Il lato più patetico e materialistico della politica internazionale si è manifestato negli ultimi giorni in seguito alla morte del re saudita Abdullah, e all’ascesa del fratello Salman alla guida del retrogrado, iper-conservatore paese mediorientale. In un turbinio di messaggi di condoglianze da parte dei maggiori rappresentanti governativi dell’Occidente, fraterni alleati di Riyad, un folto numero di presidenti, regnanti e primi ministri, da Cameron a Hollande fino a Poroshenko, si è recato personalmente a rendere omaggio alla bara del sovrano, mostrando per l’ennesima volta l’ipocrisia sistematica delle relazioni fra Occidente e Oriente. Il pessimo rapporto del governo monarchico assolutista dell’Arabia Saudita con i più elementari precetti democratici e di rispetto dell’individuo, l’atteggiamento repressivo nei confronti delle opinioni dissidenti, l’estrema segregazione di genere, l’islamizzazione forzata delle giovani generazioni, un sistema legale basato interamente sulla Sharia (cioè, sul Corano e sulla Sunnah) e molte altre nefandezze che appaiono intollerabili a chi vive, oggi, nel mondo occidentale, dovrebbero, a rigor di logica, rendere impossibile qualunque rapporto alla pari fra chi rappresenta l’oscurantismo e l’arretratezza e chi la “modernità”. E invece no. Nei rapporti internazionali prevale su tutto il calcolo mercantile, persino sui valori (perfettibili, ma ragionevoli) fondanti una civiltà, e le ricchezze petrolifere dei sauditi, inarrivabili per chiunque, esclusa la Russia, fanno prostrare anche il miglior “democratico”. Si aggiungano al tornaconto energetico le spese militari pazze degli arabi di Riyad (quarti, nella categoria, a livello mondiale, davanti a Regno Unito e Francia) che ingrassano significativamente i portafogli delle industrie belliche americane, russe, cinesi e via discorrendo: un collante più forte, pare, di qualunque divaricazione ideologica. É il denaro, non certo un’idea di società e di politica, a determinare in modo chiaro e netto i buoni e i cattivi del Medio Oriente agli occhi delle cancellerie occidentali, a rendere puramente retorica qualunque marcia repubblicana, e farsesco l’ossequioso cerimoniale con il quale il nuovo sovrano, Salman, ben deciso a seguire le orme del fratello, e il presidente Obama, di ritorno da un viaggio istituzionale in India, hanno rinnovato la ormai pluridecennale intesa venale fra Stati Uniti e famiglia reale saudita nella capitale araba, martedì scorso. Incrociando le bandiere e gli inni nazionali in un’atmosfera di riverenza reciproca, l’intesa fra lo Stato guida dell’Occidente e i “fratelli” del mondo islamico, nel nome della lotta al terrorismo e della stabilità istituzionale dell’area mediorientale, è una dissonanza rumorosa. Qualcuno dirà necessaria, in nome della ragion di Stato. Senza le concessioni attuate a partire dagli anni Trenta nei confronti delle grandi imprese petrolifere americane, di ricerca e poi sfruttamento delle immense risorse petrolifere dell’Arabia Saudita, forse anche questo paese si troverebbe nella lista nera dei nemici dell’Occidente, fra le “canaglie” di fianco a Iran, Venezuela, Siria, bersaglio di guerre e destabilizzazioni: invece è forse l’unico paese al mondo con una forza diplomatica paragonabile a quella del gigante americano. Il boccone amaro da ingoiare, per i rappresentanti della democrazia, è la sprezzante indifferenza di Riyad verso ogni forma di rispetto dell’uomo e di libertà di espressione, tollerata (all’estero) senza...
