di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: giuliochinappi.wordpress.com Il 10 marzo, l’Assemblea Nazionale del Popolo ha votato la conferma di Xi Jinping come presidente della Repubblica Popolare Cinese per un terzo mandato consecutivo. L’organo ha anche approvato la riforma del Consiglio di Stato. Sebbene il 20º Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese dello scorso ottobre avesse già dato una chiara indicazione in questo senso, il 10 marzo, l’Assemblea Nazionale del Popolo – ovvero il parlamento ciense – ha eletto all’unanimità Xi Jinping come presidente della Repubblica Popolare Cinese e presidente della Commissione militare centrale. Per Xi Jinping, che ricopre anche l’incarico di segretario generale del Partito Comunista Cinese, si tratta del terzo mandato consecutivo alla guida del Paese più popoloso del mondo, divenendo il primo in assoluto a raggiungere questo traguardo dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, nel 1949. “Il risultato elettorale riflette la volontà comune e l’unità dell’intero Paese e rafforza anche il vantaggio chiave della certezza e della coerenza politica della Cina che assicurano al Paese la capacità di superare le sfide e realizzare la modernizzazione cinese mentre il mondo sta attraversando profondi cambiamenti mai visti in un secolo”, secondo quanto scritto da Yang Sheng sul Global Times. Anche secondo la versione inglese del Quotidiano del Popolo, la testata direttamente legata al Partito Comunista, la rielezione di Xi Jinping alla guida della Repubblica Popolare riflette la volontà comune condivisa da tutto il Partito, dall’intero esercito e dal popolo cinese di tutti i gruppi etnici: “Ciò mostra il sistema di leadership “trinitaria” del PCC, della RPC e dell’Esercito Popolare di Liberazione, e mostra il vantaggio politico della leadership del PCC e il vantaggio istituzionale del socialismo con caratteristiche cinesi, ed è utile per rafforzare e migliorare la leadership generale del Partito e per migliorare il sistema di leadership del Partito e dello Stato”, osserva l’editoriale. In effetti, la rielezione di Xi Jinping riflette la volontà della Cina di mantenere stabilità e certezze in un momento storico in cui le gravi tensioni internazionali, aggravante dalle spinte egemoniche statunitensi, prospettano un futuro gravido di instabilità e incertezze. A tal proposito, nel rapporto al 20° Congresso nazionale del PCC dello scorso ottobre, il presidente aveva affermato che “il nostro Paese è entrato in un periodo di sviluppo in cui le opportunità strategiche, i rischi e le sfide sono concomitanti e incertezze e fattori imprevisti stanno aumentando. […] Dobbiamo quindi essere più consapevoli dei potenziali pericoli, essere preparati ad affrontare gli scenari peggiori ed essere pronti a resistere a forti venti, acque agitate e persino tempeste pericolose“. Li Haidong, professore presso l’Istituto di relazioni internazionali dell’Università Cinese degli Affari Esteri, ha dichiarato venerdì al Global Times che “i leader che sono stati eletti oggi hanno dimostrato di essere leader qualificati e di successo con saggezza e visioni strategiche negli ultimi 10 anni, basandosi sui notevoli risultati raggiunti. Il risultato dell’elezione fornisce fiducia all’intera società e fornisce anche certezza alla comunità internazionale poiché tutte le nazioni vedranno la forte stabilità politica e la coerenza della Cina“. Secondo il professor Li, la Cina continuerà a svolgere un ruolo costruttivo nella promozione della...
PCC
di Pepe Escobar ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO SU THE CRADLE Xi Jinping ha appena offerto al Sud del mondo una dura alternativa a decenni di diktat occidentali, guerre e costrizioni economiche. La “modernizzazione pacifica” stabilirà la sovranità, l’economia e l’indipendenza per gli stati del mondo in difficoltà. Il rapporto sul lavoro del Presidente Xi Jinping, presentato domenica scorsa a Pechino all’inizio del 20° Congresso del Partito Comunista Cinese (PCC), conteneva non solo un progetto per lo sviluppo della civiltà-stato cinese, ma per l’intero Sud del mondo. Il discorso di 1 ora e 45 minuti di Xi