Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo ha realizzato un focus sull’area balcanica dal titolo Balcani, la storia in movimento. Quali conseguenze per l’Europa?, contenente una serie di piccoli saggi che inquadrano l’attuale situazione nei Balcani alla luce delle ultime vicende e in chiave storica. Il volume è scaricabile gratuitamente cliccando sul link che segue iFOCUS del CeSEM – Balcani, la Storia in movimento. Quali conseguenze per l’Europa?
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Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La guerra in Ucraina riguarda indirettamente la questione dei Balcani. La situazione di queste nazioni dallo smantellamento della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia, è pertanto sempre preoccupante, in quanto le operazioni militari americano-occidentali non hanno apportato la pace e la prosperità come preteso da quanti volevano giustificarle ma guerra e povertà, al punto che gli antagonismi tra le etnie e le religioni sono sempre presenti e mantengono la regione instabile. I “conflitti congelati” della ex Jugoslavia sono altrettante bombe a scoppio ritardato innescate dagli occidentali e non chiedono che di esplodere. Alcuni si attivano per farlo. Se si consulta una carta, si vede che a causa della loro posizione geografica gli Stati e le entità derivanti dalla ex Jugoslavia, che siano la Serbia, la Macedonia e la Republika Srpska, alle quali si devono aggiungere al di fuori di quest’ultima l’Ungheria e la Grecia, formano una spina nelle retrovie delle postazioni avanzate della NATO come la Romania e la Bulgaria. Certamente l’Ungheria e la Grecia sono anch’esse paesi della NATO ma il Presidente della prima intrattiene delle buone relazioni con Vladimir Putin e la seconda, malgrado i problemi che oggi sono ben noti, è il solo paese della NATO a non aver partecipato ai bombardamenti della Serbia nel 1999 e dovrebbe anch’essa intrattenere buone relazioni con la Russia. C’è all’interno di quello che viene chiamato il Corridoio energetico n. 10, tra la puszta ungherese e il porto di Salonicco, una falla nel dispositivo euro-atlantico, un piccolo vuoto che l’Occidente cerca di colmare in tutti i modi e che domani dovrà destabilizzare o neutralizzare. Lo squartamento serbo Tra l’Est e l’Ovest. Tra la Russia e la “ZOA, Zona di Occupazione Americana”, secondo un’espressione ripresa da Henri Gobard (1). La Serbia è anch’essa allo stesso tempo libera e occupata. Libera perché il suo popolo slavo ortodosso si sente vicino ad una Russia di cui condivide la scrittura in cirillico e un rigetto maggioritario dell’Unione Europea e ancora di più della NATO. I sondaggi effettuati dopo i bombardamenti dell’Alleanza Atlantica lo mostrano senza possibilità di equivoci. Occupata perché la classe politica è in maggioranza collaborazionista, la stampa è interamente nelle mani e dalla parte dell’Occidente, le imprese e le ricchezze del sottosuolo sono state sgraffignate dalle società occidentali o dagli interessi delle petromonarchie arabe. Dopo la caduta di Slobodan Milosevic la democratizzazione e la libertà della stampa e del commercio si sono tradotte nella dominazione americano-occidentale sul “bestiame” politico, sui media scritti e audio-visivi così come sulle risorse. Generato da una scissione organizzata alle spalle dei Radicali da Washington e Londra, il principale partito al potere si è fatto eleggere su una piattaforma patriottica per tradire le sue promesse elettorali. Il Partito progressista serbo non è differente da quei puri artisti di centro destra che occupano la scena politica nei loro rispettivi paesi per applicare le parole d’ordine e le misure dettate da Washington e da Bruxelles....
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? La guerre d’Ukraine a un peu détourné des regards la question des Balkans. La situation des pays issus du démantèlement de la République Fédérative Socialiste de Yougoslavie, est pourtant toujours préoccupante, les opérations militaires américano-occidentales n’ayant pas apporté la paix et la prospérité comme prétendu pour els justifier mais la guerre et la pauvreté, alors que les antagonismes entre les ethnies et les religions sont toujours là et maintiennent l’instabilité. Les “conflits gelés” de l’ex Yougoslavie sont autant de bombes à retardement posées par les Occidentaux et qui ne demandent qu’à exploser. Certains s’y activent. Si l’on consulte une carte, on voit que par leur situation géographique les Etats et entité issus de l’ex Yougoslavie que sont la Serbie, la Macédoine et la Republika Srpska, à quoi l’on doit aujourd’hui ajouter en dehors de cette dernière la Hongrie et la Grèce, forment une épine dans le dos des postes avancés de l’Otan que sont la Roumanie et la Bulgarie. Certes la Hongrie et la Grèce sont eux aussi des pays de l’Otan mais le président de la première entretient de bonnes relations avec Vladimir Poutine et la deuxième, avec aujourd’hui les problèmes qu’on lui connait, le seul pays de l’Otan à ne pas avoir participé aux bombardements de la Serbie en 1999, devrait lui aussi entretenir de bonnes relations avec la Russie. Il y a dans ce que l’on a appelé le “Corridor N°10”, entre la puszta hongroise et le port de Thessalonique, une partie faible dans le dispositif euro-atlantique, un vide que l’Occident chercher par tous les moyens à combler et qu’il lui faut demain déstabiliser ou neutraliser. L’écartèlement serbe Entre l’Est et l’Ouest. Entre la Russie et la “ZOA, Zone d’Occupation Américaine”, selon une expression reprise à Henri Gobard (1). La Serbie est elle-même à la fois libre et occupée. Libre parce que son peuple slave orthodoxe se sent proche d’une Russie dont elle partage l’écriture en cyrillique et un rejet majoritaire de l’Union Européenne et encore plus de l’Organisation du Traité de l’Atlantique Nord. Les sondages effectués depuis les bombardements de l’OTAN le montrent sans équivoque. Occupée parce que la classe politique est majoritairement collaborationniste, que la presse est entièrement aux mains et du côté de l’Occident, enfin parce que les entreprises et les richesses du sous sol ont été rafflées par des sociétés occidentales ou des intérêts pétromonarchiques arabes. Après la chute de Slobodan Milosevic, la démocratisation et la liberté de la presse et du commerce se sont traduits par la main mise américano-ocidentale sur le cheptel politicien, les médias écrits et audio-visuels ainsi que les ressources. Issu d’une scission organisée sur le dos des Radicaux par Washington et Londres, le principal parti au pouvoir (2) s’est fait élire sur une thématique patriote pour trahir ses promesses électorales. Le Parti progressiste serbe n’est pas différent de ces pur artis dits de centre droit qui occupent la scène politique...
