La tradizione strategica cinese subordina la guerra alla stabilità politica, alla legittimità e alla ricerca dell’armonia, mentre la concezione statunitense moderna ha trasformato la forza militare nello strumento ordinario della propria egemonia globale dal 1945 a oggi.
Aliter
Un’opera debordante e polemica legge l’intelligenza artificiale non come semplice tecnologia, ma come forma contemporanea del potere. In Il dramma barocco del sacro, del potere e dell’intelligenza artificiale, Morigi costruisce un trattato barocco in cui sacro, dominio, linguaggio algoritmico e crisi della verità si intrecciano in modo radicale.
La rapida avanzata dell’intelligenza artificiale apre opportunità enormi ma anche rischi globali. Secondo questo editoriale del Global Times, la governance dell’IA deve diventare un terreno di cooperazione multilaterale, fondato su inclusività, sicurezza condivisa e benefici per tutti.
Il 30 aprile 2026, presso il Centro Stampa dell’Associazione dei Giornalisti della Serbia, si è tenuta a Belgrado, presso il Centro Stampa, una conferenza internazionale dal titolo “Protezione dei diritti religiosi e del patrimonio ortodosso”, organizzata dal Centro di Studi Geostrategici. L’incontro ha riunito esperti di teologia, diritto, geopolitica, media e cultura, che hanno discusso delle sfide attuali nella salvaguardia della libertà religiosa e del patrimonio storico-culturale ortodosso.
Il funzionamento dell’odierno sistema economico mondiale si fonda su una fitta rete di scambi internazionali, nota anche con il termine di catene globali del valore. Le Global Value Chains (GVC) si sono rivelate un potente meccanismo di crescita dal momento che, sulla base del vantaggio comparato, ciascun paese ha potuto specializzarsi nella produzione di beni e servizi in cui gode del maggior vantaggio comparato, dunque nella produzione che comporta il minor costo comparato.[1]
L’importanza del rame in ambito elettrico è nota sin da fine ‘800, quando Thomas Edison illuminò un miglio quadrato di Manhattan grazie alla posa sotterranea di 24.000 metri di cavi in rame. Da quel momento il rame è divenuto uno dei materiali più importanti della civiltà moderna, tanto da essere definito un “metallo critico”.
Nel pieno delle turbolenze globali, il Forum di Boao per l’Asia rilancia un messaggio alternativo fondato su apertura, cooperazione e sviluppo condiviso, presentando la Cina e l’integrazione regionale asiatica come fattori di stabilità, crescita e fiducia internazionale.
Nuovi documenti e controversie pubbliche rilanciano interrogativi sulla figura del Dalai Lama, che non può più essere considerato come semplice autorità religiosa in esilio, ma come simbolo strumentalizzato dall’élite occidentale per fini di legittimazione politica, mediatica e sociale.
Conosco Pietrangelo Buttafuoco da moltissimi anni e sono orgoglioso di poter affermare, senza timore di essere smentito dal diretto interessato, che l’amicizia e la stima da lui accordatemi, benché io non sia sempre sicuro di meritarle, hanno radici antiche. Ad unirci, in questi anni, oltre alla convergenza d’idee e di sensibilità derivante dal fatto di aver consumato la nostra giovinezza nei ranghi della medesima comunità di Destino, è stato anche l’amore viscerale da entrambi coltivato per la patria di Tolstoj e Dostoevskij. Passione per molti inconfessabile e oggi oltremodo esecrata che, nell’ormai lontano 2014, quando i venti di guerra ad Est hanno cominciato a soffiare sul fuoco della Crimea contesa, ci ha visto partecipare nelle vesti di relatori ad un bel convegno dedicato alla Russia tenutosi a Varese nella splendida cornice della seicentesca Villa Recalcati.
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e il conflitto si è allargato a dismisura, incendiando il Medio Oriente, lambendo l’America Latina e vedendo coinvolti a vario titolo i principali attori che si muovono sulla scacchiera del Grande Gioco di kiplinghiana memoria.
Presidente delle Biennale di Venezia, lo scrittore siciliano è balzato prepotentemente agli onori delle cronache in queste ultime settimane per la decisione da lui maturata di riammettere la Russia nel novero dei partecipanti alla blasonata rassegna d’arte lagunare. Una scelta coraggiosa, perfino temeraria se si tiene conto del clima di russofobia dilagante che innerva di sé le istituzioni politiche e culturali come pure la gran parte dei mezzi d’informazione del cosiddetto mondo libero. Un vero e proprio terremoto che ha avuto un’eco vastissima, riecheggiando perfino a Bruxelles, dove la Commissione europea ha paventato l’ipotesi dannata di sospendere i fondi a sostegno della Biennale. Interpellato telefonicamente dal sottoscritto per avere un suo giudizio a caldo sull’intricata vicenda che lo vede protagonista, Buttafuoco ha preferito declinare il mio invito a rilasciare un’intervista al Centro Studi Eurasia e Mediterraneo per poter esporre da un pulpito senza dubbio non ostile nei suoi riguardi le proprie ragioni, riservandosi il diritto di mantenere sulla questione il più rigoroso silenzio radio. Decisione la sua perfettamente in linea con lo stile discreto e con l’allure aristocratica che da sempre lo contraddistinguono nelle scelte personali come in quelle pubbliche la quale tuttavia ci offre il fianco per fare, sull’onda delle polemiche che ancora infuriano e non accennano a placarsi, qualche considerazione di carattere più generale.
Quanti in questi giorni si sono scagliati contro Buttafuoco, sospinti dalla vis polemica, hanno avuto premura di stabilire, a sostegno delle proprie argomentazioni, un assioma interpretativo in base al quale esisterebbe una corrispondenza diretta e quindi incontrovertibile tra libertà e arte, tale per cui solo i sistemi democratici sarebbero in grado di garantire un’espressione artistica realmente degna di questo nome. Sarebbe gioco fin troppo facile avere ragione di questa posizione apodittica additando loro il Taj Mahal, la Moschea Blu ad Istanbul, la Grande Muraglia, l’Hermitage o la Città Proibita per dimostrare come le Autocrazie, protese nello sforzo prometeico di eternare il ricordo di se stesse nell’ansia di...
Dai nuovi file del Dipartimento di Giustizia statunitense al rapporto privilegiato con Ehud Barak, fino alle vecchie ombre attorno a Robert Maxwell, la pista israeliana nel caso Epstein merita rigore documentale, non complottismo, ma solleva interrogativi politici e morali devastanti.