3 Novembre 2026

Ucraina

FONTE ARTICOLO: https://www.easternherald.com/2023/03/22/bolton-called-the-russia-china-alliance-a-real-problem-for-the-west/ Secondo John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, la creazione di un’alleanza russo-cinese rappresenta una seria minaccia per l’Occidente, che supera l’importanza del conflitto in Ucraina. In un’intervista al quotidiano britannico The Telegraph, pubblicata martedì sera sul sito web della testata, John Bolton ha affermato che Russia e Cina prendono sul serio questa alleanza che secondo lui potrebbe diventare un asse a cui mirano ad unirsi anche Iran e Corea del Nord. Bolton è convinto che l’Occidente dovrebbe prendere sul serio questa minaccia e iniziare a ripensare l’attuale concetto di deterrenza, soprattutto alla luce del fatto che la Cina sta diventando una minaccia sia nucleare che convenzionale. Bolton ha anche sottolineato che la NATO dovrebbe intensificare i suoi sforzi nei confronti della Federazione Russa. Bolton afferma, inoltre, che la Cina ha sostenuto la Russia sin dall’inizio dell’operazione militare speciale in Ucraina, senza cercare di rimanere neutrale.  Crede che la Cina abbia molte opportunità di fornire assistenza militare alla Russia senza fornire direttamente armi: ciò può includere la vendita di armi alla Bielorussia o alla Corea del Nord – che verrebbero poi fornite alla Russia – nonché la fornitura di componenti per la creazione di armi e assistenza finanziaria. Bolton ha criticato le Nazioni Unite per il loro ruolo nella risoluzione del conflitto in Ucraina. Secondo lui, gli organi delle Nazioni Unite che prendono le decisioni politiche, infatti, non funzionano. In particolare, ritiene che lo stallo in seno al Consiglio di Sicurezza caratterizzante lera della Guerra Fredda – quando quell’organismo non aveva un ruolo importante – sia riapparso.
giustizia-usa
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/03/20/lipocrisia-degli-stati-uniti-sulla-corte-penale-internazionale/ Il mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale contro Vladimir Putin mette in evidenza le ipocrisie e i doppi standard degli Stati Uniti, che, come la Russia e l’Ucraina, non aderiscono all’organismo. Lo scorso 17 marzo, la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il presidente russo Vladimir Putin e per il commissario russo per i diritti dei bambini Marija Lvova-Belova. La dichiarazione afferma che entrambi potrebbero essere responsabili “del crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione (bambini) e di trasferimento illegale di popolazione (bambini) dalle aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa“. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Marija Zacharova, commentando le informazioni porvenienti da L’Aia, ha affermato che le decisioni del tribunale non hanno alcuna conseguenza in Russia e che eventuali mandati di arresto sono nulli. La Russia, infatti, non fa parte dei 124 Paesi che aderiscono alla Corte, tra i quali oltretutto non figurano neppure gli Stati Uniti e l’Ucraina, e dunque la CPI non può esercitare la propria giurisdizione su quanto accaduto in Ucraina. Gli stessi USA, del resto, nel 2020 criticarono aspramente la Corte, dopo che i pubblici ministeri della CPI avevano indicato che avrebbero indagato sui crimini dei militari statunitensi in Afghanistan, adottando misure contro l’organismo. Il rappresentante permanente della Russia alle Nazioni Unite, Vasilij Nebenzija, ha risposto affermando che la CPI è pronta a esercitare la pseudo-giustizia su ordine dell’Occidente, dimostrando la propria inadeguatezza. “Questo tribunale internazionale di parte, politicizzato e incompetente ha dimostrato ancora una volta la sua inferiorità. La CPI è un burattino nelle mani dell’Occidente collettivo, che è sempre pronto a esercitare la pseudo-giustizia su ordinazione“, ha sottolineato il diplomatico russo. “È particolarmente cinico che decisioni giuridicamente insignificanti siano state rese pubbliche alla vigilia del 20° anniversario dell’invasione illegale statunitense dell’Iraq, Paese sul quale la CPI aveva giurisdizione ma non ha agito“, ha aggiunto Nebenzja. “La Russia non aderisce allo Statuto di Roma (il trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale, ndr). La CPI non ha giurisdizione sulla Russia e sui suoi cittadini. Consideriamo illegali e nulli tutti i documenti emanati da questo organismo“, ha osservato il rappresentante permanente della Federazione Russa. “Secondo tutte le