La proiezione diplomatica e militare dell’Unione Europea, è direttamente correlata allo sviluppo socio economico e dunque alla produzione di beni e servizi fruibili dalle Forze Armate e dalla Governance europea. La base tecnologica su cui è possibile tale implementazione è sull’EDTIB, European Defence Technological and Industrial Base. Questa è principalmente composta da attori eterogenei sotto il profilo finanziario e nella catena del valore aggiunto. I principali contractors con capacità di produrre ed integrare piattaforme e sistemi d’arma sono: la BAE System, l’EADS, Finmeccanica e Thales. Nel quadro dell’EDTIB sono incluse aziende specializzate nei sistemi, sotto sistemi e componenti principali come l’Avio o la Rolls Royce, ed anche piccole e medie imprese, PMI, le cui peculiarità sono nei servizi piuttosto che nell’addestramento. Il mercato della Sicurezza e Difesa in Europa vale 90 miliardi di euro. Difesa e Sicurezza sono diventate un connubio inscindibile a causa delle nuove minacce asimmetriche e delle missioni di peacekeeping, dove la protezione dei militari è altrettanto importante di quella riservata ai confini nazionali. Lo sviluppo dei sistemi d’arma che possano assolvere a questo duplice compito si è trasformata in una priorità per tutti gli attori globali. A livello settoriale, all’Aeronautica Militare è riservato il 16% degli investimenti europei in materia di implementazione delle piattaforme ad alta tecnologia, dove nel rispondere ai nuovi requisiti richiesti per il contrasto agli attori asimmetrici, l’Europa ha voluto il programma “MALE”, un sistema aereo avanzato a pilotaggio remoto, che sarà progettato sinergicamente dall’Airbus Defence and Space, dalla Dassault Aviation e dall’Alenia. Una condivisione di investimenti ma soprattutto di interessi fra Italia, Francia e Germania. La finalità dei tre player è quella di garantire la sovranità, l’indipendenza e la gestione congiunta dell’intelligence. Un progetto che definirà meglio il quadro delle alleanze strategiche nel contesto dell’UE, infatti sarà necessario ottimizzare la condivisione di fondi per la ricerca e lo sviluppo in un periodo di crisi economica. Il progetto “MALE” promuoverà le tecnologie avanzate sostenendo la catena del valore europeo e garantendo l’occupazione nell’Industria della Difesa in Europa. L’Airbus Defence and Space è il principale gruppo aerospaziale europeo e conta circa 40.000 dipendenti con un fatturato annuo di 14 miliardi di euro. La Dassault Aviation è una realtà a livello mondiale in termini di sviluppo e progettazione con commesse ricevute da oltre 80 diversi paesi. Gli introiti si sono attestati ad oltre 4,5 miliardi di euro che garantiscono l’occupazione ad oltre 11.000 addetti. L’Alenia, società del gruppo Finmeccanica, impiega oltre 11.000 dipendenti nella progettazione, produzione e supporto integrato dei velivoli civili e militari. Nel 2013 ha ottenuto ricavi pari ad oltre 3 miliardi di euro, ordini per quasi 4 miliardi con un portafoglio che raggiunge i 9 miliardi di euro. I droni, oramai assorti a sistema d’arma fondamentale per la difesa, sono in continua evoluzione sia tecnologicamente che numericamente: La Russia dedicherà loro la base di Anadyr, nel Circolo Polare Artico, e diventerà quella più a nord dell’Equatore. Gli Stati Uniti hanno testato l’X-47B, in grado di decollare ed appontare su una portaerei,...
