FOCUS RUSSIA articolo tratto da “Eurasia”, 2/2014, pp. 101-106. Per comprendere correttamente la propaganda omosessuale esercitata dall’America e dai suoi alleati contro la Russia, è necessaria una premessa che permetta d’inquadrare la questione nel più vasto contesto di quelli che vengono definiti i “valori occidentali”. Tra questi si contano senz’altro quelli della “libertà” e della “tolleranza”. Bisogna però intendersi bene su cosa s’intende con queste parole. Per l’occidentale medio moderno – ovvero colui che è il portato di almeno due secoli e mezzo di speculazione filosofica illuminista e laicista, delle “rivoluzioni” politica, industriale e tecnologica, oltre che di due guerre mondiali che ne hanno minato le preesistenti “certezze” – concetti come “libertà” e “tolleranza” trovano il loro fondamento nell’idea che ciascuno disponga di un inalienabile “diritto di scelta”. Un “diritto” che si esplica dall’acquisto di un prodotto all’abbigliamento preferito, dalla preferenza per il luogo in cui vivere a quella per una religione o un’altra, fino alla libertà di scelta del genere sessuale. Di pari passo, l’occidentale soddisfatto di essere “moderno” considera il “relativismo” quale la pietra angolare di ogni relazione sociale e culturale. Ogni “assoluto” è apertamente considerato un retaggio di una mentalità “barbara e retrograda”. Il “relativismo”, a sua volta, si sposa con l’individualismo e l’utilitarismo: l’essere umano, che si concepisce come mero “individuo” in grado di prescindere da ogni dimensione nazionale e comunitaria, opta per ciò che più gli fa comodo in un certo momento. Siccome tutti sono incoraggiati (dai “media” e dagli “intellettuali”) a pensare e a comportarsi in questo modo, ecco che l’Occidente postula un mondo senza più “confini”, fisici o mentali che siano. La nozione stessa di “limite” dà tremendamente fastidio. L’uomo moderno si considera di conseguenza come il più “aperto” tra tutti i suoi simili che lo hanno preceduto o che ancora si “attardano” su visioni del mondo “del passato”. Ma sebbene tutto ciò sembri preludere ad una radiosa “nuova era” dell’umanità, di cui l’Occidente coi suoi “valori” sarebbe l’avanguardia, c’è da considerare il fatto che vi è un Grande Assente. Il Grande Assente è Dio. Bisogna tuttavia intendersi. Anche nell’Occidente propriamente detto esistono uomini per i quali Dio ha un posto nella loro vita. Ma il più delle volte “l’idea di Dio” che si fanno è quanto mai distante da quella che tradizionalmente si sono fatti tutti i popoli e le civiltà precedenti. Il ‘dio occidentale’ – ovvero la maniera in cui i moderni s’immaginano il Principio, l’Origine di tutte le cose – è una proiezione delle loro predilezioni e dei loro desideri più o meno frustrati ed inconfessati. Un “dio” siffatto è l’anticamera del “mondo senza Dio”, poiché per tutte le tradizioni religiose che ci hanno preceduto Dio “ha parlato”, indicando chiaramente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato per le Sue creature. Destinate alla beatitudine o alla dannazione. Per il “pensiero moderno”, detto “laico”, ciò è inconcepibile. Per esso è l’uomo a dover decidere, in prima persona, quel che è “bene” e quel che è “male” per lui....
