di Andrea Turi Il concetto di diritti umani riguarda l’ordine del mondo, è una proposta per strutturarlo ed esprime una particolare concezione relazionale sia tra lo Stato e l’individuo che, in una prospettiva più allargata, tra gli Stati: “come le grandi potenze precedenti, noi, gli Stati Uniti, possiamo identificare il presunto dovere dei ricchi e dei potenti di aiutare gli altri con le nostre convinzioni su come un mondo migliore dovrebbe essere. L’Inghilterra ha affermato di portare il fardello dell’uomo bianco, la Francia parlava della sua missione moralizzatrice. Con spirito simile, noi diciamo che agiamo per fare e mantenere l’ordine mondiale. Per i Paesi al vertice, questo è un comportamento prevedibile”1. Nel 1986, gli studiosi Edward, Henkin e Nathan pubblicarono un lavoro dal titolo Human Rights in Contemporary China nel quale sentenziarono che “i diritti umani sono l’idea del nostro tempo, l’idea politica più magnetica della contemporaneità”per dirla, invece, con Brzezinski. Da quei giorni, si è registrato un rafforzamento delle forze egemoniche della globalizzazione e la teoria e la pratica dei diritti umani hanno cominciato ad acquisire sempre maggiore rilevanza nei risvolti più o meno palesi della politica internazionale, soprattutto quando si fa riferimento ai concetti di intervento e interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano; atti, questi, perpetrati quasi esclusivamente da un Occidente sempre più alle dipendenze degli interessi di Washington, che nel corso degli anni non si è fatta scrupoli nell’utilizzare la politica e la retorica – ma anche la pratica – dei diritti umani per alimentare la propria ambizione al dominio globale e consolidare le basi del proprio imperialismo. Non è in discussione il fatto che gli Stati Uniti utilizzino i diritti umani come mezzo di politica estera, pressione internazionale e leva di promozione di interessi, propri e di quelli delle forze del Capitalismo che rappresenta. Le politiche sui diritti umani furono adottare per la prima volta nel 1977 dal Presidente democratico Jimmy Carter; egli vi vedeva un tema che avrebbe permesso al Paese di restaurare il senso nazionale della missione che gli Stati Uniti si sentivano assegnati da un Destino manifesto e che gli spettri della guerra in Vietnam e gli scandali interni legati al Watergate rischiavano di interrompere. Lo scrittore cinese Gu Yan vide nell’utilizzo presidenziale dei diritti umani un mezzo atto a compensare la carenza nella forza militare – dovuta alla debacle vietnamita – con la forza morale. I diritti umani divennero, così, un cardine dell’azione estera statunitense. Nel 1982, in un discorso tenuto davanti al Parlamento inglese, Ronald Reagan vestì la sua retorica anticomunista con abiti umanitari (o viceversa) e lanciò “una campagna per la libertà”che avrebbe lasciato “il marxismo-leninismo su un mucchio di cenere della Storia così come ha lasciato altre tirannie che soffocano la libertà e mettono la museruola all’auto-espressione del popolo”2. Joe Biden, ultimo degli eletti alla Casa Bianca, ha rilanciato tramite il Segretario di Stato Antony Blinken l’idea che i diritti umani saranno una delle pietre angolari della politica estera statunitense del prossimo quadriennio: “dobbiamo partire con...
uiguri
Maxime Vivas è un giornalista e scrittore francese che a fine 2020 ha dato alle stampe il libro Ouïghours, pour en finir avec les fake news, un volume in francese dedicato alla questione dello Xinjiang, una voce fuori dal coro che si batte contro il racconto reso dai media mainstream occidentali sugli eventi che interessano questa regione autonoma della Repubblica Popolare Cinese. Salve signor Vivas, buongiorno e grazie per la sua disponibilità. Entriamo subito in argomento: i media occidentali parlano sempre dello Xinjiang. Per Washington e i suoi alleati questa regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese non è altro che un mezzo per fare pressione sul Governo centrale della Cina. Di cosa parla, invece, Pechino quando parla dello Xinjiang? Pechino parla di una delle sue regioni che occupa un sesto della superficie della Cina, ricca di minerali, che è il passaggio di gasdotti e oleodotti, che è l’inizio della Nuova Via della Seta e che diventerà un paese nemico se la battaglia contro le “tre piaghe” (separatismo, terrorismo, fondamentalismo) verrà perduta a favore di una teocrazia chiamata “Turkestan orientale”. Si può parlare di una sorta di filo rosso che lega Hong Kong, Tibet e Xinjiang in una strategia di destabilizzazione del governo di Pechino messa in atto dalle forze occidentali, in primis gli Stati Uniti d’America? Con quali finalità? La Cina ha ventitré province, cinque regioni autonome, quattro “municipalità” che dipendono direttamente dall’autorità centrale e due regioni amministrative speciali, ma i loro nomi (o anche la loro esistenza) ci sono sconosciuti; tranne Tibet, Hong Kong, Taiwan, Xinjiang. Sono quattro regioni in cui è stato possibile creare disordini dall’esterno con l’obiettivo di separarli dalla Cina (quattro fallimenti per il momento), o per costringere la Cina a mobilitare parte delle sue forze per pacificarli. In un video del 2018, il colonnello Lawrence Wilkerson, ex capo di stato maggiore di Colin Powell responsabile del settore dell’Asia orientale e del Pacifico, ha confessato: “[…] a 20 milioni di uiguri non piacciono i cinesi Han nella provincia dello Xinjiang, nella Cina occidentale, e se la CIA volesse organizzare un’operazione usando questi uiguri come ha fatto Erdogan in Turchia contro Assad, ce ne sono 20.000 a Idlib in Siria in questo momento, ad esempio; motivo per cui la Cina potrebbe schierare forze militari in Siria in un futuro molto prossimo per affrontare quegli uiguri che Erdogan ha invitato. Beh, la CIA vorrebbe destabilizzare la Cina e questo sarebbe il modo migliore per farlo, per creare problemi e unirsi a questi uiguri per fare pressione sui cinesi Han e il popolo di Pechino dall’interno piuttosto che dall’esterno”. L’accerchiamento della Cina è cominciato, il fianco sud è organizzato, quello ad ovest si muove. Manca il fronte settentrionale. Potrebbe verificarsi nella Mongolia Interna il prossimo focolaio di disordini organizzati contro il governo di Pechino? Non avendo dato i risultati sperati le operazioni di destabilizzazione nelle regioni del Tibet, Hong Kong, Taiwan, Xinjiang, altre operazioni di destabilizzazione potrebbero essere effettuate in questa regione, senza però abbandonare le operazioni...