly in un video ha prestato giuramento allo Stato Islamico? Al Qaeda e l’IS sono rivali soprattutto in Siria, anche se le radici ideologiche dei due gruppi di fatto differiscono poco. Cosa pensare di ciò? Sì, l’ISIS prima di aggiungere quella “S” finale, ossia quando agiva nel solo Iraq, malgrado fosse a volte riottoso e difficilmente controllabile, restava comunque agli ordini di al-Qaeda. Poi, nel 2013, un ordine diretto di al-Zawahiri, leader di al-Qaeda, ha impedito all’ultimo momento che avvenisse la fusione definitiva dell’ISIS con al-Nusra, creando una spaccatura. Sia l’uno che l’altro gruppo, però, si avvalgono in Siria di guerriglieri provenienti da numerosi Paesi o regioni di tradizione musulmana, e cooperano a stretto contatto con l’Esercito Libero Siriano. Sebbene possano differire fra loro per modalità o sfumatura ideologica, tutti i gruppi armati che oggi agiscono in Siria e in Iraq contro i rispettivi governi eletti, vogliono rovesciare con la forza l’ordinamento vigente e creare uno Stato confessionale di matrice sunnita-takfirista, per “purificare” quei Paesi dagli elementi o dai gruppi ritenuti “apostati” o “infedeli”. Il presidente siriano Bashar al-Assad è alawita, il primo ministro iracheno al-Abadi è sciita, così come il suo predecessore al-Maliki, mentre il presidente iracheno Fuad Masum è addirittura curdo. In Italia si registra un silenzio assordante...
In Francia c’è un uomo coraggioso che non ha paura di mostrare la realtà. La realtà dice che la grande Nazione transalpina, patrimonio di cultura politica (e non solo) di fatto ineguagliabile in Europa, oggi appare, agli occhi degli osservatori più acuti e critici, irriconoscibile. Un Paese in declino, come il nostro. Un governo debole, scarsamente rappresentativo e incline agli sbandamenti (la questione fiscale lo dimostra), un preoccupante tasso di disoccupazione (in media di poco inferiore al 10%, ma superiore al 14% in alcuni dipartimenti), un deficit pubblico fra i peggiori del continente (-4,4%) e un peso internazionale in calo. Nonostante l’ottimistico discorso di fine anno del presidente socialista Hollande, che invita i francesi, con pomposa retorica, alla fiducia e all’autostima, promettendo buone novità per il Paese nel 2015, molti record negativi sono stati raggiunti nell’anno appena concluso. Di queste criticità, e di molte altre riguardo alla situazione francese, è ben consapevole François Asselineau, presidente dell’UPR (Union Populaire Républicaine), minuscolo partito d’opposizione allo status quo fondato il 25 marzo 2007, giorno del cinquantesimo anniversario della firma del Trattato di Roma. Di Asselineau si può leggere, nella pagina Wikipedia a lui dedicata, scritta in inglese (non esiste nella sua lingua madre) una breve biografia. Parigino, cinquantasettenne, ex membro del partito gollista di centrodestra RPF (Rassemblement pour la France), studente all’HEC di Parigi e all’Ecole national d’administration, ispettore generale delle finanze, poi consigliere in questioni commerciali ed internazionali di vari ministeri. Un onesto servitore dello Stato, con una forte coscienza civile. E oggi, con una serie di proposte fulminanti, un politico di lotta, snobbato da radio e televisioni, ma molto presente sulla Rete. L’UPR, nel suo programma, propone principalmente l’uscita della Francia dall’Unione Europea (e, di conseguenza, dall’Eurozona), facendo riferimento all’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea che consente a ogni Stato membro l’uscita dall’Unione, e dalla NATO. Unico corpo politico attualmente attivo in Francia schiettamente sovranista e patriottico, polemico nei confronti dell’europeismo dissidente ed ipocrita del Front National (vincitore delle elezioni europee dello scorso anno), l’UPR e il suo sobrio fondatore vogliono rinverdire la tradizione gollista e il repubblicanesimo nazionale, senza estremismi ma andando incontro a un sentimento popolare di scoramento e disillusione, consapevole del fallimentare progetto di costruzione europea nato nei suoi tratti fondamentali proprio nel 1957 col Trattato di Roma e perfezionatosi fra 1991 e 1992 a Maastricht. Tacciato di “cospirazionismo”, il movimento, forte di 6762 aderenti, è incentrato su un’interpretazione negativa dell’influenza statunitense sull’Europa, attuata proprio dalle gerarchie filo-atlantiste che dominano l’UE: organo di potere, questo, fortemente desiderato e controllato, secondo le congetture di Asselineau, soprattutto dagli USA, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tramite l’Unione e l’Alleanza Atlantica, le élites nordamericane hanno messo e mettono costantemente il naso negli affari europei, direttamente e indirettamente; fanno pressione affinchè alcune riforme (sui contratti di lavoro, il ruolo dello Stato nell’economia, ecc…) vengano introdotte nei Paesi membri per favorire gli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari, e affinchè l’Unione si allarghi verso est, inglobando paesi ex-comunisti (cosa puntualmente avvenuta), fino...
