3 Novembre 2026

centro studi eurasia e mediterraneo

images
Intervista a cura di Filippo Bovo Recentemente Lei è stato in Cina come membro della delegazione della stampa italiana in visita nel Paese. Ha visitato dei siti e dei monumenti d’importanza mondiale, come la Grande Muraglia, l’Esercito di Terracotta ed il Museo degli usi e dei costumi tradizionali e popolari del Guanzhong. Ciò Le avrà sicuramente permesso di valutare la differenza nel modo di valorizzare e tutelare il patrimonio storico e culturale tra la Cina ed il nostro Paese. Che impressione ne ha tratto? Quali lezioni può trarne l’Italia? Il popolo cinese ha un grande orgoglio del proprio passato. Non solo il governo e le istituzioni, ma anche i cittadini sono molto legati alle tradizioni profonde della Cina. I suoi cinquemila anni di civiltà non sono stati affatto scalfiti dalla modernizzazione. Lo stesso Partito Comunista Cinese giunse al potere nel 1949 dopo un secolo di umiliazioni e conflitti terribili per la popolazione cinese, contro nemici interni ed esterni, che forgiarono la sua capacità di resistenza fisica, spirituale e culturale. Il governo conferisce una straordinaria importanza allo studio storico di quel secolo affinché i giovani, che oggi possono godere dei vantaggi dello sviluppo economico, non dimentichino – cito testualmente – “il sacrificio compiuto dai padri per il bene della nazione”. I siti storici sono ovviamente tenuti in grande considerazione e tutelati direttamente dalle autorità pubbliche. Di certo, l’Italia ha una lunga tradizione in termini di conservazione dei beni culturali ma abbiamo dei problemi a valorizzarli e a farli nostri. Spesso li consideriamo oggetti asettici, vetrine per turisti a cui noi possiamo permetterci di non dare tanta importanza. Al di là dei centri più noti, come Roma, Milano, Venezia, Torino o Firenze, molti turisti sono costretti a seguire itinerari “spontanei”, scoprendo le migliaia di altre bellezze “minori” quasi per caso, di passaggio. In Cina questo non avviene. Ogni possibilità di entrare in contatto con la tradizione è veicolato attraverso strumenti pubblicitari o pacchetti turistici: edifici di culto, residenze imperiali, ma anche sale da tè tradizionali, luoghi ricreativi o ristoranti di un certo tipo, immergono il forestiero nella storia e nella cultura del Paese, permettendogli di iniziare a conoscerlo.   Un’altra possibilità di confronto è data dal giornalismo. Lei ha incontrato i funzionari dell’Associazione dei Giornalisti Cinese, ha visitato la sede di Radio Cina Internazionale e di altre importanti testate locali dello Shaanxi. Quali differenze ci sono nel modo di fare giornalismo in Italia ed in Cina? Qual è il ruolo del giornalista nella società cinese? Sul piano strettamente professionale, organizzativo e tecnico, i colleghi cinesi hanno ormai raggiunto un livello praticamente identico a quello occidentale, come dimostrano anche i possenti mezzi materiali ed economici a disposizione dell’editoria ed i numeri impressionanti in termini di personale impiegato, tra redattori, collaboratori ed operatori in genere, presenti nelle redazioni cartacee o radiotelevisive. Sul piano operativo, invece, è molto forte il senso della responsabilità e della corrispondenza ai fatti, che va a controbilanciare la libertà d’espressione. In Occidente, molti ritengono che la libertà di parola...