indicazioni, la CPI ha effettivamente intrapreso la strada dell’auto-liquidazione, principalmente in termini di autorità e riconoscimento internazionale. Non siamo soli in questo giudizio. Permettetemi di darvi una citazione inaspettata dell’assistente per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti John Bolton nel 2018: ‘Lasceremo morire la CPI da sola. Dopotutto, a tutti gli effetti, la CPI è già morta per noi’”. Ancora una volta, dunque, gli Stati Uniti e i loro vassalli occidentali stanno dimostrando tutta la propria ipocrisia. Washington, in particolare, dovrebbe lasciare la CPI investigare su tutti i crimini commessi dal proprio esercito a partire dalle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki fino ai giorni nostri, passando per i devastanti conflitti in Corea, Vietnam, Serbia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia e molti altri Paesi, senza dimenticare gli innumerevoli colpi di Stato sostenuti in tutto il mondo. “Pur di perseguire i propri interessi geopolitici, Washington sostiene il baccanale legale senza precedenti...
di Stefano Vernole “La questione del Kosovo si risolverà in altre condizioni geopolitiche che si verificheranno dopo la fine del conflitto tra Occidente e la Russia. La Russia non sta conducendo una guerra contro l’Ucraina, bensì è in conflitto con l’Occidente sul territorio dell’Ucraina. La sicurezza europea nel suo complesso dipenderà dall’esito di tale conflitto. Siamo convinti che si stabilirà un nuovo ordine internazionale multipolare in cui l’Occidente non giocherà più un ruolo decisivo” (Ambasciatore russo a Belgrado Aleksander Bocan-Kharchenko)1. “La nostra politica estera mira a porre fine al monopolio occidentale. I tentativi di isolare Mosca sono falliti. Il nuovo concetto di politica estera della Russia si concentrerà sulla necessità di porre fine al monopolio dell’Occidente nel determinare le relazioni internazionali” (Sergej Lavrov. Ministro degli Esteri della Federazione Russa)2. La prima era lunare è stata definita dalla geopolitica. I vincitori della prossima saranno coloro che sapranno trionfare nella competizione economica e nella definizione delle regole. Il ritorno del multipolarismo ricreerà un mondo in cui l’Eurasia conterrà diverse grandi potenze di diversa forza.3 Sarebbero forse sufficienti queste tre recenti affermazioni per capire il vero significato dell’Operazione Militare Speciale lanciata dalla Russia in Ucraina a partire dal 24 febbraio 2022. Questa considerazione apre anche una nuova prospettiva su un conflitto che si annuncia almeno decennale e le cui conseguenze geostrategiche rimangono ancora tutte da scoprire. La de-dollarizzazione globale prosegue a pieno ritmo È risaputo il modo in cui gli Stati Uniti usano il loro peso economico per raggiungere gli obiettivi di politica estera. Il mondo, però, ha visto gli Stati Uniti spesso imporre sanzioni ai Paesi che non si allineano ai suoi interessi. Il ruolo dominante del petrodollaro nell’economia globale offre anche l’opportunità di esercitare un’influenza significativa su altre economie. Tuttavia, ora sempre più Paesi nel mondo si stanno unendo alla campagna di de-dollarizzazione lanciata dalla Russia dopo la sua esclusione dal sistema di pagamenti swift sotto controllo americano. La de-dollarizzazione è il processo di riduzione del dominio del dollaro nei mercati globali con il quale si intende sostituire il dollaro USA come valuta utilizzata per il commercio di petrolio e/o altre materie prime, necessaria per le riserve forex, accordi commerciali bilaterali e altre attività internazionali. Le principali economie come l’India, la Cina e potenzialmente il blocco dell’Unione Europea sono già attori più importanti in questo processo. Ora sembra che anche l’Africa non voglia essere lasciata indietro, visto che l’Algeria ha presentato alla fine del 2022 domanda di adesione ai BRICS1. In uno sviluppo significativo, l’Egitto ha ora aderito alla Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, creata nel 2014 dai cinque Paesi fondatori del gruppo. Pertanto, l’Egitto diventa il secondo Paese africano a far parte della BRICS New Development Bank, mentre alcuni Stati sono già passati alle valute locali al fine di ridurre la loro dipendenza dal dollaro USA e dall’euro2. Il Gruppo dei BRICS sta lavorando allo sviluppo di una propria infrastruttura finanziaria, compresa una rete di pagamento congiunta. In questo contesto, l’Egitto che si unisce finanziariamente al blocco euroafroasiatico,...
