24 Settembre 2026

Turi

La Quarta Rivoluzione Industriale tra oligopolio occidentale e strategia cinese della sovranità tecnologica Di Pietro Cutuli Introduzione: una divergenza nella filosofia tecnologica L’approccio cinese all’intelligenza artificiale rappresenta una rottura significativa rispetto al modello occidentale. Se gli Stati Uniti puntano su massicci investimenti di capitale, potenza computazionale brute-force ed ecosistemi chiusi, la Cina sta tracciando una rotta diversa, fondata sulla pianificazione strategica di lungo termine tipica della sua economia pianificata socialista. Questo sistema consente di ottimizzare l’efficienza, l’accessibilità e la sostenibilità materiale delle tecnologie AI, anziché inseguire semplicemente la massima potenza di calcolo. La divergenza è filosofica prima ancora che tecnica. L’Occidente, guidato da attori privati come OpenAI, Google e Nvidia, persegue una logica di profitto immediato e di accumulo di vantaggio competitivo attraverso modelli proprietari chiusi. La Cina, invece, coordina pubblico e privato in un’ottica di sviluppo sociale integrato: l’IA non è fine a sé stessa, ma strumento per ridurre le disuguaglianze, potenziare la produttività nazionale e costruire una società più equa. La crisi del silicio occidentale: quando il mercato diventa cartello De-democratizzazione del silicio Comincia tutto con un annuncio che passa in sordina. Micron — uno dei tre pilastri del dominio mondiale sulla memoria DRAM — chiude il brand Crucial, sinonimo di SSD e RAM accessibili per l’utente finale. Il silicio che alimentava Crucial viene requisito per un altro scopo: i data center dell’intelligenza artificiale. E mentre ciò accadeva, Micron incassava ~$6,4 miliardi dal CHIPS Act, fondi pubblici destinati a ‘salvare la sovranità tecnologica americana’. Ma il Robin Hood al contrario ha anche una porta girevole: Micron ha speso oltre $4 milioni all’anno in lobbying (amministrazioni Biden e Trump), donato $1 milione per l’inaugurazione presidenziale, e fondi per la sala da ballo della Casa Bianca. Lo Stato preleva dalle tasse, trasferisce a Micron, e Micron re-investe in protezioni politiche. I cittadini pagano due volte. L’informatica sta smettendo di essere un bene che si possiede per diventare un servizio da cui si dipende. Il calcolo non avviene più sulla vostra scrivania, ma in hangar refrigerati nel Nebraska o in Virginia, mentre voi ricevete solo il risultato finale su uno schermo. Siete diventati affittuari perpetui del cloud. Scarsità strutturale indotta L’intelligenza artificiale non è solo GPU. È anche — e soprattutto — storage. Enormi quantitativi di memoria NAND per archiviare modelli, dataset e pesi di reti neurali. Vera Rubin, l’architettura Nvidia del 2026, richiede oltre un petabyte di SSD per sistema. Per dare un’idea, un petabyte sono un milione di gigabyte. E se moltiplicate questo per le migliaia di sistemi che i grandi provider cloud stanno installando, scoprite che solo Vera Rubin assorbirà oltre il 9,3% dell’intera domanda mondiale di NAND entro il 2027 (stima Citi: 2,8% nel 2026, 9,3% nel 2027). Non il 9,3% di un settore, non il 9,3% di una nicchia: il 9,3% di tutto il silicio di memoria prodotto sul pianeta, mangiato da un’architettura di una sola azienda. Una domanda simile, improvvisa e vorace, avrebbe dovuto mandare in tilt i mercati, spingere la produzione, generare una...