incontri-primavera-araba
articolo originale: http://www.asrie.org/associazione/osservatorio-regionale-mena-analisi-del-processo-di-transizione-democratica/ Nel 2011 il mondo assisteva ad un fenomeno senza eguali che stava investendo il Medio Oriente ed il Nord Africa: la Primavera Araba. Con l’obiettivo di instaurare il processo democratico all’interno del proprio stato, e quindi soverchiare il governo dittatoriale affermatosi con la forza militare, i paesi nord africani e mediorientali registrarono  una serie di sollevazioni popolari documentante dal mondo dei social media.  Il risultato di quello che era stato salutato e visto dall’Occidente come l’inizio di un processo democratico in grado di cambiare il mondo mediorientale e nord africano può essere considerato deludente ed ha registrato invece lo scoppio di una guerra civile in Siria, attualmente ancora in corso che vede contrapposte le truppe governative fedeli a Bashar al-Assad alle forze ribelli e ai gruppi militanti jihadisti, un governo guidato ancora dai militari in Egitto, grazie al colpo di stato che ha fatto decadere l’ex presidente regolarmente eletto Morsi della Fratellanza Musulmana, una Libia devastata dalle continue lotte interne ed in generale da una situazione di instabilità ed insicurezza che notevolmente ha influito sulla regione.  La Dott.ssa Pilar Buzzetti nella presente analisi si è occupata di studiare il processo di transizione democratica della regione MENA evidenziando brevemente quali fattori hanno influito e continuano ad influire sulla sua realizzazione. Il processo di transizione democratica avviato negli stati della regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) finora non ha dato i frutti sperati. I principali fattori che avevano dato vita al processo rivoluzionario erano due: L’allontanamento dei giovani  dallo Stato e da qualunque altra forma di autorità a causa di un forte malcontento che aveva radici prevalentemente sociali ed economiche fautore di un elevato livello di insoddisfazione. La significativa influenza dei gruppi militanti islamici nella regione i quali hanno creato un ribaltamento di ruoli senza precedenti. Entrambi questi fattori sono ancora presenti nella regione ma occorre indagare sulle cause del fallimento, seppur temporaneo, del processo di democratizzazione: Qualsiasi processo di democratizzazione deve avere  alla propria base un popolo, che si identifichi come tale, e che si veda significativamente distinto dai suoi vicini. Questo presupposto non è soddisfatto in tutti gli stati della regione. I processi rivoluzionari e le transizioni demografiche non seguono le medesime logiche. Basti considerare che la rivoluzione tende ad escludere i vecchi membri del regime, mentre la democrazia li include. La democrazia si basa  sulla rappresentanza, mentre la rivoluzione è fatta di persone, scaturisce dalle strade. Nella maggior parte dei paesi le classi che potrebbero prendere parte a una rivoluzione rappresentano una percentuale importante della popolazione. L’influenza dell’Islam politico, che al suo stato attuale si è dimostrato essere una sfida terribile per la democrazia, la democratizzazione e la stabilità regionale stessa. L’intera area si trova quindi ad affrontare gravi sfide alla sicurezza, anche se di tipo diverso. Il risultato di queste ondate rivoluzionarie e spesso scoraggianti è la riconsiderazione, da parte dell’opinione pubblica araba, del ruolo dello Stato. Nella maggior parte dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, è ora la sicurezza e non la democrazia ad essere al centro...
1340338451_1
Source: http://www.theguardian.com/world/2014/oct/28/eurasian-economic-union-russia-belarus-kazakhstan Until the last moment Alexander Lukashenko, the president of Belarus, held out for 7 October, to coincide with Vladimir Putin’s birthday. But in the end the parliament in Minsk ratified the treaty on Eurasian Economic Union on 9 October, the day before its first three members – Russia, Belarus and Kazakhstan – were due to meet. It would be simplistic to reduce the nascent EEU to a toy in the hands of the Russian president. When it comes into force, on 1 January 2015, it will be the most advanced organisation for regional cooperation the former Soviet bloc has seen, an achievement preceded by many false starts. In fact, the EEU already exists. It has a headquarters – a glass building near Paveletsky railway station in Moscow – and officials who would not look out of place in Brussels. Its member states have already lifted some internal customs barriers and harmonised others for the outside world. So much for the practical side, what analyst Nicu Popescu describes in an article for the European Union Institute of Security Studies as the “real” EEU, a trading alliance slated to guarantee free circulation of goods, services and assets, but not hydrocarbons. The other Eurasian Union is “imaginary”, the brainchild of Putin, first mentioned in October 2011. As he sees it, this organisation will be the equal of the EU and