Mese: Gennaio 2015
Il 21 maggio (2014 n.d.r.), sotto gli auspici del Presidente Xi Jinping e Vladimir Putin, Russia e Cina hanno siglato un accordo di cooperazione energetica di 400 milioni di dollari. L’accordo comporta che la Russia inizi a rifornire di gas la Cina attraverso il gasdotto orientale a partire dal 2018, con una quantità trasmessa che aumenterà annualmente, per un totale di trent’anni, fino a raggiungere i 30 milioni di metri cubi annui. L’accordo tra Cina e Russia è stato il complesso risultato di negoziati durati dieci anni. Ciò non rappresenta solo un doppio successo sia per i vicendevoli benefici che per l’importante risultato nel futuro sviluppo delle relazioni russo-cinesi, ma anche un obiettivo molto influente all’interno del mercato energetico internazionale. 1. L’Accordo energetico russo-cinese aiuterà l’approvvigionamento e la sicurezza energetica della Cina. Con il rapido sviluppo dell’economia cinese, la domanda di energia è cresciuta giorno dopo giorno. Il gas naturale, essendo una fonte energetica di alta qualità, è diventata sempre più di uso comune. Tuttavia, nonostante l’importante presenza di riserve di gas naturale in Cina, le stesse riserve a disposizione devono essere ancora regolamentate. Se da una parte si osserva solamente l’approvvigionamento energetico nazionale, la cui carenza aumenterà gradualmente, dall’altra i costi per l’estrazione di gas in Cina rimangono alti. Di conseguenza gli alti costi di estrazione aumentano quelli della raffinazione del greggio, i quali bloccano la competitività dell’industria manifatturiera cinese. In pochi anni, la Cina è divenuta il terzo più grande Paese importatore di gas naturale, secondo solo a Giappone e Sud Corea. Nel 2013, la produzione di gas naturale ha raggiunto i 117,8 milioni di metri cubi, ossia quasi la metà di quella nazionale. Il consumo di gas naturale in Cina continua a crescere ininterrottamente ed essendo un Paese dipendente, l’importazione energetica è sulla scia di un’ ulteriore crescita. Con queste premesse, l’immissione del gas naturale proveniente dalla Russia produrrà effetti positivi alla crescente richiesta cinese poiché, innanzitutto, rappresenta un importante fonte di approvvigionamento per la sempre maggiore domanda di gas naturale della Cina. Secondo quanto pubblicato dalla Commissione Riforma e Sviluppo della Cina, la capacità di rifornimento di gas naturale raggiungerà i 400 milioni di metri cubi nel 2020. Con il nuovo accordo, la Russia rifornirà la Cina di 38 milioni di metri cubi di gas naturale annui, i quali rappresentano il 10% della quantità stabilita e, qualora il programma in merito alla strategia occidentale fosse ulteriormente implementato, dalla Russia arriveranno più di 60 milioni di metri cubi, calcolabili intorno al 16% del volume energetico stabilito. Intanto, la russa Novatek ha siglato un contratto ventennale con China National Petroleum Corporation, con il quale fornirà 3 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto proveniente dalla penisola siberiana Yamal. L’accordo sul gasdotto orientale promuoverà senza dubbio l’incremento del Progetto Vladivostok, la cui esportazione avrà una quantità anche maggiore. Secondariamente, il progetto promuoverà una distribuzione razionale del gas naturale in Cina ed accelererà un processo di riforma del meccanismo dei prezzi del gas naturale. Nel suo discorso del 23...
