7 Settembre 2026

fabio massimo parenti

italia-bri
di Fabio Massimo Parenti FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/25/pressione-degli-stati-uniti-sullitalia-verso-labbandono-della-nuova-via-della-seta/ In nome della sua sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, il governo italiano potrebbe rinunciare alla partecipazione alla BRI, la Nuova Via della Seta cinese, a discapito della propria economia. Di seguito la traduzione dell’articolo di Fabio Massimo Parenti per il Global Times. Sia i media stranieri che quelli nazionali hanno parlato del dilemma dell’Italia riguardo al rinnovo dell’accordo sulla Belt and Road Initiative (BRI, nota in italiano come Nuova Via della Seta, ndt) proposta dalla Cina che il Paese ha firmato nel marzo 2019. Come riportato dal Financial Times, l’accordo quadriennale per partecipare alla BRI “contiene una disposizione insolita per il rinnovo automatico alla scadenza nel marzo 2024, a meno che Roma non notifichi formalmente a Pechino la sua intenzione di ritirarsi tre mesi prima“. Il premier italiano Giorgia Meloni, appoggiata da una coalizione di destra in Parlamento, ha definito la decisione di firmare l’accordo un “grosso errore” durante la scorsa campagna elettorale. Tuttavia, il suo approccio alla Cina ha iniziato a cambiare lo scorso dicembre, dopo il suo incontro con il presidente cinese Xi Jinping a margine del vertice del G20 a Bali. In circa un’ora di colloqui, Meloni e Xi sono giunti a una convergenza su diversi punti di discussione, a partire dal riequilibrio del commercio bilaterale: l’Italia ha bisogno di esportare più beni e servizi in Cina per consolidare la ripresa post-Covid e soddisfare la domanda del mercato interno cinese, prodotti di consumo sempre più di alta qualità, per soddisfare le esigenze della sua nascente classe media. Tuttavia, nonostante gli evidenti vantaggi derivanti dal rafforzamento delle relazioni economiche Cina-Italia (la BRI si è dimostrata un’iniziativa inclusiva, pragmatica e di successo), Roma sembra essere vittima della sua limitazione endemica di sovranità, a causa della sua dipendenza non scritta dagli Stati Uniti dalla fine della seconda guerra mondiale. In quanto unica vera potenza mediterranea in Europa, grazie alla sua posizione privilegiata, l’Italia è tradizionalmente sotto sorveglianza speciale. Pertanto, indipendentemente dai “colori” del governo, sacrificare gli interessi nazionali italiani sull’altare dei vincoli geopolitici, agendo sotto forma di ingerenze esterne, potrebbe essere un’opzione. Di conseguenza, non sorprende che, secondo Bloomberg, la Meloni avrebbe esposto la sua disponibilità a rompere l’accordo con la Cina durante un incontro con il presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Kevin McCarthy. Sotto il primo governo Conte (2018-19), composto dal Movimento Cinque Stelle populista di sinistra e dalla Lega sovranista di destra, l’Italia ha cercato di realizzare un insolito esperimento politico con l’obiettivo di risollevare l’economia italiana dopo sette anni di austerità finanziaria all’interno del quadro del patto di stabilità e crescita dell’UE. La volontà di quel governo era quella di ripristinare il potere contrattuale dell’Italia nei confronti delle istituzioni sovranazionali – UE e NATO. Come si è mosso? Guardare ai BRICS è stata un’opzione per diversificare i vettori del commercio estero e della politica estera dell’Italia. Così, la scelta di firmare l’accordo sulla BRI ha reso l’Italia l’unico Paese del G7 ad aderire al mega-piano cinese, il che fu aspramente criticato dagli alleati. Il secondo governo Conte (2019-21), sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e dal...