putin
FOCUS RUSSIA Grazie al suo intervento militare in Siria a fianco del Governo di Bashar Al Assad e grazie al suo centro di comando a Baghdad che coordina gli sforzi congiunti di Iraq, Iran, Libano ed Egitto, Mosca ottiene il primo successo in una partita geopolitica che si preannuncia lunga e complessa. La Russia assurge nuovamente a potenza mondiale capace di determinare non solo la vittoria sul terreno delle truppe di Damasco ma anche il gioco diplomatico mediorientale coinvolgendo l’opposizione siriana e i curdi nel piano di stabilizzazione strategica della regione. E’ stato anche raggiunto un accordo con i Paesi produttori dell’Opec quali Venezuela, Qatar ed Arabia Saudita per un rialzo del prezzo del petrolio, mentre proseguono le trattative con l’Iran; quest’ultimo è pronto a rimettere sul mercato del greggio buona parte di quei barili bloccati in precedenza dalle sanzioni statunitensi a patto che vengano venduti non più in dollari ma in euro. La Giordania, Paese che fungeva da base per l’addestramento dei vari gruppi islamisti funzionali alla caduta di Bashar al Assad, è stata messa in un angolo dopo la liberazione della città di Shayq Misqin, sul confine meridionale siriano ma a solo un’ora di automobile da Damasco. Turchia ed Arabia Saudita, che tanto hanno sbraitato per trattative diplomatiche che escludessero l’attuale Presidente siriano, si sono arrese alla preponderanza militare della coalizione guidata da Mosca evidenziando come la minaccia di un loro intervento terrestre diretto fosse solo un bluff; Ryad paga a caro prezzo il fallimento della sua guerra allo Yemen, Ankara è caduta nel tranello curdo e ora rischia addirittura l’implosione interna. Svanito il sogno di creare un protettorato atlantico filoturco nel Nord Est della Siria in previsione della vittoria curda ad Azaz, polverizzata l’ipotesi di una cintura di sicurezza lungo il Golan occupato dagli israeliani dopo la riconquista da parte di Damasco di buona parte della provincia di Qunaytra, le potenze occidentali si trovano ormai alle corde: se, come pare, la coalizione coordinata da Mosca arriverà presto a Raqqa, anche l’ultima ipotesi ventilata dal Sottosegretario alla Difesa Ash Carter, di una tutela atlantista sulla zona che si estende da Mosul all’attuale “capitale” dello Stato islamico, appare quantomeno irrealizzabile. La riunione a Monaco di Baviera del Gruppo internazionale di sostegno alla Siria, ai sensi della Risoluzione ONU 2254, ha fornito perciò il via libera all’aviazione russa per bombardare i gruppi ribelli sostenuti da Turchia, Qatar ed Arabia Saudita; Ankara viene accusata dall’Occidente di “paranoia”, Erdogan risponde che le armi destinate da Washington ai curdi “sono finite per metà in mano all’ISIS”, la NATO fa capire chiaramente di non voler rischiare la Terza Guerra Mondiale (che perderebbe …) per Damasco. A Monaco è stato anche concesso il via libera agli aiuti umanitari a patto che stavolta vengano indirizzati alle popolazioni sofferenti e non ai ribelli islamisti appoggiati dall’Occidente, mentre la cessazione delle ostilità avverrà solo quando l’intero territorio siriano sarà stato liberato dall’esercito fedele ad Assad. Vladimir Putin completa così la terza parte del programma che aveva delineato...