Un anziano signore, vestito elegantemente, con postura curata e voce posata da perfetto borghese, si rivolge al numeroso pubblico presente nella sala conferenze dell’Archiginnasio di Bologna, scrigno di memorie del glorioso passato dell’Università cittadina. La sala reca sui muri gli stemmi di centinaia, forse migliaia di ex-studenti provenienti da ogni parte d’Europa e d’Italia, venuti a frequentare l’Ateneo più prestigioso. Secoli prima di Harvard, rivaleggiava, la piccola Bologna, con Parigi, Oxford, Londra, oggi pare un miraggio. L’anziano signore è lo scrittore Alberto Arbasino, classe 1930, uno degli ultimi rappresentanti viventi di una grande stagione culturale e letteraria che il nostro Paese, in un sussulto di fierezza, indipendenza e vivacità, stritolato da tensioni e violenza, seppe offrire al mondo nella seconda metà del secolo passato. Arbasino conosce, e ha conosciuto, tutti i maggiori esponenti di quel periodo della nostra storia nazionale, non politica: artisti, scrittori, critici, registi. Ne racconta, con un pizzico di malinconia, nel suo ultimo libro. Imbarazzato, poi, si trova a dover tracciare un breve quadro della situazione attuale, almeno per quanto riguarda il suo campo prediletto, l’humanitas. Non usa mezzi termini, Arbasino: dice che la vecchia generazione non verrà sostituita, che mancano veri intellettuali con mordente, e che gli scrittori di oggi sono omologati, mediocri, privi di personalità. Lo stesso discorso si potrebbe estendere ad altri campi, ad esempio quello musicale: chi non è appassionato, in balia delle mode, delle radio e delle televisioni finisce per sorbirsi ore e ore di terrificanti “hits” d’importazione, strimpellatori, e insopportabili talent show, cioè, tecnicamente, spettacoli di talenti, dove i talenti non ci sono o meglio si esprimono attraverso gli stilemi e i gusti della musica commerciale anglosassone che il nostro Paese ha cooptato in modo acritico. Che fine ha fatto, poi, il grande cinema italiano? Non basterà certo la minestrina riscaldata felliniana di Sorrentino (pur buona) a tirarci su. Ora, se è evidente che un discorso così demolitore deve comprendere anche un certo margine di errore, e ammettere l’esistenza di qualche mela buona insieme alle tante mele marce, a chi s’interessa, come il sottoscritto, di queste “futilità”, sembra proprio che la condizione delle arti, in Italia, sia ormai, fondamentalmente, di basso profilo. Se bisogna abbandonarsi al recupero di dischi impolverati e di vecchie pellicole, per ascoltare e vedere qualcosa di significativo proveniente dai nostri confini, lo sconforto per la nostra triste post-modernità mondializzata, che i confini vorrebbe proprio abolire, per lasciare spazio a un improponibile, astorico, finto “villaggio globale”, si acuisce e si mescola alla malinconia e anche, un poco, all’orgoglio. L’orgoglio di chi prova godimento della sua ignoranza curiosa che scava nel ventre dei decenni e dei secoli e cerca la bellezza volgendo la testa all’indietro, l’orgoglio del passatista che non si adegua ai tempi. L’orgoglio del vero scrittore che davanti a una platea calda e viva, sebbene non più giovane, ma a lui coetanea o quasi, si trova a dover difendere senza remore “i vecchi tempi”, i tempi di Pasolini, Gadda, Longhi, Benedetti Michelangelo, e a rappresentare una...