centro studi eurasia e mediterraneo
What’s behind the unrest of Western propaganda? When the war in Syria began in 2011, a huge number of Western states supported the so called “moderate rebel fighters” and their uprising against President Bashar Al-Assad and the Syrian Arab Army. The events occurred in the following years brought to light the real face of “moderate rebels”: the opposition to the government is a medley of radical Islamist militant groups, including Nusra Front and Islamic State (1), in a few words, those who once were enemies of the West, are now considered by the media as “freedom fighters”. Seems that the objective of the West is still the creation of a “power vacuum” on the geopolitical chessboard, as they did before in Iraq and Libya. The West, in 2013, tried to legitimise a military intervention claiming that Bashar Al-Assad was using chemical weapons against the population. The “evidences” brought by the media, were inconsistent, and what’s more, it was proved that the so called “rebels” were using chemical weapons (2). This fact and the proofs brought on the news by Russia Today were masked behind a curtain of lies. It’s recent news that the West created fake reports about Russian military’s presence in Syria to create an illusion that the Syrian government has completely lost control over the country. The only true thing about Russia, beyond the moral support to the syrian cause, is the supply of equipment to help fight terrorism. This week Russian Foreign Ministry Spokesperson Maria Zakharova said: “We have always supplied equipment to them for their struggle against terrorists,” Zakharova told New York Times, “We are supporting them, we were supporting them and we will be supporting them” in that fight (3). Some russian specialist were also sent to Syria to teach SAA to operate russian equipment. Russian President Vladimir Putin also confirmed the support that Syria receives from Russia in terms of equipment and training. Humanitarian aid are also supplied by Iran and Russia despite the clousure of greek and bulgarian airspace (recently re-opened). In the last days, the US did everything to put pressure on Greece to deny Russia the use of its airspace, and the same happened yesterday with Bulgaria as reported by Al Arabiya English on its Twitter channel (4). Dispite everthing is so far from being a US style “boots on the ground” operation, Western media are deeply concerned by the perspective of a russian action in Syria although wardrums of a Western intervention are getting louder and louder. The media coverage of the “exodus” from Africa and Syria (continuously mashed-up in order to create confusion in the public opinion), might led France to a military bombing (5) on ISIS as a solution for the migrations. President Hollande, at the same time, didn’t hide that “Nothing must be done that can consolidate or maintain Bashar al-Assad” (6), showing to the world the real objectives of a possible airstrike action in Syria. What is sure is that there’s a sinister urge of...
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Risulta ancora oggi interessante ricordare la specificità del modello socialista jugoslavo che, sia pure ormai archiviato da un ventennio sullo “scaffale della storia”, per oltre quattro decenni del secolo scorso ha caratterizzato l’economia e l’inquadramento geopolitico di una importante nazione ai nostri confini. Rispetto al campo dei paesi socialisti del Novecento, la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia ha infatti detenuto il primato (meritevole o deplorevole, a seconda dei diversi e legittimi punti di vista) di essersi posta come prima “eresia” dei paesi del cosiddetto “socialismo reale”. Per comprendere le grandi e frequenti trasformazioni subite dal sistema economico jugoslavo basato sull’autogestione, e scoprirne le origini, è necessario risalire nel tempo almeno fino alla rottura con l’Unione Sovietica. Non è questa la sede per esaminare particolareggiatamente le circostanze che portarono alla decisione presa dal Cominform nel giugno del 1948; tuttavia dobbiamo accennare brevemente ad alcune cause dei contrasti che si erano venuti formando tra i due paesi. Tali cause si possono far risalire al 1937 durante l’esilio a Mosca dei comunisti jugoslavi, nel periodo delle cosiddette “purghe” staliniane. Da alcuni discorsi di Tito traspare una forte volontà autonomistica già radicata nel gruppo dirigente del PCJ negli anni precedenti la guerra di liberazione popolare, per quanto quest’ultima sia stata condotta in nome di un internazionalismo che riconosceva ancora la guida dell’Unione Sovietica e s’impegnava a difenderla, come unico paese socialista, contro gli attacchi dell’imperialismo. Tuttavia i primi veri dissensi nacquero durante la guerra di liberazione, si accentuarono durante l’entrata dell’Armata Rossa in territorio jugoslavo e, immediatamente dopo la guerra, in occasione dell’organizzazione della polizia segreta. Vennero poi le polemiche sulla federazione con la Bulgaria (possibile centro socialista balcanico alternativo a Mosca) , sull’autenticità della rivoluzione jugoslava e sul modello di costruzione del socialismo. Nel giugno del 1949 il Komunist, organo del Partito comunista jugoslavo per la teoria e la prassi marxista, pubblicò un articolo di Milentije Popovic, uno dei principali esponenti della direzione ideologica del paese, intitolato Dei rapporti economici tra i paesi socialisti, che forse ci permette di scoprire la ragione decisiva della rottura tra la Jugoslavia e i paesi cominformisti. L’articolo denuncia lo sfruttamento economico compiuto dall’Unione Sovietica e dagli altri paesi dell’Europa orientale a spese della Jugoslavia attraverso il commercio internazionale. Già nel novembre del I948, in un discorso tenuto a Lubiana, Tito aveva affermato che «i rapporti economici tra i paesi socialisti ancora oggi si fondano sui principi dello scambio capitalistico di merci», e su questa premessa Popovic basò la sua analisi, sostenendo che esisterebbe un tasso di profitto medio mondiale che, nello scambio internazionale, regola la distribuzione del profitto favorendo i paesi più sviluppati, i quali posseggono una composizione organica del capitale superiore alla media mondiale. Nei paesi arretrati il livello della produttività e dell’intensità del lavoro è inferiore a quello medio mondiale; e inoltre, poiché privi di una industria competitiva, essi sono costretti a entrare nel mercato internazionale mediante prodotti agricoli...