articolo originale: http://www.asrie.org/associazione/osservatorio-economico-africa-le-opportunita-di-investimento-in-mozambico/ Ottenuta l’indipendenza nel 1975, dopo circa cinque secoli di dominazione portoghese, il Mozambico si caratterizzava come uno dei paesi più poveri al mondo sconvolto dalla guerra civile che caratterizzò il paese per il periodo 1977 – 1992 e che vide contrapporsi il Fronte per la Liberazione del Mozambico (Frelimo) ed i ribelli della Resistenza Nazionale del Mozambico (Renamo). Con l’elezione di Armando Emilio Guebuza (e la successiva riconferma nel 2009), successore di Joaquim Chissano, fu avviata una politica nazionale volta a favorire lo sviluppo economico grazie all’incoraggiamento degli investimenti esteri; secondo gli esperti il Mozambico da una delle economie più povere al mondo nel 1975 caratterizzata da disuguaglianza sociale e da profonda povertà (più del 50% della popolazione vive con meno di 1 dollaro al giorno), si è trasformata in una delle economie di rapido sviluppo e crescita e le previsioni lo identificano come uno dei maggiori esportatori di gas naturale liquido, carbone e coke. Il report curato da Armida Pia Faienza in collaborazione con la OSINT Unit di ASRIE, analizza le possibilità di investimento in Mozambico ed i possibili settori da monitorare. Le maggiori caratteristiche distintive del Mozambico come destinazione di investimento sono la stabilità politica e sociale, la sua posizione strategica nel sud dell’Africa (il Mozambico si estende per 2.700 km lungo la costa est del continente africano), la presenza di tre porti internazionali e vari aeroporti internazionali che forniscono accesso a cinque paesi senza sbocco sul mare in una regione di 250 milioni di abitanti e che rappresentano una porta di accesso al sud dell’Africa, la disponibilità di popolazione giovane e da formare, la disponibilità di enormi riserve di risorse naturali, in particolare terra arabile, acqua, gas, carbone, oro e pietre preziose ed infine l’esistenza di un ambiente aperto e favorevole per investimenti diretti nazionali ed esteri. Dati Paese Lingua ufficiale: portoghese. L’inglese è diffusamente parlato nelle maggiori città e utilizzato come business language. Il Mozambico possiede una diversità di idiomi nazionali. Valuta: Metical (MT) Fuso Orario: GMT + 2 ore Clima: Il clima varia da sub-tropicale a tropicale (da sud a nord). Le temperature variano tra i 18.3° e i 20° durante la stagione secca (Maggio – Settembre) e dai 26.7° e i 29,4° durante la stagione delle piogge (Ottobre – Aprile). Principali mercati di esportazione: Belgio, Sud Africa, Spagna, Portogallo, Regno Unito, Italia, Olanda, Zimbabwe, Swaziland, Giappone, Stati Uniti d’America, Brasile e India Principali prodotti esportati: lingotti di alluminio, carbone, energia elettrica, gas naturale, titanio, tabacco, zucchero, cotone, legname, pietre preziose e semipreziose, marmo, tantalite, gamberetti, tè, anacardi, baby-corn, tessili, banane Principali mercati di importazione:Sud Africa, Australia, Stati Uniti d’America, India, Portogallo, Cina, Germania, Francia, Giappone, Spagna, Italia e Regno Unito Principali prodotti importati: prodotti finiti, in particolare veicoli e macchinari, attrezzature e accessori, materiali da costruzione, mobilio, medicine, bevande, benzina e vestiti Sistema finanziario In Mozambico, un totale di 20 banche commerciali, istituzioni di micro-finanza, uffici di cambio a partecipazione di capitali interni e esteri provvedono a servizi bancari moderni ed...
articolo originale: http://www.asrie.org/associazione/osservatorio-regionale-mena-la-sicurezza-in-libia/ Il Trattato del 2008 tra il governo italiano e quello libico, all’epoca ancora guidato da Gheddafi, aveva fatto presupporre uno sviluppo delle relazioni economiche e commerciali tra i due paesi interrotto però dallo scoppio della Primavera Araba e dall’uccisione del leader libico. Partner economico importante, in special modo per le fonti energetiche (in primis il petrolio), la Libia sta affrontando un periodo difficile caratterizzato dalla instabilità interna e dallo scontro per la presa del potere. L’analisi della Dott.ssa Buzzetti, Junior Analyst di ASRIE per il Desk Mondo Arabo, si ripropone di studiare i recenti eventi inerenti la sicurezza del paese in modo da comprendere il risvolto sulla economia nazionale e sui rapporti stessi