(Sudafrica, 2 Giugno) Secondo il nuovo rapporto Oxfam rilasciato in data odierna [2 giugno, ndt], intitolato: “Africa: l’ascesa per pochi”(1), 11 miliardi di dollari sono stati sottratti all’Africa nell’arco dell’anno 2010, grazie all’utilizzo di uno tra i tanti trucchi usati dalle multinazionali per ridurre le imposte. Tale cifra, è sei volte l’equivalente dell’importo che sarebbe necessario a colmare il vuoto di fondi nel sistema sanitario di Sierra Leone, Liberia, Guinea, Guinea Bissau, tutti Stati in cui è presente l’ebola. Le scoperte dell’Oxfam arrivano in corrispondenza dell’imminente partecipazione dei leader politici ed economici al 25° World Economic Forum Africa, che si terrà in Sudafrica. Il tema principale dell’incontro sarà come assicurare l’ascesa economica dell’Africa e conseguire uno sviluppo sostenibile. E’ necessaria una riforma del sistema di tassazione globale, affinché l’Africa possa pretendere i fondi che le spettano – tra l’altro, è necessaria per affrontare l’estrema povertà e disuguaglianza – e diviene realmente determinante se il continente deve continuare la sua crescita economica. L’Oxfam ha richiesto a tutti i governi, la presenza dei capi di Stato e dei ministri delle finanze in vista della Financing for Development Conference che si terrà a luglio in Etiopia. La conferenza di Addis Abeba stabilirà le modalità con cui il mondo finanzierà lo sviluppo per i prossimi vent’anni; questa è un’opportunità per i governi, affinché inizino a elaborare un sistema globale di tassazione più democratico ed equo. Winnie Byanyima, direttore esecutivo internazionale dell’Oxfam, ha dichiarato: “L’Africa sta subendo un’emorragia di miliardi di dollari, a causa dei trucchi usati dalle multinazionali per imbrogliare i governi africani, lasciandoli senza le entrate dovute, dal momento che non pagano la loro giusta quota di tasse. Se le entrate delle tasse fossero investite in educazione ed assistenza sanitaria, le società e le economie prospererebbero ulteriormente in tutto il continente”. Nel 2010, l’ultimo anno di cui sono disponibili i dati, le compagnie multinazionali hanno evitato di pagare tasse per un ammontare di 40 miliardi di dollari statunitensi, grazie ad una pratica chiamata trade mispricing – nella quale una compagnia stabilisce prezzi artificiali per i beni e servizi venduti tra le proprie sussidiarie, al fine di evitare la tassazione. Con le corporate tax rates che hanno una media pari al 28% in Africa, ciò equivale a 11 miliardi di dollari statunitensi come entrate sotto forma di tasse. Il trade mispricing è solo uno dei trucchi che le multinazionali usano per non pagare la loro quota giusta di tassazioni. Secondo l’UNCTAD, i paesi in via di sviluppo nella loro totalità, perdono, secondo una stima, 100 miliardi di dollari l’anno attraverso un altro set di schemi che permettono di evitare i pagamenti, coinvolgendo i paradisi fiscali. Le compagnie fanno una dura attività di lobbying per avere agevolazioni fiscali come ricompensa per basare e mantenere le loro attività nelle nazioni africane. Le agevolazioni fiscali fornite alle sei più grandi compagnie di estrazione mineraria in Sierra Leone, raggiungono il 59% del budget totale della nazione o equivalgono a 8 volte il budget sanitario statale. Byanyima ha...
