Articolo di Patrick Martin – https://www.wsws.org Nel 1898, il magnate dei media William Randolph Hearst telefonò al suo corrispondente a L’Avana: “Tu fornisci le immagini e io fornisco la guerra”. Da allora, nessun altro giornale è stato identificato direttamente con il tentativo di provocare una guerra americana come ha fatto il “New York Times” questa settimana. La differenza colossale è che Hearst – rispetto al “New York Times” – ha fomentato una guerra piuttosto limitata: la guerra ispano-americana, la prima avanzata dell’imperialismo USA per conquistare Cuba, Porto Rico e i territori d’oltremare delle Filippine. Oggi, tuttavia, il “Times” sta cercando di alimentare una febbre di guerra russofobica che rischia di condurre a una terza guerra mondiale nucleare. Dallo scorso sabato, il “Times” ha pubblicato una serie di articoli e commenti che affermano che i servizi di intelligence militari russi GRU hanno pagato bonus ai guerriglieri talebani per incitarli a compiere attacchi mortali contro i soldati americani in Afghanistan. Non esiste la minima base fattuale per questo. Dei 31 americani che sono morti in Afghanistan tra il 2019 e il 2020, nessun soldato è stato identificato come vittima di questo presunto piano. Nessun testimone è stato chiamato e nessuna prova è stata presentata. Articoli del “Times” e rapporti simili dell’ “Associated Press”, del “Washington Post”, del “Wall Street Journal” e di varie emittenti televisive si basano solo su dichiarazioni non supportate e non confermate di funzionari dell’intelligence statunitense senza nome. Questi funzionari non forniscono la minima prova a sostegno delle loro affermazioni sul funzionamento della presunta rete di agenti del GRU: come sarebbero arrivati i soldi dalla Russia in Afghanistan, come sarebbero stati distribuiti ai combattenti talebani, quali azioni i combattenti talebani avrebbero intrapreso e quali effetti avrebbero avuto queste azioni sul personale militare americano. Tuttavia, ancora sei giorni dopo l’inizio della campagna stampa, i media mainstream non ammettono che questa storia abbia qualcosa di dubbio o infondato. Invece, al Governo Trump è stato chiesto di spiegare quando il presidente venne a conoscenza del presunto attacco russo e cosa intendesse fare al riguardo. I giornalisti del “Times” che gestiscono questa campagna non sono giornalisti nel senso letterale della parola. Sono portavoce della CIA e di altre agenzie di intelligence, che semplicemente trasmettono le informazioni fornite loro da alti funzionari del governo. Per pubblicizzare questo materiale, lo vestono con un nuovo costume e usano il loro status di “reporter” per dargli una credibilità che un comunicato stampa del quartier generale della CIA non avrebbe mai avuto. In altre parole: una volta che la CIA ha fornito la storia, il giornale crea il quadro narrativo per renderlo noto al pubblico. Il “Times” e giornalisti come David Sanger ed Eric Schmitt non sono estranei alla questione. Il giornale ha svolto un ruolo di primo piano nell’aiutare l’Amministrazione Bush a trovare motivi per giustificare la guerra contro l’Iraq nel 2002-2003. Ricordiamo Judith Miller e la sua famigerata menzogna sui “tubi di alluminio” – presumibilmente per la costruzione di centrifughe come parte di un cosiddetto...