con l’Italia. La fase estremamente critica che attraversa ormai da mesi la Libia ha cause profonde e origini lontane, che vanno dalla debole identità nazionale libica, ai lasciti della guerra civile del 2011, dalla caduta del regime di Gheddafi alla sua uccisione. Un elemento essenziale che può contribuire a una maggiore comprensione delle dinamiche del paese, diviso oggi in molte fazioni, è il concetto di legittimità. Tutte le forze attualmente in campo tendono a presentarsi naturalmente come le uniche legittime presentando motivazioni differenti. La prima legittimità, l’unica riconosciuta a livello internazionale, è quella legata all’ultimo risultato elettorale. La Camera dei rappresentanti, eletta nel giugno scorso, era stata dunque in un primo momento considerata come l’unico organismo legittimo. La Camera tuttavia, in agosto, sentendosi minacciata dalle milizie che avevano occupato la capitale, si era spostata dalla capitale Tripoli a Tobruk, situata nella parte orientale del paese, di fatto ponendosi sotto la protezione delle milizie legate al generale Khalifa Haftar e all’indiretta tutela egiziana. La Corte suprema libica tuttavia, a novembre, ha annullato i risultati delle elezioni, dichiarando incostituzionale la stessa Camera dei rappresentanti. Ciò ha destato preoccupazioni in tutta la comunità internazionale per il rischio che il paese potesse scivolare in una nuova guerra civile. Il rischio si è concretizzato con l’emersione di gruppi radicali che hanno cercato una propria legittimazione strumentalizzando l’Islam; un processo simile a quello che è avvenuto e continua ad avvenire in nome della lotta al terrorismo islamico. È questo il caso del generale Khalifa Haftar, capace di coalizzare attorno a sè diversi gruppi preoccupati per una possibile preponderanza dei radicali nel quadro politico del paese. Un primo tentativo del generale di aggregare attorno a sé queste forze era stato compiuto il 14 febbraio 2014, quando, attraverso un video-proclama, aveva tentato di prendere il controllo della capitale, cercando apertamente il supporto delle milizie più laiche come quelle di Zintan. Successivamente spostatosi in Cirenaica, Haftar negli ultimi mesi è stato capace di legare alla propria battaglia il governo stesso, con le poche forze di cui dispone, buona parte dei federalisti, la maggior parte delle forze nel sud della Cirenaica e di ottenere soprattutto l’importante supporto di Egitto ed Emirati Arabi. L’intervento delle potenze regionali nel contesto libico aggrava così la polarizzazione tra due fronti. Da una parte “i rivoluzionari” e gli “islamisti”,...
Charlie Hebdo è divenuto, nel giro di una settimana, il periodico più famoso del mondo. Da quarantacinquemila a sette milioni di esemplari venduti, è presenza fissa nei dibattiti odierni, e una mobilitazione massiccia ha celebrato i suoi redattori e disegnatori, nuovi martiri dell’Occidente e della libertà di espressione: il foglio satirico francese, vittima di un sanguinoso attacco terroristico di matrice (franco)islamica, è oggi simbolo universale del mondo libero e democratico. Così il “giornale irresponsabile”, che ha fatto dell’irriverenza e dello sberleffo verso ogni forma di potere e di settarismo (sia esso politico o religioso) una vera linea editoriale, nonché una forma di reazione al conformismo della stampa dominante, è diventato, suo malgrado, una pistola pronta a sparare in mano proprio ai rappresentanti del potere, un fazzoletto da agitare (vedi Front National) per segnalare ancora la propria presenza e accaparrarsi qualche voto in più. Il pubblico di Charlie Hebdo era ristretto e (forse volontariamente) selezionato, un pubblico, supponiamo, apartitico o quasi, stufo della piattezza di molti quotidiani e voglioso di provocazioni, di umori caustici. Se la linea editoriale rimarrà, molto probabilmente, identica a prima, a modificarsi, e ampliarsi, sarà il corpo acquirenti, in seguito all’esposizione mediatica globale e alle parate di massa. Da periodico di culto a gadget chic, per gli esponenti di spicco dell’Europa che conta: lo vedremo sottobraccio a ministri, dirigenti, cardinali, forse qualche banchiere? Sull’onda irrefrenabile di Twitter, fra hashtag e slogan, prime pagine rilevanti e nuovi conformismi repubblicani da domenica pomeriggio il motto “Je suis Charlie” è ormai il marchio di fabbrica del nostro mondo progredito