11 Agosto 2026

XUAR

di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE Il 13 gennaio, Pechino ha ospitato la 67ma Conferenza sulle questioni relative allo Xinjiang, organizzata dalle autorità della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Questo ciclo di conferenze si è reso necessario per rispondere alle falsità propagandate da alcuni mass media e governi occidentali, in particolare negli Stati Uniti, che in questo modo tentano di denigrare tanto il governo regionale quanto quello centrale della Repubblica Popolare Cinese. L’evento, come da tradizione, è stato aperto da Xu Guixiang, portavoce del governo della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Nella sua presentazione, Xu ha fatto riferimento ad una legge approvata lo scorso 23 dicembre negli USA, denominata Uygur Forced Labor Prevention Act. Questa legge rappresenta un precedente molto pericoloso e viola ogni principio del diritto internazionale, in quanto si tratta di una legge riguardante la politica interna di un Paese terzo. Secondo Xu, la legge “ignora i fatti, diffama le condizioni dei diritti umani nello Xinjiang” e soprattutto è volta a “rovinare lo sviluppo” della regione, attraverso le sanzioni imposte alle imprese locali. Ancora, la legge “interferisce bruscamente negli affari interni della Cina elaborando schemi per contenere lo sviluppo della Cina attraverso questioni legate allo Xinjiang. Incontra una forte condanna da parte del popolo cinese e di coloro nella comunità internazionale che cercano di difendere la giustizia”. “Gli Stati Uniti mirano a creare “disoccupazione forzata” e “povertà forzata”, violare i diritti umani di tutti i gruppi etnici compresi gli uiguri e minare la buona situazione di stabilità e armonia sociale, pace e contentezza del suo popolo nello Xinjiang piuttosto che salvaguardare i benefici di cui godono gli uiguri”, ha proseguito il portavoce. “L’accusa che ci sia il cosiddetto “lavoro forzato” nello Xinjiang è semplicemente una pseudo-affermazione. Lo Xinjiang sostiene una filosofia incentrata sulle persone, tiene alta la bandiera dello stato di diritto socialista, si attiene rigorosamente alla Costituzione cinese, alle leggi e ai regolamenti e implementa attivamente gli standard internazionali del lavoro per garantire pienamente i diritti del lavoro delle persone di tutti i gruppi etnici”, ha aggiunto. Questa volta, la conferenza ha visto la partecipazione anche di illustri ospiti provenienti da altri Paesi, che hanno potuto portare la propria testimonianza. Il primo a prendere la parola è stato Ali el-Hefny, ex viceministro degli Esteri dell’Egitto ed ex ambasciatore dell’Egitto in Cina, intervenuto in collegamento video. El-Hefny è anche noto nell’ambiente accademico egiziano come uno dei massimi esperti sulla Cina. “Nessun altro Paese ha affrontato tante sfide e difficoltà come la Cina. Con un quinto della popolazione mondiale, la Cina possiede un vasto territorio e confina con 10 Paesi diversi fra loro”, ha esordito il diplomatico nordafricano. “Dobbiamo riconoscere che dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, diverse generazioni dei suoi leader hanno ottenuto grandi risultati che la maggior parte dei Paesi del mondo non ha ottenuto, il che è un miracolo”. “Il Partito Comunista Cinese è stato molto preoccupato per le situazioni delle aree di confine occidentali della Cina, in particolare dello Xinjiang, perché infiltrato da alcune organizzazioni straniere e da alcuni...