Fonte: http://sputniknews.com/docs/about/index.html Paul Craig Roberts sostiene che gli americani abbiano bisogno di comprendere che la minaccia maggiore per loro risiede interamente nell’ideologia neo-conservatrice di Washington e sulla sua egemonia sul mondo e sulla popolazione statunitense. C’è voluto un ventennio a Russia e Cina per comprendere che le organizzazioni “a favore della democrazia” e “pro-diritti umani” operative sui loro territori sono organizzazioni sovversive fondate dal Dipartimento di Stato statunitense e da un gruppo di fondazioni private americane organizzate da Washington. Il reale obiettivo delle Organizzazioni non Governative (ONG) è quello di far avanzare l’egemonia di Washington attraverso la destabilizzazione delle due nazioni in grado di resistere all’egemonia statunitense. Le quinte colonne di Washington hanno portato a termine le “rivoluzioni colorate” nelle ex-province russe come in Georgia, il paese natale di Josef Stalin e in Ucraina, provincia russa per secoli. Quando Putin è stato eletto l’ultima volta, Washington è stata in grado di usare le sue quinte colonne per riversare nelle strade centinaia di dimostranti per le strade russe al grido “Putin ha rubato le elezioni”. Questa propaganda americana non ha avuto alcun effetto sulla Russia, un paese in cui l’89% dei cittadini supporta il proprio presidente, mentre il restante 11% è composto da Russi che credono che Putin adotti politiche troppo soft nei confronti dell’aggressione occidentale. Questa minoranza, supporta comunque Putin, desiderano solo che egli sia più deciso. La reale percentuale di popolazione che Washington è riuscita a trasformare in agenti traditori, ammonta al 2-3%. Questi traditori sono “supporters dell’Occidente” e “integrazionisti atlantici”, che non avrebbero problemi in merito al fatto che il loro paese possa essere uno stato vassallo americano in cambio di soldi. Pagati a loro, ovviamente. L’abilità di Washington di mettere delle quinte colonne nelle strade di Mosca, ha avuto effetti sugli incuranti europei e gli statunitensi: molti occidentali, ancora oggi, credono che Putin abbia rubato le elezioni con l’intento di usare la sua posizione per ricostruire l’impero sovietico e distruggere l’Occidente. La distruzione dell’Occidente non è qualcosa di difficile da conseguire, dal momento che l’Occidente si sta distruggendo da solo. La Cina, ossessionata dall’ottenere ricchezze, è stata un obiettivo facile per Washington. La Fondazione Rockfeller sostiene i professori cinesi pro-Stati Uniti negli ambienti universitari. Le corporazioni statunitensi che operano in Cina creano “commissioni” superflue a cui i familiari della classe politica dirigente sono legati e a cui vengono pagati grandi “stipendi d’amministrazione”. Ciò compromette la lealtà della classe dirigente cinese. Con la speranza di aver comprato con i soldi la classe dirigente cinese, Washington ha poi dato il via alle proteste presso Hong kong tramite le sue ONG, sperando che le proteste si diffondessero in Cina e che la classe dirigente, comprata con soldi americani, non avesse una risposta pronta nel vedere il pericolo. Alla fine Russia e Cina hanno compreso. E’ incredibile che i governi dei due stati che Washington considera come “minacce”, siano stati così tolleranti con le ONG finanziate da un governo straniero. La tolleranza russa e cinese verso le quinte colonne di Washington deve aver incoraggiato molto i neo-conservatori...
