3 Novembre 2026

centro studi eurasia e mediterraneo

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Per gentile concessione dell’Editore, di seguito riportiamo la prefazione al volume di Francesco Rubino  “Trame di distruzione”. Storia e analisi della guerra civile in ex-Jugoslavia (1991-1995) edito da Il Cerchio di Lorenzo Salimbeni, Presidente del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo.   Guerre civili, rivoluzioni colorate, ingerenze esterne, rivendicazioni separatiste, integralismo islamico: la cruenta attualità dei conflitti che sconvolgono molti Stati esordisce nella Jugoslavia dei primi anni Novanta del secolo scorso. Nel 1991 la Repubblica Federativa, sopravvissuta poco più di un decennio al suo padre padrone e fondatore, iniziò la sua implosione, sotto l’occhio attento dei mezzi di comunicazione, ingordi di tuffarsi sul primo conflitto in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Proprio alla percezione, spesso artificiosa e falsata, che europei e occidentali in generale ebbero di tale vicenda è dedicato ampio spazio del presente appassionato lavoro di Francesco Rubino, opera prima nella quale ha riversato accuratamente esperienze sul campo ed un’ampia bibliografia. Mai come nel contesto balcanico, la conoscenza diretta del territorio e della storia diventa preziosa per comprendere l’attualità. Ataviche contrapposizioni, il lascito di antiche dominazioni che avevano saputo crearsi una rete di referenti locali automaticamente tacciati come traditori da chi tali occupazioni non accettava, il richiamarsi ad antichi regni e imperi, dalla Grande Croazia alla Grande Serbia passando per l’invenzione di nuove identità: il calderone ex-jugoslavo non ci fa mancare nulla. Troppo spesso il semplicismo dei media e dell’informazione improntata alla velocità invece che all’approfondimento ha fornito coordinate inesatte al grande pubblico. Ecco allora un libro che vuole assurgere a bussola, grazie alla quale orientarsi nel labirinto balcanico, al fine di comprendere non solo le tensioni ancora latenti, le quali rischiano di essere a mala pena cloroformizzate dal percorso di adesione all’Unione Europea che sta interessando a vari livelli gli Stati successori della Jugoslavia, ma pure leggere e comprendere dinamiche a noi contemporanee in cui si replica il medesimo canovaccio. Il sogno jugoslavista di fine Ottocento/inizio Novecento aveva trascurato molte specificità dei popoli interessati, laddove il panslavismo che aveva nello Zar di tutte le Russie il suo principale interlocutore e promotore poteva offrire ben più caratteristiche comuni in cui riconoscersi a molti più popoli. Lo jugoslavismo sostanzialmente si rivolgeva agli abitanti di una regione relativamente ristretta, senz’altro afferenti al ceppo slavo, ma con una miriade di peculiarità linguistiche, religiose e culturali che ben poco avevano in comune. Costruito a tavolino dopo quella che i contemporanei chiamarono la Grande Guerra, il Regno di Serbi, Sloveni e Croati si sarebbe poi trasformato in uno Stato fortemente accentrato ed imperniato sull’elemento serbo. Appena tardivamente il governo centrale avrebbe cercato un compromesso tra le due componenti principali, la croata e la serba. La dissoluzione nell’aprile 1941 e le successive lotte intestine tra le diverse anime della resistenza e del collaborazionismo dimostrarono la fragilità del regno dei Karađorđević e la molteplicità di intenti per il nuovo assetto, territoriale ed istituzionale, da instaurare a conflitto finito. È comunque questo il periodo da osservare attentamente se si vogliono comprendere le dinamiche di cinquant’anni dopo. Episodi...
