16 Giugno 2026
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Nel giro di pochi giorni, a maggio 2026, Pechino ha ospitato i due leader più potenti e più temuti del mondo. Prima Donald Trump, poi Vladimir Putin. Due visite di Stato, due cerimoniali quasi speculari, due relazioni profondamente diverse. Ma c'è un denominatore comune: la Cina di Xi Jinping si è ritrovata al centro di tutto, e lo sa benissimo. Come ha osservato il consigliere governativo Zheng Yongnian, la sequenza delle visite ha posizionato Pechino "al centro delle relazioni trilaterali con Russia e Stati Uniti". Non è un caso. È il risultato di anni di costruzione paziente di un ruolo che oggi nessun altro può reclamare: quello dell'interlocutore indispensabile.

di Veronica Vuotto

Nel giro di pochi giorni, a maggio 2026, Pechino ha ospitato i due leader più potenti e più temuti del mondo. Prima Donald Trump, poi Vladimir Putin. Due visite di Stato, due cerimoniali quasi speculari, due relazioni profondamente diverse. Ma c’è un denominatore comune: la Cina di Xi Jinping si è ritrovata al centro di tutto, e lo sa benissimo. Come ha osservato il consigliere governativo Zheng Yongnian, la sequenza delle visite ha posizionato Pechino “al centro delle relazioni trilaterali con Russia e Stati Uniti“. Non è un caso. È il risultato di anni di costruzione paziente di un ruolo che oggi nessun altro può reclamare: quello dell’interlocutore indispensabile.

Il summit: cifre e sostanza

Vladimir Putin è atterrato a Pechino il 19 maggio per una visita di Stato di due giorni. Era la sua venticinquesima visita in Cina (un numero che dice molto sulla frequenza e sulla natura del rapporto tra i due paesi). L’agenda è stata fitta: cerimonia di benvenuto in piazza Tiananmen, banchetto di Stato, conferenza stampa congiunta, un tête-à-tête davanti a una tazza di tè, e la visita a una mostra sulla storia dell’amicizia sino-russa.

Sul piano dei risultati concreti, i numeri sono impressionanti: i due leader hanno firmato 42 documenti che coprono economia, energia, trasporti e cooperazione internazionale. Tra questi, una nuova dichiarazione congiunta sul rafforzamento della “coordinazione strategica globale” e un’altra sulla promozione di un mondo multipolare. Il trattato di Buon Vicinato e Cooperazione Amichevole (中俄睦邻友好合作条约), che rappresenta la base giuridica del rapporto bilaterale, è stato esteso. Xi ha definito Cina e Russia “una costante fondamentale nel mezzo dei cambiamenti profondi del secolo” (成为世界百年变局中的关键恒量).

Eppure, tra le righe di questo imponente edificio diplomatico, si nasconde una crepa significativa.

Il gasdotto che non c’è: la crepa nella partnership

Il grande assente del vertice è stato il contratto sul gasdotto Power of Siberia 2. Un’infrastruttura che la Russia insegue con urgenza crescente, e che la Cina continua a tenere in sospeso con una calma che sa di tattica.

Il progetto prevede di trasportare gas dalla Siberia occidentale verso la Cina attraverso la Mongolia. Per Mosca è quasi una questione di sopravvivenza economica: dopo che le sanzioni occidentali hanno tagliato l’accesso ai mercati europei (tradizionalmente la principale fonte di entrate energetiche russe) la Cina è rimasta praticamente l’unico mercato abbastanza grande da fare la differenza. Il gasdotto non è quindi una semplice infrastruttura: è una linea di credito geopolitica.

Ma Pechino non ha fretta. E le ragioni sono multiple. Sul tracciato, le due parti non concordano: la Russia preferirebbe una rotta attraverso la Mongolia (la cosiddetta “linea orientale”, 东线), che rafforzerebbe la propria influenza regionale; la Cina, invece, punta al collegamento diretto attraverso lo Xinjiang (la “linea occidentale”, 西线), meno costoso e privo di paesi di transito. La Mongolia, dal canto suo, spinge per massimizzare la propria rendita di posizione come hub energetico regionale.