Tehran International Book Fair is staged in Tehran early in May on an annual basis. The cultural event has turned into a landmark, momentous book fair in Middle East and Asia after 27 editions in a row. Millions of visitors inspect the fair every year, including thousands of university students, scholars and their families. The event currently serves as the most significant cultural event in Iran. Number of publishers at hand and country of origin Average 2,500 domestic and 600 foreign publishers participate in the landmark event. The foreign publishers substantially offer their materials in English or Arabic however titles in French, German, Chinese, Korean or Japanese are also available. Publishers participating in the 27th edition of the book fair in May 2014 represented over 60 countries. The fairground was 75 thousand square meters in area and the event run for 10 days. Direct book sales All books are up for grab through direct sales during the event. In the TIBF event last year, over 120 billion Rials (nearly $38 million) worth of books were sold. Panel discussions and other cultural projects Hundreds of cultural projects are carried out during the term of the landmark Tehran event as sidelines activities, including book review sessions, face-to-face meetings with Iranian authors, lecture sessions, and writing workshops. In the latest edition of the TIBF event over 250 sessions of the kind were staged in a center in the fairground called House of Authors. Number of visitors Over five million people inspected the 27th edition of the TIBF event staged in early May 2014 out of which an estimated one million people inspected the pavilions dedicated to foreign publications. Registration to TIBF Foreign publishers willing to join the next edition of Tehran International Book Fair are invited to visit Iran pavilion in Book Fair for registration affairs or otherwise register directly through the website of the event available through www.tibf.ir http://tibf.ir/en http://www.icfi.ir/
Sintesi del seminario tenuto da Lorenzo Salimbeni (presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo) lunedì 24 novembre agli allievi del corso di Storia dell’Europa Orientale dell’Università di Udine. Del saggio di Samuel Huntington poi diventato un volume, The clash of civilizations, è ben nota la parte inerente lo scontro di civiltà a partire da presupposti religiosi che contrappone l’occidente atlantista al mondo islamico. Tale prospettiva, incapace di cogliere le differenze e le varietà insite in ciascuno dei due blocchi, è stata tuttavia tanto propagandata e ripetuta che sono finiti in secondo piano altri spunti interessanti contenuti in quest’opera. Ad esempio il concetto di “paesi faglia”, vale a dire solcati da distinzioni e contrapposizioni tali da metterne a rischio l’integrità territoriale qualora posti sotto pressione. Uno di questi è l’Ucraina, distinta nella sua parte occidentale, maggiormente sensibile alla cultura europea, e nella porzione orientale, intimamente legata all’ecumene russo. Le due edizioni della cosiddetta “rivoluzione arancione” nonché il separatismo della Crimea e del Donbass affondano le loro radici proprio in questa linea di rottura. Prima ancora di essere Mosca o San Pietroburgo, la Russia fu Kiev, una località importantissima dal punto di vista religioso e simbolico, poiché proprio nell’allora capitale dei Rus’ il principe Vladimir il Grande decise nel 988 di abbandonare i culti pagani degli avi e di farsi battezzare. Il cronachista Nestor narra che la scelta della nuova fede venne presa in base alle relazioni che i messi del sovrano avevano esposto riguardo le tre religioni monoteiste: l’Islam non venne ritenuto adeguato per i propri sudditi in quanto vietava le sostanze alcoliche, la perdita di Gerusalemme con la contestuale distruzione del Tempio era interpretata come un segno di cattivo auspicio che gravava sull’ebraismo (che invece le tribù kazare avevano scelto in un sorteggio tra le tre confessioni rivelate), le cattedrali teutoniche avevano incupito gli osservatori regi, rimasti altresì estasiati dalla Cattedrale di Santa Sofia a Costantinopoli, al cui interno non riuscivano a comprendere se si trovavano ancora in terra o se erano già assurti ad una dimensione celeste. Tale profondo legame con Bisanzio, ove Vladimir fu battezzato, darà immediata prova di saldezza nel 1054, allorché lo scisma d’Oriente (o d’Occidente, secondo i punti di vista) creò la distinzione tra la Chiesa di Roma e quella Ortodossa, e suggellerà il passaggio di consegne avvenuto nel 1453 tra la Seconda e la Terza Roma in seguito alla conquista turca della vecchia capitale dell’Impero Romano d’Oriente. Nel frattempo il potere in Russia aveva spostato il suo baricentro sulle rive della Moscova e Kiev e l’Ucraina erano diventate oggetto dell’espansionismo polacco-lituano, il quale contemplava pure un risvolto missionario cattolico, teso a riprendere le crociate dei Cavalieri Teutonici che Aleksandr Nevskij aveva arrestato nel 1242 al lago Peipus. Origina a quest’epoca la spaccatura confessionale dell’Ucraina, in seguito alla nascita di una terza sfumatura del cristianesimo legata all’Unione di Brest: nel 1595 tale località ospitò un sinodo di vescovi ucraini, i quali scelsero di mantenere le forme ed i riti ortodossi e al contempo riconoscevano l’autorità pontificia....