Nord_Stream_ceremonia_inaugurazione
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/03/08/nord-stream-gli-stati-uniti-impediscono-indagini-indipendenti-sullattentato/ Le rivelazioni di Seymour Hersh dimostrano come gli Stati Uniti siano pesantemente coinvolti negli attentati contro i due gasdotti Nord Stream, e proprio per questo non possono essere in grado di garantire indagini indipendenti e obiettive sull’accaduto. Nel mese di febbraio, le rivelazioni pubblicate dal giornalista statunitense Seymour Hersh hanno portato alla luce quello che in molti gia pensavano, ovvero l’implicazione degli Stati Uniti d’America nella serie di attentati terroristici contro i gasdotti Nord Stream, che permettono il trasporto del gas russo in Germania. Nonostante stiamo parlando di un giornalista apprezzato in tutto il mondo, già vincitore del Premio Pulitzer, le notizie pubblicate da Hersh sono state censurate dalla maggioranza dei media occidentali, che invece hanno continuato a proporre versioni fantasiose come quella dell’auto-attentato russo. In queste ore, i media occidentali, e in particolare il New York Times, hanno pubblicato alcune rivelazioni secondo le quali i gasdotti sarebbero stati sabotati da un non meglio specificato gruppo pro-ucraino, ma senza che il governo di Kiev ne fosse al corrente. Tuttavia, le fonti da cui sarebbero state acquisite queste informazioni non sono state rivelate, e l’articolo dice ben poco sulle modalità con le quali sarebbe avvenuto l’attentato, al contrario di quello di Hersh, che invece ha ben dettagliato quanto sarebbe accaduto tra il 26 e il 27 settembre dello scorso anno, come abbiamo spiegato nel nostro precedente articolo. Andrej Ledenev, consigliere dell’ambasciata russa negli Stati Uniti, ha commentato l’articolo del New York Times affermando che questo sarebbe solo un tentativo di spostare l’attenzione dal ruolo che Washington avrebbe avuto nell’operazione terroristica: “Innanzitutto, abbiamo preso atto del fatto che l’articolo citato ha ottenuto immediatamente un ‘semaforo verde’ nel campo dell’informazione locale, essendo letteralmente su tutti i media in un battito di ciglia. Ciò è particolarmente degno di nota visti i tentativi dei funzionari e dei giornalisti locali di mettere a tacere palesemente il materiale risonante del vincitore del Premio Pulitzer Seymour Hersh sullo stesso argomento”, ha fatto notare il funzionario. “Non abbiamo fiducia nell’”imparzialità” delle conclusioni dell’intelligence statunitense. Percepiamo “fughe di notizie” anonime come nient’altro che un tentativo di confondere coloro che stanno sinceramente cercando di andare a fondo in questo crimine eclatante, scaricando la colpa degli statisti che hanno ordinato e coordinato gli attacchi nel Mar Baltico su alcuni individui astratti“. Leonid Sluckij, capo della Commissione per gli Affari Esteri della Duma di Stato russa, la camera bassa del parlamento moscovita, ha affermato a sua volta, attraverso il proprio account Telegram, che “l’articolo del NYT è l’ennesima falsa pista, volta a distrarre l’opinione pubblica dai veri colpevoli additando un astratto gruppo ribelle. Ma chi crederebbe che un’operazione di tale portata, che è essenzialmente di natura militare, possa essere portata avanti da un gruppo di sabotaggio precedentemente sconosciuto?”. Mentre gli Stati Uniti continuano a proporre versioni alternative senza tuttavia presentare prove concrete, l’unica investigazione che ha portato a risultati tangibili sugli attentati contro i gasdotti Nord Stream resta quella di Seymour Hersh. Lo stesso giornalista investigativo, che tra l’altro in passato ha lavorato proprio per il New York Times, ha...
