Di Alessandro Fanetti

“Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni.” – Karl Marx

 Il 2026 si sta configurando come uno degli anni più densi di tensioni geopolitiche dalla fine della Guerra Fredda. Il confronto tra un ordine internazionale unipolare, emerso dopo il crollo dell’URSS (1989–1991), e una crescente spinta multipolare, sostenuta da potenze emergenti, attraversa ormai tutti i continenti. Non si tratta più di una contrapposizione “teorica”: è uno scontro concreto che si manifesta in una serie di “punti caldi” globali, dove le grandi potenze sono coinvolte direttamente o indirettamente sotto tutti i punti vista. Con il rischio sempre maggiore che questi vari conflitti diventino un tutt’uno, portando i vari poli più attivi e potenti in questo scontro unipolarismo – multipolarismo a fronteggiarsi anche militarmente senza “intermediazioni”.

America Latina e il caso Venezuela: laboratorio geopolitico

L’America Latina è tornata al centro della competizione globale, con il Venezuela che ne rappresenta oggi il caso più emblematico insieme a Cuba.

Nel gennaio 2026 un’operazione militare statunitense, fuori da ogni norma internazionale, ha portato al sequestro del Presidente Maduro e di sua moglie a Caracas (con il martirio anche di 32 cubani che li difendevano), ufficialmente venduto come lotta al narcotraffico (anche se poi l’accusa è miseramente caduta anche negli uffici giudiziari di New York).

“Scopiazzando” Sallustio che nel 54 A.C. scrisse “Invettiva contro Cicerone e gli spacciatori di onestà”, si potrebbe scrivere un pamphlet intitolato “Invettiva contro il mancato premio Nobel per la Pace e gli (altri) spacciatori di onestà”.

L’evento ha suscitato generali reazioni internazionali indignate, con Russia, Cuba e Cina in primis (ma anche altri attori) che lo hanno definito come una palese violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale.

Dopo la cattura, il potere è passato alla Vicepresidente Delcy Rodríguez, con il nuovo esecutivo che ha avviato un processo di ristrutturazione interna (rilascio di vari prigionieri, tentativi di apertura economica, riorganizzazione del potere e allontanamento di figure chiave legate al precedente assetto).

Tra i cambiamenti più rilevanti vi è stata anche la rimozione del Ministro della Difesa Vladimir Padrino López dopo più di dieci anni di fedele e leale servizio, figura centrale del sistema chavista. Questa mossa segnala un tentativo di consolidamento del potere da parte della nuova leadership e di ridefinizione degli equilibri tra politica e forze armate. Anche se ancora oggi nella gestione politica più in “basso” il Chavismo è lontano dall’essere stato “rimodellato” o addirittura cancellato.

Cuba: resistenza sotto pressione

Cuba rappresenta un altro nodo fondamentale della regione. L’isola continua a vivere una situazione economica estremamente difficile, aggravata dalle sanzioni e dalle restrizioni statunitensi, peggiorate con l’Amministrazione Trump. La carenza di energia e carburante, con le conseguenti difficoltà sociali, sono elementi strutturali di questa crisi.

Nonostante ciò, il sistema politico cubano resiste e anche il famoso poeta cubano Silvio Rodrìguez ha lanciato un appello alla resistenza “esigendo un fucile AKM” per contribuire alla difesa di Cuba in caso di aggressione (nonostante la sua età non proprio giovanissima). Il sostegno internazionale, seppur prudente, da parte di Cina e Russia contribuisce a evitare il collasso. L’Avana interpreta la propria posizione come parte di una resistenza più ampia contro la pressione dell’ordine unipolare, mentre Washington continua a considerare Cuba un nodo strategico nella propria area di influenza, nonché un simbolo da distruggere.

Iran e Medio Oriente: escalation e rischio sistemico

Il Medio Oriente è oggi uno dei teatri più pericolosi del confronto globale. L’escalation tra Stati Uniti – Israele e Iran ha prodotto un conflitto che sta influenzando l’intera regione e anche l’economia globale, con rischi enormi di un ampliamento definitivo dello scontro.

Anche perché se da un lato l’obiettivo di Israele (e anche degli USA) è quello di rimodellare il Medio Oriente, per Washington il fulcro dell’azione è sostenere Tel Aviv ma soprattutto dare un colpo significativo (anche se non ancora diretto) al principale obiettivo della Casa Bianca: la Repubblica Popolare Cinese. Il Medio Oriente si conferma così uno spazio di competizione serrata tra grandi potenze, dove conflitti locali diventano rapidamente crisi sistemiche, con le dinamiche attuali che mostrano come la logica dei conflitti per procura stia lasciando spazio a scontri sempre più diretti .