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“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem Nella millenaria storia del Tibet-Xizang, l’antichità vede sostanzialmente l’alternarsi dell’influenza culturale, amministrativa e religiosa di due grandi sfere di influenza sulla regione, ovverosia quella mongola e quella cinese. Tale contesa, che grossomodo segnerà i destini dell’area centro-asiatica per tutta l’epoca medievale, sarebbe stata definitivamente districata in epoca moderna a favore dei cinesi, che dalla metà del XVIII secolo si sarebbero insediati a Lhasa, rendendo il Tibet un loro protettorato amministrativo. Tuttavia tale approdo merita qualche ulteriore approfondimento, essendo scaturito da una concatenazione di eventi abbastanza intricata. Procedendo per sommi capi, va ricordato che a causa della minaccia mongola incombente sul Tibet, verso il principio del XVIII secolo, il governo tibetano invocò l’intervento protettivo della Cina, che si sarebbe concluso con la vittoria delle armate dell’Imperatore Manciù nel 1720. Come compenso per la vittoriosa azione militare, l’imperatore Kāngxī (1654-1722) ottenne la tutela del Celeste Impero sul Tibet. Tale tutela amministrativa si articolò nell’insediamento a Lhasa di due Amban – ovvero alti ufficiali della dinastia Manciù – che vi sarebbero rimasti per i due secoli successivi. Ciò accadde in quanto, durante l’esilio del VII Dalai Lama bsKal bzang rGya mtsho (Kelzang Gyatso, 1708-1757) nel Tibet orientale, una figura laica aveva preso il potere a Lhasa: si trattava dell’ufficiale militare Pho lha bSod nams sTobs rgyas (Pholhana), fedele alla Cina, che governò dal 1728 al 1747. Promotore di una relativa pacificazione, consentì il ritorno del Dalai Lama dall’esilio, riuscendo a ristabilire una relativa stabilità sociale e riallacciando le relazioni diplomatiche con i mongoli. Una ulteriore svolta si ebbe a causa dell’inettitudine del figlio di Pholhana, Gyur med rNam rgyal (Gyurme Namgyal), fatto infine deporre per ordine degli Amban nel 1750. Ritornava pertanto la tutela diretta del Celeste Impero sul Tibet ed il conferimento, da parte dell’Imperatore cinese Qiánlóng (1711-1799), della facoltà di governo al VII Dalai Lama. Questi sono stati i momenti salienti del ritorno del controllo cinese sulla regione tibetana, che portano a stabilire inoppugnabilmente che il Tibet-Xizang sia tornato ufficialmente cinese almeno a partire dalla data del 1720. Tuttavia, al fine di comprendere meglio tale approdo, risulta necessaria qualche breve digressione storica rispetto ai protagonisti di questo passaggio fondamentale della storia cinese. Come detto in più occasioni, il sistema di governo del Tibet era basato su una teocrazia, secondo cui il Dalai Lama era al contempo sovrano e leader religioso della popolazione, coincidenza di potere spirituale e temporale tipica del sistema definito appunto lamaismo. La figura del VI Dalai Lama va letta all’interno di una complessa cornice storica, che porterà il Tibet a diventare protettorato cinese. Nel 1680 diverse zone ancora indipendenti del sud-est del Tibet vennero incorporate nello Stato teocratico del Tibet dal V Dalai Lama, con l’aiuto dell’esercito mongolo. Tra questi, il Mon (ora in India, stato del Nagaland) dove nacque il Tsangyang. Secondo alcuni, il VI Dalai Lama nacque nella città di Tawang, attualmente nell’Arunachal Pradesh in India, sul versante opposto della pianura creata dal...