other major regional entities, a powerful bloc that will matter on the world stage. Its official formation is also intended to show the world that Russia has fully recovered, while crowning Putin’s efforts to pull together the states making up the post-Soviet sphere of influence. Those who deride the scheme see it as an attempt to restore the empire. This dream foundered last November in Kiev, when the Maidan protests started. They carried away President Viktor Yanukovych, guilty in the eyes of the demonstrators of refusing an association agreement with the EU. Ukraine, with its population of 45 million, was supposed to play a key role in the EEU, on account of its economic clout and the place it occupies in the Russian imagination and worldview. “Without Ukraine, Russia ceases to be a Eurasian empire,” the former US national security adviser Zbigniew Brzezinski wrote in The Grand Chessboard, in 1997. Ukraine had to be punished, for wanting to move closer to Europe but also for refusing to join the EEU, after Yanukovych’s demise. Moscow started by restricting trade with its neighbour, then annexed part of its territory (Crimea) and finally fomented war in its eastern extremity. Russia has also put pressure on Moldova and Georgia, both of which have so far shunned the EEU. Putin Nazarbayev Russian President Vladimir Putin, right, and Kazakhstan’s President Nursultan Nazarbayev. Both Belarus and Kazakhstan demanded subsidies in the form of gas or cash to join the EEU. Photograph: Dmitry Astakhov/AP Belarus and Kazakhstan have often voiced their concern at the treatment meted out to Ukraine. They have worked to limit the political weight of...
india-bandiera
I. Dibattiti sulla cultura strategica dell’India I dibattiti sulla cultura strategica dell’India nascono dall’inchiesta “Pensiero strategico indiano”, abbozzato dalla Rand Corporation nel 1992. Dopo aver analizzato le influenze della geografia, della storia, della cultura e del dominio britannico (altrimenti conosciuto come il Raj) sul pensiero strategico indiano, il Dr. George K. Tanham, autore dell’inchiesta, ha concluso che l’India è stata a lungo afflitta dalla mancanza di un pensiero strategico. Tanham ha sostenuto anche che durante la maggior parte della sua storia, l’India è stata sulla difensiva strategica. La ricerca pioneristica e le conclusioni dell’inchiesta da parte della Rand ha scioccato le comunità strategiche e accademiche indiane e ha dato il via ad accesi dibattiti che permangono ancora oggi. Questi dibattiti, che ruotano intorno alla domanda in cui ci si chiede se l’India abbia una cultura strategica, possono essere riassunti come segue: 1. Rodney W. Jones e “cultura strategica composita” Da questa prospettiva accademica, la cultura strategica dell’India è come un mosaico, non monolitica. Eppure, in confronto alla maggior parte degli stati-nazione contemporanei, è più distinta e coerente di molte nazioni a lei simili. Questa coerenza è dovuta alla sua sostanziale continuità e al simbolismo contemporaneo dei sistemi statali indiani pre-moderni e alla civiltà vedica che ha ancora un impatto sulla società odierna, anche se tutto ciò risale a diversi millenni fa. La prospettiva culturale strategica è stata abbracciata dalla maggior parte delle elite sociali indiane. 2.Dibattiti sull’origine, sui processi e sugli attributi del pensiero strategico indiano Harjeet Singh sostiene la teoria del determinismo geografico secondo cui la geografia dell’India le ha causato la mancanza di un senso unitario di “Indianismo”. La straordinaria storia dell’India è intimamente legata alla sua geografia. Dal momento che si trova in un punto focale del continente asiatico, l’India è stata sempre sensibile a invasioni e saccheggi provenienti dall’esterno. Ma la sua insularità geografica le ha anche permesso di sopravvivere alle devastazioni e quindi di adattarsi e di assorbire molti dei popoli che sono arrivati nel subcontinente. Il vasto territorio, la struttura interna complicata e la forte tensione culturale l’hanno aiutata ad evitare dominazioni lunghe e continue di un unico impero. La geografia autointegrata del subcontinente e la diversità politica rimangono le sue caratteristiche di base. La storia culturale politica e strategica dell’India può essere sintetizzata dall’antica favola che racconta la storia di quattro ciechi che toccano un elefante. Gautam Das ha risposto al Dr. George K. Tanham in due punti principali. In primo luogo, secondo Das, un errore logico fondamentale nello studio di Tanham, il quale ritiene ingiustamente, che l’India sia un’entità politica monolitica, nega le conclusioni di Tanham. “Non importa quanto profonda sia l’interpretazione di Tanham, essa è in sè sbagliata e questo errore nega la maggior parte delle sue conclusioni […] L’India geografica, o parlando in senso lato il ‘subcontinente indiano,’ come è stato descritto, era una regione composta da vari regni in epoche diverse, e pochi imperi politici. A quei tempi c’era più di un impero in India, ognuno a capo...