Essendo finito il Summit del Premi Nobel per la Pace, svoltosi a Roma dal 12 al 14 Dicembre, il Dalai Lama ha completato il proprio viaggio in Italia e possiamo fare qualche semplice riflessione. Come sanno tutti il Summit è stato spostato a Roma perché il Governo del Sudafrica non ha concesso il visto al Dalai Lama. Questo ha attirato al Governo Sudafricano parecchie critiche, con tanto di centinaia di persone arrabbiate che mostravano il proprio sdegno tramite email alle varie ambasciate sudafricane in giro per il mondo. La decisione di Pretoria non è stata inaspettata: facendo parte dei BRICS, gode di una amicizia strategica con la Cina che il governo vuole tenere cara. La scelta del Sudafrica è da comprendere e non da condannare: questo tipo di favori sono normali tra paesi alleati. L’Italia e altri paesi europei hanno fatto molto peggio: se ben ricordate, nel 2013 sospettando la presenza di Edward Snowden nell’aereo del presidente boliviano Evo Morales, con un atto di “prepotenza imperialistica” diversi paesi non hanno concesso il permesso di viaggiare nel proprio territorio all’aereo sospettato, costringendo il presidente del Bolivia ad una sosta di 10 ore a Vienna. Per fare un favore agli Stati Uniti abbiamo fatto una pessima figura internazionale. Come ci si aspettava, la visita del Dalai Lama in Italia è stata segnata da gravi proteste ad opera della New Kadampa Tradition, l’organizzazione più famosa che ha protetto e diffuso il culto di Dorje Shugden, il Protettore vietato dal Dalai Lama, nel mondo occidentale. E’ stato molto curioso osservare come nei giorni immediatamente precedenti alla visita del Dalai Lama nei maggiori quotidiani sia uscita la notizia che la famosa cantante Romina Power si è convertita al Buddhismo e pratica proprio Dorje Shugden, quasi a voler preparare l’opinione pubblica sulla controversia che, dal Tetto del Mondo, si sarebbe spostata pochi giorni dopo a Roma. Questa notizia ha sicuramente dato il suo contributo al fatto che, a differenza dell’ultima protesta di Livorno, i media italiani non hanno trascurato il fenomeno e gli hanno attribuito la giusta importanza. Tutti tranne “Repubblica”, probabilmente. Ma questo non deve stupirci se consideriamo che il suo corrispondente per l’Asia, Raimondo Bultrini, ha scritto un libro molto famoso su questa controversia, chiamato “Il demone e il Dalai Lama”. Questo libro non costituisce una trattazione imparziale ma – come ammesso dallo stesso autore – è un vero atto di propaganda della posizione di Tenzin Gyatso su questa spinosa controversia. A ogni modo, la visita del Dalai Lama in Italia ha probabilmente ricevuto più attenzione mediatica del previsto per un altro accadimento, relativo al fatto che il Papa non ha accettato di concedergli udienza nonostante le ripetute richieste. Questo ha attirato su Papa Francesco, per la prima volta dall’inizio del suo pontificato, un’ondata di critiche da parte di giornalisti e politici. Per diversi media è stata una notizia molto succosa il fatto che il nuovo Papa, che per alcuni è già rivestito da un’aura di santità, si sia piegato in maniera così...