e tollerante che non compra più i giornali, certo anche a causa della mediocrità degli stessi, ma per Charlie Hebdo ha fatto un’eccezione, ponendolo nel cuore della storia e sull’altare del Buon Cittadino. E che sia giusto o no la metamorfosi del settimanale parigino è già una realtà e chissà per quanto tempo ancora durerà la sua sovraesposizione, chissà per quanto tempo, grazie a lui, si tornerà a parlare di terrorismo, di Crociate, della Fallaci e delle sue tesi “premonitrici”. Nel frattempo l’irresponsabilità di Charlie, pur rivendicata anche nell’ultimo fortunatissimo numero, è in declino, non per colpa dei suoi bravi creatori ma di chi, anche di fronte a una tragedia, non sa contenere il fuoco mercantile e la retorica autocompiaciuta. E per concludere, la grande disgrazia di Charlie Hebdo potrebbe essere non l’assalto omicida dei non-immigrati, i goffi fratelli Kouachi, ma l’esser finito nella bocca onnivora dei comunicatori di partito e nelle case dei benpensanti. Nicola Serafini
Intervista a cura di Alessandro Iacobellis Partiamo dalla stretta attualità: i fatti di Parigi e l’allarme terrorismo in Europa, concretizzatosi anche nel sanguinoso raid in Belgio. Il comun denominatore fra queste cellule è l’esperienza nel conflitto siriano. Eppure nessuno, né tra i leader politici né tra gli opinionisti del Vecchio Continente, si addentra alla radice del problema: il sostegno dato alla rivolta anti-Assad nel 2011 e tuttora in corso, con un’artificiosa divisione tra ribelli “moderati” ed “estremisti” che di fatto sul campo non esiste. Cattiva coscienza? In assenza di prove schiaccianti e collegamenti diretti nessuno di noi può stabilire se da parte di alcune intelligence dei Paesi della NATO vi sia stata malafede o solo “eccesso di leggerezza”. Saranno l’ONU e/o le magistrature nazionali, eventualmente, a far chiarezza. Ad ogni modo, da quasi quattro anni diversi osservatori internazionali, tra cui anche alcuni esperti del vostro Centro Studi, denunciano la presenza di gruppi integralisti religiosi nelle file dei “ribelli” che hanno animato le primavere arabe. E’ opportuno precisare che le sigle e le organizzazioni che hanno operato o che stanno ancora operando sul campo in Libia, Tunisia, Egitto, Siria e Iraq non hanno tutte un’identica matrice ideologica o una comune provenienza. Tuttavia, la stragrande maggioranza di loro è facilmente ricollegabile alla pericolosa galassia del takfirismo, anche qual’ora apparisse nella sua veste più presentabile ed “elegante”, come nel caso dei Fratelli Musulmani o del movimento Hizmet del predicatore turco Fetullah Gülen. Molti governi occidentali si sono assunti responsabilità gravissime negli ultimi anni, sostenendo questo involutivo processo di transizione del mondo arabo verso l’estremismo e il fanatismo. Sempre a proposito degli attacchi di Parigi: sembra che i fratelli Kouachi abbiano detto di agire per Al Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP) mentre Ahmedi Coulibaly in un video ha prestato giuramento allo Stato Islamico? Al Qaeda e l’IS sono rivali soprattutto in Siria, anche se le radici ideologiche dei due gruppi di fatto differiscono poco. Cosa pensare di ciò? Sì, l’ISIS prima di aggiungere quella “S” finale, ossia quando agiva nel solo Iraq, malgrado fosse a volte riottoso e difficilmente controllabile, restava comunque agli ordini di al-Qaeda. Poi, nel 2013, un ordine diretto di al-Zawahiri, leader di al-Qaeda, ha impedito all’ultimo momento che avvenisse la fusione definitiva dell’ISIS con al-Nusra, creando una spaccatura. Sia l’uno che l’altro gruppo, però, si avvalgono in Siria di guerriglieri provenienti da numerosi Paesi o regioni di tradizione musulmana, e cooperano a stretto contatto con l’Esercito Libero Siriano. Sebbene possano differire fra loro per modalità o sfumatura ideologica, tutti i gruppi armati che oggi agiscono in Siria e in Iraq contro i rispettivi governi eletti, vogliono rovesciare con la forza l’ordinamento vigente e creare uno Stato confessionale di matrice sunnita-takfirista, per “purificare” quei Paesi dagli elementi o dai gruppi ritenuti “apostati” o “infedeli”. Il presidente siriano Bashar al-Assad è alawita, il primo ministro iracheno al-Abadi è sciita, così come il suo predecessore al-Maliki, mentre il presidente iracheno Fuad Masum è addirittura curdo. In Italia si registra un silenzio assordante...