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Di Leslie Varenne per Iveris Una grave sconfitta per alcuni, un semplice ripiegamento tattico per altri: dopo la caduta di Kidal e Tessalit, le battute d’arresto delle forze russes in Mali hanno riacceso i dubbi sulle loro capacità e sulla loro strategia. Ma al di là dello shock militare, si è imposta un’altra posta in gioco: la speranza, da parte del JNIM e dei suoi alleati del FLA, di veder riprodursi uno “scenario siriano”, in cui i russi si terrebbero fuori dal conflitto. Un’ipotesi che Mosca ha rapidamente scartato, riaffermando il proprio impegno al fianco di Bamako. Kidal, un simbolo Fin dalla “caduta” o dalla “liberazione” di Kidal — a seconda del campo in cui ci si schiera — gli analisti hanno moltiplicato le letture fortemente critiche della strategia russa in Mali. Sulla scia del Financial Times, in molti hanno presentato la riconquista di questa città da parte dei ribelli del FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad) alleati del JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), gruppo affiliato ad al-Qaeda e guidato da Iyad Ag Ghaly, come un'”umiliazione” per Mosca. Il ritiro dell’Africa Corps, successore dei paramilitari della Wagner, viene così descritto come un duro colpo. Se per alcuni di questi commentatori si tratta di una rivincita simbolica, legata al risentimento verso il potere di Bamako e i suoi partner russi dopo la partenza forzata delle forze francesi dal Sahel, resta il fatto che la perdita di Kidal costituisce effettivamente una catastrofe. La sua portata è commisurata alle manifestazioni e alle numerose celebrazioni che avevano accompagnato la sua riconquista da parte delle autorità maliane e dei loro partner nel novembre 2023. Kidal è più di una città: è il simbolo delle ribellioni tuareg contro lo Stato maliano. La mattina del 25 aprile, la piccola località è caduta come una foglia morta; tutto si è giocato nelle prime ore. I combattimenti sono stati brevi ma intensi. L’Africa Corps non comunica le proprie perdite, tuttavia diverse fonti riferiscono di numerosi morti e feriti tra le sue fila. A questo bilancio si aggiungono le perdite subite durante gli attacchi a Sévaré o a Gao, dove un elicottero pilotato da un equipaggio del Corpo africano è stato abbattuto. Questi elementi smentiscono, di passaggio, le voci secondo cui i russi avrebbero abbandonato il terreno senza combattere. Da parte maliana il conteggio è ancora più pesante, poiché alle numerose vittime si aggiungono centinaia di prigionieri. Nelle ore successive, i negoziati tra l’Africa Corps e il FLA hanno permesso un ritiro in sicurezza delle forze ruse e maliane. Queste trattative sarebbero state facilitate dall’Algeria, anche se Mosca disponeva di canali propri, come dimostra la liberazione, a metà aprile, di due geologi — un russo e un ucraino tenuti in ostaggio dal JNIM per due anni. Ad ogni modo, circa 400 uomini sono stati così evacuati sotto scorta verso altre posizioni. Questo ritiro, ottenuto senza uno scontro diretto, potrebbe fare luce sulla strategia perseguita dal JNIM. Da Kabul a Damasco: capire lo “scenario siriano” In un comunicato diffuso nella serata...
Redazione Il 9 giugno 2026 presso la sede centrale dell’Univeristà degli Studi di Trieste si è svolta la presentazione del libro: AA. VV. “TRIESTE PORTO FRANCO INTERNAZIONALE. Storia, geopolitica, economia, testimonianze” (Anteo Edizioni, aprile 2026) frutto di un progetto editoriale del CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo, curato da Maria Morigi. Il lavoro ha visto la partecipazione di vari autori su temi specifici ma correlati: Maria Morigi su storia della città, aspetti di status legislativo e criticità del Porto; Lorenzo M.Pacini sull’importanza della dimensione e posizione geopolitica (Trimarium e IMEC – Via del Cotone) dalla Guerra Fredda in poi; Filippo Bovo ha trattato corridoi logistici tra Africa e M.O. anche in relazione a IMEC; Paolo Deganutti si è occupato di finanziarizzazione delle infrastrutture portuali, aspetti logistici e sovranità; Adriana Janežič ha trattato in modo “vissuto” il tema di Trieste città multi-storica, multi-linguistica, multi-culturale; Adam Bark, presidente del “Fronte della Primavera Triestina”, ha discusso di identità, vocazione di autonomismo e di impegno per una Trieste pacifica e neutrale. In una breve introduzione Maria Morigi ha illustrato propositi e attività del CeSEM, evidenziando l’importanza di discutere del ruolo di Trieste e del suo porto proprio in questo difficile momento storico.  Ha fatto seguito la trasmissione del video con cui Davide Rossi, autore della prefazione dal titolo “TRIESTE, vincere i limiti del presente e immaginare il futuro”, con vicinanza cordiale ha augurato ai partecipanti buon lavoro. Tutti gli autori sono poi intervenuti nell’ordine tenuto nel libro (Filippo Bovo da remoto) sintetizzando gli argomenti principali della loro trattazione. La presentazione è stata seguita da un pubblico numeroso e interessato che ha posto domande ed espresso preoccupazione per la piega degli eventi internazionali. Maria Morigi  ha infine tratto le conclusioni sulla necessità di opporsi alle strumentalizzazioni propagandistiche create in vari recenti summit (che hanno escluso dal dibattito la cittadinanza) per fare del  porto di Trieste un ente privo di autonomia decisionale, succube di prepotenti interessi imprenditoriali di stampo neo-coloniale e soprattutto militari, dimenticando la naturale vocazione del “Corridoio V” e dell’”Autostrada del Mare” tra Turchia e Mittel Europa. É dispiaciuto non essere riusciti a parlare, a causa di mancanza di tempo, del progetto “Porti SPA” di prossima approvazione legislativa che ridurrà di fatto l’autonomia non solo del Porto di Trieste ma di tutte le 16 Autorità di Sistema Portuale italiane. Speriamo in una buona divulgazione del libro e magari di parlarne in altre sedi in tutta Italia. Un ringraziamento a tutti i partecipanti anche dell’ottimo riscontro avuto dal volume.