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Perché non possiamo più aspettare per studiare i BRICS? Più del 40% degli abitanti del pianeta vive nei BRICS, e un quinto della ricchezza mondiale viene generato da Brasile, Russia, India, Cina e Repubblica Sudafricana (O’ Neill 2011). Se si aggiunge che su un quarto delle terre emerse sventola la bandiera di uno dei BRICS, il quadro si fa davvero significativo, sia dal punto di vista numerico che da quello geografico. I BRICS sono molto di più di un semplice concetto (Chun, 2013), essi sono una realtà tangibile. E’ inoltre importante, quando si parla dei BRICS, considerare quanto rapidamente questi paesi stiano diventando attori di primo piano, e spesso veri protagonisti, in campi come l’economia, la geopolitica e le opportunità globali (Cooper e Farooq, 2013). Era il 2009 quando per la prima volta i BRIC (la “S” sarebbe stata aggiunta qualche anno più tardi) decisero di riunirsi formalmente all’interno di un Summit. Oggi sono passati cinque anni da quel giorno di Giugno a Yekaterinburg (Dichiarazione Congiunta dei leaders dei BRICS) ma i traguardi raggiunti da questa giovane creatura sono strabilianti. Il secondo Summit ha avuto luogo a Brasilia nel 2010 (Das, 2010) seguito da quello a Sanya (in Cina) nell’Aprile del 2011. Proprio nel 2011 la Repubblica Sudafricana decise di unirsi al gruppo. Questo momento segna l’inizio di una nuova era: il nome cambia da BRIC a BRICS, ma, cosa maggiormente rilevante, il network internazionale è completo. Altri paesi africani avrebbero potuto essere ammessi nel gruppo se l’unico criterio fosse stato la dimensione economica (ad esempio la Nigeria), ma ciò che è alla base dell’allargamento dei BRIC è la dimensione politica (Scaffardi, 2014), considerato che la nazione democratica della Repubblica Sudafricana rappresenta al meglio l’intero continente africano. Nonostante il cambio di nome, l’obiettivo principale resta invariato: rappresentare la voce di sempre maggior peso delle economie emergenti, in opposizione alle tradizionali istituzioni economiche, finanziarie e politiche. I Summit mantengono un’alternanza tra i paesi (a Nuova Delhi nel 2012, Durban nel 2013 e, da ultimo, a Fortaleza), ampliando il raggio della discussione e del dibattito. Insieme all’economia ed al commercio, l’attenzione dei Summit si sposta sui trasporti, la sanità, la sicurezza personale e alimentare, la tutela dell’ambiente, ed ogni “Dichiarazione Finale” è la dichiarazione di come i cinque paesi vogliano giocare un ruolo da protagonisti. La creazione della Nuova Banca per lo Sviluppo (nel 2014 al summit di Fortaleza), chiamata anche “la Banca dei BRICS”, con un capitale iniziale di 100 miliardi di dollari, insieme ad un fondo previdenziale, il BRICS Contingent Reserve Arrangement, dotati di un identico tetto che salvaguarda i bisogni dei cinque paesi sottoscriventi, è un chiaro segno della presenza e della forza del gruppo nell’arena internazionale. Le strette relazioni ed i progetti comuni tra i BRICS non sono confinati al livello economico e monetario, ed i processi di decision-making hanno subito una differenziazione. Comprendono la “collaborazione” fra i Capi di Stato o di Governo e gli stessi Summit; i secondi operano a livello interministeriale, occupandosi di aspetti...
E’ bene non illudersi; l’accordo di Vienna sul nucleare iraniano raggiunto il 14 luglio non rappresenta un testo con una valenza giuridica e vincolante per le parti (UE, Germania, Francia, Regno Unito, Russia, Cina, USA, Iran). Ora, “Joint Comprehensive Plan of Action” alla mano – così è stato denominato l’accordo formalmente – possiamo solo dare delle valutazioni momentanee, in attesa che il documento venga ratificato dai parlamenti nazionali, cosa non del tutto scontata visto che nel Congresso americano i repubblicani, vicini al governo israeliano, fortemente critici con l’approccio morbido di Obama nei confronti del nuovo Iran di Rohani, sono la forza di maggioranza e potrebbe esserci in extremis la bocciatura del JCPOA, facendo così naufragare gli sforzi della diplomazia di mezzo mondo. La saggezza quindi impone di attendere prima di parlare di un accordo storico e di grande vittoria per la comunità internazionale. Ciò non toglie che analizzando il testo dell’accordo, balzano all’occhio aspetti interessanti e lo stesso dicasi per le reazioni dei principali attori politici coinvolti a livello internazionale. Un ulteriore aspetto di interesse nella vicenda è poi la reazione delle varie forze politiche interne iraniane, che con diversi punti di vista e sensibilità seguono la vicenda. In primo luogo notiamo una contraddizione molto forte nel JCPOA rispetto a quelle che furono solo pochi mesi fa talune indicazioni della Guida iraniana sulle trattative: infatti, nel documento viennese si parla di un approccio graduale nell’applicazione dei punti nodali dell’accordo, quindi anche per ciò che concerne la rimozione delle sanzioni contro la Repubblica Islamica dell’Iran. “This JCPOA, reflecting a step-by-step approach, includes