di Stefano Vernole La povertà estrema è stata sradicata, nonostante nell’era contemporanea fattori storici e naturali abbiano portato lo Xinjiang a essere a lungo sottosviluppato, con una grande fetta di popolazione economicamente disagiata. Le misure adottate dal Governo centrale, in collaborazione con le Autorità locali, si sono dimostrate efficaci e hanno ottenuto i risultati sperati. Dal 1955 al 2020, il PIL dello Xinjiang è salito da 1,2 miliardi di RMB a 1,4 trilioni di RMB e il suo PIL pro capite è passato da 241 RMB a 53.593 RMB, un notevole aumento rispettivamente di circa 160 e 30 volte. Dal 1978 al 2020, il reddito disponibile pro capite dei residenti urbani è passato da 319 RMB a 34.838 RMB e quello dei residenti rurali da 119 RMB a 14.056 RMB, entrambi con una crescita di oltre 100 volte1. Le prefetture di Hotan, Kashgar e Aksu e la prefettura autonoma di Kizilsu Kirgiz nel sud dello Xinjiang soffrivano di condizioni ambientali difficili, di basi economiche deboli e di opportunità di lavoro seriamente inadeguate. Classificate dallo Stato come aree gravemente povere, hanno ricevuto supporto dal Governo centrale e dai partner della regione nel programma nazionale di assistenza; lo Xinjiang ha quindi adottato misure di riduzione della povertà, come lo sviluppo di imprese, la creazione di opportunità di lavoro, il miglioramento dell’istruzione e della sanità, la ristrutturazione di case rurali fatiscenti e il trasferimento dei poveri da zone inospitali. Alla fine del 2020, più di 2,7 milioni di residenti rurali dello Xinjiang che vivevano al di sotto dell’attuale soglia di povertà sono usciti dall’indigenza e 3.666 villaggi e 32 contee non vengono più classificati come poveri; questi cittadini hanno conosciuto una rapida crescita sia dei redditi che della spesa per i consumi. Il loro reddito disponibile pro capite era di 13.052 RMB nel 2020, un aumento medio annuo del 10,8 per cento dal 2012; la loro spesa per consumo pro capite è stata di 9.007 RMB nel 2020, un aumento medio annuo del 9% dal 2013. I diritti alla sussistenza e allo sviluppo della popolazione povera sono stati perciò garantiti. Nel corso del XIII Piano quinquennale (2016-2020) sono stati completati complessivamente 1,2 milioni di abitazioni rurali per famiglie a basso reddito ed è iniziata la costruzione di 1,3 milioni di unità abitative urbane a prezzi accessibili, a beneficio di milioni di persone. Tutti i villaggi hanno accesso a strade asfaltate e cementate, servizi di autobus, alimentazione trifase e servizi a banda larga. Le superstrade e le ferrovie ad alta velocità sono state costruite da zero e le prime coprono tutte le prefetture e le città. Sono stati completati e aperti 22 aeroporti civili, il numero più alto tra tutte le unità amministrative di livello provinciale in Cina. I veicoli moderni e gli strumenti di comunicazione sono diventati comuni nelle famiglie sia urbane che rurali, aumentando gli sforzi per garantire la fornitura di servizi di consegna espressa in ogni villaggio. Il governo locale ha intensificato gli sforzi nella formazione professionale. Per aumentare l’occupabilità...
di Andrea Turi Il concetto di diritti umani riguarda l’ordine del mondo, è una proposta per strutturarlo ed esprime una particolare concezione relazionale sia tra lo Stato e l’individuo che, in una prospettiva più allargata, tra gli Stati: “come le grandi potenze precedenti, noi, gli Stati Uniti, possiamo identificare il presunto dovere dei ricchi e dei potenti di aiutare gli altri con le nostre convinzioni su come un mondo migliore dovrebbe essere. L’Inghilterra ha affermato di portare il fardello dell’uomo bianco, la Francia parlava della sua missione moralizzatrice. Con spirito simile, noi diciamo che agiamo per fare e mantenere l’ordine mondiale. Per i Paesi al vertice, questo è un comportamento prevedibile”1. Nel 1986, gli studiosi Edward, Henkin e Nathan pubblicarono un lavoro dal titolo Human Rights in Contemporary China nel quale sentenziarono che “i diritti umani sono l’idea del nostro tempo, l’idea politica più magnetica della contemporaneità”per dirla, invece, con Brzezinski. Da quei giorni, si è registrato un rafforzamento delle forze egemoniche della globalizzazione e la teoria e la pratica dei diritti umani hanno cominciato ad acquisire sempre maggiore rilevanza nei risvolti più o meno palesi della politica internazionale, soprattutto quando si fa riferimento ai concetti di intervento e interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano; atti, questi, perpetrati quasi esclusivamente da un Occidente sempre più alle dipendenze degli interessi di Washington, che nel corso degli anni non si è fatta scrupoli nell’utilizzare la politica e la retorica – ma anche la pratica – dei diritti umani per alimentare la propria ambizione al dominio globale e consolidare le basi del proprio imperialismo. Non è in discussione il fatto che gli Stati Uniti utilizzino i diritti umani come mezzo di politica estera, pressione internazionale e leva di promozione di interessi, propri e di quelli delle forze del Capitalismo che rappresenta. Le politiche sui diritti umani furono adottare per la prima volta nel 1977 dal Presidente democratico Jimmy Carter; egli vi vedeva un tema che avrebbe permesso al Paese di restaurare il senso nazionale della missione che gli Stati Uniti si sentivano assegnati da un Destino manifesto e che gli spettri della guerra in Vietnam e gli scandali interni legati al Watergate rischiavano di interrompere. Lo scrittore cinese Gu Yan vide nell’utilizzo presidenziale dei diritti umani un mezzo atto a compensare la carenza nella forza militare – dovuta alla debacle vietnamita – con la forza morale. I diritti umani divennero, così, un cardine dell’azione estera statunitense. Nel 1982, in un discorso tenuto davanti al Parlamento inglese, Ronald Reagan vestì la sua retorica anticomunista con abiti umanitari (o viceversa) e lanciò “una campagna per la libertà”che avrebbe lasciato “il marxismo-leninismo su un mucchio di cenere della Storia così come ha lasciato altre tirannie che soffocano la libertà e mettono la museruola all’auto-espressione del popolo”2. Joe Biden, ultimo degli eletti alla Casa Bianca, ha rilanciato tramite il Segretario di Stato Antony Blinken l’idea che i diritti umani saranno una delle pietre angolari della politica estera statunitense del prossimo quadriennio: “dobbiamo partire con...