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“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem L’economia tibetana continua a crescere costantemente, come i dati più recenti confermano. Il Prodotto Interno Lordo della regione è aumentato vertiginosamente dai 129 milioni di yuan nel 1951 agli 80,767 bilioni di yuan nel 2013, numeri che testimoniano un incremento del 12,1% rispetto al PIL 2012 e un valore del 4,4% più alto rispetto alla media nazionale cinese. Il totale delle vendite al dettaglio dei beni di consumo ha raggiunto i 29,322 bilioni di yuan, un incremento del 15,1% rispetto all’anno precedente. L’utile netto annuale pro-capite degli agricoltori è salito a 6.578 yuan, una crescita del 15% e di 2,3 punti percentuali in più rispetto alla media nazionale: il secondo tasso di crescita maggiore del paese. Il reddito annuale pro-capite disponibile della popolazione urbana è di 20.023 yuan, un incremento dell’11,1% rispetto al precedente anno e dell’1,4% più alto rispetto alla media nazionale, che vale il primato all’interno della Repubblica Popolare Cinese nonostante nel 2013 più di 28.000 persone si siano trasferite nelle città per cercare lavoro. A questo proposito nel 2013 il Governo regionale ha stanziato un fondo speciale per offrire 7.000 posti di lavoro a tempo indeterminato nel settore pubblico, mentre gli addetti nel settore privato sono aumentati dell’11,9% se paragonati alla percentuale dell’anno precedente. Nel 2014 sono state aumentate le pensioni mensili da 302 a 3.006 yuan, la soglia più alta della Cina, insieme all’adeguamento del reddito minimo e alle nuove forniture di cibo e indumenti per le famiglie bisognose, inoltre 2 milioni di yuan in 3 anni (2014-2016) sono stati destinati alle adozioni e al mantenimento dei bambini orfani. Ovviamente questi risultati non sarebbero stati possibili senza il supporto del Governo centrale e il contributo delle regioni più sviluppate, sussidi finanziari calcolabili in 54,8 bilioni di yuan; dal 2011 al 2015, Pechino ha previsto di completare 226 dei maggiori progetti per il miglioramento del benessere generale, la costruzione di infrastrutture, industrie e per lo sviluppo ambientale, un totale di investimenti pari a 193,1 bilioni di yuan, 71,5 dei quali erogati direttamente. Alla fine del 2013, perciò, erano stati investiti 31,75 bilioni di yuan relativamente a 9.900 progetti per il periodo 2011-2015, 226 dei quali sono stati già attuati e verificati nei loro benefici. Il numero di persone che hanno partecipato al programma di base per gli impiegati nelle varie imprese, al programma di sicurezza sociale per i residenti urbani, al nuovo programma di dotazione assicurativa per quanti lavorano nelle aree rurali, ai programmi pensionistici, agli assegni di disoccupazione e di maternità ammontano rispettivamente a: 138.300, 74.400 (inclusi 24.600 tra lama e monaci), 1,3054 milioni, 145.500, 117.000 e 184.600. Le spese totali per la sicurezza sociale della Regione nel 2013 sono state di 7,798 bilioni di yuan (una crescita del 25,5% rispetto al 2012), i lavoratori urbani e i residenti che hanno aderito ai programmi di assicurazione sanitaria ammontano rispettivamente a 283.000 e 240.700; i primi hanno ricevuto contributi per 192,197 milioni di yuan...
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Testo del discorso del Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran alla Conferenza Asia-Africa svoltasi a Jakarta. Nel nome di Dio Lode ad Allah Signore dei mondi, saluto di Dio sul Nostro Profeta Mohammad e la sua famiglia Io e la mia delegazione siamo molto lieti di poter essere qui presenti tra sapienti religiosi, autorità istituzionali, intellettuali e accademici di un paese amico come l’Indonesia. L’Indonesia ha una posizione particolare nel mondo dell’Islam. È il paese islamico più popoloso ed è un simbolo di convivenza pacifica tra altre religioni e di fratellanza fra gli uomini. Oggi il fatto che voi – autorità religiose, accademici e intellettuali – e i governi islamici possiate analizzare la situazione internazionale e individuare gli affari più importanti per il mondo dell’Islam, ha una importanza notevole. Stabilire una scala dei problemi più importanti del mondo dell’Islam è il nostro primo dovere. Come dice il nostro Profeta, “Dobbiamo prestare maggiore attenzione alle problematiche del mondo dell’Islam”. In una società islamica noi dobbiamo considerare tutti i musulmani uguali come i denti di un pettine, e dobbiamo inoltre saper distinguere i problemi importanti da quelli meno importanti sia per quanto riguarda gli affari culturali che quelli religiosi. La base, il principio è l’Islam, e solo dopo vi sono la scuola sciita, hanafita, malikita e hanbalita, in quanto quest’ultime sono tutti correnti che sorgono da un’unica fonte che è l’Islam. Se un pericolo minaccia la fonte, allora le correnti sono a rischio di estinzione, per cui prima di pensare alle correnti dobbiamo pensare alla fonte dell’Islam, alla Rivelazione, al Tawhid, al Sacro Corano, alla Profezia e al principio generale della fede. Oggi il mondo dell’Islam soffre per la scissione causata dai nemici, da ignoranti e da persone che hanno dimenticato i principi dell’Islam. Vorrei citare una frase del fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran, l’Imam Khomeini, che dice: “ogni sciita che si mette contro un sunnita non è uno sciita, e ogni sunnita che si mette contro uno sciita non è un sunnita. Il mondo d’oggi è quello dell’unità dell’Islam”. Il problema più importante d’oggi per noi musulmani è la vita degli uomini, non solo quella dei musulmani, ma di tutti gli uomini. Non dobbiamo permettere l’uccisione di persone innocenti: uccidere un uomo vuol dire uccidere tutta l’umanità. In quale fede potete trovare una affermazione così bella per cui la vita di un essere umano vale come tutta l’umanità! Il nostro Profeta (saluto di Dio su di lui e la sua famiglia) dice: “Il grido dell’oppresso per noi è importante, ed è nostro dovere aiutare chiunque ci chieda aiuto, a prescindere che sia musulmano o meno”. Se un uomo innocente, a prescindere dalla sua fede e religione – sia egli sciita, sunnita, ebreo, cristiano o buddista – viene ucciso, ciò è da condannare fermamente, in quanto dal punto di vista dei diritti i credenti delle diverse religioni sono uguali. Noi siamo dispiaciuti per l’uccisione di un essere umano innocente a prescindere dalla sua fede e dalla sua razza – può essere arabo,...
euro
Il giorno Giovedì 30 aprile 2015, dalle ore 20,30 a Modena, presso la Sala incontri del Caffè Concerto di Piazza Grande a Modena, il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) ha organizzato una conferenza dal titolo CRISI: DELL’EURO O DELL’ITALIA? “Breve cronistoria della moneta unica europea. Il settore industriale e produttivo italiano: tra passato, presente e futuro (?). L’Euro oggi e domani. Ma dopodomani?” È iniziata la ripresa, c’è luce in fondo al tunnel. Finalmente il Paese è in risalita. Il merito è del ‘Jobs act’, di ‘Garanzia Giovani’, del DEF… Una serie di misure varate dal Governo che finalmente lasciano intravedere segni positivi: +0,1, il pil previsto nel 2015?; gli occupati sono in aumento? Anche se la realtà continua essere un’altra. A tenere a galla, appena un po’ l’economia italiana resta l’export. Si tace di fronte al mercato interno ormai al palo da anni, alla pesante diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie, alle imprese soprattutto quelle piccole e piccolissime, a gestione famigliare in costante chiusura. C’è un colpevole di questa situazione? Difficile aver la risposta. Anche se per capire occorre far luce su come la situazione è evoluta a partire dall’introduzione di uno dei principali attori dell’economia italiana ed europea, quell’euro che da inizio secolo è diventata l’unica moneta di scambio sul mercato del vecchio continente e su quelli internazionali. Un focus su questi temi avverrà in occasione dell’incontro di giovedì 30 aprile 2015, presso la sala incontri del Caffè Concerto – in piazza Grande a Modena, dalle ore 20,30 – dove ad approfondire i temi inerenti all’euro, alla sua introduzione e ai riflessi che ha avuto sull’economia italiana ed estera sarà il Prof. Nino Galloni, economista ed ex funzionario del Ministero del Tesoro. Introdurranno l’intervento di Galloni il Dr. Matteo Bertini, imprenditore e il Dr. Stefano Vernole, responsabile Relazioni esterne per il CeSEM, Centro studi “Eurasia e Mediterraneo”.   