#Trump
“L’Europa deve rigettare il Piano di pace di Trump in Medio Oriente”; 50 ex Ministri degli Esteri europei o diplomatici sono rimasti inquietati del piano americano per il conflitto israeliano-palestinese perché esso minaccia i diritti dei palestinesi e l’avvenire della democrazia israeliana”. Questo il testo dell’articolo apparso su Le Figaro del 27 febbraio 2020: «L’Europe doit rejeter le plan de paix de Trump au Moyen-Orient» EXCLUSIF – 50 anciens ministres des Affaires étrangères européens ou diplomates* s’inquiètent du plan américain pour le conflit israélo-palestinien. Il menace les droits des Palestiniens et l’avenir de la démocratie israélienne. Par Tribune Collective Donald Trump durant une conférence de presse le mardi 25 février. MANDEL NGAN/AFP En tant qu’Européens soucieux de promouvoir le droit international, la paix et la sécurité dans le monde, nous exprimons notre profonde inquiétude face au plan du président Trump pour le Moyen-Orient, intitulé «De la paix à la prospérité». Ce plan est en contradiction avec les paramètres convenus au niveau international pour le processus de paix au Moyen-Orient, les résolutions pertinentes des Nations unies, notamment la résolution 2 334 du Conseil de sécurité, et les principes les plus fondamentaux du droit international. Au lieu de promouvoir la paix, il risque d’alimenter le conflit – au détriment des civils israéliens et palestiniens et avec de graves implications pour la Jordanie et la région au sens large. Il a suscité une opposition généralisée dans la région, en Europe et aux États-Unis. Le plan permet l’annexion de parties importantes et vitales du territoire palestinien occupé. Il légitime et encourage les activités illégales de colonisation israélienne. Il ne reconnaît que les revendications d’une seule des parties sur Jérusalem et n’offre aucune solution équitable à la question des réfugiés palestiniens. Il projette un futur «État» palestinien sans contrôle et sans souveraineté sur son territoire fragmenté. La carte figurant dans le plan propose des enclaves palestiniennes sous contrôle militaire israélien permanent, qui évoquent des ressemblances effrayantes avec les bantoustans sud-africains. Nous appelons l’Europe à rejeter le plan américain comme base de négociation et à prendre des mesures immédiates et efficaces pour contrer la menace d’annexion «De la paix à la prospérité» n’est pas une feuille de route pour une solution viable à deux États, ni pour toute autre solution légitime au conflit. Le plan envisage une formalisation de la réalité actuelle dans le territoire palestinien occupé, dans lequel deux peuples vivent côte à côte sans droits égaux. Un tel résultat présente des caractéristiques similaires à celles de l’apartheid – un terme que nous n’utilisons pas à la légère. La communauté internationale, en particulier l’Union européenne, doit empêcher qu’un tel scénario ne se produise, afin de préserver la dignité et les droits des Palestiniens, l’avenir de la démocratie israélienne et plus largement un ordre international fondé sur des règles. Nous nous félicitons de la déclaration du haut représentant de l’UE, Josep Borrell, soulignant l’engagement continu de l’UE en faveur d’une solution à deux États, fondée sur les frontières de 1967, conformément aux paramètres internationaux....
Gli Stati Uniti, con la loro politica “America First”, si sono allontanati dai loro alleati negli ultimi due anni e hanno ridotto la partecipazione internazionale degli Stati Uniti alle organizzazioni internazionali. In primo luogo, Washington ha esortato i suoi alleati della NATO a sostenere i costi dell’alleanza transatlantica, poi ha esercitato pressioni sulla Corea e sul Giappone e ora l’UE è sotto la pressione degli Stati Uniti. Secondo te, questo cambiamento di approccio può essere interpretato come una nuova tendenza nell’ordine mondiale? Certamente l’atteggiamento di Donald Trump contrasta parzialmente con quella tendenza geopolitica che, dal 1999, ha affidato alla NATO il ruolo di gendarme globale per la protezione degli interessi degli Stati Uniti in primo luogo e per gli alleati / vassalli in secondo luogo. Il nazionalismo trumpiano è andato fino al punto di far sperare, almeno a parole, la fine dell’interventismo globale USA a favore di un ripiegamento sui suoi interessi domestici. Quanto concretamente fattibile rimane controverso; stiamo infatti parlando di un paese che possiede circa 1000 basi militari sparse nel mondo e che difficilmente