20 Ottobre 2026
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Più di 5 milioni di persone nel 2025 sono in povertà assoluta, si stima che le famiglie in questa condizione siano oltre 2,1 milioni

di Dario Tagliamacco

Più di 5 milioni di persone nel 2025 sono in povertà assoluta, si stima che le famiglie in questa condizione siano oltre 2,1 milioni

Secondo i dati diffusi dall’Istituto di Statistica Nazionale ISTAT, 2,1 milioni di famiglie vivono in una condizione di povertà assoluta, pari a 5,4 milioni di persone, a queste bisogna aggiungere 8,7 milioni di persone che vivono in condizione di povertà relativa, parametro statistico che misura le difficoltà economiche di individui o famiglie in rapporto al livello medio di vita della comunità o del Paese.

Come sottolinea l’istituto, i dati sono abbastanza simili a quelli del 2024, la povertà assoluta tra le famiglie è all’8% e al 9,3% tra le persone. La povertà relativa tra le famiglie si attesta al 10,8% e tra le persone al 14,8%. L’incidenza maggiore si presenta nella parte meridionale dell’Italia, seguita da quella settentrionale, mentre il Centro mostra i valori più bassi. I comuni più piccoli fino a 50000 abitanti si caratterizzano per una povertà assoluta minore rispetto ai comuni più grandi.

Le famiglie con più componenti subiscono un’incidenza maggiore di povertà assoluta, infatti 1 coppia su 6 con 3 o più figli è in povertà assoluta. Tra le famiglie con un solo genitore più di 1 su 10 vive in povertà assoluta. L’età della persona di riferimento all’interno della famiglia conferma la sua rilevanza nell’incidenza della povertà assoluta, infatti minore è l’età maggiore è l’incidenza.

Anche la nazionalità gioca un ruolo molto importante, come annota l’ISTAT, l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, mentre sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri.

Anche il titolo di studio delle persone incide sulla condizione di povertà, maggiore è il titolo minore è l’incidenza. Come scrive l’ISTAT nel suo rapporto: “Se la persona di riferimento ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore, l’incidenza è pari al 4,4%; è oltre due volte più elevata (11,9%) se ha al massimo la licenza di scuola media e aumenta ulteriormente, salendo al 12,3%, per le famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza di scuola elementare”.

Un altro fattore di incidenza della povertà è la tipologia di lavoro, è all’8,5% nel caso la persona di riferimento sia lavoratore dipendente, arrivando al 14,3% se la persona di riferimento è inquadrata come operaio e assimilato. L’incidenza della povertà si attesta su valori più elevati per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione, 20,7%, mentre tra le famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro risulta contenuta e pari al 5,2%.

I minori in povertà assoluta nel 2025 sono più di 1 milione 136 mila, pari al 12% dei residenti in Italia, le percentuali maggiori sono nel Mezzogiorno rispetto alle altre parti della nazione. Il legame tra cittadinanza e condizione socio-economica è evidente anche tra le famiglie con minori. Tra quelle composte solamente da italiani l’incidenza si attesta al 7,8% e diventa quattro volte più elevata, cioè al 31,4%, se composte unicamente da stranieri, si ferma al 27,8% nel caso della famiglia con minori in cui sia presente almeno un componente straniero.

I dati pubblicati dall’ISTAT fotografano una situazione definita allarmante da sindacati, esperti e osservatori sociali perché, pur registrando una sostanziale stabilità con il 2024 nei numeri complessivi, certificano il persistere di un livello di indigenza di massa cronicizzato e su numeri molto alti.

L’allarme non nasce da un’esplosione improvvisa dei numeri rispetto all’anno precedente, ma dalla cristallizzazione ormai di un bacino enorme di povertà strutturale che colpisce chi lavora, le famiglie con figli e i soggetti più fragili, evidenziando l’inefficacia delle misure fin qui adottate dalla politica per invertire la rotta in modo radicale.

Il vero fattore allarmante non risiede soltanto nei numeri in sé, ma nella normalizzazione della povertà lavorativa. Il fatto che avere un impiego non metta più al riparo dall’indigenza è il sintomo di una frattura profonda nel patto sociale ed economico del Paese. Finora le politiche pubbliche si sono spesso concentrate su interventi tampone, bonus temporanei o misure assistenziali di breve respiro, che non riescono a intaccare le cause radicate del problema. Per invertire questa tendenza servirebbero riforme strutturali, quali politiche salariali incisive capaci di contrastare il dumping contrattuale e adeguare i salari reali al reale costo della vita, rafforzamento dei servizi pubblici essenziali (sanità, istruzione, asili nido a tempo pieno e trasporti), che per le famiglie a basso reddito rappresentano spesso costi insostenibili o lacune invalicabili, misure universali di sostegno alla genitorialità, indispensabili per restituire ai giovani e alle famiglie con figli la prospettiva di un futuro non segnato dalla rinuncia. Senza una visione strategica di lungo periodo che metta al centro la dignità del lavoro e la mobilità sociale, l’Italia rischia di consolidare una società permanentemente spaccata, dove la povertà diventa una condizione ereditaria e immutabile.

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