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di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: giuliochinappi.wordpress.com Mentre i media occidentali hanno celebrato il falso storico del “primo anniversario della guerra”, sono in realtà nove anni che il popolo ucraino è vittima delle politiche criminali del proprio governo, controllato dai burattinai occidentali e dalle milizie neonaziste. Tra il 18 e il 23 febbraio 2014 un colpo di Stato portava alla deposizione del legittimo presidente ucraino, Viktor Janukovyč, sostituito provvisoriamente da Oleksandr Turčynov. È in questo evento, fortemente sostenuto dalle potenze occidentali, che va ricercata l’origine della tragica situazione oggi vissuta dal popolo ucraino, che da nove anni vive in una situazione di guerra civile. Tale realtà, riconosciuta da qualunque analista con un minimo di cognizione di causa e dalla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite, smentisce seccamente la propaganda occidentale, che negli scorsi giorni ha ripetuto in maniera ossessiva la retorica del “primo anniversario della guerra”, alimentando un vero e proprio falso storico. Potremmo dire, invece, che in effetti quello è stato il primo anniversario da quando gli occidentali si sono improvvisamente accorti della presenza di una guerra in Europa, dopo otto anni di colpevole silenzio da parte dei media e dei governi complici dei progetti criminali di Washington. Un anno, certamente, da quando la Russia, sotto il nome ufficiale di operazione militare speciale, è intervenuta nel conflitto ucraino a seguito dell’intensificarsi dei bombardamenti di Kiev sui territori del Donbass, che nel frattempo avevano dichiarato l’indipendenza sotto l’egida della Repubblica Popolare di Doneck e della Repubblica Popolare di Lugansk. “Il 24 febbraio 2022, la Russia ha lanciato l’operazione militare speciale in Ucraina e l’intera stampa occidentale ha urlato come un sol uomo per l’aggressione ingiustificata di Mosca contro il suo vicino. Come colpiti da amnesia, i media occidentali hanno completamente oscurato la guerra che dal 2014 sta devastando il Donbass, e soprattutto hanno chiuso un occhio sui bombardamenti dell’esercito ucraino prima dell’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina”, scrive la giornalista francese Christelle Néant sul portale Donbass-Insider. Da allora, i media occidentali non hanno fatto altro che propinare menzogne, censurando metodicamente qualsiasi forma di informazione che non coincidesse con la propaganda ucraino-statunitense, o tuttalpiù qualificandola come inaccettabile. Di fatto, i media occidentali si sono trasformati in un megafono della propaganda del governo di Kiev, portando addirittura i sedicenti difensori della democrazia ad elogiare l’operato di personaggi dichiaratamente neonazisti, come i membri del criminale battaglione Azov, mostrati nelle televisioni di tutta Europa ed etichettati come eroi che combattono per la libertà. Allo stesso tempo, la macchina mediatica si è mossa per gettare fango su tutto ciò che fosse russo, inventando crimini di guerra ed escludendo la Russia da ogni ambito sportivo e culturale, arrivando persino a censurare l’opera di Fëdor Dostoevskij, e suscitando in questo modo un vero e proprio sentimento di russofobia nell’opinione pubblica. “Se, prima del 24 febbraio 2022, la propaganda occidentale si accontentava di mantenere un colpevole silenzio sui bombardamenti regolari dell’esercito ucraino e sui crimini di guerra di Kiev, e accusava costantemente la Russia di non rispettare gli accordi di Minsk invece di indagare sul loro il mancato rispetto da parte dell’Ucraina, mentre...