the reciprocal commitments as laid down in this document” (1), si legge nel documento, e ciò in palese contraddizione con l’opinione del Capo di Stato iraniano, l’ayatollah Khamenei, che aveva posto come condicio sine qua non l’eliminazione completa e immediata di tutte le sanzioni contro l’Iran. In pratica, o i diplomatici iraniani hanno agito in contraddizione con le indicazioni della Guida, e quindi è presumibile che il testo, una volta analizzato dalla Guida stessa, venga ritenuto inadeguato e quindi, attraverso il mancato procedimento di ratifica parlamentare – il Majles iraniano (Parlamento) è dominato da deputati vicini alla Guida – venga spedito al mittente, oppure in questi pochi mesi la Guida ha cambiato opinione e riterrebbe oggi anche una rimozione “step-by-step” delle sanzioni in linea con l’interesse nazionale del paese persiano, giudicata come razionale in considerazione dell’eventuale miglioramento graduale dell’economia iraniana, anche se pure tale considerazione sarebbe in contraddizione con quanto detto in precedenza dalla Guida, ovvero che i problemi economici dell’Iran devono essere risolti grazie alle risorse interne e non agli accordi internazionali. Questo secondo noi è un punto importante, per capire veramente cosa ha in mente la Guida, vero ago della bilancia della politica interna iraniana. Oltre a ciò non si sono fatte attendere le reazioni dei leader internazionali; fortemente critico, come era presumibile, il governo israeliano che ha definito il risultato giudicato positivo dai paesi coinvolti negli accordi di Vienna come una vittoria per l’Iran e...
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La vittoria dei “NO” al referendum tenutosi in Grecia lo scorso 5 luglio assume, in questo periodo di profondo cambiamento degli assetti geopolitici mondiali, un significato importante. Non è un caso che questo segnale di rottura con le direttive euro-atlantiche arrivi dallo stesso popolo greco che 16 anni fa, per protestare contro l’aggressione militare della NATO alla Federazione Jugoslava (Serbia-Montenegro), bloccò il paese per mezzo di un massiccio sciopero generale del pubblico impiego. Alcuni commentatori hanno sottolineato che si tratta naturalmente di una vittoria della “vera Europa”, essendo la Grecia la culla storica e culturale della nostra civiltà; altri, molto più sottilmente, hanno invece sottolineato che la scossa arriva proprio dal popolo “meno europeo” presente nei confini della UE, in quanto la sua spiritualità cristiano-ortodossa lo rende estremamente distante dalla mentalità calvinistico-protestante che alimenta la guida dell’Unione. I significati immediati e apparenti del voto greco sono diversi: il Sud povero che si ribella al Nord ricco, una “sinistra” patriottica che si contrappone ad una “destra” tecnocratica, l’Europa dei popoli che dice No all’Europa dei banchieri … La sua importanza appare ancora più evidente se ne valutiamo il significato geopolitico: se il rilancio europeista di Tsipras dovesse fallire, si capirebbe immediatamente la validità strategica della neo-costituita Banca dei Paesi Brics, la cui implementazione ha subito una decisa accelerazione proprio nelle ultime settimane. Sotto l’aspetto metapolitico, più che una riproposizione dell’antica contrapposizione socialismo-liberismo, la vittoria di Syriza e dei suoi alleati nazionalisti rilancia l’antagonismo tra i sostenitori di un’Europa atlantica e i promotori di un’Europa eurasiatica, con i primi usciti sonoramente sconfitti. Molte però sono le incognite che rimangono sul tavolo: 1) La Grecia, paradossalmente, svolgerebbe meglio la propria funzione se rimanesse nell’eurozona, così come auspicato dalla Cina (e probabilmente anche dalla Russia) ovviamente a condizioni diverse da quelle inizialmente proposte dalla Trojka. La prima bozza d’accordo tra Atene e Bruxelles sembrerebbe rafforzare questa sensazione. 2) Non solo la Grecia si trova in una posizione geografica strategica ma appartiene al contesto regionale balcanico, tutt’altro che normalizzato, non solo per le evidenti difficoltà economiche che lo pervadono. Se infatti analizziamo uno ad uno i paesi chiave dell’area, dobbiamo registrare una situazione di turbolenza su cui potrebbe abbattersi presto l’effetto domino del voto greco. Quanti, magari anche in buona fede, pensavano di trovare nell’adesione all’Unione Europea e alla NATO una via d’uscita ai problemi del passato, si sono ben presto ricreduti, come l’esodo di massa degli albanesi dal Kosovo e Metohija verso la Serbia e l’Ungheria dimostra. La stessa Serbia, alleata storica, geopolitica e religiosa della Grecia, non rimarrebbe indenne da un’eventuale uscita di Atene dall’euro, tanto più che gli umori anti-atlantici a Belgrado rimangono forti. Il ritorno in patria di Vojislav Seselj, che da diverse settimane mobilita le piazze attraverso un fiero nazionalismo filo-russo, potrebbe essere sfruttato dall’ipocrita Governo Vucic per virare in maniera più decisa verso Mosca. La stabilità della Serbia è determinante per quella di...