Iniziativa gratuita e aperta al pubblico
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Intervista al Professore Arduino Paniccia Docente di Studi Strategici, Direttore della Scuola di Competizione Economica Internazionale di Venezia – ASCE ed analista della Rivista Militare La Pirelli, una delle aziende più importanti del Sistema Italia, è passata sotto la gestione della China National Chemical Corporation. Il 51% della catena di controllo è dunque sotto l’egida della Cina, la quale tenderà più al valore industriale della Pirelli che a quello finanziario: questo vuol dire che l’Azienda italiana potrebbe non essere più quotata a Piazza Affari, se non con la partizione aziendale relativa ai soli pneumatici stradali. Dal punto di vista delle dinamiche economiche italiane, quanto pesa la cessione della Pirelli? Questa domanda ne pone subito un’altra: ma esiste un “Sistema Italia”? Oppure l’economia italiana è sempre stata una sommatoria a geometria variabile di interessi corporativi e localistici, nemici di qualsiasi strategia unitaria pur di mantenere i propri vantaggi tattici? Abbiamo cercato di superare questa debolezza nazionale legando i nostri destini ai paesi “virtuosi” del Centro-Nord Europa, ma questo vincolo esterno ci ha fatto cadere dalla padella alla brace. L’esigenza di sopperire in qualche modo alla soffocante e sempre più drammatica mancanza di liquidità provocata da una maldestra unione monetaria è il motivo principale delle partnership come quella che stiamo trattando. E anche l’attuale svalutazione dell’euro, avvenuta dopo anni di culto totemico della moneta forte, pur essendo la benvenuta, ha effetti solo nel commercio extra-UE, non incidendo per ovvi motivi nel commercio intra-UE (il cambio tra Italia e Germania resterà grazie all’euro sempre fisso). Per questo i paesi oggi in affanno cercano di riposizionare alleanze e mercati verso i “paesi emergenti” extraeuropei (a dire la verità emersi ormai da un bel pezzo), o meglio extra-euro. In una Unione Europea nella quale ogni paese, a cominciare da quello leader, pensa solo ed esclusivamente ai propri interessi nazionali, costringendo anche gli altri membri a fare altrettanto, da un punto di vista italiano la cessione della Pirelli ai cinesi non è molto più pericolosa di una cessione della Pirelli ai tedeschi o ai francesi. E poi, la russa Rosneft era già entrata nel luglio del 2014 in Camfin, la finanziaria della Pirelli. Anzi, l’operazione fa affluire liquidità invece di drenarla. Può darsi che assuma una sua pericolosità se la si considera da un punto di vista “atlantico”, certo, ma in ogni caso le conseguenze per il cosiddetto “Sistema Italia” ormai sono negative solo in una visione retorica, non realistica. Porre imprese e dipendenti italiani alle decisioni di aziende non appartenenti alla Comunità Europea, è depauperare il Sistema Italia del capitale intellettuale. Nel mondo globalizzato, la componente politico strategica è in diminuzione a favore del campo economico e finanziario. Tale condizione è un fattore di crescita per l’Italia, oppure sarà motivo di una ulteriore flessione dell’economia nazionale? Anche porre imprese e dipendenti alle decisioni di aziende appartenenti all’Unione Europea è un rischio, poiché un interesse economico (e finanziario) dell’Unione di fatto non esiste, e, come già dicevamo, quando il discorso si fa concreto, ogni grande paese...