di Stefano Vernole Nel XXI secolo sempre più geopoliticamente multipolare, le tradizionali vie di comunicazione tornano in auge a fianco di nuove rotte e destinazioni. Nel 138 A.C. l’Imperatore Wudi della dinastia Han inviò il generale e diplomatico Zhang Qian nel bacino del fiume Tarim, cuore dell’odierno Xinjiang, da cui poi raggiunse il Lago Balqash, nell’odierno Kazakhstan, la Valle del Fergana e la Battriana. Le conquiste della dinastia Han aprirono così la rotta della Via della Seta verso Ovest, negli stessi luoghi dove due secoli prima si era inoltrato, partendo dalla Macedonia, Alessandro Magno1. La catena dei Monti Tien Shan, il cui nome deriva dal cinese tian shan– letteralmente ‘montagne celesti’ – è una sequenza di vette e valli che segna il confine tra la Cina e l’Asia Centrale, attraversando Kazakhistan e Uzbekistan. La catena curva verso sud-ovest lungo il Kirghizistan, dove si incontra con il Pamir e l’Himalaya, e sale fino a raggiungere il punto più alto del pianeta. L’Antica Via della Seta attraversava le montagne Tien Shan nello Xinjiang e verso ovest in direzione del Mediterraneo. La capitale della regione, Urumqi, è situata alla base del settore centrale dei Monti Tien Shan, così come al margine meridionale del bacino del Junggar, che è un’oasi di pianura nel deserto e anche la città dell’entroterra più lontana dagli oceani del mondo. La Silk Road diviene oggi, ancora una volta, l’asse privilegiato per collegare la Cina al Mediterraneo e all’Europa; a livello marittimo si esplicita nella “Collana di Perle” e nel tracciato asiatico del Rimland. Negli anni Trenta del secolo scoso, Nicholas John Spykman riconobbe in tale “regione di frontiera” il perimetro difensivo dell’Hertland, il “centro del mondo” che Sir Halford Mackinder ad inizio Novecento aveva individuato nelle terre su cui si estendeva l’Impero zarista. Lungo tale linea di faglia che comprendeva la Russia europea, la Siberia e le immense steppe dell’Asia centrale, le potenze talassocratiche avevano posto il loro assedio al domino di Mosca (si trovasse sotto gli Zar o in epoca sovietica non faceva alcuna differenza). Ma proprio lungo un percorso così delicato, si era sviluppata la Via della Seta, luogo di transito, di merci, culture e idee che avrebbero condizionato i due estremi della rotta con suggestioni, sincretismi e confronti2. Un politologo statunitense contemporaneo molto influente, Zbigniew Brzezinski, nel 1998 delineò il concetto di “Balcani Eurasiatici”, un’area molto vasta che coinvolge l’Asia Centrale e il Medio Oriente sino a lambire alcuni territori dell’Europa Orientale, dell’Africa Orientale e dell’Asia Meridionale, all’interno della quale si concentrano la più vasta riserva di materie prime del pianeta ma anche i più i grandi conflitti interetnici ed interreligiosi. I “Balcani Eurasiatici” inglobano naturalmente il cuore dell’Antica Via della Seta, in particolare i reticolati terrestri che la definiscono. Come sottolineato anche da Samuel Huntington: “La polveriera non è il Medio Oriente. Il Medio Oriente è la seconda parte della miccia. La polveriera si trova in un punto imprecisato della cosiddetta area turanica (Iran, Afghanistan, Tagikistan, Azerbaigian, Uzbekistan, Pakistan), che da secoli rappresenta il...