FOCUS RUSSIA La politica di sicurezza varata dalla Russia è imperniata sulla negazione alle Forze NATO delle acque profonde, “deep water”, dal Mediterraneo alla regione artica. La proiezione di forza è uno dei deterrenti compresi in questo viatico intrapreso per la conquista ed il controllo di un’area vastissima che può garantire l’approvvigionamento di risorse naturali vitali per la Russia e le nazioni alleate. Un progetto che dovrebbe essere portato a termine entro il 2020. L’Artic build up russo, è sostanzialmente sovrapponibile a quanto predisposto dagli Stati Uniti per limitare l’espansione dell’antico nemico nella regione artica. La differenza che si evidenzia è nella strategia del dislocamento delle unità da guerra: mentre la Russia sta implementando le basi sui ghiacci artici ed ammodernando la sua flotta di superficie, gli statunitensi affermano la supremazia, in particolare, con le unità sommerse, ma mantengono nell’area anche le portaerei allo scopo di detenere la superiorità aerea. Questo è il risultato di una diversa politica militare e delle priorità che i due governi si sono prefissati: la Russia investirà principalmente nelle navi rompighiaccio e tenterà di controllare le distese artiche con basi permanenti; gli Stati Uniti puntano su forze di dissuasione high tech, come i velivoli stealth, che possono essere ridispiegati velocemente in altre zone del globo terrestre a copertura di nuovi stati di crisi. E’ da valutare quale strategia sarà la migliore. La scelta russa delle rompighiaccio è orientata a creare dei passaggi nella banchisa per spostare più velocemente le proprie unità in caso di conflitto: in tal modo disporrebbero di una maggiore capacità di movimento per intercettare il naviglio avversario. Ma strategicamente il sommergibile rimane la migliore piattaforma per operare nell’Artico, quanto per negare ampi spazi marini alle unità nemiche. I due attori principali stanno tentando di raggiungere un equilibrio di forze in un rincorrersi che sembra tornare ai tempi del bipolarismo della Guerra Fredda. Infatti, gli Stati Uniti probabilmente stanzieranno un miliardo di dollari per la progettazione di una nave rompighiaccio, mentre la Russia ha già varato una nuova classe di unità sommerse e nel triennio 2017-2020 farà entrare in servizio l’Artika, la Sibir e la Ural tre navi rompighiaccio a propulsione nucleare. La dinamicità del processo di ammodernamento della Flotta del Nord, è nel varo di un pattugliatore artico, il Poljarnaja Zvezda e da tre mini sommergibili nucleari classe Kalitka, che si aggiungono ad altri due già presenti nell’area, per le operazioni di ricerca delle risorse naturali e per le istallazioni di oleodotti. Attualmente la Russia dispone di 30 sommergibili nucleari multiruolo, che saranno presto dotati del siluro a cavitazione VA-111 Skhkval da 300 km/h, e 12 SSBN, ma la cantieristica navale della Federazione è in continua evoluzione con due nuovi battelli subacquei di quinta generazione specializzati nell’interdizione alle portaerei e come unità di scorta ai sommergibili balistici. Il progetto è gestito dalla Malakhit Marine Engeneering Design Bureau e dovrebbe concludersi entro il 2020. In questo sono compresi anche piattaforme con moduli unificati ed armi robotizzate integrate. Ma l’unità di punta è...
The beginning of the 21th century and the so called “post-modern era” have highlighted some facts. First, the ethno-cultural issue cannot be considered a memory of the past. Second, the systematic paradigm of a “society without borders” turned out to be indeed full of limits. About 20 years ago, some studies pointed out the existence of 233, potentially “at risk”, politicized groups. These groups have decided to undertake a political action to pursue their own collective interests or have claimed their economic and political separation from the body State to whom they were embodied. Moreover, the 75% of the 127 countries examined during this study were found to contain highly politicized minorities. However, we have to consider not only the national entities that intend to separate themselves from the State they belong to, but we have also to take into account the several people that claim a strong specificity. Although the latter do not necessarily claim the independence, they ask for the recognition of a larger autonomy because of their specificity. This is one of the many reasons why it is necessary to find an agreement between Russian Federation and Europe. This is one reason, but not the only one. As a matter of fact it should be considered the economic synergy between Russian Federation and Europe, too. Moscow provides for about 40% of the EU countries’ gas requirements and for 30% of oil ones, while it absorbs the 7% of the Europe’s total exports. Analyzing the issue from a geographic point of view, we have to underline how the true horizontal border between the two Eurasia’s great geopolitical areas is the one that separate Europe (adding the Anatolian peninsula), involving Siberia up to Vladivostok, from the remaining “yellow” Asia (China, Korea and Japan), as well as from the other geopolitically homogeneous Asia’s areas. A limes that can be set around the 50th parallel. Anyway, it is less relevant than the cultural and geostrategic difference that separate Europe from the United States, as well as it is less conspicuous than the geographical moat represented by the Atlantic Ocean. From the Russian point of view, the only geopolitical safety for the centuries to come is represented by the control of the Northern Eurasia’s coasts that overlook the two main global oceans: Atlantic Ocean and Pacific Ocean. Otherwise, sooner or later, Europe will be used as an American battering ram to break through the doors of Russian Federation, trying to dissolve it in the many ethno-religious realities which Russia is composed of. Therefore, nowadays the words pronounced by Vladimir Putin on 10 February 2015 at the Munich Security Conference sound prophetic: “The unilateral and frequently illegitimate actions have not solved any problem … We have reached the critical moment in which we seriously have to consider the global security architecture. And we have to proceed trying to find a reasonable balance among the interests of all subjects concerned in international relations … but that does not mean to interfere within the...