Il nuovo Libro Bianco sullo sviluppo del Tibet Nel mese di Aprile 2015 l’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Cina ha rilasciato un nuovo Libro Bianco sulla questione tibetana e sugli sviluppi dello Xizang (Regione Autonoma del Tibet). Ritengo che sia opportuno riassumerne i punti principali per permettere al pubblico di lingua italiana di conoscerne, almeno grossolanamente, la tesi e i contenuti. Il Libro è composto da cinque capitoli. Il primo capitolo afferma che la fine del vecchio sistema in Tibet è stato il risultato di uno sviluppo storico inevitabile. Trovo molto interessante il fatto che viene affermato che i monasteri non erano più «posti di purezza dove studiare il Buddhismo e venerare il Buddha», ma autentiche fortezze dove i governatori locali organizzavano le proprie attività amministrative che, spesso, implicavano lo sfruttamento della popolazione. Tra queste attività c’erano anche l’esercizio della giustizia (molti monasteri avevano addirittura prigioni interne con strumenti di tortura di cui facevano largo uso) e la creazione di forze armate. Questa affermazione è interessante perché mostra comunque un certo rispetto attribuito al Buddhismo autentico che, però, a causa del sistema politico e sociale tibetano mostrava chiari segni di degenerazione spirituale. I monaci contavano un quarto della popolazione maschile, una quantità ben superiore al numero di chierici dell’Europa Medievale. Il potere religioso aveva un’assoluta supremazia mentre il potere politico lo proteggeva; i due, combinati, proteggevano gli interessi di tre classi: quella degli ufficiali locali, quella degli aristocratici e quella dei Lama di alto rango. In questo sistema teocratico, la religione veniva usata tramite una sorta di terrorismo spirituale come metodo di sfruttamento del popolo; gli schiavi, infatti, non si ribellavano per paura del karma e credevano che la loro condizione fosse giusta a causa dei misfatti delle proprie vite precedenti. Fino alla Liberazione Pacifica il Tibet non ha avuto alcuna scuola, essendo gli unici luoghi di apprendimento i monasteri; l’analfabetismo arrivava al 95%; non esistevano strade; non c’era alcuna forma di moderna pratica medica e l’aspettativa di vita media era di 35 anni e mezzo. Coloro che hanno visitato il Tibet, sia cinesi che stranieri, rimanevano stupiti dall’arretratezza del posto. Lhasa, ad esempio, appariva «squallida e lercia oltre ogni descrizione […]. Non una singola casa sembrava pulita o curata. Le strade dopo la pioggia non sono altro che pozze d’acqua stagnante frequentate da porci e cani che cercano rifiuti» (Edmund Candler). A cominciare dal diciannovesimo secolo si sono diffuse campagne per l’eliminazione della schiavitù in molti Paesi, tra cui Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti. Tuttavia, a metà del ventesimo secolo, periodo in cui la schiavitù era quasi scomparsa da questo mondo, continuava ad essere praticata nel Tibet cinese, ostacolando il progresso sociale della Cina e offendendo la dignità umana. Il quattordicesimo Dalai Lama e i suoi seguaci, invece di riconoscere la crudeltà del sistema teocratico, hanno agito contro questo trend storico, sperando di far risorgere il vecchio sistema in Tibet in futuro. Nei loro documenti è possibile trovare delle dichiarazioni rilevanti a tale proposito. Ad...