A cura di Vera Shcherbakova per l’Agenzia di Stampa Tass Il presidente russo Vladimir Putin, annunciando la sospensione della partecipazione della Russia al Trattato di riduzione delle armi strategiche (START), invia un segnale forte agli Stati Uniti, indicando che il conflitto con l’Ucraina sul Donbass e altre aree, che Washington sta intraprendendo a distanza, è secondario rispetto allo sfondo di uno scontro con l’Occidente per un nuovo ordine mondiale senza dominio americano. Questa opinione è stata espressa lo scorso mercoledì dal Vicedirettore della rivista italiana “Eurasia” e responsabile delle relazioni esterne del “Centro Studi Eurasia-Mediterraneo” Stefano Vernole. “La Russia non si ritira dal trattato, ma sospende la sua partecipazione, questo è già un segnale abbastanza forte per gli Stati Uniti, ciò indica che Putin ritiene la Casa Bianca responsabile della distruzione della Russia attraverso un conflitto che si sta svolgendo a distanza in Ucraina. Questo annuncio indica anche che la Russia considera certo prioritario il conflitto sul Donbass e sugli altri territori contesi, ma la priorità è la sfida lanciata dall’Occidente. In sostanza, a Washington è dato di capire che l’Operazione Militare Speciale mira non solo a combattere i nazisti in Ucraina, ma anche a porre fine all’egemonia statunitense nel mondo”, ha affermato l’analista. “Il Presidente della Federazione Russa ha chiaramente indicato che la Russia non sarà mai la prima a ricorrere alle armi nucleari, e vale la pena ricordare che finora nella storia solo gli Stati Uniti l’hanno fatto – i ben noti episodi di Hiroshima e Nagasaki, ma c’è un’opinione secondo cui le armi nucleari tattiche sono state usate anche in Iraq dopo l’invasione del 2003”, ha detto la fonte. Martedì della scorsa settimana Putin, in un messaggio all’Assemblea federale, ha affermato che la Russia sospenderà la sua partecipazione al Trattato NEW START, ma non si ritirerà. Il capo dello Stato ha sottolineato che prima di tornare a discutere la questione della prosecuzione dei lavori nell’ambito del trattato, la parte russa deve capire da sola come lo START terrà conto degli arsenali non solo degli Stati Uniti, ma anche di altri Paesi della NATO potenze nucleari – Gran Bretagna e Francia.