di Bressan e Laura Tangherlini Un testo di estrema attualità che affronta le differenti emergenze e le difficoltà che attraversano il Libano, sempre più scosso dalla crisi in Siria. I due autori raggiungono Tiro, la Bekaa, Tripoli e Beirut per documentare le tensioni che paralizzano il Paese dei Cedri e dare voce, con forza e immediatezza, al dramma e alle storie dei profughi siriani. Attraverso le testimonianze di intere famiglie di profughi, i resoconti dei progetti di assistenza, l’opera sul campo delle Nazioni Unite e delle varie Ong viene documentata la difficile convivenza tra siriani e libanesi in Libano, ora che i rifugiati hanno superato il milione. Parallelamente viene svolta un’analisi su come la società libanese e i media locali commentano l’afflusso dei profughi e su come questi vengano sempre più percepiti come una minaccia per l’economia libanese e la sicurezza interna. Accanto all’emergenza umanitaria vengono affrontate e documentate le tensioni politiche e confessionali che sfociano in veri e propri scontri armati come nella città di Tripoli. In questo scenario di schieramenti contrapposti viene ricostruita attraverso analisi e interviste la profonda spaccatura delle forze politiche libanesi e la svolta strategica di Hezbollah di intervenire militarmente in Siria, aprendo così un nuovo fronte rispetto a quello della resistenza contro Israele. Un testo che documenta senza esitazioni i rischi ai quali è esposto il Libano, ma che al tempo stesso non dimentica quanto l’Italia sia importante e svolga in questo piccolo ma strategico paese un ruolo fondamentale, a cominciare dall’Unifil e dai programmi di sviluppo e ricostruzione dalla nostra cooperazione. fonte: http://www.poiesiseditrice.it/shop/i-lapislazzuli/libano-nel-baratro-della-crisi-siriana/
In Francia c’è un uomo coraggioso che non ha paura di mostrare la realtà. La realtà dice che la grande Nazione transalpina, patrimonio di cultura politica (e non solo) di fatto ineguagliabile in Europa, oggi appare, agli occhi degli osservatori più acuti e critici, irriconoscibile. Un Paese in declino, come il nostro. Un governo debole, scarsamente rappresentativo e incline agli sbandamenti (la questione fiscale lo dimostra), un preoccupante tasso di disoccupazione (in media di poco inferiore al 10%, ma superiore al 14% in alcuni dipartimenti), un deficit pubblico fra i peggiori del continente (-4,4%) e un peso internazionale in calo. Nonostante l’ottimistico discorso di fine anno del presidente socialista Hollande, che invita i francesi, con pomposa retorica, alla fiducia e all’autostima, promettendo buone novità per il Paese nel 2015, molti record negativi sono stati raggiunti nell’anno appena concluso. Di queste criticità, e di molte altre riguardo alla situazione francese, è ben consapevole François Asselineau, presidente dell’UPR (Union Populaire Républicaine), minuscolo partito d’opposizione allo status quo fondato il 25 marzo 2007, giorno del cinquantesimo anniversario della firma del Trattato di Roma. Di Asselineau si può leggere, nella pagina Wikipedia a lui dedicata, scritta in inglese (non esiste nella sua lingua madre) una breve biografia. Parigino, cinquantasettenne, ex membro del partito gollista di centrodestra RPF (Rassemblement pour la France), studente all’HEC di Parigi e all’Ecole national d’administration, ispettore generale delle finanze, poi consigliere in questioni commerciali ed internazionali di vari ministeri. Un onesto servitore dello Stato, con una forte coscienza civile. E oggi, con una serie di proposte fulminanti, un politico di lotta, snobbato da radio e televisioni, ma molto presente sulla Rete. L’UPR, nel suo programma, propone principalmente l’uscita della Francia dall’Unione Europea (e, di conseguenza, dall’Eurozona), facendo riferimento all’articolo 50 del Trattato dell’Unione Europea che consente a ogni Stato membro l’uscita dall’Unione, e dalla NATO. Unico corpo politico attualmente attivo in Francia schiettamente sovranista e patriottico, polemico nei confronti dell’europeismo dissidente ed ipocrita del Front National (vincitore delle elezioni europee dello scorso anno), l’UPR e il suo sobrio fondatore vogliono rinverdire la tradizione gollista e il repubblicanesimo nazionale, senza estremismi ma andando incontro a un sentimento popolare di scoramento e disillusione, consapevole del fallimentare progetto di costruzione europea nato nei suoi