L’obiettivo della Banca dei BRICS non è solo quello esibire il potere politico e finanziario dei paesi emergenti. La ragione per cui è stata creata, è molto importante. Nel loro summit annuale tenutosi in Russia in questa settimana di luglio, i leader dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) annunceranno la formazione della più nuova e grande banca per lo sviluppo multilaterale a livello globale – la Nuova Banca per lo Sviluppo (NDB) che disporrà di 100 miliardi di dollari come capitale iniziale come fondo per lo sviluppo di infrastrutture e di progetti per lo sviluppo sostenibile, sia nei loro Stati che anche al di fuori. Ovviamente la NDB non dovrà diventare una nuova Banca Mondiale che finanzi gli stessi tipi di progetti, negli stessi Stati, usando gli stessi strumenti e la stessa forma mentis. Allo stesso tempo il suo obiettivo non deve semplicemente essere quello di simbolizzare il desiderio degli Stati emergenti di mettere in mostra il loro potere politico e finanziario. La ragione della creazione dell’ente deve essere estremamente concreta. La NDB dovrebbe basarsi su obiettivi completamente nuovi, che devono esser portati avanti con nuove strategie. Sarebbe facile per la NDB cadere nel solco del percorso già tracciato dalla Banca Mondiale, dal momento che si trovano nello stesso ambito. La NDB dovrà opporre resistenza a partire dal suo primo giorno di vita. Propongo in questa sede 3 obiettivi centrali per la NDB, che personalmente considero rilevanti a livello globale: la NDB dovrà raggiungere entro il 2050 tre “zeri”: zero povertà, zero disoccupazione, e zero emissioni di CO2. La NDB potrebbe pubblicare ogni anno un report in cui indicare i passi in avanti fatti dai BRICS per portare avanti questi obiettivi. La NDB dovrebbe essere in grado di perseguire questi obiettivi grazie a 4 strategie: la prima strategia sarebbe quella dar sfogo al potere creativo e all’impegno delle nuove generazioni. Se i BRICS riuscissero a mobilitare le forze dei giovani, sarebbe molto più facile conseguire gli obiettivi. La seconda sarebbe quella di focalizzarsi sulle innovazioni tecnologiche per risolvere i problemi dell’uomo. La tecnologia, oggi è nelle sole mani dei businessman e dei signori della guerra. La tecnologia, dovrebbe diventare prerogativa di persone socialmente impegnate, oggi totalmente invisibili. La combinazione gioventù-tecnologia creerebbe una forza irremovibile. Tutto ciò, ci porta alla terza strategia, ossia costruire un vero social business per mobilitare il potere creativo finalizzato a risolvere problemi di vecchia data a livello sociale, economico e ambientale. Il social business è una nuova varietà di business scollegata dalle logiche del profitto. Si tratta di un business basato su obiettivi e su compagnie senza dividendi, unicamente focalizzate nella risoluzione di problematiche umane. Dopo che la compagnia ne ha tratto profitto, l’investitore recupera il capitale investito, ma non ne ha, a cose avvenute, profitto di alcun tipo. Profitti addizionali vengono tratti solo dall’espansione e dal miglioramento del business. Gli affari fatti nella maniera tradizionale non sono in grado di risolvere le problematiche sociali. Attori terzi come lo Stato e le organizzazioni caritatevoli...