ha effettivamente fornito una versione più breve del rapporto di lavoro completo – un testo che entra in modo molto più dettagliato su una serie di temi socio-politici. Questo è stato il culmine di un complesso sforzo collettivo che è andato avanti per mesi. Quando ha ricevuto il testo finale, Xi lo ha commentato, rivisto e modificato. In poche parole, il piano generale CPC è duplice: finalizzare la “modernizzazione socialista” dal 2020 al 2035 e fare della Cina, attraverso una modernizzazione pacifica, un paese socialista moderno che sia “prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso” entro il 2049, sanno in cui ricorre il centenario della fondazione della Repubblica popolare cinese (RPC). Il concetto centrale nella relazione è la modernizzazione pacifica e le modalità per realizzarla. Come ha riassunto Xi, “contiene elementi comuni ai processi di modernizzazione di tutti i Paesi, ma è più caratterizzato da caratteristiche peculiari del contesto cinese”. Molto in sintonia con la cultura confuciana cinese, la “modernizzazione pacifica” racchiude un sistema teorico completo. Naturalmente ci sono molteplici percorsi geoeconomici che portano alla modernizzazione, in base alle condizioni nazionali di ogni particolare paese; ma per il Sud del mondo nel suo insieme, ciò che conta davvero è che l’esempio cinese rompa completamente con il monopolio occidentale della TINA (There Is No Alternative, “non c’è alternativa”) sulla pratica e la teoria della modernizzazione. Per non parlare della rottura con la camicia di forza ideologica imposta al Sud del mondo dall’autodefinito “miliardo d’oro” (di cui il vero “d’oro” arriva a malapena a 10 milioni). Quello che dice la dirigenza cinese è che il modello iraniano, il modello ugandese o il modello boliviano valgono tutti quanto l’esperimento cinese: ciò che conta è perseguire un percorso autonomo di sviluppo. Come sviluppare l’indipendenza tecnologica La recente documentazione storica mostra come ogni nazione che cerca di svilupparsi al di fuori del Washington Consensus sia terrorizzata a una miriade di livelli di guerra ibrida. Questa nazione diventa, così, un bersaglio di rivoluzioni colorate, cambio di regime, sanzioni illegali, blocco economico, sabotaggio da parte della NATO o di bombardamenti o di invasioni a titolo definitivo. Ciò che la Cina propone riecheggia in tutto il Sud del mondo perché Pechino è il più grande partner commerciale di ben 140 nazioni, che possono facilmente cogliere i risvolti dell’attuazione di concetti come lo sviluppo economico di alta qualità e l’autosufficienza nella scienza e nella tecnologia. Il rapporto ha sottolineato, inoltre, quello che sarà l’imperativo categorico...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE Domenica è stato ufficializzato il terzo mandato di Xi Jinping come segretario generale del Partito Comunista. Li Qiang si appresta a diventare il nuovo primo ministro dopo la fine del mandato di Li Keqiang. Terminato il 20º Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, il 23 ottobre ha avuto luogo la prima sessione plenaria del 20° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, che ha ratificato la conferma di Xi Jinping come segretario generale per un terzo mandato. Xi è stato anche nominato presidente della Commissione militare centrale del PCC. Oltre al segretario generale, il Comitato Permanente dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCC sarà composto da Li Qiang, Zhao Leji, Wang Huning, Cai Qi, Ding Xuexiang e Li Xi. Li Qiang, segretario del Partito Comunista a Shanghai sin dal 2017, diviene dunque il nuovo numero due del PCC, destinato con ogni probabilità ad assumere la carica di primo ministro a partire da marzo, quando Li Keqiang raggiungerà il limite dei due mandati. La nomina di Li Qiang ha colto di sorpresa molti analisti, visto che storicamente il nuovo premier era sempre stato scelto tra i vice premier. Li Keqiang, ad esempio, aveva ricoperto il ruolo di primo vice premier tra il 2008 ed il 2013, prima di ottenere i suoi due mandati da primo ministro. Per questo stesso motivo, molti pensavano che il suo successore sarebbe stato Wang Yang, ma Wang, al pari