Sotto la guida del Primo Ministro Nikol Pashinyan, l’Armenia sta orientando la sua politica estera verso Occidente, allentando progressivamente i legami con la Russia, con il serio rischio di trasformare il Paese in una pedina dell’imperialismo atlantista in funzione antirussa.
spazio post-sovietico
Presto saranno passati due anni da quando la Russia ha scatenato una sanguinosa guerra in Ucraina. Nel febbraio 2022, l'intero spazio post-sovietico è entrato in una zona di turbolenza e nessuno sa quale sarà la via d'uscita. A marzo, in Russia si terranno le elezioni presidenziali, e anche questo non induce nessuno all'ottimismo. Abbiamo invitato Pavel Zarifullin, uno dei sostenitori dell’Eurasiatismo e direttore del Centro Lev Gumilëv di Mosca, per parlare di ciò che sta accadendo al nostro vicino, che condivide un confine di 7.500 chilometri con il Kazakistan.
Articolo originale di Giulio Chinappi Mentre la NATO organizza esercitazioni in Georgia con il chiaro fine di provocare Mosca, il governo dell’Ossezia del Sud ha dichiarato di voler organizzare un referendum per l’adesione alla Federazione Russa. Oltre all’Ucraina, la Georgia è l’altro campo di battaglia sul quale rischiano di svilupparsi le tensioni tra il blocco occidentale a guida statunitense e la Russia. Non paghi di quanto sta accadendo in Ucraina, infatti, i Paesi della NATO hanno deciso di passare all’attacco anche nella regione caucasica, organizzando attività militari con il chiaro fine di provocare una reazione di Mosca. Già lo scorso 11 marzo, il ministro degli Esteri estone Eva-Maria Liimets e quello spagnolo José Manuel Albares avevano annunciato in una conferenza stampa congiunta la partecipazione di Ucraina e Georgia come Paesi invitati al vertice NATO di Madrid, previsto per il 29 e 30 giugno. Liimets aveva addirittura detto esplicitamente che la scelta era stata fatta per “fare pressione sulla Russia”. Ma non è tutto. Tra il 20 ed il 25 marzo la NATO ha organizzato una grande esercitazione militare in Georgia, con la partecipazione dello stesso esercito dell’ex repubblica sovietica. L’annuncio era stato dato il 12 marzo dal Ministero della Difesa di Tbilisi, che aveva affermato che all’esercitazione avrebbero preso parte 23 Paesi. “L’obiettivo degli esercizi è il miglioramento delle competenze nella pianificazione delle operazioni e nella condivisione delle esperienze. Le esercitazioni miglioreranno l’interoperabilità tra le forze armate di vari Paesi”, affermava allora il comunicato del ministero georgiano, ricordando anche che esercitazioni dello stesso tipo si erano svolte nel 2019. Chiunque abbia un minimo di capacità analitica della situazione geopolitica attuale può comprendere come tali mosse abbiano l’unico vero obiettivo di infastidire Mosca, costringendo il governo russo a non concentrarsi solamente sull’Ucraina, ma a dover fare attenzione anche ai propri confini nella regione del Caucaso. Va poi ricordato che in questa regione esistono due repubbliche indipendenti sostenute da Mosca, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, che la Georgia considera invece come facenti parte del proprio territorio. Dichiaratesi indipendenti sin dalla fine dell’Unione Sovietica, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia sono state riconosciute ufficialmente dalla Russia nel 2008, quando la Russia dovette intervenire militarmente per difendere le due repubbliche dall’offensiva georgiana contro la capitale osseta Tskhinvali, volta all’obiettivo di riprendere il controllo di quei territori. Una situazione, dunque, non dissimile da quella del Donbass, che ha portato all’intervento militare russo in Ucraina. A tal proposito, il presidente osseto Anatolij Bibilov ha affermato in queste ore che l’Ossezia del Sud prenderà provvedimenti legali per entrare a far parte della Federazione Russa nel prossimo futuro: “Credo che l’unificazione con la Russia sia il nostro obiettivo strategico. Questa è la nostra strada e un’aspirazione del nostro popolo. Dovremmo andare avanti lungo questa strada. Le corrispondenti misure legali saranno prese nel prossimo futuro. La Repubblica dell’Ossezia del Sud diventerà parte della sua patria storica – la Russia”, ha dichiarato Bibilov. “Il mondo russo oggi difende gli interessi dei suoi aderenti, coloro che si oppongono al nazismo, che rispettano i valori umanitari universali e i diritti e le norme fondamentali condivisi dall’intera comunità internazionale“,...