di Pan Zhiping[1] Traduzione di Traduzione di Armida Pia Faienza In Cina, nell’autunno del 2013, si sono svolte due iniziative diplomatiche di apertura degne di nota. Una riguardava il concetto di “Cintura Economica della Via della Seta” presentata dal presidente Xi Jinping durante la sua visita in Asia Centrale; l’altra è stata la convocazione della conferenza sui lavori diplomatici riguardo ai paesi confinanti tenutasi a Pechino in ottobre e che, grazie al raggiungimento, in un periodo che va dai 5 ai 10 anni prossimi, di obiettivi strategici nei lavori diplomatici della Cina a proposito dei paesi confinanti, ha significato molto per la realizzazione dei due obiettivi secolari stabiliti al 18˚ Congresso Nazionale del Partito Comunista cinese, che accompagnano un’inedita situazione geopolitica in Asia centrale. Lo sviluppo economico cinese a rapida crescita ha registrato grandi traguardi nei 30 anni e più di riforme e di apertura. In generale, le parti orientali della Cina si sono sviluppate a una velocità maggiore e in particolare le aree del delta del fiume delle Perle e del delta del fiume Yangtze saranno le prime a modernizzarsi. La regione occidentale, comunque, sta ancora lottando per costruire una società moderatamente ricca. Questo tipo di sviluppo disuguale tra est ed ovest impedisce lo sviluppo generale del paese. Dal punto di vista di un’ apertura, le aree costiere della Cina orientale hanno già stabilito stretti legami con il resto del mondo attraverso l’oceano Pacifico, mentre le regioni occidentali stanno ancora marciando verso l’Asia centrale mediante l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai e non si è ancora avventurata in un viaggio verso l’Atlantico. Il concetto di una “Cintura economica della Via della Seta”, concepita dalla nuova leadership cinese, fornirà un’opportunità senza precedenti per lo sviluppo generale e delle singole regioni occidentali arretrate. Un cammino verso il grande sviluppo e la grande apertura La Via della Seta è il nome delle antiche rotte commerciali che univano le due estremità del continente eurasiatico attraverso l’Asia Centrale. Come porta di accesso e veicolo di conoscenza e di commercio tra le civiltà occidentali e orientali, queste rotte hanno giocato un ruolo eccezionale nello sviluppo storico del mondo. Oggi, un’estremità del continente eurasiatico è l’economia europea altamente sviluppata e l’altra l’economia a rapida crescita dell’Asia Pacifico, con la vasta regione centrale meno sviluppata nel mezzo. La nozione di Cintura economica della Via della Seta rappresenta esattamente la cooperazione in questa vasta regione ed ha come scopo la connessione tra l’ economia asiatico-pacifica e quella europea. L’Asia centrale era un tempo lo snodo della Via della Seta e tornerà ad esserlo di nuovo se si realizzerà una Cintura Economica della Via della Seta. Lo sviluppo di quest’area economica dipende dallo sviluppo dell’Asia centrale. In questo senso, la Cintura Economica della Via della Seta proposta dal presidente Xi Jinping durante la sua visita in Asia Centrale raggiungerebbe l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano. Nonostante l’area dell’Asia Centrale sia ricca di risorse minerali, rimane una zona sottosviluppata. E la popolazione totale dell’Asia centrale è di soli 60 milioni,...
“Timbuktu is in the hands of Islamic fundamentalists”. This is what newspaper headlines and agencies wrote in early July 2012, reporting the destruction of mosques and shrines by militants of Ansar ed-Din, who had taken control of the holy city of Mali. Here we are not interested in entering into the merits of the clash between the militants and the government, or between the militants and the “secular” Tuareg, who were their allies just a short time ago. But one thing must be said: without the elimination of Gaddafi, who was not an “atheist” at all, that pandemonium in Mali – which follows the “masterpiece” in Libya operated by individuals of the same mindset – would not have been possible… Leggi tutto l’articolo di Enrico Galoppini: galoppini_who_manoeuvres_islamic_modernists
Il 9 gennaio 2015, a Milano, presso la Sala Verdi del Conservatorio della Musica, Via Conservatorio 12, si terrà un concerto di musica tradizionale persiana per celebrare la ricorrenza dell’anniversario della nascita del Profeta dell’Islam. Suoneranno i musicisti del gruppo musicale Sepid o Siah (Bianco e Nero), per la prima volta in Italia. L’evento è promosso dall’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran di Roma. Pieghevole dell’evento poster dell’evento