di Li Keqiang, non è stato neppure confermato all’interno del Comitato Centrale del PCC, fatto che lo ha immediatamente escluso dall’elenco dei pretendenti. Li Qiang viene considerato come uno dei fedelissimi di Xi Jinping, e la sua probabile nomina come nuovo premier non poteva che suscitare le scomposte reazioni dei commentatori occidentali. Le élite nostrane speravano infatti nella nomina del già citato Wang Yang o di Hu Chunhua, considerati come due riformisti che avrebbero aperto la porta alla trasformazione capitalista della Repubblica Popolare. I commentatori anticinesi non hanno trovato di meglio che criticare Li Qiang per la gestione del lockdown a Shanghai – i cui risultati sono in realtà stati migliori rispetto a quelli ottenuti da qualsiasi Paese occidentale – e per non aver introdotto riforme orientate al mercato. Tutto questo non fa altro che dimostrare la correttezza della linea del PCC. Durante l’incontro con la stampa, tenutosi domenica nella Grande Sala del Popolo di Pechino, Xi Jinping ha affermato che una Cina prospera creerà molte più opportunità per il mondo: “Proprio come la Cina non può svilupparsi isolata dal mondo, il mondo ha bisogno della Cina per il suo sviluppo”, ha osservato Xi. “Attraverso oltre 40 anni di incessanti riforme e aperture, la Cina ha creato i due miracoli della rapida crescita economica e della stabilità sociale a lungo termine”, ha aggiunto il segretario generale del PCC. “Mentre gli Stati Uniti si stanno impegnando nella costruzione del confronto e dell’unilateralismo, oltre a guidare il mondo intero in una situazione più conflittuale e caotica, la Cina, la seconda economia più grande del mondo, sta facendo esattamente l’opposto“, ha commentato Wang Yiwei, vice preside dell’Accademia...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALEPhotoSource: invesco.com Nel giro di pochi anni, la Cina ha ottenuto grandi miglioramenti dal punto di vista ecologico e ambientale, come sottolineato negli eventi organizzati a margine del 20º Congresso del Partito Comunista. Sta per volgere al termine il 20º Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, organizzato dal 16 al 22 ottobre presso la Grande Sala del Popolo di Pechino. Tra le numerose tematiche affrontate in questi giorni, non poteva mancare la questione ambientale, di grande attualità negli ultimi anni. A fronte delle accuse della propaganda anticinese, il Congresso del PCC ha sottolineato i grandi passi in avanti compiuti dalla Repubblica Popolare Cinese da questo punto di vista, raggiungendo risultati straordinari in un lasso di tempo così breve. Zhai Qing, vice ministro dell’Ecologia e dell’Ambiente, ha tenuto una conferenza stampa nella giornata di venerdì, nel corso della quale ha sottolineato che la Cina è diventata la nazione con i progressi più rapidi nel miglioramento della qualità dell’aria negli ultimi dieci anni: “Il concetto che l’acqua pulita e le montagne verdi sono preziose quanto l’oro e l’argento ha messo radici nei cuori del popolo, portando ai grandi successi della Cina nel risparmio energetico e nella riduzione delle emissioni di carbonio”, ha sottolineato il rappresentante del governo. Le emissioni di anidride carbonica per unità di PIL della Cina nel 2021 sono diminuite del 34,4% rispetto al livello del 2012 e la quota di consumo di carbone nel suo consumo di energia primaria rappresentava il 56% nel 2021, rispetto al 68,5% nel 2012. Nonostante una crescita economica sostenuta ed un aumento costante del consumo di energia, pari a circa il 3% annuo, la Cina ha ottenuto risultati di grande spessore nel miglioramento della qualità dell’aria nelle grandi città, che fino a pochi anni fa figuravano ancora nella poco lusinghiera lista delle più inquinate del mondo. Inoltre, “l’84,9% delle acque superficiali del paese ha raggiunto la qualità di Grado III o superiore nel 2021, che è diventata molto vicina ai livelli osservati nei Paesi sviluppati”, secondo quanto affermato da Zhai. Il vice ministro ha anche sottolineato che la Cina ha completamente bandito le importazioni di “spazzatura straniera” e ha realizzato l’obiettivo di zero importazioni di rifiuti solidi. Ma Jun, direttore