Il report dal titolo “La diplomazia del nucleare russo nello spazio post-sovietico” è la prima ricerca del progetto congiunto che il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo ha avviato insieme ad ASRIE Analytica, SpecialEurasia e Opinio Juris. Pubblicato il primo report dal titolo “La diplomazia del nucleare russo nello spazio post-Sovietico” facente parte del progetto “Geopolitics of Nuclear Energy in Eurasia” avviato da SpecialEurasia in partnership con ASRIE Analytica, il CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo e Opinio Juris – Law & Politics Review. Autore: Mattia Baldoni Abstract Il settore dell’energia nucleare sta diventando sempre più importante per la Russia, sia sul piano domestico che internazionale. Da un lato, il Cremlino sostiene fermamente ricerca e sviluppo in questo ambito, puntando a rinnovare la propria flotta di reattori e a implementare nuove tecnologie. Le strategie energetiche nazionali sul medio termine e le politiche climatiche di Mosca pongono l’accetto sul contributo essenziale che l’atomo può dare nel raggiungimento di obiettivi ambiziosi e particolarmente complessi per un Paese fortemente dipendente dal mercato degli idrocarburi. Dall’altro lato, il nucleare si conferma uno strumento di influenza internazionale, capace di attirare fondi e investimenti per nuove infrastrutture e progetti di ricerca e sviluppo in tutto il mondo. In questa dinamica, la compagnia statale russa Rosatom si fa alfiere della tecnologia nucleare russa nel mondo, sostenendo una politica aziendale decisamente espansiva e supportata a sua volta dal Cremlino. Come in molti altri settori, anche nel nucleare l’Eurasia va a costituire uno spazio privilegiato per gli interessi strategici di Mosca. L’industria nucleare russa predomina tecnologicamente e finanziariamente in molti stati post-sovietici che, eccetto alcune eccezioni, accolgono di buon grado investimenti e progetti che collimino con i propri piani di sviluppo, spesso includenti l’atomo come fonte di energia utile a stabilizzare le forniture e a garantire una maggiore sicurezza energetica nazionale. Contratti a lungo termine, finanziamenti ed export di know-how e competenze diventano così strumenti di soft power che consentono al Cremlino di rafforzare legami già esistenti in Eurasia, o crearne di nuovi nel resto del mondo.
ARTICOLO ORIGINALE Il governo kazako ha comunicato che la situazione si è stabilizzata in tutte le regioni del Paese, ma non è ancora il momento di abbassare la guardia. Le proteste in Kazakistan sembrano aver superato la fase più acuta, ed ora la situazione appare stabile in tutte le regioni del Paese, secondo quanto affermato dal governo di Nur-Sultan. Già sabato scorso, il presidente Qasym-Jomart Toqaev aveva tenuto una conversazione telefonica con il suo omologo russo Vladimir Putin, nella quale si era detto ottimista circa la stabilizzazione della situazione: “Il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha avuto una lunga conversazione telefonica con il Presidente della Repubblica del Kazakistan Qasym-Jomart Toqaev. Il Presidente del Kazakistan ha parlato in dettaglio dell’attuale situazione nel Paese, rilevando la transizione verso la stabilizzazione”, si legge nella dichiarazione ufficiale rilasciata dal Cremlino. Il tutto è stato confermato il giorno successivo dal ministro dell’Interno ad interim Yerlan Turgumbaev, che domenica ha dichiarato che la situazione in tutte le regioni del Kazakistan colpite dai disordini si è stabilizzata: “L’operazione antiterroristica per ristabilire la legge e l’ordine nel Paese continua“, ha affermato. “Ad oggi, la situazione si è stabilizzata in tutte le regioni del Paese“, ha affermato, aggiungendo che le forze dell’ordine hanno ripreso il controllo degli edifici che erano stati occupati. “Il lavoro delle strutture comunali e dei servizi vitali è stato ripristinato“, ha detto Turgumbaev. Approfittando di questo momento di maggiore tranquillità, pur senza abbassare la guardia, il presidente Toqaev ha dichiarato il 10 gennaio un giorno di lutto nazionale nel Paese, per ricordare le vittime degli scontri dell’ultima settimana: “In connessione con le numerose vittime umane a seguito di tragici eventi in diverse regioni del Paese, il presidente del Kazakistan Qasym-Jomart Toqaev ha deciso di dichiarare il 10 gennaio 2022 una giornata di lutto nazionale“, è stato comunicato attraverso i canali ufficiali del