tratti fondamentali proprio nel 1957 col Trattato di Roma e perfezionatosi fra 1991 e 1992 a Maastricht. Tacciato di “cospirazionismo”, il movimento, forte di 6762 aderenti, è incentrato su un’interpretazione negativa dell’influenza statunitense sull’Europa, attuata proprio dalle gerarchie filo-atlantiste che dominano l’UE: organo di potere, questo, fortemente desiderato e controllato, secondo le congetture di Asselineau, soprattutto dagli USA, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Tramite l’Unione e l’Alleanza Atlantica, le élites nordamericane hanno messo e mettono costantemente il naso negli affari europei, direttamente e indirettamente; fanno pressione affinchè alcune riforme (sui contratti di lavoro, il ruolo dello Stato nell’economia, ecc…) vengano introdotte nei Paesi membri per favorire gli interessi dei grandi gruppi industriali e finanziari, e affinchè l’Unione si allarghi verso est, inglobando paesi ex-comunisti (cosa puntualmente avvenuta), fino...
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”: progetto di ricerca del Cesem. di Andrea Turi IL RUOLO DEL TURISMO NELL’ECONOMIA CINESE Il “grande balzo in avanti” profetizzato da Mao Zedong si proponeva, con un piano che abbracciasse sia la dimensione economica che sociale, di riformare la Cina e di mobilitare la vasta popolazione della Repubblica Popolare al fine di attuare una trasformazione del sistema rurale precedente la Rivoluzione in direzione di una moderna società comunista industrializzata. Il grande capo comunista non riponeva alcuna fiducia nelle potenzialità del settore turistico quale leva del progresso economico considerandolo alla stregua di un mero strumento di propaganda piuttosto che un elemento caratterizzante del cammino di espansione cinese. Il turismo non era annoverato tra le forme di attività economiche appropriate ad una società modellata dal credo socialista. Per questa ragione, tolto qualche elemento legato ad un’aurea di pellegrinaggio politico in fattorie e comunità abitate da pastori rivoluzionari e fieri lavoratori, il mercato turistico, di fatto, non esisteva; la promozione delle ricchezze delle terre dell’Impero Celeste che fu era nulla al contrario dei controlli sui visitatori molteplici, severi e restrittivi. Il paradigma di riferimento incontrò un totale cambiamento di prospettive nel 1978, anno in cui Deng Xiaoping, seguendo i dettami della sua “politica della porta aperta” dette inizio ad una nuova rivoluzione con la quale smantellò il credo iconoclasta della Rivoluzione Culturale e prese l’impegno di adottare politiche atte alla promozione degli investimenti economici, rinvigorendo la debole economia cinese. Sulla scia di quanto sperimentato e tentato nel corso degli anni settanta in altri Paesi con organizzazione di tipo socialista come la Tanzania (1), per dare lustro alla Nazione, avviarla sulla strada del progresso ed aprirla al mondo esterno, le autorità centrali di Pechino puntarono sull’industria del turismo che, nel giro di pochi anni, divenne uno dei settori trainanti dell’economia. Da misconosciuta (e pressoché sconosciuta), l’attività turistica divenne accettabile e appropriata e si vide riconosciuta la capacità di contribuire in modo determinante alla modernizzazione del Paese della Grande Muraglia. Quello dei viaggi divenne, così, un settore strategico nella economia socialista di mercato perseguita da Pechino. Deng, il politico che, a ragione, viene considerato il creatore ed il fondatore della via cinese al turismo, espresse il suo pensiero in cinque discorsi, tenuti tra l’ottobre del 1978 ed il luglio del 1979 e attraversati da un’unica idea di fondo che fa da perno all’intero impianto programmatico: il turismo come mezzo di sviluppo economico.(2) Dice Deng, i primi giorni di gennaio del 1979, rivolgendosi al capo degli ufficiali governativi del Consiglio di Stato: “dobbiamo tentare di incrementare il reddito con tutti i mezzi tramite il turismo. Adesso dobbiamo sviluppare l’industria del turismo, dobbiamo vedere come renderla redditizia”.(3) L’ancora acerbo sviluppo del settore offre possibilità uniche ed inesplorate per la Cina che si presenta sul palcoscenico internazionale: genera scambi con l’estero, diversifica le economie locali, stimola la costruzione di infrastrutture moderne e funzionali, allarga il mercato del lavoro, alimenta l’industria secondaria e quella dei servizi. Il turismo è una forma di...