All’inizio dell’intervento aereo russo con obiettivi mirati finalizzati alla distruzione dello Stato Islamico, sono spuntate, puntualmente, sul web, vere e proprie “prove a orologeria” volte a diffondere sentimenti anti-russi usando come scudo i diritti umani Il 30 di settembre la Camera Alta del Consiglio Federale della Russia, ha approvato l’invio dell’aviazione nella zona del conflitto in Siria. Su ordine del Presidente Russo Vladimir Putin sono iniziati gli attacchi con armi di precisione, contro svariati obiettivi nei territori controllati dagli estremisti. L’inizio delle psyops, ha probabilmente addirittura preceduto la diffusione, da parte del Ministero della Difesa russo, del primo video relativo ai bombardamenti russi contro lo Stato Islamico in Siria1in cui, senza far mistero di nessun aspetto, vengono mostrate le postazioni dei terroristi distrutte dall’aeronautica militare russa. Secondo le fonti2 con un totale di circa 20 voli, sono state completamente distrutti i posti di comando nelle mani dei jihadisti. Nonostante tutto ciò, la macchina della propaganda si è messa in moto pubblicando foto di altri scenari di guerra, spacciandole per “danni collaterali” dei bombardamenti russi. La portavoce ufficiale della Cancelleria Russa Maria Zajarova, ha dichiarato: “Il ministro Sergei Lavrov non ha neppure fatto in tempo a finire il suo discorso innanzi al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che ci siamo scontrati con numerose falsificazioni mediatiche riguardanti la presenza di vittime tra i civili siriani o informazioni che sostenevano che l’azione militare russa fosse diretta contro le forze democratiche del Paese”. In merito alle foto diffuse, la Zajarova continua: “Neanche il tempo di dispiegare [le nostre forze, ndt] per l’operazione, e ci siamo ritrovati le reti sociali invase da fotografie di supposte vittime. Che posso dire? Tutti sappiamo come fanno questo tipo di immagini. Sorprende la velocità con cui hanno preparato tutto ciò. Il famoso film “La cortina di fumo” è il materiale didattico su come organizzare questo tipo di manipolazioni. Si tratta di una simulazione su scala internazionale ed è parte di un attacco mediatico, la guerra della quale abbiamo sentito parlare molte volte”3. La media adviser siriana, collaboratrice del Presidente Assad, Bouthaina Shaaban ha dichiarato in un’intervista concessa a Russia Today, che l’intervento russo in Siria, senza dubbio, contribuirà a stabilizzare nuovamente il Paese. Bouthaina Shaaban ha poi specificato in merito ai gruppi terroristici presenti in Siria: “Non c’è solo lo Stato Islamico […] Non so perché la gente si dimentichi do Jabat al-Nusra, nonostante ci sia una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che parla sia di Al-Nusra che dell’ISIS come organizzazioni terroristiche […] Oltre a questi, ci sono decine di organizzazioni terroristiche in Siria. Centinaia di mercenari e terroristi che vengono da ogni parte del mondo”4. L’Occidente, a quanto pare, oltre a “dimenticarsi” di chi sono i terroristi, etichettandoli, addirittura come “opposizione moderata”, negli ultimi anni ha giocato apertamente sporco contro la Siria. La Russia è stata l’unico stato ad essersi presentata come garante della sovranità nazionale siriana. All’azione mediatica Occidentale, si aggiunge anche quella del governo Saudita, che, dopo aver rigettato la richiesta russa della formazione di...