Quest’anno scadono gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, e la comunità globale è pronta a mettere a punto dei nuovi obiettivi di sviluppo a settembre, al summit delle Nazioni Unite a New York. La terza conferenza internazionale sul finanziamento per lo sviluppo, tenutasi ad Addis Abeba la settimana scorsa, ha posto le basi per ulteriori dialoghi su come porre fine alla povertà estrema e perseguire gli altri obiettivi dopo quelli del Millennio. La terza conferenza internazionale sul finanziamento per lo sviluppo (FfD3) è iniziata il 13 luglio 2015 nella capitale dell’Etiopia, Addis Abeba, ed è finita il 16 luglio 2015. La conferenza globale, la prima nel continente africano, ha attratto quasi 5000 delegati da tutto il mondo. I delegati comprendevano capi di Stato, ministri delle finanze, degli affari esteri, e della cooperazione allo sviluppo, rappresentanti delle organizzazioni della società civile e il settore commerciale. Questo dimostra come gli Obiettivi di sviluppo sostenibile del post 2015 vengano presi seriamente. La scelta di Addis Abeba come sede per questa conferenza internazionale è ben giustificata: la capitale dell’Etiopia è una città molto sicura ed è la sede di grandi organizzazioni internazionali come l’Unione africana (UA) e la Commissione economica per l’Africa (UNECA, dall’acronimo inglese di United Nations Economic Commission for Africa). Ha un’ottima infrastruttura e può essere presa a modello di come i finanziamenti utilizzati in modo mirato possano stimolare investimenti massicci e lo sviluppo urbano. Rappresenta anche il fulcro e il punto d’incontro per il Corno d’Africa allargato, all’interno dei grandi blocchi regionali della Comunità dell’Africa orientale (anche se l’Etiopia non è ancora membro) e del Mercato comune dell’Africa orientale e meridionale (COMESA, dall’acronimo inglese di Common Market for Eastern and Southern Africa). Tutti i grandi hotel internazionali di Addis sono stati inondati di attività per gli eventi collaterali diffusi nella città: il Radison Blue Hotel, l’Hilton Hotel, il Jupiter Hotel, l’Hotel Intercontinental, e così via. Qual è l’obiettivo principale del FfD3? Le risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (68/204 e 68/279), che specificano i termini di riferimento della conferenza, hanno identificato tre principali aree su cui concentrarsi: 1. Valutare il progresso fatto dall’implementazione del Consenso di Monterrey e della Dichiarazione di Doha, identificando gli ostacoli e le limitazioni trovati nel raggiungimento dei traguardi e degli obiettivi accordati, così come azioni ed iniziative per superare queste limitazioni; 2. Indirizzare questioni nuove ed emergenti incluse nel contesto dei recenti impegni multilaterali per promuovere la cooperazione internazionale allo sviluppo; l’attuale panorama di cooperazione allo sviluppo in evoluzione; la connessione tra tutte le fonti di finanziamento allo sviluppo; le sinergie tra gli obiettivi di finanziamento lungo le tre dimensioni di sviluppo sostenibile; la necessità di supportare il programma di sviluppo delle Nazioni Unite oltre il 2015. 3. Rinvigorire e rafforzare il processo di finanziamento per lo sviluppo. Nel settembre del 2015 le Nazioni Unite terranno un summit per concordarsi sugli obiettivi di sviluppo sostenibile come séguito al programma del post 2015. La linea guida è quella di chiamare la comunità globale a combattere la...
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La guerra in Ucraina riguarda indirettamente la questione dei Balcani. La situazione di queste nazioni dallo smantellamento della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia, è pertanto sempre preoccupante, in quanto le operazioni militari americano-occidentali non hanno apportato la pace e la prosperità come preteso da quanti volevano giustificarle ma guerra e povertà, al punto che gli antagonismi tra le etnie e le religioni sono sempre presenti e mantengono la regione instabile. I “conflitti congelati” della ex Jugoslavia sono altrettante bombe a scoppio ritardato innescate dagli occidentali e non chiedono che di esplodere. Alcuni si attivano per farlo. Se si consulta una carta, si vede che a causa della loro posizione geografica gli Stati e le entità derivanti dalla ex Jugoslavia, che siano la Serbia, la Macedonia e la Republika Srpska, alle quali si devono aggiungere al di fuori di quest’ultima l’Ungheria e la Grecia, formano una spina nelle retrovie delle postazioni avanzate della NATO come la Romania e la Bulgaria. Certamente l’Ungheria e la Grecia sono anch’esse paesi della NATO ma il Presidente della prima intrattiene delle buone relazioni con Vladimir Putin e la seconda, malgrado i problemi che oggi sono ben noti, è il solo paese della NATO a non aver partecipato ai bombardamenti della Serbia nel 1999 e dovrebbe anch’essa intrattenere