Emak-Apec-0611e
Il Cese-m segnala il seguente articolo e ne consiglia la lettura. Articolo originale: http://sputniknews.com/radio_red_line/20141115/1014828578.html   Despite all differences and stiff competition the participants agreed there is no alternative to regional integration which Chinese leader Xi Jinping coined as an Asia-Pacific dream. Studio guest Vladimir Sotnikov, Director of the East-West Strategic Studies Center in Moscow, independent think-tank, Alexander Lomanov, the Head Research Fellow at the Institute of Far East at the Russia’s Academy of Science, Brian Yeung, an independent contributor to Chinese and English media in Hong Kong, AsiaGamingBrief contributing editor, and Dato Zainel Abidin Omar, Ambassador of Malaysia to Russia, shared their opinions with Radio Sputnik. How different is this Asia-Pacific Economic Cooperation Summit this year compared to the others? Vladimir Sotnikov: Comparing with the other summits of Asia-Pacific, this summit was concentrated on the economic issues. The second thing is that beyond any doubt China has proved to be a leader of the Asia-Pacific community. And by the way, that was anyhow recognized by the US. Another thing is the role of Russia. I think that Russia played very well in this summit and also proved to be one of the Asian leading powers. Basically, the main difference between this forum and the forum of, say, last year is that the two Asian powers proved to be in the lead of what is actually called the Asia-Pacific policy. What was the agenda and did they achieve what they came for at the summit? Alexander Lomanov: I think that the best thing in these summits is the so-called face-saving. It is the traditional Chinese formula,which is based on the Chinese ethics that everyone should have a possibility to save face and to claim to be a winner. Now the most pleasant thing which makes Asia so different from Europe is that all the participants are claiming to be the winners and to be happy with it. So, China was of course able to express its huge economic potential, especially by pledging $40 billion for the development of infrastructure in the region. And it is an especially attractive and a lucrative deal for China’s neighbour. For Russia it was a breakthrough in the political and partly economical blockade imposed by Europe and the West, because the Russian leader Vladimir Putin was able to meet many leaders of the region in Beijing during the summit. And also, Barack Obama was able to claim that he is the winner, because he signed a climate protection deal, the greenhouse gases emission cutting bill with China. And the environmental protection problems are very sensitive in the West. And he also the document on diminishing the military rifts. It is the document targeted at exchanging the information on the military activities between China and the US. And also, what is the most important is that the Chinese are happy. I’m not saying that the one point something billion Chinese people are all happy, but every year about 2 million are applying for the American visas to visit the US. So, now it is the outcome of the summit that the Chinese can get a ten-year visa. And those Chinese who belong to the political, economic and intellectual elite who visit the US so often, they are very happy to get these ten-year visas. What is you take on the idea of Asia-Pacific dream? Is it just a metaphor or is this the reality of the 21st century? Alexander Lomanov: I...