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di Manlio Dinucci FONTE ARTICOLO: ReseauVoltaire Siamo non al primo ma al nono anniversario della guerra in Ucraina, scatenata nel febbraio 2014 con il colpo di stato sotto regia USA-NATO. Parlando da Varsavia, il presidente Biden promette di “essere a fianco del presidente Zelensky qualunque cosa accada”. Gli fa eco la presidente Meloni che, capovolgendo la posizione assunta nel 2014, assicura a Zelensky che “l’Italia sarà con voi sino alla fine”. Dichiarazioni inquietanti, data la reale possibilità che il conflitto sfoci in una guerra nucleare, che costituirebbe la fine non solo dell’Europa ma del mondo. L’Ucraina è in grado di produrre armi nucleari e sicuramente, a Kiev, c’è chi persegue tale piano. Lo conferma il New York Times: “L’Ucraina ha rinunciato a un gigantesco arsenale nucleare 30 anni fa. Oggi ci sono rimpianti”. Con la disgregazione dell’URSS nel 1991, l’Ucraina si è trovata in possesso del terzo arsenale nucleare più grande del mondo: circa 5.000 armi strategiche e tattiche. Sono state rimosse negli anni Novanta in base ad accordi tra Stati Uniti, Russia e Ucraina. Non è stata però rimossa la capacità tecnologica acquisita dall’Ucraina nel campo nucleare militare durante il confronto USA-URSS. “L’Ucraina – avverte il presidente Putin – intende creare proprie armi nucleari, e non si tratta di un semplice vanto. L’acquisizione di armi nucleari sarà molto più facile per l’Ucraina rispetto ad altri Stati, che stanno conducendo tali ricerche, soprattutto se Kiev riceverà un supporto tecnologico straniero. Non possiamo escludere questo. Se l’Ucraina acquisisce armi di distruzione di massa, la situazione nel mondo e in Europa cambierà drasticamente”. In quali mani sarebbero le armi nucleari ucraine, lo conferma il fatto che Zelenskyy ha appena conferito alla 10ª Brigata d’assalto ucraina “il titolo d’onore Edelweiss”: lo stesso nome e simbolo di una delle più feroci Divisioni naziste; la 1ª Divisione Edelweiss, che nel 1943 massacrò a Cefalonia oltre 5 mila soldati italiani che si erano arresi.
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di Thierry Meyssan FONTE ARTICOLO: La sconfitta dell’Ucraina si va delineando, di Thierry Meyssan (voltairenet.org)TRADUZIONE di Rachele Marmetti È un segreto di pulcinella: il governo di Kiev sta perdendo militarmente di fronte alle forze armate russe, che avanzano senza fretta e costruiscono la difesa delle regioni in cui un referendum ha sancito l’adesione alla Federazione di Russia. Ma questa inesorabile realtà ne cela altre. Per esempio, che la Turchia, membro della Nato, sostiene la Russia e le fornisce componenti di armamenti. Non soltanto l’Alleanza Atlantica sta perdendo, ma mostra crepe al suo interno. Il futuro dell’Ucraina si sta delineando. Il conflitto oppone da un lato il governo di Kiev, che rifiuta di onorare la firma degli Accordi di Minsk, dall’altro la Russia, che intende far rispettare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza che li ha ratificati. Da una parte uno Stato che rifiuta il diritto internazionale ed è sostenuto dagli Occidentali, dall’altra uno Stato che rifiuta le regole occidentali ed è sostenuto da Cina e Turchia. Come è accaduto che il presidente Volodymyr Zelensky, eletto per applicare gli Accordi di Minsk, si sia trasformato in nazionalista integralista [1], in difensore di fanatici eredi dei peggiori criminali del XX secolo? È un mistero. L’ipotesi più probabile è finanziaria: con la pubblicazione dei Paradise Papers è emerso che Zelensky possiede conti off-shore, nonché proprietà in Inghilterra e Italia. In realtà Zelensky non ha molto in comune con i nazionalisti integralisti. È un codardo. All’inizio della guerra è rimasto per diverse settimane nascosto in un bunker, probabilmente nella periferia di Kiev. Ne è uscito solo dopo che il primo ministro israeliano, Naftali Bennet, gli ha garantito di aver ricevuto da Putin l’impegno a non uccidere il presidente ucraino [2]. Da allora Zelensky fa il gradasso in video a ogni vertice politico e festival artistico occidentali. Come è accaduto che la Turchia, membro della Nato, si sia impegnata dalla parte della Russia? È più facile capirlo per chi ha seguito i tentativi di uccisione del presidente Recep Tayyip Erdogan da parte della CIA. Agli inizi Erdogan non era che un teppista di strada. Successivamente si è identificato in una milizia islamica che l’ha condotto ad avvicinarsi sia agli insorti afghani sia agli jihadisti russi d’Ichkeria. Solo dopo questo percorso è entrato in politica, nel senso classico del termine. Quando sosteneva i gruppi mussulmani antirussi era un agente della CIA. Come accade spesso, arrivato al potere ha visto le cose sotto un altro aspetto. Si è progressivamente staccato da Langley e si è messo al servizio del popolo turco. Però la sua evoluzione personale ha coinciso con i numerosi cambiamenti di strategia del Paese. La Turchia, che non ha mai digerito la caduta dell’Impero Ottomano, si è cimentata in diverse strategie: è candidata dal 1987 a entrare nell’Unione Europea; nel 2009, con Ahmet Davutoglu, ha pensato di ripristinare l’influenza ottomana. Passo dopo passo, Ankara ha immaginato di poter fondere l’obiettivo nazionale e il percorso personale del presidente e diventare patria dei Fratelli Mussulmani, nonché ripristinare il Califfato,...