L’Associazione di Studio, Ricerca ed Internazionalizzazione in Eurasia ed in Africa (ASRIE) in collaborazione con il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) è lieta di mettere annunciare la pubblicazione del report Focus SICUREZZA LIBIA. Il report vede l’introduzione di Fabrizio Di Ernesto, giornalista esperto dell’area libica autore del libro “Petrolio, cammelli e finanza” in cui ha preso in esame l’ultimo secolo di relazioni italo – libiche e gli sviluppi politici ed economici interni del paese nord africano. A seguire una Cronologia degli eventi inerenti la Libia a partire dal XX secolo e poi le analisi a cura di Daniel Pescini, giornalista e blogger specializzato in Scienze delle Relazioni Internazionali e curatore del blog Geopolitica Italiana, Silvio Majorino, analista specializzato in Libia e geopolitica del Mediterraneo, Gaetano Mauro Potenza, Country Analyst e Security Manager collaboratore del CeSEM e di ASRIE, Pilar Buzzetti, Junior Analyst – Desk Mondo Arabo & Nord Africa della OSINT Unit di ASRIE, ed Antonio Lamanna, anch’egli Junior Analyst – Desk Mondo Arabo & Nord Africa dell’Associazione. E’ possibile leggere e consultare il report oppure scaricarlo in formato pdf direttamente dal link qui sotto riportato Scarica il Focus Sicurezza Libia
Dopo il successo del Focus SICUREZZA LIBIA, il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) torna a collaborare con l’Associazione di Studio, Ricerca ed Internazionalizzazione in Eurasia ed Africa (ASRIE) per la realizzazione del progetto “Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa?” il cui fine è quello di favorire la conoscenza della penisola balcanica dal punto di vista storico, politico, socio-culturale ed economico e comprendere gli attuali avvenimenti in ottica futura sia per l’Italia che per l’intera Europa. Il progetto, che vede la partecipazione di collaboratori, studiosi, ricercatori ed analisti geopolitici del Centro Studi e dell’Associazione, è aperto ai contributi delle persone che dimostrano interesse per l’area e per le tematiche affrontate e vedrà la raccolta di elaborati scritti (report, analisi, ricerche, documentari), audiovisivi e fotografici e la diffusione attraverso i canali ufficiali di CeSEM e ASRIE e dei relativi partner. Per maggiori informazioni è possibile contattare la Segreteria dell’Associazione all’indirizzo di posta elettronica cpeurasia@gmail.com, andreaturi83@gmail.com, svernole@yahoo.it. CeSEM e ASRIE
Eventhough the world economy continues to maintain moderate, in the first 6 months of year 2015, Vietnam’s economy remained stable with some remarkable achievements: Domestic production improvements, positive growth trend, and stable macroeconomic balances. Growth rate of domestic products Total domestic product (GDP) in the first 6 months of 2015 increased by 6.28% compare with the same period of 2014 with the increase of 6.08% in the first quarter and 6.44% in the second quarter. This is the highest growth rate compared with the recent years (2013: 4.9%, 2014: 5.22%). In the total increase of 6.28%: the agriculture, forestry and fishing rose 2.36%, contributing 0.42 percent; industrial and construction areas increased 9.09% contributing 2.98 percent; service sector increased 5.90%, contributing 2.22 percent. In the area of agriculture, forestry and fisheries: forestry sector reached 8.07% the highest growth compared with the same period of 2014, contributing 0.05 percent to the overall increase; agricultural sector increased 1.90%, contributing 0.27 percent; fisheries rose 3.30%, contributing 0.10 percent to the whole. Industrial sector rose 9.53% over the same period last year, in which the processing industry, manufacturing grew by 9.95%, contributing significantly to the whole economy (contributing 1.57%). The construction sector rose 6.60%, higher than the 6.11% of the same period in 2014. In the service sector: wholesale and retail increased by 8.35% over the same period of 2014; Lodging and food rose 2.90%; financial activities, banking and insurance increased by 5.85%; real estate business increased by 2.72% which is 2.51% higher than the same period of 2014. Regarding the structure of the economy, agriculture, forestry and fisheries accounted for 16.73%; industrial sector and construction accounted for 33.45%; service area accounted for 39.61%. In the first 6 months, there were 45,406 enterprises were established with a total registered capital is 282.4 trillion VietNam Dong (VND), increased by 21.7% in number and 22.3% in the amount of registered capital compared to the same period last year. Besides, there are 10,988 enterprises adjust the registered investment capital, with a total increase of 308.8 trillion VND. Thus, the total newly registered capital and registered add to the economy in the first 6 months of 2015 was 591.2 billion VietNam Dong. The number of enterprises have shut down before return to business operations in the first 6 months is 8,507, increases of 2.2% compare with the same period in 2014. The number of businesses enterprises complete the dissolution trading process, termination of production activities, in the first 6 months are 4,708, decreases of 0.9% compare with the same period of 2014, of which the majority are small enterprises, with registered capital of less than 10 billion VND. The businesses have difficulty forced to suspend operations in the first 6 months was 27.051 units, down 5.8% from the same period last year. The entry of enterprises into the market in the first 6 months of 2015 was a significant improvement over the same period last year. It is results of the business community efforts, the suitable solutions, effective...