peakpx
di Fabio Massimo Parenti (La nostra) decisione non dovrebbe essere né filorussa né filo-ucraina, ma deve essere capace di riconoscere le realtà storiche, geografiche ed economiche coinvolte e cercare per gli ucraini un posto dignitoso e accettabile nella famiglia del tradizionale impero russo, di cui formano una parte inestricabile. George F. Kennan, 1948 Le “chiacchiere” più recenti sulla guerra in Ucraina sono tutte incentrate su nomi di armamenti: ogni santo giorno si pubblicano articoli su Himars, Javelin, Leopard, F16, missili, razzi, carri, aerei, sistemi di difesa ecc. Ciò fa tornare alla mente le “chiacchiere” mediatiche ai tempi della crisi 2007-2008, in cui proliferavano gli acronimi dei mille derivati: MBS, ABC, CDS, CDO ecc. Nell’uno come nell’altro caso, una coltre di tecnicismo veniva e viene messa in circolazione col fine ultimo, sembrerebbe, di non far capire alcunché ai lettori, sull’origine dei fenomeni e sui processi che determinano gli eventi. Ma c’è di più. Questo chiacchiericcio mediatico è utile invero a nascondere le responsabilità, a deresponsabilizzare gli esecutori di tutti gli errori che ci hanno portato fin qui. Slogan vuoti e censura All’epoca della grande crisi finanziaria, i media raccontavano gli eventi con la poetica della complessità finanziaria, gettando fumo tecnicistico sulla reale comprensione del contesto, del processo e delle cause reali. Tutto liquidato con qualche accenno alle distorsioni e ai fallimenti di mercato, attribuendo la responsabilità alla complessità del sistema finanziario, dei prodotti derivati e delle strategie di investimento. In tal modo il discorso pubblico non faceva altro che allontanare il riconoscimento delle cause reali (in primis la deregolamentazione pluridecennale dei mercati) e delle responsabilità politiche. Anche oggi, in questa fase di grande incertezza geopolitico-economica, in Europa ed Asia Pacifico, il discorso pubblico e le scelte politiche sembrano totalmente irrazionali e miopi. Ciò che ci interessa evidenziare è la logica politica sottostante il funzionamento dei grandi media: liquidando da subito la contestualizzazione dei processi storico-geografici, ovverosia quelli che hanno portato a “stringere” ulteriormente il “nodo” storico rappresentato dallo spazio ucraino, la tanto ridondante quanto inaccurata e onnipresente formula (o meglio “empty slogan”) “dell’aggredito e dell’aggressore” ha sancito la banalizzazione del presente, l’evaporazione dei processi diacronici, la censura delle analisi e delle spiegazioni critiche, impedendo di fatto qualsiasi dibattito realmente costruttivo per lavorare alacremente su compromessi e negoziati. Il primo accordo raggiunto dalle parti nel marzo 2022 fu affossato da UK-US, mentre la posizione della Cina, riproposta ieri, sulla soluzione politica della crisi Ucraina troverà purtroppo l’opposizione di quelle entità, appena citate, che vogliono continuare ad ampliare il conflitto. La costruzione del mostro I media veicolano continuamente paure e supposte “minacce” provenienti dall’esterno del nostro “giardino”, prestandosi alla vecchia tecnica di costante fabbricazione del pericolo esterno – rappresentato da sedicenti “mostri” da sconfiggere o contenere. E chi sarebbero questi “mostri”? Paesi, interi paesi, stati-civiltà, trattati alla stregua di popoli inferiori, che coincidono guarda caso proprio con quei paesi che stanno legittimamente riorganizzando l’economia e la politica mondiale secondo canali e modalità relazionali di tipo cooperativo (si pensi all’allargamento della SCO e...
Tiananmen_Square,_Beijing,_China_1988
di Fabio Massimo Parenti Il 4 giugno è ormai assurto a ricorrenza internazionale, o meglio occidentale. La cosiddetta “strage” di Piazza Tienanmen – che non fu vera strage ma piuttosto guerriglia urbana tra manifestanti e forze armate – è l’arma mediatica principale che, a distanza di trentatré anni dagli eventi, i media statunitensi e britannici utilizzano, seguiti acriticamente dal circuito mainstream dell’Europa continentale, per ricordare all’opinione pubblica che il nostro, malgrado tutto, è ancora il migliore dei mondi possibili. Ormai parlare di contestualizzazione è diventato un tabù. L’abbiamo visto con la guerra in Ucraina: un evento certo drammatico, tecnicamente un’invasione in piena regola di un Paese ai danni di un altro. Eppure, un conflitto tutt’altro che imprevisto, cominciato nel 2014, non tre mesi fa, dove ogni giorno che passa i fatti smentiscono quanto sostenuto con forza ventiquattro o quarantottore prima. Nella gran parte dei dibattiti televisivi non c’è più spazio per il confronto e le competenze, ma solo per recitare litanie di adeguamento al politicamente corretto, ripetere frasi ad effetto per ingraziarsi il pubblico da casa e gettare fumo negli occhi ad un ascoltatore sempre più smarrito di fronte all’elefantiaca mole di notizie, vere o presunte, che lo travolgono quotidianamente. Di quel giorno non si è detto ancora tutto. Gran parte dei fatti fu filtrata in Occidente attraverso il setaccio della CNN e della BCC, ma sappiamo che le tensioni cominciarono almeno un mese e mezzo prima, con le prime manifestazioni da parte di alcune decine di migliaia di giovani e meno giovani, che chiedevano l’introduzione in Cina di un non meglio precisato sistema democratico. Soltanto tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, il governo decise di impiegare l’esercito per contenere una protesta dagli esiti e dall’impatto incerti sul resto del Paese. Quando la violenza prese il sopravvento da entrambi i lati, i cosiddetti Otto Immortali decisero che era giunto il momento di chiudere, anche a costo della massima durezza, ogni possibile tentativo di rovesciamento dello Stato. Dobbiamo allargare lo sguardo al resto del mondo: il 1989 fu un anno spartiacque per il pianeta intero, con l’intensificazione in primavera di proteste ed iniziative civili nel mondo comunista, in particolare nell’Europa dell’Est, che avrebbero poi portato nel novembre seguente alla caduta del Muro di Berlino, tutt’oggi simbolo assoluto della vittoria americana nella Guerra Fredda. Spinti dal vento della glasnost’ decisa in quegli anni da Mikhail Gorbacev in Unione Sovietica, i rivoltosi di Pechino diedero il via ad una serie di manifestazioni che occuparono per settimane le strade e le piazze del centro della capitale. Per la nostra stampa, il copione pareva servito su un piatto d’argento. Un testo già scritto, copiato in carta carbone e traslato in Estremo Oriente. Eppure, la situazione era molto diversa. Da un lato, i Paesi del cosiddetto “blocco sovietico”, sembravano implodere non solo e non tanto sulla spinta di movimento politici, civici o sindacali supportati dagli Stati Uniti e dall’Europa occidentale (Solidarnosc, Solidarnost, Charta77 ecc.), ma anche e soprattutto per la paralisi economica...
