Lo scorso lunedi 24 ottobre, Lorenzo Salimbeni ha presenziato e moderato l’incontro tenutosi a Roma presso l’Associazione Civita, Sala Gianfranco Imperatori a Piazza Venezia. Nel corso dell’evento si è presentato il volume Orienti, scritto da Maria Grazia Chiappori per i tipi di Aracne Editore. Sono intervenuti, inoltre, Emilio Spedicato, Sergio Masini, Bruno Crevato-Selvaggi, Rita Tolomeo, Marina Del Nunzio, Marco Bussagli, Pierfrancesco Fedi, Donatella Schurzel. Scheda del volume: http://www.aracneeditrice.it/aracneweb/index.php/pubblicazione.html?item=9788854895041
lorenzo salimbeni
“La Repubblica Popolare Cinese e il Tibet”, progetto di ricerca del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo l’introduzione di Lorenzo Salimbeni, Presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo, al volume, fresco di stampa, curato del CeSE-M Alla scoperta del Tibet. Storia, paesaggi e prospettive (Anteo Edizioni, Cavriago 2015), contenente contributi di Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole. Un’impervia regione di montagna che a distanza di mezzo secolo continua a godere dei benefici di una riforma agraria capace di sradicare i privilegi di una teocrazia che aveva fra l’altro perso gran parte della propria spiritualità e si era impastoiata nei meandri secolari. Un tessuto produttivo che in cinquant’anni ha incrementato il proprio PIL di 300 volte e beneficia di consistenti sovvenzioni e investimenti da parte del governo centrale, il quale ha investito in una robusta infrastrutturazione innervata su autostrade e tratte ferroviarie ad alta velocità. Una regione autonoma che, in virtù delle proprie specificità culturali ed etniche, gode del bilinguismo, ma anche dell’istruzione gratuita e di un servizio sanitario capillare. Il suo capoluogo primeggia da tempo nelle graduatorie nazionali riguardanti la qualità della vita, con particolare riferimento agli indici di sicurezza e di funzionalità dei servizi pubblici urbani. Tutto questo caratterizza la Regione autonoma cinese dello Xizang (nome che significa “dimora del tesoro occidentale”), la quale potrebbe pertanto ben esemplificare l’ennesimo miracolo economico che la Repubblica Popolare Cinese ha compiuto in questi ultimi decenni. Il nome di per sé tuttavia dice poco, né aiuta il lettore occidentale medio sapere che tale area racchiude alcune di quelle prefetture dell’ovest della Cina che finora sono rimaste al di fuori dell’ancor più vorticoso sviluppo che ha interessato la fascia costiera e le metropoli immediatamente adiacenti. Se, invece, si usa il nome tradizionale “Tibet”, la percezione cambia completamente ed entra in gioco quella costruzione retorica e propagandistica che i media mainstream congiuntamente ai think-tank statunitensi hanno intessuto attorno alla figura di Tenzin Gyatso, meglio noto come “il Dalai Lama”, Premio Nobel per la Pace 1989. Riconoscimento invero singolare per colui il quale trent’anni prima aveva scatenato una cruenta rivolta armata e negli anni seguenti, sostenuto dalla CIA e dall’India, contrapposta a Pechino da vertenze confinarie attinenti in parte proprio il Tibet, aveva fomentato richieste d’indipendenza inducendo alcuni suoi seguaci a gesti eclatanti come ad esempio immolarsi dandosi fuoco, compiendo così un gesto contrario all’etica buddhista tibetana. Ricordato come tale leader politico appaia discutibile anche nei panni di guru spirituale, in quanto avversato dai tibetani afferenti alla scuola buddhista Shugdenpa, per meglio delineare questo controverso personaggio rimandiamo tuttavia all’opera di Maxime Vivas “Dietro il sorriso. Il lato nascosto del Dalai Lama”, recentemente tradotto da Anteo Edizioni. La presente opera collettanea si pone, invece, in continuità con un’altra pubblicazione della dinamica casa editrice di Cavriago, vale a dire “Tibet, crocevia tra passato e futuro. Storia, sviluppo e potenzialità della regione autonoma cinese” di Marco Costa. Quest’ultimo fa parte, assieme a Stefano Vernole e Andrea Turi, del gruppo di lavoro del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo...
La giornalista Giovanna Canzano ha raccolto le impressioni di vari analisti e studiosi in merito alla notte di terrore vissuta venerdì 13 novembre 2015 a Parigi: http://giovannacanzano-interviste.blogspot.it/2015/11/isis-islam-occidente-e-poi.html Di seguito l’intervento di Lorenzo Salimbeni, Presidente del Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Di fronte alla notte di terrore vissuta da Parigi, la memoria può andare ai sommovimenti delle banlieues e possiamo pensare ad un salto di qualità della guerriglia urbana. Il problema è che fra questi due eventi lo Stato francese non ha ripensato ai limiti ed alle imperfezioni del suo modello sociale con riferimento all’integrazione, anzi, si è preferito mescolare nel torbido delle seconde e terze generazioni di immigrati privi di precisi riferimenti identitari. Da questo brodo di coltura provengono molti Foreign Fighters che sono stati strumentalizzati da Sarkozy prima e Hollande adesso per creare instabilità in Libia e in Siria in maniera funzionale agli interessi geopolitici dell’Esagono. La capacità di resistenza del presidente legittimo Assad, sostenuto da Hezbollah, Iran e finalmente dalla Russia, ha costretto a ripiegare molti di questi combattenti d’esportazione, i quali si sono sentiti abbandonati nel momento in cui cominciavano a pregustare la vittoria. Lo Stato Islamico attinge a questa manovalanza delusa e rientrata in una patria che percepisce come qualcosa di ancora più alieno da sé. Gheddafi e Assad sono stati profetici: l’apprendista stregone ha scatenato forze che gli si sono ritorte contro. Non si è trattato di un attacco ad un imprecisato ed onnicomprensivo “Occidente”, bensì di una vendetta da parte di chi è stato sfruttato e poi abbandonato, trovando quindi riparo nell’ideologia e nella prassi dell’Isis, totalitaria e perciò confortante per chi è privo di identità e di punti di riferimento.