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di Fabio Massimo Parenti (La nostra) decisione non dovrebbe essere né filorussa né filo-ucraina, ma deve essere capace di riconoscere le realtà storiche, geografiche ed economiche coinvolte e cercare per gli ucraini un posto dignitoso e accettabile nella famiglia del tradizionale impero russo, di cui formano una parte inestricabile. George F. Kennan, 1948 Le “chiacchiere” più recenti sulla guerra in Ucraina sono tutte incentrate su nomi di armamenti: ogni santo giorno si pubblicano articoli su Himars, Javelin, Leopard, F16, missili, razzi, carri, aerei, sistemi di difesa ecc. Ciò fa tornare alla mente le “chiacchiere” mediatiche ai tempi della crisi 2007-2008, in cui proliferavano gli acronimi dei mille derivati: MBS, ABC, CDS, CDO ecc. Nell’uno come nell’altro caso, una coltre di tecnicismo veniva e viene messa in circolazione col fine ultimo, sembrerebbe, di non far capire alcunché ai lettori, sull’origine dei fenomeni e sui processi che determinano gli eventi. Ma c’è di più. Questo chiacchiericcio mediatico è utile invero a nascondere le responsabilità, a deresponsabilizzare gli esecutori di tutti gli errori che ci hanno portato fin qui. Slogan vuoti e censura All’epoca della grande crisi finanziaria, i media raccontavano gli eventi con la poetica della complessità finanziaria, gettando fumo tecnicistico sulla reale comprensione del contesto, del processo e delle cause reali. Tutto liquidato con qualche accenno alle distorsioni e ai fallimenti di mercato, attribuendo la responsabilità alla complessità del sistema finanziario, dei prodotti derivati e delle strategie di investimento. In tal modo il discorso pubblico non faceva altro che allontanare il riconoscimento delle cause reali (in primis la deregolamentazione pluridecennale dei mercati) e delle responsabilità politiche. Anche oggi, in questa fase di grande incertezza geopolitico-economica, in Europa ed Asia Pacifico, il discorso pubblico e le scelte politiche sembrano totalmente irrazionali e miopi. Ciò che ci interessa evidenziare è la logica politica sottostante il funzionamento dei grandi media: liquidando da subito la contestualizzazione dei processi storico-geografici, ovverosia quelli che hanno portato a “stringere” ulteriormente il “nodo” storico rappresentato dallo spazio ucraino, la tanto ridondante quanto inaccurata e onnipresente formula (o meglio “empty slogan”) “dell’aggredito e dell’aggressore” ha sancito la banalizzazione del presente, l’evaporazione dei processi diacronici, la censura delle analisi e delle spiegazioni critiche, impedendo di fatto qualsiasi dibattito realmente costruttivo per lavorare alacremente su compromessi e negoziati. Il primo accordo raggiunto dalle parti nel marzo 2022 fu affossato da UK-US, mentre la posizione della Cina, riproposta ieri, sulla soluzione politica della crisi Ucraina troverà purtroppo l’opposizione di quelle entità, appena citate, che vogliono continuare ad ampliare il conflitto. La costruzione del mostro I media veicolano continuamente paure e supposte “minacce” provenienti dall’esterno del nostro “giardino”, prestandosi alla vecchia tecnica di costante fabbricazione del pericolo esterno – rappresentato da sedicenti “mostri” da sconfiggere o contenere. E chi sarebbero questi “mostri”? Paesi, interi paesi, stati-civiltà, trattati alla stregua di popoli inferiori, che coincidono guarda caso proprio con quei paesi che stanno legittimamente riorganizzando l’economia e la politica mondiale secondo canali e modalità relazionali di tipo cooperativo (si pensi all’allargamento della SCO e...