C’è poi il nodo commerciale: la disputa sul meccanismo take-or-pay, che obbligherebbe Pechino a pagare una quantità minima di gas indipendentemente dal consumo effettivo. La Russia vuole garanzie di domanda stabile; la Cina vuole flessibilità. Sono posizioni difficili da conciliare, e la mancanza di fretta cinese è, in questo senso, una forma di pressione.

Il “supplice” e il “sovrano”

L’economista Alicia García Herrero, in un’analisi pubblicata subito dopo il vertice, ha usato una metafora efficace: Putin è il “supplice”, Xi è il “sovrano”. La formula è provocatoria, ma cattura qualcosa di reale.

Il precedente di Power of Siberia 1 (il gasdotto orientale entrato in funzione nel 2019) dovrebbe essere istruttivo. Le condizioni strappate dalla Cina erano così favorevoli a Pechino che analisti di tutto il mondo faticavano a identificare guadagni concreti per Mosca, al di là del fatto di avere un cliente. I prezzi erano fissati ben al di sotto dei valori di mercato. La Russia, ansiosa di diversificare i propri sbocchi energetici anche prima che la guerra rendesse quella diversificazione esistenziale, non aveva quasi nessuna leva negoziale.

La stessa dinamica si ripropone oggi, in forma ancora più acuta. La Cina non ha un bisogno disperato del gas russo: ha bisogno di energia a basso costo. Sono cose diverse. Pechino ha trascorso anni a diversificare il proprio portafoglio energetico (GNL dal Qatar e dall’Australia, rinnovabili su scala che continua a sorprendere, nucleare in rapida espansione). Un gasdotto dalla Russia è interessante solo se il prezzo lo rende competitivo rispetto a queste alternative.

E la posizione di Xi si è rafforzata ulteriormente dopo la visita di Trump. I potenziali accordi con Washington, incluse eventuali forniture di GNL americano alla Cina, offrono a Pechino un’ulteriore fonte di energia che può agitare davanti a Putin come ancora per i prezzi. Xi siede a ogni negoziato con Mosca tenendo più carte in mano rispetto alla volta precedente.

La dimensione geopolitica: multipolarismo e Taiwan

Se sul fronte economico le distanze rimangono, su quello geopolitico la convergenza tra Pechino e Mosca appare invece solida. La dichiarazione congiunta richiama esplicitamente la promozione di un “mondo multipolare e un nuovo tipo di relazioni internazionali“: il linguaggio classico con cui entrambi i paesi descrivono la propria visione di un ordine internazionale non più dominato dall’Occidente e dagli Stati Uniti.

Su Taiwan, la Russia ha riaffermato la propria opposizione a qualsiasi forma di indipendenza dell’isola e il sostegno agli sforzi cinesi per la “riunificazione nazionale” (国家统一). È un sostegno che ha un valore politico preciso: in un momento in cui Pechino guarda con attenzione ai movimenti di Taipei e alle posizioni dell’amministrazione Trump, avere la Russia esplicitamente dalla propria parte (anche solo sul piano retorico) rafforza la posizione negoziale cinese.

Il premier Li Qiang, incontrando Putin, ha definito il legame tra i due paesi “una solida base che consente ai due stati di resistere congiuntamente a diverse minacce”, a cominciare dalle pressioni e dalle sanzioni americane. È una formula che dice con chiarezza qual è il collante strutturale della relazione: la pressione comune di Washington.

L’Artico: la posta più silenziosa

Sullo sfondo del vertice si muove una questione che raramente occupa il centro del dibattito, ma che potrebbe rivelarsi la più significativa nel lungo periodo: l’Artico.

La Russia ha sempre custodito con gelosia la propria sovranità artica. La Rotta del Mare del Nord, che Mosca tratta come una via d’acqua nazionale, è stata tenuta fermamente sotto controllo russo. I progetti di estrazione energetica nella penisola di Yamal e nelle aree adiacenti sono stati strutturati per limitare le partecipazioni straniere, anche cinesi, anche quando le sanzioni hanno allontanato i partner occidentali lasciando gli operatori russi a corto di capitali e tecnologie.