L’inizio del XXI secolo e l’era ribattezzata da molti come post-moderna hanno evidenziato come la questione etnico-culturale non sia una vestigia del passato e come il paradigma sistemico della “società senza confini” riveli tutti suoi limiti. Circa 20 anni fa alcune ricerche avevano evidenziato come esistessero 233 gruppi politicizzati, potenzialmente “a rischio”, che avevano deciso di intraprendere un’azione politica in nome dei loro interessi collettivi o che avevano rivendicato la propria separazione economica e politica rispetto al corpo statuale che li inglobava; inoltre su 127 paesi esaminati in questo studio, bel il 75% di essi conteneva minoranze altamente politicizzate. Oltre ai casi di nazionalità che intendono separarsi dallo Stato di appartenenza, conosciamo numerosi popoli che pur non reclamando l’indipendenza rivendicano tuttavia una forte specificità e il riconoscimento di un’autonomia più ampia. Questa è una delle tante ragioni per le quali è necessario ritrovare l’intesa tra Russia ed Europa, senza dimenticare una sinergia economica in base alla quale Mosca fornisce ai paesi della UE circa il 40% del loro fabbisogno di gas e il 30% di quello petrolifero, mentre assorbe il 7% delle esportazioni complessive del Vecchio Continente.. Se analizziamo la questione da un punto di vista geografico bisogna sottolineare come il vero confine orizzontale tra le due grandi aree geopolitiche della massa eurasiatica è quello che separa l’Europa (più la penisola anatolica) con tutta la Siberia fino a Vladivostok, dal resto dell’Asia “gialla” (Cina, Corea e Giappone) nonché dalle altre geopoliticamente omogenee dell’Asia. Un limes che si potrebbe porre attorno al 50° parallelo e che è comunque meno rilevante della differenza culturale e geostrategica che separa la stessa Europa dagli Stati Uniti e che non si riduce certo al fossato geografico rappresentato dall’Oceano Atlantico. Dal punto di vista russocentrico, l’unica sicurezza geopolitica per i secoli a venire non può essere rappresentata che dal controllo sotto qualsiasi forma delle coste della massa eurasiatica settentrionale, quelle coste che si affacciano sui due principali oceani mondiali, l’Atlantico e il Pacifico; in caso contrario, l’Europa sarà prima o poi utilizzata come un ariete americano per sfondare le porte della Federazione Russa e dissolverla nelle numerose realtà etno-religiose che la compongono. Suonano perciò oggi profetiche le parole pronunciate da Vladimir Putin il 10 febbraio 2007 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera: “Le azioni unilaterali e spesso illegittime non hanno risolto alcun problema … Siamo giunti al momento critico in cui dobbiamo occuparci seriamente dell’architettura della sicurezza globale. E dobbiamo procedere cercando un equilibrio ragionevole tra gli interessi di tutti i soggetti delle relazioni internazionali … ma questo non significa interferire negli affari interni di altri paesi e tanto meno dettare a questi paesi regole che determinano la loro vita e il loro sviluppo”. Evidente nel suo discorso il riferimento ai protettorati internazionali e alle “missioni militari umanitarie” che hanno caratterizzato il mondo dopo il crollo del Muro di Berlino, insieme al processo di nation building e ai programmi economici di aggiustamento strutturale imposti dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. L’intesa...
Venerdì 5 giugno presso la Biblioteca “Enzo Tortora” di Roma il Presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo, Lorenzo Salimbeni, è intervenuto, assieme al professor Carlo Fredduzzi (Direttore dell’Istituto di Cultura e Lingua Russa di Roma), alla presentazione del nuovo libro di Fabrizio di Ernesto, giornalista e saggista, “Santa Madre Russia. Putin e la presenza di Mosca sullo scacchiere internazionale“, fresco di stampa per i tipi di Fuoco Edizioni. Grazie al canale YouTube della giornalista freelance Giovanna Canzano, possiamo vedere gli interventi dell’autore e dei relatori intervenuti alla presentazione del volume.