Un anziano signore, vestito elegantemente, con postura curata e voce posata da perfetto borghese, si rivolge al numeroso pubblico presente nella sala conferenze dell’Archiginnasio di Bologna, scrigno di memorie del glorioso passato dell’Università cittadina. La sala reca sui muri gli stemmi di centinaia, forse migliaia di ex-studenti provenienti da ogni parte d’Europa e d’Italia, venuti a frequentare l’Ateneo più prestigioso. Secoli prima di Harvard, rivaleggiava, la piccola Bologna, con Parigi, Oxford, Londra, oggi pare un miraggio. L’anziano signore è lo scrittore Alberto Arbasino, classe 1930, uno degli ultimi rappresentanti viventi di una grande stagione culturale e letteraria che il nostro Paese, in un sussulto di fierezza, indipendenza e vivacità, stritolato da tensioni e violenza, seppe offrire al mondo nella seconda metà del secolo passato. Arbasino conosce, e ha conosciuto, tutti i maggiori esponenti di quel periodo della nostra storia nazionale, non politica: artisti, scrittori, critici, registi. Ne racconta, con un pizzico di malinconia, nel suo ultimo libro. Imbarazzato, poi, si trova a dover tracciare un breve quadro della situazione attuale, almeno per quanto riguarda il suo campo prediletto, l’humanitas. Non usa mezzi termini, Arbasino: dice che la vecchia generazione non verrà sostituita, che mancano veri intellettuali con mordente, e che gli scrittori di oggi sono omologati, mediocri, privi di personalità. Lo stesso discorso si potrebbe estendere ad altri campi, ad esempio quello musicale: chi non è appassionato, in balia delle mode, delle radio e delle televisioni finisce per sorbirsi ore e ore di terrificanti “hits” d’importazione, strimpellatori, e insopportabili talent show, cioè, tecnicamente, spettacoli di talenti, dove i talenti non ci sono o meglio si esprimono attraverso gli stilemi e i gusti della musica commerciale anglosassone che il nostro Paese ha cooptato in modo acritico. Che fine ha fatto, poi, il grande cinema italiano? Non basterà certo la minestrina riscaldata felliniana di Sorrentino (pur buona) a tirarci su. Ora, se è evidente che un discorso così demolitore deve comprendere anche un certo margine di errore, e ammettere l’esistenza di qualche mela buona insieme alle tante mele marce, a chi s’interessa, come il sottoscritto, di queste “futilità”, sembra proprio che la condizione delle arti, in Italia, sia ormai, fondamentalmente, di basso profilo. Se bisogna abbandonarsi al recupero di dischi impolverati e di vecchie pellicole, per ascoltare e vedere qualcosa di significativo proveniente dai nostri confini, lo sconforto per la nostra triste post-modernità mondializzata, che i confini vorrebbe proprio abolire, per lasciare spazio a un improponibile, astorico, finto “villaggio globale”, si acuisce e si mescola alla malinconia e anche, un poco, all’orgoglio. L’orgoglio di chi prova godimento della sua ignoranza curiosa che scava nel ventre dei decenni e dei secoli e cerca la bellezza volgendo la testa all’indietro, l’orgoglio del passatista che non si adegua ai tempi. L’orgoglio del vero scrittore che davanti a una platea calda e viva, sebbene non più giovane, ma a lui coetanea o quasi, si trova a dover difendere senza remore “i vecchi tempi”, i tempi di Pasolini, Gadda, Longhi, Benedetti Michelangelo, e a rappresentare una...