arton23116
L’intervista di Notizie Geopolitiche a Marco Costa, uno dei responsabili del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSE-M) e massimo esperto di questioni relative alla Cina su cui ha scritto numerosi saggi e volumi. articolo originale: http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=46367 I recenti eventi che stanno coinvolgendo Hong Kong con le manifestazioni degli studenti capaci di attirare l’attenzione dei media internazionali ed i continui rapporti che intercorrono tra Pechino e Roma e tra Pechino e Bruxelles impongono un’analisi approfondita sul ruolo geopolitico ed economico che attualmente investe la Repubblica Popolare Cinese, potenza mondiale che spesso divide il parere dell’opinione pubblica tra coloro i quali ne supportano il modello di crescita e la forma di Governo istituita ed invece i detrattori che ne sottolineano gli aspetti negativi come ad esempio il problema dei diritti umani oppure la gestione delle minoranze etniche. Con l’obiettivo di studiare il sistema Cina e le relazioni che lo legano all’Italia e all’Unione Europea abbiamo intervistato Marco Costa*, responsabile dell’area euroasiatica del Centro Studi Eurasia Mediterraneo (CeSEM) e coautore de La Grande Muraglia. Pensiero politico, territorio e strategia della Cina Popolare e de La Via della Seta. Vecchie e Nuove Strategie Globali tra la Cina e il Bacino del Mediterraneo. – La Cina oramai è una potenza affermata a livello regionale e mondiale con cui sia le grandi potenze che i paesi emergenti devono rapportarsi. Parlando del nostro paese, quali sono ed in che modo si stanno sviluppando le relazioni italo-cinesi? “Nell’aprile di quest’anno, il Financial Times ha pubblicato uno studio della Banca Mondiale secondo il quale la Repubblica Popolare Cinese era salita al primo posto nella classifica delle economie mondiali. Questo risultato viene dato come combinato disposto di diversi fattori: la crescita costante cinese, la crisi finanziaria delle economie occidentali, il diverso sistema di calcolo degli indici, ovvero non più la produzione del PIL nazionale come valore assoluto ma rapportato alla capacità d’acquisto della singola moneta, detto fattore “purchasing power parity”. Dato questo elemento, ammessa la straordinaria forza economica della Cina, è naturale che derivino conseguenze su più piani. Da un punto di vista geopolitico, significa che in qualche decennio gli equilibri globali ed i rapporti di forza sono stati completamente riscritti. Dal punto di vista economico e diplomatico, anche l’Italia – e per fortuna anche le sue imprese – sono state investite dai benefici di questa straordinaria crescita. Basti pensare all’export delle eccellenze della manifattura italiana verso oriente: nel 2013 il primo settore del manifatturiero diretto in Cina è quello dei macchinari e apparecchiature, con una quota del 38,2%, in lieve aumento del 2,8% rispetto al 2012; in seconda posizione autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, che pesano per il 7,1% e in forte crescita, con un +67,3% rispetto all’anno precedente. Gli articoli in pelle (escluso abbigliamento), con una quota del 7,1%, crescono del 18,4%, mentre i prodotti chimici, che valgono il 6,4% del totale, sono in aumento del 7,6%. Anche l’abbigliamento (che comprende pelli e pelliccia), che incide per il 4,9% sull’export verso la Cina, segna una crescita del 19,1%. Questi solo alcuni...
2010-11-15-electronic-warfare
  Stefano Vernole, resp. relazioni esterne del Cesem, è intervenuto durante la seconda sessione della tavola rotonda Information Warfare, insieme a Vladimir Yakunin, Rolf Schmidt-Holtz e Sergei Kara-Murza. Questo il testo integrale del suo intervento.     1. The War of the network: the United States against the Eurasia  First of all, it’s necessary to understand the nowadays world geo-strategic situation, so at last identify the moves that the major powers are doing on the world stage. The United States is struggling with one of the worse systemic crisis in their history. The collapse of the Berlin Wall, the aggression against Iraq, the steps of NATO to overtake the East, the disintegration of Yugoslavia, the political uncertainty and condescending towards Western interests by Gorbachev and Yeltsin before, then, for several years produced the illusion of a triumph given by unipolarity of the United States. By the way, if the effort beard by the Soviet state was too big and had led to the collapse of its administrative structure and his economy, at the same time the race for military