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di Alexey Dzermant FONTE ARTICOLO: ideeazione.com A mio avviso, l’operazione speciale che la Russia sta attualmente conducendo in Ucraina è paragonabile a quegli eventi epocali che diversi ricercatori chiamano breakthrough, ossia conquiste rivoluzionarie che segnano svolte epocali nella storia russa. Ognuna di queste svolte ha un nome proprio. L’emergere dell’Antico Stato russo, il periodo precedente e successivo all’invasione mongola è chiamato periodo della Santa Russia. È allora che si formano i principali ideologemi associati all’adozione dell’Ortodossia, alla diffusione dell’identità russa e alla sua comprensione da parte di scribi, autorità e altri. Poi arriva l’epoca di Mosca come Terza Roma. In questo periodo Mosca si sente un vero regno ortodosso, un’arca in un mondo ostile. Quando intorno ci sono cattolici e Stati islamici, Mosca diventa la stella guida per tutti gli ortodossi. Con l’inizio dell’era di Pietro il Grande e la fondazione di San Pietroburgo, emerge una sorta di forma occidentalizzata di Stato russo, nota come Impero russo. Nel 1917 la Russia si trovò ad affrontare la fase successiva, la prossima svolta o rottura. Si trattava dell’Unione Sovietica, un progetto messianico rosso che si sarebbe diffuso in tutto il pianeta. Il culmine di questo progetto è l’estensione della Russia oltre il pianeta, cioè la realizzazione delle idee del cosmismo portate nella filosofia russa nel XIX secolo da Nikolai Fedorov e sono state realizzate solo nella seconda metà del XX secolo dallo Stato sovietico. A mio avviso, il 24 febbraio 2022 segnerà la stessa pietra miliare nella formazione dello Stato russo. Non so come si chiamerà quest’epoca. Non sarà l’Unione Sovietica. Saranno richiesti altri termini e parole. Dobbiamo capire che non si tratta solo di ripristinare le terre perdute. È una richiesta di riorganizzazione globale. Una riorganizzazione che né la Russia, né i suoi alleati, né il mondo in generale saranno in grado di affrontare senza una trasformazione fondamentale. Che l’establishment politico e la maggioranza della popolazione russa lo capiscano o meno, io credo che sia vero. È compito dei filosofi comprendere la portata epocale e globale di ciò che sta accadendo. La Russia storica, grande e multiforme emergerà da tutto questo in una qualità completamente nuova. Ciò che sta accadendo ora sul territorio dell’ex Ucraina è una lotta per l’acquisizione di questa qualità. Le acquisizioni territoriali cambieranno la geopolitica della Russia. Le aree meridionali e costiere aggiungeranno un certo potere. Lo stesso accadrà dal punto di vista demografico. Circa dieci o quindici milioni di persone che condividono la cultura russa e parlano la lingua russa, anche se saranno un po’ stordite, costituiranno comunque un aumento significativo della popolazione. Nella sfera intellettuale, nuovi pensatori emergeranno da questa guerra globale e da questa operazione speciale per trovare nuovi termini per questa epoca, un nuovo linguaggio per il futuro. L’impulso che la Russia trarrà dalla conclusione positiva dell’operazione speciale è quello di trasformare il Paese. La Russia non solo si occuperà dei suoi confini occidentali, dell’Ucraina e di alcuni conflitti locali in Occidente, ma segnerà il suo ritorno trionfale come grande potenza in Eurasia....