dell’Istituto per gli affari pubblici e ambientali con sede a Pechino, ha affermato che attraverso gli sforzi nel controllo dell’inquinamento e nella protezione ecologica negli ultimi dieci anni, la Cina ha sostanzialmente invertito la tendenza al degrado ambientale: “In un momento così critico, il fatto che la Cina, in quanto una delle principali economie, mantenga le proprie promesse climatiche e rispetti l’ideale ecologico sarà essenziale affinché il mondo affronti meglio il cambiamento climatico”, ha detto l’accademico, intervistato dal Global Times. Oltre all’impegno all’interno dei propri confini, la Cina sostiene il multilateralismo e il principio delle responsabilità e delle rispettive capacità comuni ma differenziate, ovvero chiede ai Paesi industrializzati di rispettare gli accordi presi e di fare la propria parte nel miglioramento della situazione ambientale planetaria, in quanto principali inquinatori a livello storico e massimi...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE Il 20º Congresso del Partito Comunista Cinese sta ricevendo una copertura mediatica senza precedenti e sta suscitando un grande interesse in tutto il mondo, coerentemente con il ruolo assunto dalla Cina nella comunità internazionale. Nel giro di pochi decenni, la Cina è diventata la prima economia mondiale a parità di potere d’acquisto, scavalcando gli Stati Uniti nel 2016, e la seconda in termini assoluti. La Repubblica Popolare ha inoltre assunto un ruolo sempre più importante a livello geopolitico, facendosi portaparola dei Paesi in via di sviluppo e di tutti quelli che rifiutano il mondo unipolare a guida statunitense. Anche per queste ragioni, il 20º Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese sta ricevendo un’attenzione mediatica senza precedenti in tutto il mondo. Come sappiamo, la macchina della propaganda occidentale si è attivata anche in occasione del più importante evento della vita politica cinese, proponendo al grande pubblico notizie falsificate o accuratamente manipolate, al fine di dare un’immagine negativa della Cina, del Partito Comunista e del presidente Xi Jinping. Il rapporto di Xi Jinping, in particolare, è stato ridotto ad un’invettiva bellicista verso Taiwan, travisando completamente i concetti espressi dal segretario generale del PCC e ignorando tutti gli altri punti affrontati. Per fortuna, al di là di quello che pensano i sempre meno numerosi occidentalocentrici, il mondo non si limita a Europa e Nord America. Negli altri continenti, la visione che i governi, le organizzazioni politiche e i popoli hanno della Cina, del Partito Comunista e della leadership di Xi Jinping differisce in maniera netta rispetto a quanto propinato dalla propaganda occidentale. “Leader di molti Paesi e organizzazioni internazionali hanno inviato messaggi e lettere al presidente Xi Jinping, che è anche segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC), per esprimere le congratulazioni per l’apertura del 20° Congresso Nazionale del PCC. Hanno notato che il 20° Congresso Nazionale sarà una nuova pietra miliare nella causa cinese della costruzione socialista e hanno espresso fiducia che sotto la guida del Comitato Centrale del PCC con il compagno Xi Jinping al centro, la Cina realizzerà con successo il suo ringiovanimento nazionale“, ha sottolineato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin. Secondo quanto affermato dal portavoce Wang, i governi di Sudafrica, Argentina, Sri Lanka, Tagikistan, Palestina, Kirghizistan, Gabon e Mongolia figurano tra quelli che hanno inviato messaggi di congratulazioni a Xi Jinping. Inoltre, i partiti al potere in Repubblica Democratica Popolare di Corea, Vietnam, Laos e Cuba hanno inviato le loro congratulazioni al Comitato Centrale del PCC per la riuscita convocazione del congresso. “La Cina è sempre stata una forza per la pace nel mondo, un contributore allo sviluppo globale e un difensore dell’ordine internazionale. La Cina ha fornito le sue intuizioni e soluzioni per affrontare le principali questioni globali e ha contribuito a creare consenso e sinergie per far progredire lo sviluppo umano e il progresso”, ha spiegato ancora il portavoce del ministero degli Esteri. Wang ha poi sottolineato che numerosi sondaggi internazionali mostrano come il ruolo della Cina sia accolto favorevolmente da gran parte...