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Dal dramma della guerra in Bosnia alle incerte prospettive future, passando per un’attualità politica segnata dall’immobilismo e dalla corruzione. Passato, presente e futuro di un vero e proprio “Stato nello Stato”: la Republika Srpska. Difficilmente il concetto di “Stato nello Stato” calza più a pennello di quanto lo faccia in riferimento alla Republika Srprska. La Republika Srpska, da non confondersi con la Repubblica di Serbia (lo Stato con capitale Belgrado), è un’entità serbo-bosniaca all’interno dei confini della Bosnia-Erzegovina (l’altra entità è la Federazione di Bosnia-Erzegovina, composta da musulmani bosniaci e croati bosniaci). Occupa circa il 49% del territorio della Bosnia-Erzegovina (l’altro 51% appartiene alla Federazione di Bosnia-Erzegovina) e ospita circa il 40% della popolazione del Paese. La sua popolazione ammonta a 1.4 milioni di abitanti, di cui 1.1 milioni di serbi, e ha come capitale de iure Sarajevo, ma de facto Banja Luka (dove risiede il governo della Republika Srpska). La nascita della Republika Srpska avvenne in seguito allo smembramento della Jugoslavia, iniziato nel giugno del 1991, quando Slovenia e Croazia si staccarono dalla Federazione Jugoslava. Nel novembre del 1991 un referendum tenuto tra i serbi bosniaci, una delle tre etnie della Bosnia-Erzegovina, confermava con una grande maggioranza il loro desiderio di restare parte della Jugoslavia. Tale idea all’epoca era condivisa dalla maggioranza serba della popolazione della Bosnia-Erzegovina, ma non da una parte della popolazione cattolico-croata che si identificava con le aspirazioni d’indipendenza della Croazia, né dalla popolazione bosniaco-musulmana che mirava alla creazione di uno Stato unitario di Bosnia-Erzegovina, a maggioranza musulmana. I rappresentanti politici dei serbo-bosniaci si opposero fermamente all’idea di diventare parte della Bosnia-Erzegovina come Stato sovrano a maggioranza bosniaco-musulmana, rivendicando il diritto di separare i territori a maggioranza serba dalla Bosnia-Erzegovina sulla base del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il principale partito politico serbo della Bosnia-Erzegovina, il Partito Democratico Serbo, guidato da Radovan Karadzic organizzò allora la costituzione delle “province autonome serbe” e la fondazione di un parlamento che le rappresentasse. Così il 9 gennaio 1992 venne proclamata la “Repubblica del popolo serbo di Bosnia e Erzegovina” (Republika Srpska Bosne i Hercegovine). Questo non impedì che il 2 marzo 1992 si tenesse il referendum per l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Si recò alle urne poco più del 50% della popolazione, che sancì la vittoria del sì con il 92.7%. La scarsa affluenza alle urne fu dovuta al fatto che la comunità serbo-bosniaca, in minoranza rispetto alla controparte bosniaca e croata, boicottò il referendum astenendosi. Per impedire l’escalation di un probabilissimo conflitto tra le tre etnie presenti nella regione fu siglato l’Accordo di Lisbona, noto anche come il piano Carrington-Cutileiro, chiamato così per i suoi creatori Lord Carrington e Josè Cutileiro, risultato della conferenza organizzata dalla Comunità europea. Essa ha proposto la condivisione del potere a tutti i livelli amministrativi tra le etnie e la devolution dal governo centrale alle comunità etniche locali. Ciò prevedeva la divisione in zone etnicamente ben definite, cosa che all’inizio...
Dopo il successo del Focus SICUREZZA LIBIA, il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) torna a collaborare con l’Associazione di Studio, Ricerca ed Internazionalizzazione in Eurasia ed Africa (ASRIE) per la realizzazione del progetto “Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa?” il cui fine è quello di favorire la conoscenza della penisola balcanica dal punto di vista storico, politico, socio-culturale ed economico e comprendere gli attuali avvenimenti in ottica futura sia per l’Italia che per l’intera Europa. Il progetto, che vede la partecipazione di collaboratori, studiosi, ricercatori ed analisti geopolitici del Centro Studi e dell’Associazione, è aperto ai contributi delle persone che dimostrano interesse per l’area e per le tematiche affrontate e vedrà la raccolta di elaborati scritti (report, analisi, ricerche, documentari), audiovisivi e fotografici e la diffusione attraverso i canali ufficiali di CeSEM e ASRIE e dei relativi partner. Per maggiori informazioni è possibile contattare la Segreteria dell’Associazione all’indirizzo di posta elettronica cpeurasia@gmail.com, andreaturi83@gmail.com, svernole@yahoo.it. CeSEM e ASRIE