Gli eventi politici del 2014 hanno condotto verso uno scenario di importante acredine tra Russia e Occidente in merito al piano della sicurezza europea ed in generale sulla distribuzione della forza militare nei Paesi confinanti la Russia. Le implicazioni politiche appaiono così ampie da rischiare di prolungarsi per anni, spostando la Russia verso quelle potenze ad essa più vicine come Cina o India, così come anche il Brasile. Tuttavia, mentre dovrebbe essere interessante aspettare una nascita di un dinamico “G7 contro BRICS”, probabilmente più complesso di quanto appaia, in realtà la coesione dei due gruppi economici appare limitata, perché in modo limitato gli altri membri BRICS proteggeranno la Russia affinché essa non influenzi negativamente i loro legami con l’Occidente. Ancora, sia il Summit G7 in Germania (che si svolgerà durante i primi giorni del prossimo Giugno) sia quello del BRICS (che si svolgerà nello stesso periodo) sarà fortemente influenzato dall’allontanamento tra Russia e Occidente. Quando la Russia ha ospitato nel Giugno 2009 il Primo Summit dei Leader del gruppo BRICS, nel quale hanno partecipato il Presidente brasiliano Lula, quello russo Dmitry Medvedev, il Primo Ministro indiano Manmohan Singh e il Presidente cinese Hu Jintao, il leader della Russia Yekaterinburg ha salutato gli ospiti come “l’epicentro della politica mondiale”. Esso affermò che la necessità di un maggiore sviluppo delle nazioni mondiali era ovvio prevedesse di sviluppare nuove organizzazioni. Appena il giorno precedente, la Russia aveva ospitato, nella stessa città, il nono incontro della Shanghai Cooperation Organization (SCO), con molti Paesi osservatori e l’aggiunta di una breve visita di Mahmoud Ahmadinejad, che era stato appena dichiarato vincitore di controverse elezioni presidenziali in Iran. In quell’occasione, i media occidentali avevano espresso con un mix di rifiuto e rigetto la visita del neo Premier iraniano. Come ha scritto l’Economist, questo quartetto disparato è riuscito in modo significativo a rivaleggiare con il Gruppo degli Otto paesi più industrializzati nell’ambito del settore economico. Inoltre, la cosa davvero sorprendente, è che questi quattro paesi, riunitisi fin dall’inizio come un gruppo diverso da quello voluto dai leader economici di Goldman Sachs, abbiano scelto di dare un taglio più alto al loro profilo. Coloro che hanno manifestato una critica posizione contro i BRICS, hanno elaborato una narrativa di potenziali “agitatori” dell’economia mondiale. Un mese prima della riunione dei ministri degli Esteri BRICS, in Russia, il professore di Princeton Harold James prevedeva che i paesi BRICS cercheranno di poter rappresentare un soggetto di riequilibrio, sia in ambito militare che in qualità di nuovo attore di influenza strategica e nuovo prestigio, per risolvere anche i propri problemi interni. Con la conclusione degli anni Novanta per un breve periodo, immediatamente successivo alla fine della Guerra Fredda, il mondo sembrava poter permanentemente rimanere tranquillo e indifferente alle logiche di potere. Quella speranza presto si è rilevata illusoria. Molti commentatori, infatti, sono stati storditi dalla rapidità della nascita di nuove tensioni all’interno del sistema internazionale. Molti attribuiscono la colpa al comportamento degli Stati Uniti, in quanto queste tensioni sono infatti state alimentate dal...