può continuare a imporre il dollaro come valuta dominante nel commercio internazionale e in particolare per l’acquisto di materie prime senza esercitare una costante pressione geopolitica. Pertanto non vedo nella Dottrina di Trump un vero allontanamento dai principi storici dell’eccezionalismo americano (“destino manifesto”, “nazione indispensabile” …), anche se una certa concorrenza tra la sua Amministrazione e alcuni settori dello Stato profondo è innegabile . Tuttavia, mi sembra più un comportamento tattico che il frutto di una visione strategica; da questo punto di vista un possibile secondo mandato di Trump chiarirà le sue reali intenzioni, allo stesso modo di Obama. L’elezione di Trump è certamente dovuta a una tendenza globale, cioè allo spirito di rivincita di una classe media impoverita dalla crisi economica del 2008, causata proprio dal crollo dei mutui statunitensi. La parabola dell’attuale presidente americano è molto simile a quella della coppia Gorbachev-Eltsin; volevano riformare l’Unione Sovietica liberando la Russia dall’onere degli altri paesi confederati, ma finirono per distruggere l’intero sistema, Trump potrebbe quindi essere il liquidatore dello storico imperialismo americano. Tuttavia, l’attuale inquilino della Casa Bianca potrebbe anche diventare l’ultima carta disponibile alle lobby neo-cons per bloccare l’ascesa geopolitica della Cina e il nuovo sistema internazionale multipolare: i segni sono finora contrastanti. Molti analisti non attribuiscono queste mosse del governo degli Stati Uniti a Donald Trump, ma piuttosto pensano che gli Stati Uniti stiano cercando di salvare il capitalismo e l’economia americana dal collasso. Sei d’accordo? È certamente una tesi suggestiva, soprattutto perché si accompagna bene all’identificazione del nuovo nemico strategico degli Stati Uniti nella Cina, dopo l’URSS e il mondo islamico. Anche gli attuali buoni risultati economici della Trump Administration non possono farci dimenticare che il debito generale delle società negli Stati Uniti è elevato, il vero problema è quello dei prestiti a leva. Cioè, “prestiti con leva finanziaria”, concessi a società ad alto rischio che hanno in media un debito quattro volte superiore...
L’intervento di Stefano Vernole, vicedirettore della rivista di geopolitica Eurasia nonché coordinatore del Centro Studi Eurasia Mediterraneo, in un collegamento telefonico con la Radio Italia della Voce della Repubblica islamica dell’Iran (IRIB) e con il sito http://parstoday.com/it. http://parstoday.com/it/news/middle_east-i142425-stefano_vernole_all’irib_con_russiagate_usa_vogliono_allontanare_russia_dall’ue_
Martedì 8 novembre 2016 si è tenuta l’elezione del 45º presidente degli Stati Uniti d’America: nonostante diverse accuse di elezioni truccate e numerosi scandali di violenza sessuale che lo hanno visto protagonista negli ultimi tempi, Donald Trump, imprenditore e personaggio televisivo newyorkese sopra le righe, candidato del Partito Repubblicano, ha sconfitto la candidata Hillary Clinton del Partito Democratico, prima donna ad aver vinto le primarie presidenziali di uno dei maggiori partiti. «È giunto il momento di cicatrizzare le ferite: il popolo americano è uno solo e dobbiamo essere uniti. A tutti i repubblicani e democratici nel Paese, io dico che è arrivato il momento di essere un popolo unito. Lo prometto a tutti i cittadini del Paese. Sarò il presidente di tutti gli americani» assicura il neo-presidente della Casa Bianca tendendo la mano a Hillary Clinton nel suo primo discorso e dicendo di volersi spendere per evitare divisioni. Una Clinton dal sogno sfumato. Hillary Clinton, alcune ore dopo la tormentosa sconfitta e il desiderio sbiadito di essere la prima donna presidente alla Casa Bianca, rompe il silenzio: «Mi sono congratulata con Donald Trump e impegnata a lavorare con lui per il bene del Paese. E’ una sconfitta dolorosa e lo sarà per molto tempo. Sono delusa e mi dispiace non aver vinto queste elezioni», ha ammesso sensibilmente commossa. In seguito ha inviato un messaggio a tutte le sue sostenitrici, facendo riferimento alla possibilità che una donna diventi presidente degli Stati Uniti d’America: «Non abbiamo ancora spezzato il più alto e duro soffitto di cristallo, ma un giorno succederà. Ora dobbiamo accettare il risultato della vittoria di Donald Trump, divenuto il nostro presidente». Elettori e popolo in un’unica direzione? Donald Trump ha ottenuto l’appoggio di 290 grandi elettori – venti in più