leader kazako. Secondo i numeri ufficiali, in questi giorni sarebbero morte almeno 164 persone a causa degli scontri, delle quali 103 nella sola Almaty, la città più grande del Paese. Nel frattempo, i servizi speciali kazaki hanno arrestato l’ex capo del Comitato per la sicurezza nazionale Karim Masimov con l’accusa di tradimento. Il 56enne, già sollevato dal proprio incarico lo scorso 5 gennaio e sostituito da Yermek Sagimbaev per volere del presidente Toqaev, sarebbe direttamente coinvolto nei moti di protesta che hanno scosso il Paese. “Il 6 gennaio di quest’anno, il Comitato per la sicurezza nazionale ha avviato un’indagine preliminare sull’alto tradimento ai sensi dell’articolo 175 della parte 1 del codice penale della Repubblica del Kazakistan. Lo stesso giorno, sospettato di aver commesso questo crimine, l’ex Il presidente del Comitato per la sicurezza nazionale Karim Masimov e altre persone sono stati arrestati e collocati in un centro di detenzione temporanea“, si legge nella nota ufficiale. Come abbiamo avuto modo di sottolineare nei nostri precedenti articoli, è probabile che nelle proteste abbiano preso parte anche gruppi di estremisti islamici, in un Paese a netta maggioranza musulmana. Questa ipotesi è stata confermata dall’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatolij Antonov: “Il Kazakistan è stato attaccato...
The beginning of the 21th century and the so called “post-modern era” have highlighted some facts. First, the ethno-cultural issue cannot be considered a memory of the past. Second, the systematic paradigm of a “society without borders” turned out to be indeed full of limits. About 20 years ago, some studies pointed out the existence of 233, potentially “at risk”, politicized groups. These groups have decided to undertake a political action to pursue their own collective interests or have claimed their economic and political separation from the body State to whom they were embodied. Moreover, the 75% of the 127 countries examined during this study were found to contain highly politicized minorities. However, we have to consider not only the national entities that intend to separate themselves from the State they belong to, but we have also to take into account the several people that claim a strong specificity. Although the latter do not necessarily claim the independence, they ask for the recognition of a larger autonomy because of their specificity. This is one of the many reasons why it is necessary to find an agreement between Russian Federation and Europe. This is one reason, but not the only one. As a matter of fact it should be considered the economic synergy between Russian Federation and Europe, too. Moscow provides for about 40% of the EU countries’ gas requirements and for 30% of oil ones, while it absorbs the 7% of the Europe’s total exports. Analyzing the issue from a geographic point of view, we have to underline how the true horizontal border between the two Eurasia’s great geopolitical areas is the one that separate Europe (adding the Anatolian peninsula), involving Siberia up to Vladivostok, from the remaining “yellow” Asia (China, Korea and Japan), as well as from the other geopolitically homogeneous Asia’s areas. A limes that can be set around the 50th parallel. Anyway, it is less relevant than the cultural and geostrategic difference that separate Europe from the United States, as well as it is less conspicuous than the geographical moat represented by the Atlantic Ocean. From the Russian point of view, the only geopolitical safety for the centuries to come is represented by the control of the Northern Eurasia’s coasts that overlook the two main global oceans: Atlantic Ocean and Pacific Ocean. Otherwise, sooner or later, Europe will be used as an American battering ram to break through the doors of Russian Federation, trying to dissolve it in the many ethno-religious realities which Russia is composed of. Therefore, nowadays the words pronounced by Vladimir Putin on 10 February 2015 at the Munich Security Conference sound prophetic: “The unilateral and frequently illegitimate actions have not solved any problem … We have reached the critical moment in which we seriously have to consider the global security architecture. And we have to proceed trying to find a reasonable balance among the interests of all subjects concerned in international relations … but that does not mean to interfere within the...