buone relazioni con la Russia. C’è all’interno di quello che viene chiamato il Corridoio energetico n. 10, tra la puszta ungherese e il porto di Salonicco, una falla nel dispositivo euro-atlantico, un piccolo vuoto che l’Occidente cerca di colmare in tutti i modi e che domani dovrà destabilizzare o neutralizzare. Lo squartamento serbo Tra l’Est e l’Ovest. Tra la Russia e la “ZOA, Zona di Occupazione Americana”, secondo un’espressione ripresa da Henri Gobard (1). La Serbia è anch’essa allo stesso tempo libera e occupata. Libera perché il suo popolo slavo ortodosso si sente vicino ad una Russia di cui condivide la scrittura in cirillico e un rigetto maggioritario dell’Unione Europea e ancora di più della NATO. I sondaggi effettuati dopo i bombardamenti dell’Alleanza Atlantica lo mostrano senza possibilità di equivoci. Occupata perché la classe politica è in maggioranza collaborazionista, la stampa è interamente nelle mani e dalla parte dell’Occidente, le imprese e le ricchezze del sottosuolo sono state sgraffignate dalle società occidentali o dagli interessi delle petromonarchie arabe. Dopo la caduta di Slobodan Milosevic la democratizzazione e la libertà della stampa e del commercio si sono tradotte nella dominazione americano-occidentale sul “bestiame” politico, sui media scritti e audio-visivi così come sulle risorse. Generato da una scissione organizzata alle spalle dei Radicali da Washington e Londra, il principale partito al potere si è fatto eleggere su una piattaforma patriottica per tradire le sue promesse elettorali. Il Partito progressista serbo non è differente da quei puri artisti di centro destra che occupano la scena politica nei loro rispettivi paesi per applicare le parole d’ordine e le misure dettate da Washington e da Bruxelles....
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La guerre d’Ukraine a un peu détourné des regards la question des Balkans. La situation des pays issus du démantèlement de la République Fédérative Socialiste de Yougoslavie, est pourtant toujours préoccupante, les opérations militaires américano-occidentales n’ayant pas apporté la paix et la prospérité comme prétendu pour els justifier mais la guerre et la pauvreté, alors que les antagonismes entre les ethnies et les religions sont toujours là et maintiennent l’instabilité. Les “conflits gelés” de l’ex Yougoslavie sont autant de bombes à retardement posées par les Occidentaux et qui ne demandent qu’à exploser. Certains s’y activent. Si l’on consulte une carte, on voit que par leur situation géographique les Etats et entité issus de l’ex Yougoslavie que sont la Serbie, la Macédoine et la Republika Srpska, à quoi l’on doit aujourd’hui ajouter en dehors de cette dernière la Hongrie et la Grèce, forment une épine dans le dos des postes avancés de l’Otan que sont la Roumanie et la Bulgarie. Certes la Hongrie et la Grèce sont eux aussi des pays de l’Otan mais le président de la première entretient de bonnes relations avec Vladimir Poutine et la deuxième, avec aujourd’hui les problèmes qu’on lui connait, le seul pays de l’Otan à ne pas avoir participé aux bombardements de la Serbie en 1999, devrait lui aussi entretenir de bonnes relations avec la Russie. Il y a dans ce que l’on a appelé le “Corridor N°10”, entre la puszta hongroise et le port de Thessalonique, une partie faible dans le dispositif euro-atlantique, un vide que l’Occident chercher par tous les moyens à combler et qu’il lui faut demain déstabiliser ou neutraliser. L’écartèlement serbe Entre l’Est et l’Ouest. Entre la Russie et la “ZOA, Zone d’Occupation Américaine”, selon une expression reprise à Henri Gobard (1). La Serbie est elle-même à la fois libre et occupée. Libre parce que son peuple slave orthodoxe se sent proche d’une Russie dont elle partage l’écriture en cyrillique et un rejet majoritaire de l’Union Européenne et encore plus de l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord. Les sondages effectués depuis les bombardements de l’OTAN le montrent sans équivoque. Occupée parce que la classe politique est majoritairement collaborationniste, que la presse est entièrement aux mains et du côté de l’Occident, enfin parce que les entreprises et les richesses du sous sol ont été rafflées par des sociétés occidentales ou des intérêts pétromonarchiques arabes. Après la chute de Slobodan Milosevic, la démocratisation et la liberté de la presse et du commerce se sont traduits par la main mise américano-ocidentale sur le cheptel politicien, les médias écrits et audio-visuels ainsi que les ressources. Issu d’une scission organisée sur le dos des Radicaux par Washington et Londres, le principal parti au pouvoir (2) s’est fait élire sur une thématique patriote pour trahir ses promesses électorales. Le Parti progressiste serbe n’est pas différent de ces pur artis dits de centre droit qui occupent la scène politique...