rispetto a quelli necessari per garantirsi la maggioranza – al contrario dell’avversaria Hillary Clinton, la quale si è fermata a quota 218. Trump ha conquistato i seggi elettorali di Stati come l’Alaska e l’Arizona, in cui i repubblicani prevalgono facilmente, e di altri ritenuti decisivi per la nomina, quali il Wisconsin, il Michigan e la Pennsylvania. Soddisfazione per la Clinton il voto popolare, dove la candidata democratica ha raggiunto oltre 59,18 milioni di consensi, contro i 59,04 di Trump. Per avere una garanzia di vittoria la Clinton avrebbe dovuto vincere almeno in Florida o in Ohio, dove invece in entrambi gli Stati sono stati i repubblicani a prevalere. Piano economico-politico del neo-inquilino della Casa Bianca. Quali conseguenze e scenari si aprono con l’imprevedibile Donald Trump che sale alla guida degli USA? Il 22 ottobre è stato presentato il programma economico-politico del candidato alla Casa Bianca, Donald Trump, riassumibile in cinque punti fondamentali, per quanto alcuni d’essi al momento rimangono un’incognita soprattutto per gli americani. • Piano economico: agevolazioni fiscali per la classe media americana; semplificazione del codice fiscale; nessuna azienda di qualsiasi dimensione pagherà più del 15% del reddito d’impresa in tasse; creazione di un’economia “dinamica” con una crescita del 3,5% annuo; diminuzione del debito e del deficit; rinegoziare il...
A cura di Dragan Mraovic Ormai è chiaro che la nave neoliberale naviga verso la fine del suo Impero. Dove naviga la nave del nuovo presidente americano Trump? Il mondo è in una grande attesa che il nuovo presidente Donald Trump giri il timone degli Stati Uniti, precedentemente diretto verso la perdizione del genere umano. I rapporti dei servizi segreti militari informano che la Russia non ha intenzione di fare una guerra lunga ed estenuante ma colpirebbe subito con le bombe atomiche la costa orientale e quella occidentale, quindi il vulcano Jelouston, il che segnerebbe la fine dell’Impero! La CIA, sotto il controllo dei neoconservatori, ha inviato delle relazioni secondo le quali agenti di spicco, sotto la minaccia della terza guerra mondiale, avrebbero fatto un colpo di Stato per portare il loro uomo al potere. Costui avrebbe il compito di riconsegnare la Russia ancora una volta alla gestione dell’Occidente usando la retorica nazionalista! L’intelligence militare ha riunito gli ufficiali più influenti e l’élite di ammiragli e di ufficiali della NATO per vedere che cosa fare. Certo, ha consultato anche il guru della geopolitica Henry Kissinger, che era del parere opposto a quello del suo rivale Zbigniew Brzezinski. Henry ha consigliato un’alleanza tattica con la Russia di Putin – contro un nuovo avversario! Chi sarebbe questo nuovo avversario? Naturalmente, questo nuovo avversario è un alleato della Russia, un gigante in grande sviluppo, la Cina, che è stato favorito in passato dallo stesso Henry Kissinger, con Nixon, grazie agli investimenti e ai finanziamenti occidentali. Come sappiamo l’atlantocrazia, guidata da Londra e da Washington, crea nel corso della storia apposta i suoi oppositori, ma ad un livello di forza da poterli battere e di conseguenza occupare. Ricordiamo che i banchieri hanno creato la potenza militare del Giappone con la funzione di minare la Russia nella guerra del 1905, quando sono stati sottratti le isole Curili e Port Arthur. La logistica fornita al Giappone per trasformarlo in uno Stato forte militarmente ha avuto fine dopo l’attacco a Pearl Harbor che è stato alimentato da Washington. Gli ufficiali di rilievo del Giappone sono stati educati a West Point e sapevano che non potevano sconfiggere gli Stati Uniti perché non avevano le risorse necessarie. La rappresentazione teatrale ha però seguito comunque il suo corso e il sipario è calato con le bombe atomiche buttate sulle enclavi ortodosse del Giappone, su Hiroshima e Nagasaki. Il genocidio dei giapponesi è stato il primo passo per l’occupazione del Giappone che continua fino ad oggi In conclusione, i banchieri, e sappiamo chi sono, hanno solo due mete, la distruzione della Russia ortodossa e la divisione di quel paese in dodici parti. Le parte sopra il Mar Caspio e il Mar Nero farebbero un nuovo Stato di Chazaristan, mentre il secondo obiettivo è la distruzione della Cina, di tutte e due le Coree e del Giappone. Con quali mezzi? Dato che gli euroatlantisti e la brusselocrazia usano la tattica del divide et impera e poiché in questo periodo non sono...
