Di Leslie Varenne per Iveris
Una grave sconfitta per alcuni, un semplice ripiegamento tattico per altri: dopo la caduta di Kidal e Tessalit, le battute d’arresto delle forze russes in Mali hanno riacceso i dubbi sulle loro capacità e sulla loro strategia. Ma al di là dello shock militare, si è imposta un’altra posta in gioco: la speranza, da parte del JNIM e dei suoi alleati del FLA, di veder riprodursi uno “scenario siriano”, in cui i russi si terrebbero fuori dal conflitto. Un’ipotesi che Mosca ha rapidamente scartato, riaffermando il proprio impegno al fianco di Bamako.
Kidal, un simbolo
Fin dalla “caduta” o dalla “liberazione” di Kidal — a seconda del campo in cui ci si schiera — gli analisti hanno moltiplicato le letture fortemente critiche della strategia russa in Mali. Sulla scia del Financial Times, in molti hanno presentato la riconquista di questa città da parte dei ribelli del FLA (Fronte di Liberazione dell’Azawad) alleati del JNIM (Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin), gruppo affiliato ad al-Qaeda e guidato da Iyad Ag Ghaly, come un'”umiliazione” per Mosca. Il ritiro dell’Africa Corps, successore dei paramilitari della Wagner, viene così descritto come un duro colpo.
Se per alcuni di questi commentatori si tratta di una rivincita simbolica, legata al risentimento verso il potere di Bamako e i suoi partner russi dopo la partenza forzata delle forze francesi dal Sahel, resta il fatto che la perdita di Kidal costituisce effettivamente una catastrofe. La sua portata è commisurata alle manifestazioni e alle numerose celebrazioni che avevano accompagnato la sua riconquista da parte delle autorità maliane e dei loro partner nel novembre 2023. Kidal è più di una città: è il simbolo delle ribellioni tuareg contro lo Stato maliano. La mattina del 25 aprile, la piccola località è caduta come una foglia morta; tutto si è giocato nelle prime ore. I combattimenti sono stati brevi ma intensi.
L’Africa Corps non comunica le proprie perdite, tuttavia diverse fonti riferiscono di numerosi morti e feriti tra le sue fila. A questo bilancio si aggiungono le perdite subite durante gli attacchi a Sévaré o a Gao, dove un elicottero pilotato da un equipaggio del Corpo africano è stato abbattuto. Questi elementi smentiscono, di passaggio, le voci secondo cui i russi avrebbero abbandonato il terreno senza combattere. Da parte maliana il conteggio è ancora più pesante, poiché alle numerose vittime si aggiungono centinaia di prigionieri.
Nelle ore successive, i negoziati tra l’Africa Corps e il FLA hanno permesso un ritiro in sicurezza delle forze ruse e maliane. Queste trattative sarebbero state facilitate dall’Algeria, anche se Mosca disponeva di canali propri, come dimostra la liberazione, a metà aprile, di due geologi — un russo e un ucraino tenuti in ostaggio dal JNIM per due anni. Ad ogni modo, circa 400 uomini sono stati così evacuati sotto scorta verso altre posizioni. Questo ritiro, ottenuto senza uno scontro diretto, potrebbe fare luce sulla strategia perseguita dal JNIM.
Da Kabul a Damasco: capire lo “scenario siriano”
In un comunicato diffuso nella serata del 25 aprile, il JNIM ha rivendicato gli assalti del giorno precedente e ha denunciato l’alleanza tra la giunta maliana e Mosca, ma, fatto notevole, non ha chiesto la partenza immediata dei russi. Al contrario, ha incoraggiato l’Africa Corps a rimanere fuori dai combattimenti, in cambio della promessa di non essere preso di mira e di poter stabilire una “relazione futura equilibrata ed efficace”. Il messaggio è chiaro: Iyad Ag Ghaly spera di vedere i russi farsi da parte, proprio come è accaduto in Siria nel dicembre 2024, durante la caduta di Bashar al-Assad. L’alleato del regime si eclissa e smette di sostenere il potere in carica…
Per molto tempo, il capo del JNIM ha guardato verso Kabul, ispirandosi al modello talebano fatto di pazienza strategica e logoramento. L’idea del modello siriano è germogliata nella sua mente e in quella dei suoi sostenitori dopo l’ascesa al potere a Damasco di Ahmed al-Sharaa, alias Abu Mohammad al-Julani.
Il percorso del nuovo padrone di Damasco è, a tal proposito, clamoroso. Ex combattente dello Stato Islamico in Iraq e vicino a Abu Bakr al-Baghdadi, viene poi inviato in Siria, dove fonda il Fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qaeda, prima di sbarazzarsi dell’ingombrante vicinanza di un’organizzazione terroristica. Divenuto capo di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), si impone come l’uomo forte della Siria nord-occidentale prima di lanciare, con il sostegno della Turchia, l’offensiva lampo che ha precipitato la caduta di Damasco.