Venerdì 5 giugno alle ore 17:30 presso la Biblioteca comunale “Enzo Tortora” in Via Nicola Zabaglia 27/B a Roma, verrà presentato il nuovo libro del giornalista e saggista Fabrizio di Ernesto dal titolo “Santa Madre Russia. Putin e la presenza di Mosca sullo scacchiere internazionale”, edito da Fuoco e dedicato in particolare alla politica di Vladimir Putin ed al confronto con NATO e UE. Saranno presenti, oltre all’autore, il Prof. Carlo Fredduzzi, Direttore dell’Istituto di Lingua e Cultura russa di Roma e Coordinatore Nazionale dell’Associazione Italia-Russia ed il Dott. Lorenzo Salimbeni, Presidente del Cese-m (Centro Studi Eurasia- Mediterraneo).
Sintesi del seminario tenuto da Lorenzo Salimbeni (presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo) lunedì 24 novembre agli allievi del corso di Storia dell’Europa Orientale dell’Università di Udine. Del saggio di Samuel Huntington poi diventato un volume, The clash of civilizations, è ben nota la parte inerente lo scontro di civiltà a partire da presupposti religiosi che contrappone l’occidente atlantista al mondo islamico. Tale prospettiva, incapace di cogliere le differenze e le varietà insite in ciascuno dei due blocchi, è stata tuttavia tanto propagandata e ripetuta che sono finiti in secondo piano altri spunti interessanti contenuti in quest’opera. Ad esempio il concetto di “paesi faglia”, vale a dire solcati da distinzioni e contrapposizioni tali da metterne a rischio l’integrità territoriale qualora posti sotto pressione. Uno di questi è l’Ucraina, distinta nella sua parte occidentale, maggiormente sensibile alla cultura europea, e nella porzione orientale, intimamente legata all’ecumene russo. Le due edizioni della cosiddetta “rivoluzione arancione” nonché il separatismo della Crimea e del Donbass affondano le loro radici proprio in questa linea di rottura. Prima ancora di essere Mosca o San Pietroburgo, la Russia fu Kiev, una località importantissima dal punto di vista religioso e simbolico, poiché proprio nell’allora capitale dei Rus’ il principe Vladimir il Grande decise nel 988 di abbandonare i culti pagani degli avi e di farsi battezzare. Il cronachista Nestor narra che la scelta della nuova fede venne presa in base alle relazioni che i messi del sovrano avevano esposto riguardo le tre religioni monoteiste: l’Islam non venne ritenuto adeguato per i propri sudditi in quanto vietava le sostanze alcoliche, la perdita di Gerusalemme con la contestuale distruzione del Tempio era interpretata come un segno di cattivo auspicio che gravava sull’ebraismo (che invece le tribù kazare avevano scelto in un sorteggio tra le tre confessioni rivelate), le cattedrali teutoniche avevano incupito gli osservatori regi, rimasti altresì estasiati dalla Cattedrale di Santa Sofia a Costantinopoli, al cui interno non riuscivano a comprendere se si trovavano ancora in terra o se erano già assurti ad una dimensione celeste. Tale profondo legame con Bisanzio, ove Vladimir fu battezzato, darà immediata prova di saldezza nel 1054, allorché lo scisma d’Oriente (o d’Occidente, secondo i punti di vista) creò la distinzione tra la Chiesa di Roma e quella Ortodossa, e suggellerà il passaggio di consegne avvenuto nel 1453 tra la Seconda e la Terza Roma in seguito alla conquista turca della vecchia capitale dell’Impero Romano d’Oriente. Nel frattempo il potere in Russia aveva spostato il suo baricentro sulle rive della Moscova e Kiev e l’Ucraina erano diventate oggetto dell’espansionismo polacco-lituano, il quale contemplava pure un risvolto missionario cattolico, teso a riprendere le crociate dei Cavalieri Teutonici che Aleksandr Nevskij aveva arrestato nel 1242 al lago Peipus. Origina a quest’epoca la spaccatura confessionale dell’Ucraina, in seguito alla nascita di una terza sfumatura del cristianesimo legata all’Unione di Brest: nel 1595 tale località ospitò un sinodo di vescovi ucraini, i quali scelsero di mantenere le forme ed i riti ortodossi e al contempo riconoscevano l’autorità pontificia....