Introduzione …i quotidiani affari transnazionali tra individui, aziende e organizzazioni non governative fanno impallidire le relazioni interstatali per il loro ordine di grandezza. Questo lavoro offre risposta agli appelli che da lungo tempo invocano maggiore attenzione per le entità non statali all’interno delle Relazioni Internazionali. (Findley et al, 2013: 660) Il Campionato del Mondo di calcio non è stato l’unico evento storico ad avere luogo in Brasile a metà del 2014: il paese ha anche ospitato il sesto summit dei BRICS a Fortaleza, evento che segna l’inizio del secondo lustro dei BRICS. Il risultato è stata la fondazione della Banca dei BRICS. Questo ed altri cambiamenti avranno un impatto nell’assegnazione delle prossime Olimpiadi nel 2016 a Rio e a Tokio (2020) e della prossima Coppa del Mondo al Qatar (2022). Questo saggio si concentra sul decennio dei BRICS, il primo di questo secolo, e si interroga su che cosa sarà degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs) dopo il 2015. Si tenterà di mettere a fuoco la nascita del “Sud globale” e le sue implicazioni per lo sviluppo e la sicurezza globali attraverso gli strumenti di analisi della governance globale e del regionalismo comparato. Tutto ciò nel momento in cui il Rapporto sullo Sviluppo Umano dello UNDP (Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite) asserisce con implicazioni sia politiche che teoriche che: …il sud del mondo è cresciuto secondo velocità e proporzioni senza precedenti…Entro il 2050 si prevede che Brasile, Cina ed India, insieme, costituiranno il 40% della produzione mondiale a parità di potere d’acquisto… La mutevole economia politica globale sta creando sfide ed opportunità senza precedenti per un progresso costante nello sviluppo umano. (UNDP, 2013: 1, 2) Nonostante ciò l’era post-2015 si mostra diversa da quanto annunciato dalle Nazioni Unite, dal momento che il Sud globale sta arrivando a mettere in ombra il fino ad ora egemonico Nord (Abdenaur e Fonseca, 2013), in modo tale che il suo stesso regionalismo potrebbe giungere a bilanciare, o addirittura a sfidare, l’Unione Europea in quanto “modello” (Fanta, 2013; Vivares, 2014). A fine 2015 avrà luogo a Parigi la ventunesima UNFCCC COP (Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico), forse l’ultima possibilità per un accordo sull’ambiente dopo Kyoto. Queste nuove aspettative della regione sono rinforzate dalla presenza di fiorenti compagnie multinazionali (MNCs), che includono imprese statali (SOEs), in particolar modo compagnie petrolifere nazionali (NOCs), con base nel Sud (Nolke, 2014). I mercati emergenti (EMs) sono sempre più all’ordine del giorno nell’economia globale; ora, a metà del decennio, i nuovi BRICS del 2015 sono i mercati di frontiera (FMs) del secondo mondo, riflessi negli acronimi CIVETS e VISTA. Pertanto il regionalismo comparato subisce l’impatto della presenza e del ruolo dei mercati emergenti e di frontiera, concentrati in Africa, Sud America ed Europa Centrale; gli Exchange Traded Funds (ETFs) del Fondo Monetario tendono a focalizzarsi sul Cile, la Polonia, l’Argentina, la Colombia, l’Egitto e così via. Mahrenbach (2013) per primo ha messo in relazione potenze emergenti e mercati emergenti, ricalcando le conclusioni di Pieterse...