Di Giovanni Amicarella Difficile parlare di Cina. O almeno, facile farlo in modo approssimativo, nel bene e nel male. Di analisi sulla Cina eccessivamente critiche ci ha ben abituato la presenza fitta e pingue nella stampa “mainstream” di penne particolarmente affilate (e altrettanto ignoranti), con una precisa agenda politica. Di analisi poco profonde, a tratti infantili e speranzose, di una Cina scevra da difetti e criticità ci hanno abituato invece in parte certe branche “antisistema“. Se c’è una cosa che accomuna l’opera di Fabio Massimo Parenti alle analisi internazionali del CeSEM, rappresentato per l’occasione dal vicepresidente Stefano Vernole, è proprio la capacità di dare strumenti di analisi critica, per formare coscienze critiche. Attraverso un’analisi che ha toccato dalla dimensione confuciana a quella di mercato, da quella geopolitica a quella etnica, il dialogo moderato da Fabio De Maio (Logos e Civiltà) ha contribuito a decostruire, a un pubblico numeroso e partecipativo, una serie di preconcetti. Il libro nasce dopo alcune riflessioni dall’anno scorso, dopo che la Cina decide di non accettare più i diktat statunitensi, reagendo autonomamente contro l’imposizione dei dazi. Parenti ha così l’ispirazione, radicata anche nel suo interesse della storia cinese, di una Cina che non si fa più usare. Per l’appunto, non si USA. Non si usa perché si è già fatta usare, anche troppo. Il secolo di umiliazione, in cui le potenze occidentali e vicine ne hanno fatto il bello e cattivo tempo, ha lasciato un principio radicato. Invece di diventare bieco revanchismo, cosa che sarebbe potuta tranquillamente essere, la classe dirigente cinese l’ha saputo trasformare in un esempio pratico di cosa non fare. Per la Cina il punto focale è il mantenimento della stabilità. Una stabilità interna, in cui l’ascolto della base e del malcontento (si veda il passaggio graduale verso le rinnovabili, o verso idee come quella della civiltà ecologica) che viene canalizzato in virtù di quello che, la vecchia Cina, avrebbe definito “mandato celeste“. Una capacità di agire nel giusto da parte del governante senza esercitare repressione. Un concetto, se vogliamo, abbastanza analogo alla nostra “pax deorum” di romana memoria. Una stabilità esterna, su logica binaria: l’aiuto al mantenimento di stabilità di paesi del ‘siddetto terzo mondo con progetti di infrastrutture e sviluppo, una non ingerenza all’interno dei percorsi ideologici e sociali delle nazioni con cui collaborano (che rientra nella lettura delle comunità umane dal futuro condiviso). L’uso della violenza per la risoluzione dei conflitti infatti, siano essi interni o esterni, è visto come un fallimento del governante. Valori che per la Cina non sono certamente una novità, derivando da autori decisamente stagionati: Lao Tsé, Sun Tzu, Confucio. Tutti hanno scritto a loro modo di guerra, con la priorità sempre di sfinire il nemico senza combatterlo direttamente, puntando poi a una pace. Il Focus Cina a cura del centro studi è un documento che riassume in breve la necessità per l’Europa, continente e/o istituzione sovranazionale, di iniziare a guardare a Oriente per scambi commerciali e sinergia all’altezza delle proprie possibilità: un polo geopolitico isolato,...