di Fabio Massimo Parenti Alla riunione dei leader economici, Xi ha invitato le economie dell’APEC a rimanere impegnate sulla strada della globalizzazione economica ed ha annunciato il completamento dello studio strategico per lo sviluppo della Free Trade Area of the Asia-Pacific (FTAAP), lanciata a Pechino durante al vertice APEC del 2014. “Abbiamo bisogno di rimanere coerenti con la nostra agenda e intraprendere azioni più efficaci per realizzare la FTAAP al più presto”, ha affermato il presidente cinese. IL PRIMO SUMMIT DELL’ERA TRUMP – Il summit dell’Asia-Pacific Economic Cooperation, un’organizzazione multinazionale nata nel 1989 e che oggi consta di 21 membri, si concluso domenica 20 novembre, dopo due giorni di incontri istituzionali e alcuni eventi preparatori. Svoltosi a pochi giorni dall’elezione di Trump, il vertice sembra aver offerto, secondo molti osservatori, un crescente spazio di azione per la Cina, membro dell’APEC sin dal 1991. Vediamo perché. Dopo l’elezione di Trump la stampa asiatica e occidentale ha abbondato di commenti sulle nuove possibili relazioni Usa-Russia e Usa-Cina. Da notare, ancora una volta, la minore importanza rivolta all’Unione europea. In particolare, le speculazioni non sono mancate in materia di accordi commerciali. Ruan Zongze, ex diplomatico cinese ed attualmente membro del China Institute of International Studies, ha affermato che il TPP sarebbe “la prima vittima” dell’elezione di Trump. Quest’ultimo ha criticato aspramente il TPP (il trattato di libero scambio tra Usa e 11 paesi della macroregione), definendolo “disastroso”, non solo per come è stato concepito, ma anche perché non in linea con gli interessi nazionali. Al riguardo sono molti a sottolineare che una certa ostilità verso la Cina, esclusa dal TPP insieme all’India, è stata una strategia miope. Secondo Trump, invece di limitare la competitività cinese il TPP l’amplierebbe. Questo approccio si evince chiaramente anche da un’altra dichiarazione, strettamente connessa alle dinamiche geo-economico-politiche degli ultimi anni. James Woolsey, consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, ha affermato che “l’opposizione dell’amministrazione Obama all’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB) voluta dalla Cina è stato un ‘errore strategico’ ed è necessario mostrare maggiore interesse nei confronti della One Belt, One Road”. Wang Huiyao, direttore del Centre for China and Globalisation, un think tank di Pechino, suggerisce che dopo la vittoria di Trump “la Cina possa invitare gli Usa ad aderire alla AIIB” (per queste e altre dichiarazioni si leggaqui). Tuttavia, la posizione di Trump sulla Cina, apparentemente più pragmatica, non deve far dimenticare le dure critiche rivolte dal nuovo presidente statunitense durante la campagna elettorale, sostenuta da un entourage neoconservatore di tutto rispetto (Woolsey, Bolton, Giuliani e Gingrich). Soprattutto sulla politica monetaria e sulle questioni commerciali. Il tentativo obamiano di isolare la Cina (nonostante il riavvicinamento avvenuto su alcune tematche chiave – pensiamo a quelle ambientali – verso la fine della sua Presidenza) all’interno della regione di sua naturale appartenenza aveva originato altre due proposte cinesi: la già ricordata Free Trade Area of the Asia Pacific (FTAAP) e la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP, i dieci membri dell’Asean più Cina, Giappone, Corea del Sud, India, Australia e Nuova Zelanda,...