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE La seconda giornata del 20º Congresso Nazionale del Partito Comunista è stata segnata dalla lettura del rapporto del 19° Comitato Centrale del PCC da parte del segretario generale Xi Jinping. Prosegue, presso la Grande Sala del Popolo di Pechino, il 20º Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, evento che sta ottenendo una grande attenzione mediatica vista la sua importanza non solo per la politica cinese, ma anche per il futuro del mondo. Tuttavia, dobbiamo notare ancora una volta come le notizie riportate dai media occidentali risultino spesso frammentate o distorte, dando un’immagine della Cina che non corrisponde alla realtà. Una delle menzogne che ci sentiamo raccontare più di frequente è quella secondo cui la Cina si sarebbe oramai trasformata in un Paese capitalista a pieno titolo. Indubbiamente, il governo cinese, da Deng Xiaoping in poi, ha messo in atto delle riforme del sistema economico che hanno introdotto elementi di economia di mercato nel Paese, interrompendo il sistema di collettivizzazione avanzata messo in piedi da Mao Zedong. Tuttavia, come dimostra anche questo 20º Congresso del Partito Comunista, il marxismo-leninismo resta un elemento centrale nella vita del Partito e dello Stato. L’obiettivo della Cina, infatti, non è quello di diventare un grande Paese a capitalismo avanzato come gli Stati Uniti, ma quello di diventare un grande Paese socialista seguendo il cammino del socialismo con caratteristiche cinesi, che sia adatto ai tempi e al contesto storico-culturale cinese. Nel rapporto rilasciato dal 19° Comitato Centrale del PCC, letto nella giornata di domenica dal segretario generale del Partito Xi Jinping, si legge: “Da questo giorno in poi, il compito centrale del PCC sarà quello di guidare il popolo cinese di tutti i gruppi etnici in uno sforzo concertato per realizzare l’obiettivo del secondo centenario di trasformare la Cina in un grande Paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti e per far avanzare il ringiovanimento della nazione cinese su tutti i fronti attraverso un percorso cinese verso la modernizzazione“. Secondo il significato dato dal PCC alla “modernizzazione cinese”, questa è la modernizzazione socialista perseguita sotto la guida del PCC. Non ha solo le caratteristiche comuni della modernizzazione a tutti i Paesi, ma anche le caratteristiche cinesi basate sulle proprie condizioni nazionali. Questa è stata una delle innovazioni introdotte dieci anni fa, in occasione del 18º Congresso del Partito Comunista, il primo che vide l’elezione di Xi Jinping alla sua guida. Inoltre, sempre secondo la concezione cinese, la modernizzazione cinese dice al mondo in modo inconfutabile che esiste più di un percorso che porta alla modernizzazione: ogni Paese e nazione ha non solo il diritto, ma anche la possibilità di intraprendere un percorso di modernizzazione che si adatti alle proprie condizioni nazionali. Un tale punto di vista pone chiaramente un freno all’egemonia occidentale, ed in particolare statunitense, in materia di modernizzazione e sviluppo. Se un tempo i Paesi in via di sviluppo si vedevano obbligati a seguire il percorso occidentale, oggi la Cina offre loro la dimostrazione che ogni Paese può perseguire un proprio modello indipendente di modernizzazione e sviluppo. “Il socialismo...
di Redazione CESeM Introdotto dal responsabile relazioni esterne del CeSEM – Stefano Vernole – si è tenuto a Modena un importante incontro organizzato dal Centro Studi Eurasia Mediterraneo e dedicato al XX Congresso del Partito Comunista Cinese in programma in questi giorni. Si è trattato del primo incontro del CeSEM organizzato sulla Cina in presenza dopo le difficoltà dovute al Covid-19 ma segue un percorso ormai decennale di iniziative di approfondimento svoltesi in diverse città italiane e coronate da una ricca bibliografia. I tre relatori – Zou Jiangjun Consigliere dell’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia, l’Ambasciatore