Russia–Ucraina: un conflitto che ha superato i 4 anni

A più di quattro anni dall’inizio del conflitto diretto, lo scontro tra Russia e Ucraina resta uno dei principali punti di tensione globale. Nonostante fasi alterne, esso non ha infatti ancora trovato una soluzione politica stabile.

Gli Stati Uniti e i loro alleati continuano a sostenere Kiev (anche se la Casa Bianca avrebbe già raggiunto un risultato “accettabile” con la divisione Europa – Russia, ed è per questo che un raffreddamento del conflitto non lo vedrebbe di “cattivo” occhio, così da potersi maggiormente concentrare sul suo “Patio Trasero” e sulla Cina), mentre la Russia mantiene una postura di sfida ai desiderata dell’Occidente politico e in difesa della propria visione del mondo. Il risultato di tutto ciò è la continuazione delle ostilità, con effetti profondi come una pericolosa militarizzazione dell’Europa, crisi energetiche gravi e ridefinizione (o uscita allo “scoperto”) delle alleanze e delle varie visioni del mondo (in un confronto fra aree del mondo ma anche all’interno di esse).

Africa e BRICS+: una “nuova” frontiera del multipolarismo

L’Africa sta emergendo come uno dei principali spazi di trasformazione geopolitica.

A tal proposito, la nascita della Confederazione degli Stati del Sahel, insieme ad un impegno di vari Paesi del Continente in organizzazioni sovranazionali come i BRICS+ (ad oggi probabilmente il più importante strumento “anti – unipolarismo” al mondo, insieme all’ “Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai”, senza ovviamente tralasciare esperienze importanti ma per ora meno “incisive” come la “Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici – CELAC”) indicano una crescente volontà di autonomia rispetto alle influenze occidentali.

Con tutto ciò, sia la Russia che la Cina stanno aumentando la loro presenza nel continente, offrendo alternative economiche e militari. Un chiaro passo verso un ordine multipolare, in cui più centri di potere coesistono e competono.

Asia – Pacifico e Taiwan: nodo strategico globale

Nel quadrante indo – pacifico, Taiwan resta uno dei punti più sensibili, con la Cina che considera l’isola una questione interna, mentre gli Stati Uniti la vedono come un elemento chiave per lo status quo regionale (anche se formalmente sostengono ancora la politica di “una sola Cina”).

Pechino, oltre alla dimensione militare, sta sviluppando una strategia globale basata in primis su commercio, infrastrutture e interdipendenza economica. Strategia inserita in primo luogo nella “Nuova Via della Seta”, la quale in pratica crea una “tela geopolitica” che rappresenta una forma alternativa di potere rispetto all’approccio più tradizionale dell’Occidente.

Uno scontro epocale

Il quadro complessivo mostra dunque chiaramente che il mondo sta attraversando una fase di transizione. Per dirla con le parole di Antonio Gramsci: “Il vecchio mondo sta morendo, quello nuovo tarda a comparire. E in questo chiaroscuro nascono i mostri”.  Da un lato, gli Stati Uniti e i loro alleati cercano di mantenere un sistema internazionale centrato sulla loro leadership; e per difendere e rafforzare tale presa sono disposti veramente a molto, come vediamo ormai da anni. Dall’altro, potenze come Cina, Russia, Iran e altri attori regionali spingono verso un ordine multipolare.

I “punti caldi” come Venezuela, Cuba, Iran, Est Europa, Sahel e Taiwan non sono crisi isolate, ma manifestazioni locali di una competizione globale. In ciascuno di essi, le grandi potenze sono presenti, direttamente o attraverso alleati e strumenti indiretti.

Il rischio concreto, più grave di giorno in giorno, è che questa competizione sfoci in una guerra aperta e totale fra grandi potenze. Infatti, l’interconnessione tra crisi apparentemente solo regionali aumenta la possibilità di un’escalation che le coinvolga direttamente, con distruzioni oggi anche solo difficilmente immaginabili.

Conclusione

Il 2026 non è dunque semplicemente un anno di crisi ma un anno di ulteriore ridefinizione dell’ordine mondiale. Il confronto tra unipolarismo e multipolarismo non è infatti più teorico, ma si gioca sul terreno concreto dei conflitti, delle alleanze e delle trasformazioni economiche.

In questo contesto, la sfida principale per la comunità internazionale sarà evitare che la competizione si trasformi in uno scontro diretto globale, ma che invece trovi un canale che porti ad una ridefinizione accettabile del panorama geopolitico globale.

Dove ognuno possa decidere il proprio destino.

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