Ma l’aritmetica potrebbe diventare insostenibile per Mosca. La Cina sta già finanziando infrastrutture artiche, fornendo attrezzature che le imprese russe sanzionate non possono ottenere altrove, inserendosi nelle reti logistiche lungo la Rotta del Mare del Nord. La domanda non è tanto se la Cina diventerà una potenza artica attraverso il rapporto con la Russia, ma quanto velocemente e a quali condizioni.

Non è un caso, in questo quadro, che Donald Trump si sia mostrato così esplicito riguardo alla Groenlandia. Un’isola sotto controllo o allineamento americano rappresenterebbe un contrappeso strategico all’asse sino-russo nell’Artico, una presenza dall’altro lato della regione polare. Il collegamento viene raramente esplicitato, ma la logica è piuttosto evidente.

Due visite, due relazioni

Per capire il senso profondo del vertice russo-cinese, conviene metterlo in parallelo con la visita di Trump, avvenuta pochi giorni prima.

Le differenze sono fondamentali. In aeroporto, Putin è stato accolto dal ministro degli Esteri Wang Yi; Trump dal vicepresidente Han Zheng, figura burocraticamente superiore. Il segnale non va interpretato come un giudizio sull’importanza di Putin, ma come riflessione sulla frequenza delle visite: è la venticinquesima per il presidente russo, una relazione consolidata e routinaria; per Trump era solo la seconda volta in Cina in quasi un decennio, un evento più raro e quindi degno di maggiore enfasi simbolica nell’accoglienza.

Le delegazioni dicono altrettanto. Quella americana era composta da diplomatici ma soprattutto da dirigenti delle grandi multinazionali (da Elon Musk a Tim Cook, con rappresentanti di Boeing, Goldman Sachs, Mastercard). Aziende con enormi interessi in Cina, presenti non per simbolismo ma per trattare l’accesso al mercato, l’allentamento delle restrizioni tecnologiche, la stabilità commerciale. La delegazione russa era invece più statale e centralizzata, con funzionari governativi e dirigenti di colossi energetici pubblici come Gazprom.

Anche il formato degli accordi differisce radicalmente. Con la Russia, ci sono stati 42 documenti firmati, dichiarazioni congiunte, il trattato rinnovato (la grammatica di una partnership strutturale, consolidata nel tempo, che si esprime in impegni formali). Con gli Stati Uniti, invece, nessuna dichiarazione congiunta, nessuna firma pubblica di accordi. Qualche risultato economico, come l’impegno cinese ad acquistare 200 aerei Boeing e alcune aperture sui prodotti agricoli, ma in un contesto di relazione più fragile e competitiva.

Nei confronti degli Stati Uniti, Xi ha adottato un approccio di “stabilizzazione”: gestire le divergenze attraverso strumenti diplomatici e simbolici, senza rinunciare alle proprie posizioni. Con la Russia ha invece riaffermato un partenariato strategico strutturale, meno spettacolare, più sostanziale.

Cosa significa per il resto del mondo

La settimana di diplomazia che ha visto sfilare a Pechino prima Trump poi Putin non è solo una questione bilaterale. È uno specchio del momento che il mondo sta attraversando.

Per l’Europa, le implicazioni sono layered, come si dice in inglese quando non c’è una parola sola a coprire la complessità. Una Cina che tiene in mano il destino economico della Russia ha, indirettamente, un’influenza sulla pressione che Mosca sceglie di esercitare (o di non esercitare) sui suoi vicini europei. Più Pechino tiene il filo che lega Putin, più la sicurezza europea diventa, sia pure in modo distante, una funzione dei calcoli strategici cinesi.

Per gli Stati Uniti, la settimana di Pechino ha mostrato qualcosa di scomodo: il proprio principale rivale geopolitico che stringe accordi con il proprio nemico dichiarato, mantenendo al tempo stesso un dialogo aperto con Washington. È la definizione di autonomia strategica: la capacità di muoversi tra i poli senza essere trascinati dai conflitti degli altri.

Per la Russia, il quadro è più ambivalente. Il vertice ha confermato che il rapporto con la Cina è oggi il principale ammortizzatore contro le pressioni occidentali. Ma ha anche confermato che questo rapporto è sempre più asimmetrico: Mosca arriva a Pechino con bisogni urgenti; Pechino risponde con generosità misurata e tempi lunghi.

Il summit è sembrato un incontro tra pari. Non lo era.

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