supremacy waged by various US administrations, revealed a trade deficit absolutely unbearable (balance of payments), which today is in addition to the equally dangerous Federal deficit (national). Yet in international public opinion the hegemonic role of the North American culture continues to be predominant. The American big media groups, for example, have been a great tool in sabotage, perhaps forever, the traditional pro-European Franco-German axis after the election of Sarkozy, Hollande and Merkel. In both Berlin and Paris, the powerful means of mass communication, controlled by the same old families as the Rothschilds, the Rockefellers …, played a decisive role in the electoral “coup d’état”. A special role is played by the famous speculator George Soros, with his Quantum Fund; he financed the gangs of “Afghans” mujahedeen who fought in Bosnia and at the same time fostered the disinformation campaign on Serbia that favored the military aggression of NATO in 1995 and 1999. The network of foundations and associations feeded by him is endless: Open Society Fund, Humanitarian Rights Fund, Helsinki Committee, Belgrade Circle, European Movement, Centre for Anti-War Action, Nuns, Anem, Otpor, to which must be added the most important international NGOs. Let’s not forget that many of the corresponding agencies working with the Associated Press and Reuters are owned by Rothschild, who also infiltrated cultural and theatrical institutions, such as the National Library, the Historical Archives, the Serbian Academy of Arts and Sciences and the Institute of geopolitics of Belgrade. Along with Soros the ones who have spent efforts and investments like Rupert Murdoch, Goldman Sachs and JP Morgan, they influenced people as Martti Ahtisaari, James Lion, Morton Abramowitz, Louise Arbour, Mikhail Khodorkovsky and Thorvald Stoltenberg. This exhibitionistic concentrate of “soft” and “hard power” has been developed against the only Serbia, as it considered the State pivot of Russia in the Balkans. In addition to the former Yugoslavia, the “colored revolutions” financed by American networks and coordinate by...
RYF
Come da consuetudine, anche quest’anno il Rhodes Youth Forum si terrà sull’isola greca nei giorni che vanno dal 25 al 29 settembre. Di seguito sono riportati il programma delle giornate di discussione e le schede sui relatori. RYF 2014 Preliminary Program 16 09 RYF2014-Preliminary info on speakers and guests
0801103-N-9698C-001
di Aurica Livia D’Alotto e Gaetano Mauro Potenza Tecnicamente il MUOS (Mobile User Objective System ) è una “stazione di telecomunicazioni satellitari” formata da tre antenne di 18,4 metri di diametro e due torri radio alte 149 metri della Marina militare degli Stati Uniti. Il MUOS è un sistema ad altissima frequenza (da 300 MHz a 3 GHz) dell’impianto SATCOM al servizio del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Dopo la prima parte di questo studio (si veda “Muos: Pilastro delle telecomunicazioni Usa?”), qui ci addentriamo in problematiche inerenti la diatriba della competenza tra Stato e Regione, ed il conflitto tra Diritto alla salute e Ragion di Stato. muos_pt2
isis-terrorists
Il “Grande Medio Oriente” e il momento anti-islamico dello “scontro di civiltà” (il caso italiano) di Enrico Galoppini Alla luce della recente nuova ribalta del cosiddetto “terrorismo islamico” dovuta all’emergere d’un improbabile “califfato” sul territorio siro-iracheno, riteniamo sia d’un certo interesse riproporre, in versione aggiornata e corretta per l’edizione 2012-2013 del “Master Mattei” dell’Univ. di Teramo, il capitolo conclusivo del libro di Enrico Galoppini, Islamofobia. Attori, tattiche, finalità (Parma 2008), intitolato Il “Grande Medio Oriente” e il momento anti-islamico dello “scontro di civiltà” (il caso italiano). Il presente elaborato – a distanza di qualche anno – conserva inalterata la sua validità, tanto più che, sia a livello mediatico sia a livello politico, assistiamo alle medesime dinamiche ivi descritte ed analizzate. Ciò conferma che l’islamofobia, la “paura dell’Islam”, è a tutt’oggi un elemento indispensabile delle strategie geopolitiche atlantiche, che per aggredire la massa continentale eurasiatica hanno alimentato, prima, un “modernismo islamico” abile nel presentarsi come “tradizionale”, poi, una “Primavera araba” spacciata per l’inevitabile esito di un Mondo arabo e islamico che anelerebbe alla “democrazia” occidentale. grande_medio_oriente_scontro_civilta Sullo stesso argomento e dello stesso autore puoi leggere anche questo articolo