In pochi giorni, colui sulla cui testa Washington aveva posto una taglia da 10 milioni di dollari cambia immagine: nuova pettinatura, barba accorciata, abito elegante… Nel maggio 2025 sale i gradini dell’Eliseo. Nel novembre dello stesso anno riceve gli onori della Casa Bianca. Donald Trump dichiara in quell’occasione: “L’uomo che guida la Siria era a capo di organizzazioni formidabili. È un uomo piuttosto duro”. Poi ha proseguito con dei complimenti: “Mi piace, vado d’accordo con lui, è un leader carismatico”. Questa normalizzazione di un ex capo di un’organizzazione terroristica, che ha fatto tremare i siriani per oltre un decennio, ha legittimamente di che suscitare invidie.
Il capo del JNIM, a sua volta designato come nemico pubblico numero uno da Emmanuel Macron durante il vertice del G5 Sahel a N’Djamena nell’aprile 2021, ha scommesso su un’evoluzione simile: un crollo militare, la caduta di Bamako, seguita da un riposizionamento degli attori internazionali.
La Siria, un modello?
Che Iyad Ag Ghaly si ispiri a questo scenario per interessi ben precisi e per uscire da una logica puramente militare, è comprensibile. Al contrario, il fatto che il portavoce del FLA, Mohamed Ould Ramadan, giri per i canali televisivi affermando che “l’esperienza siriana è fonte di ispirazione” rientra o nel cinismo assoluto o in una profonda ignoranza delle realtà siriane. In cosa questa esperienza sarebbe fonte di ispirazione? Dall’arrivo al potere di Ahmed al-Sharaa, numerose atrocità sono state documentate da ONG e organizzazioni internazionali. Massacri di civili alawiti nelle regioni costiere, violenze contro i drusi a Suwayda, attacchi contro le comunità cristiane: tutt’altro che un processo stabilizzatore, la transizione siriana è accompagnata da forti tensioni intercomunitarie e violenze persistenti. Prendere questo Paese a modello, proprio mentre il Mali è confrontato a tensioni simili, è a dir poco azzardato. Tanto più che la Siria resta profondamente fratturata, stretta in una morsa tra la Turchia e Israele. Dietro l’immagine di un potere normalizzato, la frammentazione del territorio e le tensioni persistono. Inoltre, il potere di Al-Sharaa è tutt’altro che stabilizzato.
Oltre a ciò, il contesto maliano è molto diverso. Se Mosca si ritirasse a questo punto del conflitto, rischierebbe di indebolire gran parte dei suoi partenariati africani. Da dieci anni la Russia investe molto sul continente, che ha eletto a pilastro della sua politica estera. Abbandonare il Mali in piena guerra significherebbe intaccare la propria credibilità presso tutti i suoi alleati, in particolare all’interno dell’Alleanza degli Stati del Sahel.
Il messaggio del Cremlino è stato d’altronde inequivocabile. Tre giorni dopo i primi scontri, il presidente Assimi Goïta ha incontrato l’ambasciatore Igor Gromyko, accompagnato da ufficiali dell’Africa Corps, riaffermando la solidità del partenariato russo-maliano. Il 30 aprile, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato que la Russia “proseguirà la lotta contro l’estremismo e continuerà a dare il proprio sostegno alle autorità maliane”. In altre parole, laddove alcuni speravano in un’autoneutralizzazione russa, Mosca ha risposto chiaramente: “niet”.
Un blocco militare, un vicolo cieco politico
Tuttavia, sul terreno la situazione resta estremamente fluida; la nebbia della guerra è fitta, accompagnata dalla propaganda di ogni fazione. Le forze armate maliane (FAMA) e l’Africa Corps hanno mantenuto il controllo di Bamako, di Kati e delle zone del centro e del sud del Paese. Ma nel Nord, Kidal e Tessalit sono passate sotto il controllo del FLA, mentre il JNIM continua a fare pressione sulla capitale, che sta cercando di assediare. In risposta, i raid aerei proseguono e le pattuglie congiunte maliano-russe tentano di arginare l’avanzata dei gruppi armati.
Nondimeno, lo “scenario siriano” non si è concretizzato. Né nel crollo rapido del potere a Bamako, che era il primo obiettivo dell’offensiva del 25 aprile, né in un ritiro russo.
Questo non significa affatto che la situazione sia sotto controllo. Tutti gli scenari restano aperti: insabbiamento, frammentazione progressiva del territorio o riconfigurazione del dispositivo attorno ai centri di potere. Con effettivi limitati, circa 2.000 uomini dell’Africa Corps, e la perdita di territori chiave come Tessalit, la capacità di controllare stabilmente il Nord appare compromessa.
La Russia deve ora fare i conti con una situazione complessa. Si ritrova intrappolata in una morsa: è impegnata in un conflitto in cui garantisce la sopravvivenza del potere di Bamako, senza però avere in mano le decisioni politiche che, da sole, potrebbero determinare l’esito del conflitto. Una configurazione del tutto simile a quella che Mosca ha già vissuto in Siria!