Di Alessandro Fanetti “Non vi è progresso senza conflitto: questa è la legge che la civiltà ha seguito fino ai nostri giorni.” – Karl Marx  Il 2026 si sta configurando come uno degli anni più densi di tensioni geopolitiche dalla fine della Guerra Fredda. Il confronto tra un ordine internazionale unipolare, emerso dopo il crollo dell’URSS (1989–1991), e una crescente spinta multipolare, sostenuta da potenze emergenti, attraversa ormai tutti i continenti. Non si tratta più di una contrapposizione “teorica”: è uno scontro concreto che si manifesta in una serie di “punti caldi” globali, dove le grandi potenze sono coinvolte direttamente o indirettamente sotto tutti i punti vista. Con il rischio sempre maggiore che questi vari conflitti diventino un tutt’uno, portando i vari poli più attivi e potenti in questo scontro unipolarismo – multipolarismo a fronteggiarsi anche militarmente senza “intermediazioni”. America Latina e il caso Venezuela: laboratorio geopolitico L’America Latina è tornata al centro della competizione globale, con il Venezuela che ne rappresenta oggi il caso più emblematico insieme a Cuba. Nel gennaio 2026 un’operazione militare statunitense, fuori da ogni norma internazionale, ha portato al sequestro del Presidente Maduro e di sua moglie a Caracas (con il martirio anche di 32 cubani che li difendevano), ufficialmente venduto come lotta al narcotraffico (anche se poi l’accusa è miseramente caduta anche negli uffici giudiziari di New York). “Scopiazzando” Sallustio che nel 54 A.C. scrisse “Invettiva contro Cicerone e gli spacciatori di onestà”, si potrebbe scrivere un pamphlet intitolato “Invettiva contro il mancato premio Nobel per la Pace e gli (altri) spacciatori di onestà”. L’evento ha suscitato generali reazioni internazionali indignate, con Russia, Cuba e Cina in primis (ma anche altri attori) che lo hanno definito come una palese violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale. Dopo la cattura, il potere è passato alla Vicepresidente Delcy Rodríguez, con il nuovo esecutivo che ha avviato un processo di ristrutturazione interna (rilascio di vari prigionieri, tentativi di apertura economica, riorganizzazione del potere e allontanamento di figure chiave legate al precedente assetto). Tra i cambiamenti più rilevanti vi è stata anche la rimozione del Ministro della Difesa Vladimir Padrino López dopo più di dieci anni di fedele e leale servizio, figura centrale del sistema chavista. Questa mossa segnala un tentativo di consolidamento del potere da parte della nuova leadership e di ridefinizione degli equilibri tra politica e forze armate. Anche se ancora oggi nella gestione politica più in “basso” il Chavismo è lontano dall’essere stato “rimodellato” o addirittura cancellato. Cuba: resistenza sotto pressione Cuba rappresenta un altro nodo fondamentale della regione. L’isola continua a vivere una situazione economica estremamente difficile, aggravata dalle sanzioni e dalle restrizioni statunitensi, peggiorate con l’Amministrazione Trump. La carenza di energia e carburante, con le conseguenti difficoltà sociali, sono elementi strutturali di questa crisi. Nonostante ciò, il sistema politico cubano resiste e anche il famoso poeta cubano Silvio Rodrìguez ha lanciato un appello alla resistenza “esigendo un fucile AKM” per contribuire alla difesa di Cuba in caso di aggressione (nonostante la...
L’affondamento della fregata iraniana IRIS Dena al largo dello Sri Lanka, attribuito a un sottomarino statunitense, trasferisce l’escalation USA-Israele contro l’Iran fino all’Oceano Indiano. Tra timori di spillover regionale e critiche interne, l’India è accusata di un imbarazzante silenzio.
L'Ambasciata della Repubblica di Belarus nella Repubblica Italiana ha preso atto con preoccupazione della dichiarazione congiunta del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana, Antonio Tajani, e del Ministro per lo Sport e i Giovani della Repubblica Italiana, Andrea Abodi, relativa al disaccordo del Governo Italiano con le decisioni del Comitato Paralimpico Internazionale sul pieno ripristino dell'adesione dei comitati paralimpici di Bielorussia e Russia, nonché sulla partecipazione di atleti e delegazioni nazionali bielorusse e russe ai Giochi Olimpici di Milano con l'esposizione dei simboli nazionali, incluso l'inno.