LaViaCinese
Recensione di Maria Morigi Interpretando l’esigenza di lettori non specialisti e non abbastanza informati sulla realtà cinese, penso che davvero mancava nel panorama editoriale un saggio di questo genere e livello. Infatti il lavoro di Fabio Massimo Parenti ha il pregio di affrontare gli argomenti in modo flessibile e offre le armi “tecniche” e informative per capovolgere nel suo insieme il quadro accusatorio della narrazione occidentale sulla Cina. Come evidenziato nell’introduzione di Shaun Rein, vengono smentiti molti banali stereotipi radicati nell’opinione comune occidentale: e cioè che i cinesi comuni abbiano subìto il “lavaggio del cervello” al fine di sostenere il Partito Comunista Cinese, che la Cina copi idee altrui senza innovare, e che addirittura l’abilità tecnologica della Cina sia molto arretrata rispetto a quella di un Occidente dotato “per natura” di capacità imprenditoriali e vocazione tecnologica. Quello che emerge dalle pagine del libro è la percezione del mutamento dell’ordine liberale mondiale. Mutamento con cui, volenti o nolenti, dovranno confrontarsi anche “i nostalgici” rimasti ancorati ad una visione statica dell’egemonia statunitense. Per essere più espliciti: la globalizzazione neoliberale ha promosso processi di liberalizzazione e privatizzazione a livello planetario, ma nel contempo ha acuito diseguaglianze, ha provocato destabilizzazione, cicli sistemici di crisi finanziarie ed economiche, guerre “umanitarie” e cambi di regime. Tutto con la scusa della guerra al terrorismo in funzione anticinese, antirussa, anti-iraniana ecc.. Oggi la globalizzazione neoliberale mostra i suoi limiti e, avendo promosso una crescente riduzione dell’intervento statale in economia, ha ridotto il ruolo della politica a portavoce degli interessi delle comunità di affari. Al contrario, la forza costruttiva della globalizzazione con caratteristiche cinesi, presente nell’idea di “costruzione di una comunità umana dal destino condiviso”, oltre a mettere a nudo i difetti e le debolezze strutturali accumulate dall’Occidente, propone e sta praticando maggiore interconnessione attraverso strategie di investimento e cooperazione, sviluppo di aree depresse, stabilizzazione di regioni strategiche, collegamenti più veloci ed efficienti. Due modelli, quello occidentale e quello cinese, assolutamente diversi che percorrono binari spesso antitetici: unilateralismo degli USA contro multilateralismo della Cina, iper-competizione contro cooperazione-mutuo beneficio, interessi del capitale contro interessi delle società, individualismo contro collettivismo. A tal proposito si veda il Capitolo 3 del libro dedicato alla Belt and Road Initiative (BRI), centrata sull’interconnessione geografica e sul perseguimento di sviluppo pacifico e cooperazione tra popoli, nel rispetto della sovranità e dell’autonomia degli Stati. Le argomentazioni pacate e ragionevoli di Parenti dovrebbero convincere anche i più sospettosi allarmisti ad evitare il panico che invece è alimentato da Washington nel denunciare, ad esempio, l’inevitabile (e disastrosa) caduta nelle “trappole del debito” o a fomentare terrorismo e accuse di violazione dei Diritti Umani da parte di chi difende, come fa la Cina, la propria integrità territoriale. Si veda anche il Capitolo 5 sulla pandemia Covid, in cui vien fatta giustizia delle accuse rivolte alla Cina e rivendicata la disponibilità cinese agli aiuti per gli Stati più deboli e disagiati , oltre che l’interesse per una vera cooperazione sanitaria internazionale finalizzata alla ricerca sul vaccino. Ma gli stereotipi anti-cinesi,...