La storia restituisce la figura del capitano Sir Mansfield Cumming che per testare la capacità degli aspiranti agenti segreti inglesi, ordinava loro di infilzare con un tagliacarte la sua gamba di legno. Ovviamente il candidato non era a conoscenza della menomazione e se indugiava o si rifiutava di compiere quel gesto, veniva irrimediabilmente considerato non idoneo. Nel tempo i metodi di reclutamento sono ovviamente cambiati, benchè le caratteristiche richieste ad un agente segreto siano rimaste simili. Ma nel processo di intelligence si è evoluta la figura dell’analista, sino ad assurgere a centrale. Il terrorismo, la sicurezza economica e finanziaria, generate dalla crisi globale, sono i responsabili dell’aumento delle minacce nel mondo multipolare ed iperconnesso. I processi di miglioramento in materia di tecnologia e la rivoluzione nelle dinamiche della globalizzazione, hanno ridotto le tempistiche dei decisori, un fattore che obbliga i Servizi ad operare simultaneamente su diversi ambiti, senza diminuire l’accuratezza necessaria alle esigenze delle autorità di Governo e Militari. L’Intelligence è il valore aggiunto scaturito dalla raccolta, valutazione, analisi, integrazione ed interpretazione delle informazioni disponibili potenzialmente significative per una scelta decisionale. Dunque, lo scopo è diminuire le incertezze riguardo alle capacità ed alle azioni dell’avversario ed anche degli alleati, come evinto dal Datagate. Il processo di acquisizione e valutazione dei dati, permetterà al decisore politico e militare di essere parte della realtà in cui è calato, con la comprensione e la percezione dei fatti. Inoltre, sarà agevolato nella sua strategia di contrasto dall’identificazione dei possibili rischi che il suo atteggiamento comporterà. L’analista principalmente, interpreta e valuta le informazioni al fine di prevenire attività criminose ed in contemporanea delinea le possibili opportunità per bloccare eventi ostili. Si occupa di trasformare i dati grezzi, raccolti attraverso i diversi canali informativi, in materiale adatto ad essere compreso ed utilizzato da parte del livello direttivo, cioè da quelle figure che, all’interno di un’organizzazione, si occupano di definire le strategie e di effettuare le scelte. L’analista, dunque, è colui che trasforma l’informazione in Intelligence. Pertanto organizza, verifica e rende facilmente comprensibili i dati raccolti ed elaborati. Perciò è il dispensatore di quella tipologia di conoscenza che passerà al servizio del decisore; ossia lo agevolerà sia a comprendere le strategie e le capacità degli attori stranieri o nazionali, quanto a mettere in atto un preciso piano in contrasto allo Stato bersaglio od agli elementi sovversivi. L’implementazione a tali dati è nell’analisi previsionale, vale a dire l’identificazione delle linee di sviluppo futuro a seguito delle conseguenze ad azioni coercitive messe in atto dal decisore nei confronti degli aggressori, dunque i rapporti politici e militari che intercorreranno con questi ultimi. Una completezza che dovrà mirare a delineare la veridicità dei prossimi scenari sociali. L’analisi strategica deve tendere, perciò, ad influire sul futuro indicando le metodologie per regolare il corso degli eventi durante una crisi, assegnando obiettivi a lunga scadenza con l’esame delle minacce attuali ed emergenti alla sicurezza nazionale. Il termine intelligence, potrebbe essere declinato come l’arte di carpire all’avversario le sue intenzioni e questa rimane la...
Venerdì 5 giugno presso la Biblioteca “Enzo Tortora” di Roma il Presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo, Lorenzo Salimbeni, è intervenuto, assieme al professor Carlo Fredduzzi (Direttore dell’Istituto di Cultura e Lingua Russa di Roma), alla presentazione del nuovo libro di Fabrizio di Ernesto, giornalista e saggista, “Santa Madre Russia. Putin e la presenza di Mosca sullo scacchiere internazionale“, fresco di stampa per i tipi di Fuoco Edizioni. Grazie al canale YouTube della giornalista freelance Giovanna Canzano, possiamo vedere gli interventi dell’autore e dei relatori intervenuti alla presentazione del volume.