pirateria
SOMMARIO: 1. Le variabili geopolitiche del fenomeno piratesco. – 2. Le nuove sfide per l’Italia – 3. Le recenti modifiche legislative. La mitigazione del fenomeno di pirateria somala nell’area del golfo di Aden, registrato dall’International Maritime Bureau fin dal 2013, non equivale alla scomparsa del problema criminoso che affligge il libero commercio internazionale. La pirateria, frutto di dinamiche statutarie, segue le leggi della geopolitica, essa muta in concomitanza del cambiamento delle dinamiche del commercio mondiale e degli interessi internazionali in alcune aree del globo. Nel seguente studio cercheremo di chiarire come i nuovi fenomeni della pirateria sono il frutto dei cambiamenti degli scenari mondiali e di esaminare le ultime vicende che interessano particolarmente lo stato Italiano a partire dal ritiro dell’Italia dalla missione internazionale antipirateria e dall’abrogazione dei nuclei militari a difesa dei mercantili italiani.   1. Le variabili geopolitiche del fenomeno piratesco. Le trasformazioni geopolitiche derivanti dalla fine della “guerra fredda” hanno consentito alla società globale di inserirsi in un contesto internazionale multidimensionale. Tra i vari elementi che caratterizzano questo nuovo scenario globale ne emerge uno in particolare: la crescente interdipendenza commerciale e la continua necessità dei paesi industrializzati di rifornirsi di materie prime, soprattutto di idrocarburi, da paesi lontani, che ha condotto ad un aumento dei traffici marittimi e posto la necessità di rendere sicure e protette le rotte commerciali che le navi seguono per rifornire i paesi di origine. Il fenomeno pirateria ritorna di grande attualità per le crescenti dinamiche internazionali legate al mare, esso, infatti, non si può ritenere un semplice fenomeno criminoso indipendente dal contesto internazionale poiché è il frutto di variabili esogene ed endogene. Le prime si riscontrano nel cambiamento degli interessi della comunità internazionale rispetto al commercio mondiale, negli obiettivi delle potenze talassocratiche e nell’ingerenza della comunità internazionale rispetto ad alcune aree del globo. Le seconde, interconnesse con le variabili endogene, sono la conseguenza della visione dello Stato costiero nei confronti della politica marittima e del diritto del mare, delle politiche interne di uno Stato, e dalla presenza di soggetti di opposizione al governo centrale che possono stimolare il fenomeno della pirateria. Queste variabili condizionano il fenomeno criminoso del mare, se in alcuni contesti la pirateria non si è distaccata dall’antica guerra di corsa per la moltitudine di soggetti statutari e non che sovvenzionano le organizzazioni criminali, in altri appare come atto di ribellione alle politiche statutarie ed internazionali come nel caso somalo, oppure come nel nuovo scenario geopolitico del Mediterraneo, il fenomeno rischia di acuirsi e di legarsi ad organizzazioni terroristiche internazionali facendo sorgere un nuovo tipo di criticità nella periferia d’Europa.   2. Le nuove sfide per l’Italia. Se la mitigazione del fenomeno di pirateria somala nell’aera del golfo di Aden ha reso più sicura un importante rotta commerciale, questo non equivale alla scomparsa del problema criminoso che affligge il libero commercio internazionale soprattutto in relazione ai commerci italiani. È possibile individuare due hotspot lungo le rotte marittime italiane che causano delle crescenti criticità in relazione alla recente agenda internazionale...
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“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem Nei percorsi antropologico-culturali di risalita verso le origini delle differenti civiltà, accade assai frequentemente di trovare percorsi storici e percorsi mitologici strettamente vicini quando non direttamente sovrapponibili. Questa considerazione, questo indissolubile intreccio di storia e leggenda, vale particolarmente per l’origine della civiltà tibetana, laddove alle origini della storia dell’attuale Tibet-Xizang l’elemento mitologico si costituisce quale vero e proprio archetipo fondativo di questa millenaria cultura. L’origine del popolo tibetano viene solitamente fatta risalire alle tribù nomadi Ch’iang, le quali erano dedite all’allevamento di pecore e bestiame nei territori dell’Asia centro-orientale, spingendosi verso i confini nord-occidentali della Cina, diversi secoli prima dell’era cristiana. Questo popolo nomade si caratterizzava appunto per l’allevamento di animali oltreché per un’elevata propensione alla mobilità tra gli altipiani dell’Asia centrale, e in una apparentemente innata abilità nell’allevamento dei cavalli e degli yak, oltreché ad un individualismo di fondo. Ma la caratteristica principale di questa sparuta popolazione la si poteva scorgere nella propensione al nomadismo, dato da spostamenti continui con al seguito le greggi di pecore, capre e yak. Questi nuclei si spostavano durante tutto l’arco dell’anno entro vasti e sfumati confini, vivendo nelle tende e, praticamente fino ad un secolo fa, alcuni di loro hanno conservato uno stile di vita quasi uguale a quello dei duemila anni precedenti, laddove tra i tibetani