Organizzazione delle Nazioni Unite Assemblea Generale 8 luglio 2015 69a sessione Punto all’Ordine del Giorno n. 106 Controllo Internazionale del Narcotraffico Lettera datata 19 giugno 2015, inviata dal Rappresentante Permanente dell’Uzbekistan presso le Nazioni Unite al Segretario Generale Ho l’onore di informarLa delle principali direttrici delle politiche anti-droga e del loro rafforzamento nella Repubblica dell’Uzbekistan nel corso del 2014. Apprezzerei se Lei potesse divulgare le informazioni allegate a questa mia come documento della 69a sessione dell’Assemblea Generale in relazione al punto all’ordine del giorno n. 106. Muazaffar Madrakhimov *********************************************************** Allegati alla lettera datata 19 giugno 2015, inviata dal Rappresentante Permanente dell’Uzbekistan presso le Nazioni Unite al Segretario Generale Le principali direttrici delle politiche anti-droga e il loro rafforzamento nella Repubblica dell’Uzbekistan nel corso del 2014 L’Uzbekistan ha messo insieme tutte le risorse sociali, economiche e politiche a disposizione dello Stato per affrontare la minaccia della droga. Il Paese sta adottando un approccio più equilibrato al controllo degli stupefacenti allo scopo di ridurre la domanda e di prevenire i traffici illeciti. La Commissione di Stato per la Lotta alla Droga ha approvato e sta migliorando un programma di misure integrate per prevenire l’abuso di droghe e il narcotraffico durante il periodo compreso tra il 2011 e il 2015. Il programma comprende attività indirizzate a rafforzare ulteriormente le capacità umane e logistiche degli uffici giudiziari, a modernizzare e sviluppare il servizio di trattamento per le droghe, a migliorare la cooperazione internazionale nel contrasto al traffico illegale di stupefacenti e a condurre operazioni mirate alla prevenzione del consumo di droga. 1. Combattere il narcotraffico Nel 2014, come risultato di precise misure finalizzate all’identificazione e alla soppressione dei canali del narcotraffico, così come delle operazioni generali di neutralizzazione del traffico di droga, gli uffici giudiziari uzbeki hanno identificato 6.698 casi di crimini legati alla droga (7.680 casi nel 2013), tra cui 3.062 casi di spaccio (3.772 nel 2013), 607 di contrabbando (623 nel 2013), 1.320 di coltivazione illegale di piante narcotiche (1.491 nel 2013) e 1.709 di altre tipologie di reato connesse alla droga (1.794 nel 2013). E’ stato sequestrato un totale di 2 tonnellate e 298 kg di sostanze stupefacenti (2 tonnellate e 326 kg nel 2013), di cui 106,5 kg di eroina (121,6 nel 2013), 881,9 kg di oppio (851,3 nel 2013), 802,9 kg di marijuana (873,5 nel 2013), 100 kg di hashish (143,3 nel 2013) e 406,3 kg di koknar (336,3 nel 2013). Gli sforzi della giustizia si sono concentrati sulla repressione e sull’eliminazione delle attività criminali delle organizzazioni narcotrafficanti interregionali che avevano strutturato canali per il contrabbando della droga attraverso i confini. Rigidi controlli alla frontiera e ispezioni dei veicoli hanno reso queste attività ancora più efficaci. L’operazione integrata in due fasi su vasta scala Black Poppy 2014 è stata pensata per individuare e reprimere la coltivazione di piante narcotiche, così come per combattere i reati connessi al narcotraffico. Le operazioni preventive e le indagini di polizia hanno identificato 1.225 casi di coltivazione illegale di piante narcotiche (1.223...