Alberto Bradanini e il responsabile dipartimento del CeSEM Marco Costa – hanno dibattuto su tutte le principali questioni alla base del convegno. Il “Sogno cinese” del grande rinascimento della nazione (alla base del concetto di ringiovanimento nazionale) continuerà con la politica intrapresa dal PCC fin dai tempi di Deng: riforme e apertura al mondo che hanno consentito di soddisfare le crescenti esigenze materiali e culturali del miliardo e mezzo di abitanti del Paese di Mezzo. Nell’ultimo anno con dati disponibili, il 2021, la Cina ha contribuito a circa il 18% del PIL globale, dopo aver trascinato la crescita mondiale per diverso tempo anche del 30%. Negli ultimi 10 anni non si è pensato alla stabilità soltanto attraverso le nuove riforme come il Codice Civile e la Legge sugli investimenti esteri, ma si è spinto fortemente sulla lotta alla corruzione: sono stati infatti aperti 4.388.000 casi di indagine e sono stati puniti 4.709.000 membri del partito, una prova di autodisciplina che ha conferito maggiore consenso al PCC. Se la cooperazione con l’Africa rappresenta senza dubbio il più significativo esempio di lotta al neo-colonialismo occidentale, tuttavia la Cina ha bisogno di pace per soddisfare la domanda interna e sviluppare i propri interessi commerciali. L’idea del mondo multipolare (alla base anche del progetto della Belt and Road Initiative) non deve quindi essere intesa solo come il contenimento dell’egemonia unipolare statunitense ma come la creazione di un sistema internazionale in cui anche le piccole nazioni possono sopravvivere. Concetti che sono recepiti dalla politica dei BRICS (ormai BRICS PLUS) volta alla creazione di un nuovo sistema monetario basato sull’oro e non più sul dollaro, in cooperazione con altre istituzioni multilaterali come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai o attraverso la stipula di enormi trattati commerciali come il RCEP. L’Europa e in particolare l’Italia – disseminate di basi militari statunitensi – dovrebbero perciò adottare non solo una prospettiva euroatlantica ma anche euroasiatica in vista dell’inevitabile sorpasso economico della RPC sugli USA nel 2030. Se quindi la Cina è una macchina, indubbiamente il Partito Comunista Cinese ne è il suo motore, con gerarchia e disciplina quali valori imprescindibili. Senza dimenticare che da Mao a Xi passando per Deng, il marxismo – seppur riformato e adattato alle tradizioni culturali del Paese – è rimasto alla base del sistema ideologico cinese, come testimoniato dalla continuità tra il socialismo armonioso e il socialismo con caratteristiche cinesi. Con una grande differenza però rispetto...
di Marco Costa L’assetto organizzativo del Partito Comunista Cinese Conoscere la Cina significa necessariamente conoscere il ruolo del suo partito guida, il PCC. Questo partito ha una struttura complessa, stratificata e ramificata, che abbraccia tutti i livelli, le categorie e i settori della società dalla base degli iscritti fino al Segretario Generale. Risulta essere, in buona sostanza, il nervo politico della Repubblica Popolare, la sua avanguardia e il motore propulsivo di tutta l’impalcatura amministrativa cinese. Per capire meglio il funzionamento di questa enorme organizzazione, occorre sviscerarne l’architettura piramidale nei suoi diversi livelli. Alla base del Partito – che lo scorso anno ha festeggiato il centenario della sua fondazione – c’è la massa degli iscritti, che attualmente risultano essere poco più di 95 milioni (escluse ovviamente le altre organizzazioni affini e giovanili, come la Lega della Gioventù Comunista e i Pionieri). La vita politica delle sezioni territoriali, a partire dal livello provinciale sino a quello distrettuale, risponde ad una gerarchia ben definita, laddove le unità di livello inferiore rispondono a quelle di livello superiore. Ad esempio, a livello provinciale si hanno il Segretario di partito provinciale, il Comitato di partito provinciale, il Congresso di partito provinciale e così via. In questo contesto, a livello locale sono i quadri territoriali che operano per garantire la corretta applicazione delle direttive provenienti dagli organi apicali. In tutti i suoi