dediti al nomadismo anche il ceppo razziale risultava molto meno alterato che tra i tibetani sedentari delle valli meridionali. Pare un dato abbastanza consolidato quello secondo cui, all’incirca all’inizio dell’era cristiana, il popolo di lingua tibetana abbia compiuto uno spostamento verso ovest attraverso la parte meridionale degli altipiani tibetani; questo fatto sarebbe confermato da alcuni esami eseguiti sulle prime produzioni letterarie immediatamente posteriori, che ci permettono ancora oggi di rintracciare e tracciare abbastanza precisamente i movimenti di alcuni clan del nord-est del Tibet verso il centro del paese. La prima avanzata dei popoli di lingua tibetana in direzione ovest e sud attraverso l’Himalaya, ovvero all’interno di quello che è oggi il Nepal centrale, risulta anche confermato dalla sopravvivenza in queste zone di antichi dialetti provenienti dallo stesso ceppo linguistico. Tuttavia, pare che ci sia stato un costante movimento di clan rivali dal nucleo comune di tribù nel nord-est del Tibet, alcune delle quali si spostarono gradualmente verso le più fertili vallate del Tibet centrale e meridionale, dove adottarono uno stile di vita più sedentario e parzialmente agricolo. Tuttavia, risulta ancora oggi abbastanza improbo avere una maggiore precisione a riguardo, così come risulta abbastanza vago il concetto stesso di clan, ma verosimilmente dovevano essere organizzati su base gerarchica, essendo costituiti da un capo famiglia e i suoi dipendenti e servitori ereditari. Quando essi divennero più stabili e sedentari, la famiglia del capo si costituì gradualmente in una sorta di aristocrazia, che probabilmente non differiva molto, almeno nelle sue caratteristiche essenziali, dal tipo di signori locali ereditari che hanno continuato ad esistere in Tibet fino al 1959. Ma procediamo con ordine. Tra le leggende fondative...
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Until now, Vietnam experiences 20 years of “Doi moi” (reform). Vietnam has witnessed a plenty of optimistic achievements in economic performance. From a poor country, Vietnam has rapidly pushed itself to the group of middle – income country with 6,13% average GDP growth rate for period 2000 – 2014. The latest data shows GDP in 2014 reached 171,39 billion $, equivalent to 1740$ per capita (1). That is a miraculous success for Vietnam. Within the same last two decades, we also see significant change in economic structure. Vietnam is shifting from agriculture-based economy to modern economy, which relies upon industry and service more rather than agriculture. This is obviously seen in growing contribution of industry and service sections to GDP. Furthermore, industry is really in its heyday since most industries, especially petroleum, construction, garment and texture… have made considerable development. In recent years, the nation has been rising as a prominent name for agricultural export or attraction for foreign investment. However, never has environmental pollution worsened as in last period. Vietnam’s ecological biodiversity is threatened seriously and pollution in air, water and soil becomes a common phenomenon. Most reasons for this bleak situation come from economic activities or more specifically, from industrial expansion in the search for wealth. Moreover, all indicators in relation to environmental degradation increase at the same time as does economic growth. They remained unchanged in the past when economic growth was rather poor. This fact serves to prove a definite relationship between economic growth and environmental degradation. They seem to develop with similar pattern, so whether they are directly proportional to each other or follow different trend. Most of the researchers studied data of air pollution and income per capita. The most popular pollutants of concern are NO2, SO2, CO and dust. In Taiwan, research shows relationship between CO, NO2 and GDP per capita. According to the research, turning points of NO2 and CO, respectively, are 384.000 TWD (2) (equivalent to 12.800 USD in 1996) and 205.000 TWD (equivalent to 6.833 USD in 1996). These figures agreed with practical occurrence in Taiwan in 1990s. In 1990, Department of Environmental Protection released new regulation forcing installation of special equipment to reduce NO2 and CO emissions. Improvement in air pollution has been observed since the economy reached these turning points. Same result has been collected through researches in other areas. Turning point when environmental improvement happens often varies at high level within 3.000 – 1.5000 USD. In fact, cities with income per capita below 1.000 USD/year often suffer from heavy pollution and experience minor environmental improvement; while other cities with income per capita ranging from 3.000 to 10.000 USD/year experience significant environmental improvement, such as Thailand, Seoul, Mexico City. Cities with income per capita above 10.000 USD/year even attain high ambient quality. Big cities like London or Los Angeles succeeded in keeping the concentration of pollutants at standard level approved by WHO. Hanoi and Ho Chi Minh City are the two largest and most important economic centers...
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SOMMARIO: 1. L’Islam radicale in Libia. – 2. La bai’a all’ISIS. Nel 2014 il Majlis Shura Shabab al-Islam (Consiglio della Shura dei giovani islamici) presta giuramento di fedeltà all’Isis, seguendo lo stesso schema dei diversi gruppi sparsi in Libia, come Ansal al-Sharia, che hanno giurato fedeltà all’ISIS costituendo tre provincie dello Stato Islamico nel paese: Wilaya Barqa (Cirenaica), Wilaya Tarabulus (Tripoli) e Wilaya Fezzan (Fezzan). Per cercare di comprendere l’affiliazione delle forze jihadiste autoctone del paese al brand ISIS è necessaria un’analisi del jihad in Libia e dei suoi principali esponenti.   1. L’Islam radicale in Libia Il disgregarsi delle istituzioni libiche ed il quadro di frammentazione dell’uso della forza ha alimentato la presenza dell’Islam radicale nel Paese. Per poter comprendere la presenza dell’islam radicale in Libia bisogna scavare nella tradizione jihadista della Cirenaica, un fattore rilevante per capire il quadro socio-culturale di matrice jihadista che ha accompagnato il paese fin dalle prime fasi della rivolta. Risulta tuttavia necessaria una premessa ideologica: l’unico modo per dissentire dal regime di Gheddafi era quello di aderire ai movimenti jihadisti internazionali. Negli anni novanta il gruppo di opposizione Libico era il Libya Islamic Fighting Group (LIFG), un’organizzazione clandestina di matrice islamica radicale formatosi in Afghanistan che puntava alla caduta del regime della Jamahiriya. Essa era inizialmente in contrasto con gli ideali di al Qaida nel Maghreb ma fu costretta ad aderirvi per sfruttare la logistica presente nel territorio. L’intelligence americana scoprì, dopo un blitz in Iraq, che i libici rappresentavano il contingente più numeroso di combattenti presenti in Iraq e più della metà dei volontari del jihad irakeno arrivavano da Derna città della Cirenaica. L’ex numero due di al Qaida, Abu Yahya al-Libi, era cittadino libico, considerato dagli Stati Uniti uno degli uomini più importanti alla guida dell’organizzazione terroristica dopo la morte di Osama Bin Laden. La presenza jihadista emerge fin dalle prime fasi della rivoluzione soprattutto in Cirenaica, con due attentati significativi: 11 Febbraio 2011, attacco alla stazione di polizia ed edifici governativi, ed il 20 febbraio 2011, attacco al quartier generale di Gheddafi, rivendicati da alcuni esponenti di al Qaida. La conferma del jihad nella rivoluzione si riscontra anche nella presenza di esponenti guida di diverse milizie islamiche come Abdel Hakim Belhaj responsabile del Tripoly Military Council, organizzazione militare che prese Tripoli nell’Agosto del 2011. Belhaj era veterano della guerra russo-afghana ed affiliato al LIFG. Il coinvolgimento delle numerose forze islamiste radicali contro il regime ha fatto sì che la Libia diventasse covo di innumerevoli gruppi salafiti jihadisti. Uno degli attori principali delle dinamiche politiche libiche è Ansal al-Sharia, gruppo che si sviluppa grazie agli eventi rivoluzionari nel paese e formato da compagini di estrazione islamico radicale quali: brigate Abu Obayda bin al-Jarah, le brigate Malik e il gruppo dei martiri del 17 Febbraio. Il leader di tale gruppo, Mohammad al-Zahawi, ha dichiarato la volontà di deporre le armi se la futura costituzione del paese contenesse la sharia, inoltre ha sottolineato il negato coinvolgimento con al Qaida e gruppi di...