livelli di funzionamento, il PCC deve applicare un metodo di lavoro fondato su 4 principi fondamentali. Il primo principio è quello della leadership collettiva, ovvero l’idea secondo la quale le decisioni sono prese collegialmente e attraverso il consenso; a livello della direzione centrale del partito ciò significa che, ad esempio, tutti i membri del Comitato Permanente del Politburo hanno la stessa rilevanza, che si traduce nel fatto che ogni membro ha un solo voto. Il secondo principio organizzativo del PCC è il centralismo democratico; questo è stato il principio organizzativo guida del partito sin dal V Congresso Nazionale, tenutosi nel 1927 ed è un concetto di matrice leninista; infatti lo Statuto recita: «Il Partito è un organismo integrale organizzato secondo il suo programma e costituzione e sulla base del centralismo democratico». Mao Zedong definì questo metodo come «allo stesso tempo democratico e centralizzato, con i due apparenti opposti di democrazia e centralizzazione uniti in una forma definita» e che la superiorità del centralismo democratico risiede nelle sue contraddizioni interne, tra democrazia e centralismo, e libertà e disciplina. Attualmente, il PCC sostiene che «la democrazia è l’ancora di salvezza del Partito, l’ancora di salvezza del socialismo», ma affinché la democrazia sia attuata e funzioni correttamente, è necessaria al contempo la centralizzazione. Altro principio a cui devono attenersi i membri del PCC a tutti i livelli è quello della disciplina. Per disciplina si intende quell’insieme di comportamenti politici e morali a cui deve attenersi un buon iscritto al partito, su cui vigila – in caso di problemi – la Commissione Centrale per l’ispezione Disciplinare (CCDI), che è la più alta istituzione di controllo interno del Partito...
Storie di avventurieri, esploratori e missionari sull’isola di Hong Kong (parte prima) di Marco Costa Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, Hong Kong conserva alle sue spalle una storia tanto ricca quanto particolare. Storia, come abbiamo visto, che non è solo fatta di crescita economica e di scambi commerciali, ma che più segretamente rimanda ad episodi leggendari, talvolta misteriosi, spesso legati alle sue attività marittime. Hong Kong, ben prima di diventare una capitale finanziaria dell’Asia e dell’intero pianeta per come la conosciamo oggi, è stata per secoli il crocevia di avventurieri, missionari, pellegrini, faccendieri ed impostori, che vedevano nel “Porto profumato” l’occasione per scappare dalle terre di origine – fossero queste in Asia o in Europa – e sull’Isola ricostruirsi una vita. Ma, ancora prima, è stato l’approdo di numerosi esploratori provenienti dall’Europa. Una figura che si lega strettamente a questa città, è quella di Jorge Álvares, esploratore portoghese che probabilmente è stato il primo europeo ad aver raggiunto Hong Kong e la Cina via mare.1 Questo esploratore nel maggio del 1513 salpò dalla città birmana di Pegu col capitano originario della Malacca Rui de Brito Patalim, a bordo di una piccola flotta composta da sei giunche, con un equipaggio prevalentemente formato da marinai portoghesi. Álvares compì il suo primo sbarco in terra cinese nella città di Guangdong nel maggio 1513. Qui, e più precisamente sull’isola di Lintin situata nell’estuario del fiume delle Perle, eresse un monolite in pietra con incisa la tipica croce portoghese in omaggio al Re del Portogallo. Lo scopo di questa spedizione fu da un lato l’esplorazione geografica, ma anche l’interesse commerciale. Poco tempo dopo, infatti, il più celebre esploratore Alfonso de Albuquerque, già Duca di Goa, inviò Rafael Perestrello a cercare di intessere relazioni commerciali con i cinesi. Usando una nave di Malacca, Rafael sbarcò sulle coste meridionali di Guangdong sempre nel 1513, diventando il primo europeo a sbarcare sulla terraferma in Cina.2 Negli anni successivi Álvares partecipò al tentativo di fondare insediamenti a Tuen Mun, nei dintorni di Hong Kong; a queste prime spedizioni pionieristiche seguirono numerosi insediamenti commerciali portoghesi nella zona, poi culminati nella creazione di Macao. Peraltro, i rapporti tra portoghesi e cinesi non furono sempre pacifici, basti ricordare che nel 1517 i coloni lusitani combatterono contro l’esercito imperiale cinese, e pare che lo stesso Álvares abbia preso parte allo scontro. Per certi versi, la storia della città di Macao è differente ma complementare a quella di Hong Kong. Questo territorio divenne infatti colonia portoghese nel 1552 e fu riconosciuta come tale dalla Cina nel 1670, nonostante il fatto che nel corso del XVII secolo gli olandesi tentassero ripetutamente di conquistarla. Dopo una breve parentesi spagnola, il Portogallo riottenne l’indipendenza sotto la dinastia Braganza nel 1640 e, siccome per tutto il periodo “spagnolo” Macao si ritenne sempre solo soggetta al Portogallo, le fu dato dai lusitani il titolo ufficiale di Cidade do Nome de Deus, de Macau, Não há outra mais Leal.3 Tuttavia, e per questa ragione la storia di Macao...
di Andrea Turi A New York, martedì 30 ottobre 2019 il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo, davanti alla platea conservatrice dell’Hudson Institute dichiarava agli invitati all’evento che non è più realistico ignorare le differenze fondamentali tra i nostri due sistemi e l’impatto che queste differenze possono avere sugli Stati Uniti1; parole cariche di retorica da guerra fredda, capaci di evocare immagini relative della vecchia che fu e, al contempo, di prefigurarne una nuova in un futuro ormai prossimo a venire. Lo stesso giorno, al Jingxi Hotel di Pechino, era riunita la quarta sessione plenaria del XIX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (da qui PCC), la più alta autorità dirigente del PCC, principale appuntamento per il partito nell’anno 2019, incontro durante il quale l’Ufficio Politico chiede il via libera del Comitato Centrale per le politiche e le strategie da attuare in futuro. Al centro dei lavori del consesso della leadership di Partito la decisione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese di preservare e migliorare il sistema socialista con caratteristiche cinesi e di promuovere la modernizzazione del sistema di governance nazionale e della capacità di governance. […] Al fine di realizzare lo spirito del XIX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, la Quarta Sessione Plenaria del XIX Comitato Centrale si è concentrata su una serie di importanti questioni riguardanti, in primo luogo, il mantenimento e il miglioramento del sistema socialista con caratteristiche cinesi e la promozione della modernizzazione del sistema di governance nazionale e della capacità di governance; […] in secondo luogo, preservare e migliorare il sistema di leadership del partito, migliorare la governance scientifica del partito, la governance democratica e governare secondo il livello di legge2. Intanto, in quegli stessi giorni, la regione amministrativa speciale di Hong Kong (HKSAR) era ancora alle prese con le proteste e le violenze tipici dei tentativi colorati di agitazione pro-democratici3 che abbiamo imparato a conoscere nel mondo occidentale e che dal mese di marzo 2019 ne hanno turbato a più riprese la quotidianità; a questo, si sono aggiunge con nuove difficoltà economiche – nuove perché per la prima volta in dieci anni l’economia di Hong Kong è entrata in recessione. In una contemporaneità che sta vivendo un momento di rottura che preannuncia grandi cambiamenti a vari livelli e in svariati ambiti, Pechino intende continuare a preservare il principio “un paese, due sistemi”, mantenendo la prosperità e la stabilità a lungo termine di Hong Kong e Macao, e promuovendo la riunificazione pacifica alla Madrepatria4. Per raggiungere questo obiettivo e per non permettere altri tentennamenti o passi incerti da parte del Governo della regione autonoma, il Comitato Centrale ha rotto gli indugi per risolvere la crisi nell’ex colonia britannica al fine di mantenere la sicurezza nazionale e di placare le proteste e frenare il rallentamento economico della città-regione5: così, con 2.878 voti favorevoli, sei astenuti ed uno contrario, l’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) ha dato il via libera al Comitato permanente – organo operativo dell’Assemblea – di redarre la Legge per la tutela...