di Andrew Korybko Il potenziale impiego da parte della Russia di restrizioni all’esportazione di energia verso l’UE è una forma legittima di autodifesa strategica perché la Russia, Grande Potenza eurasiatica, conserva il diritto sovrano di rispondere alle sanzioni unilaterali e illegali contro di essa incoraggiate dagli Stati Uniti. Ciò non equivarrebbe al cosiddetto “utilizzo bellico” dell’energia, ma alla difesa giustificata degli interessi strategici russi, una forma di pressione quasi simmetrica intesa a costringere l’UE a riconsiderare la saggezza delle sue restrizioni economiche reciprocamente controproducenti che avvantaggiano solo gli interessi dell’Asse anglo-americano. Molti esperti occidentali stanno saltando di gioia dopo i commenti del vice primo ministro russo ed ex ministro dell’Energia Alexander Novak relativi al fatto il suo Paese si riserva il diritto di tagliare le esportazioni del Nord Stream I verso l’UE in risposta al divieto del Nord Stream II da parte del blocco occidentale; gli esperti occidentali, infatti, considerano questo come il tanto atteso momento della rivelazione in base al quale credono che, dopo tutto, la Russia abbia finalmente dimostrato di voler “rendere un’arma” davvero l’energia nonostante anni di negazione di tale strategia. Perso in mezzo a queste perverse “celebrazioni” c’è il fatto che Novak ha subito dato seguito al suo commento riaffermando che la Russia non l’ha ancora fatto e che “nessuno ne beneficerà” se tale eventualità dovesse accadere; ha anche avvertito che il boicottaggio del petrolio russo da parte di un’Europa incoraggiata dagli Stati Uniti potrebbe portare disastrosamente i prezzi globali fino a $ 300 al barile, fatto che, in un batter d’occhio, potrebbe peggiorare presumibilmente il tanto decantato tenore di vita dell’UE. Novak non stava “minacciando” l’UE nonostante i media mainstream occidentali guidati dagli Stati Uniti e i loro “analisti” alleati affermassero che i suoi commenti rappresentavano le prove della presunta volontà di rendere l’energia un’arma da parte della Russia. In effetti, le osservazioni di Novak sono in realtà una forma di autodifesa strategica per ricordare all’UE il complesso sistema di interdipendenza economica che lega insieme questi due giganti. Proprio come la Russia perderebbe enormi quantità di entrate – tanto necessarie – a causa di un passo così fatale (sia che il rubinetto si chiuda da solo sia che l’UE decida di boicottare prima il suo partner) rischierando di rovinare la sua reputazione di fornitore rispettabile, così anche l’UE subirebbe conseguenze estremamente negative, come quelle legate all’innesco di un peggioramento potenzialmente senza precedenti della crisi economica in corso. Gli unici che usciranno vincitori da questa decisione, a parte alcuni fornitori dell’Asia occidentale, sono quelli dell’Asse Anglo-Americano (AAA). Tale duopolio egemonico neocoloniale non solo lavora attivamente per dividere e governare l’Eurasia – in particolare l’UE e la Russia – ma spera di sfruttare i “partner” continentali nella prossima fase della loro crisi economica nel caso di una significativa interruzione energetica, sia essa causata da loro stessi oppure dalla Russia. Il blocco occidentale probabilmente sprofonderà nella povertà, dopo di che l’AAA potrà concedere prestiti ad alto interesse e/o vincolati oltre ad acquistare i loro competitor a buon mercato. L’effetto finale derivante da questo scenario è che ciò...
centro studi eurasia e mediterraneo
Articolo originale tradotto da Paolo Marcenaro Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC), Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Presidente della Commissione Militare Centrale, ha partecipato alla deliberazione della delegazione della Regione Autonoma della Mongolia Interna alla Quinta Sessione del 13° Sabato il Congresso Nazionale del Popolo. Lo stesso Xi è membro della delegazione. Egli ha sottolineato che l’unità etnica è l’ancora di salvezza di tutti i gruppi etnici nel Paese e un forte senso di comunità è la chiave per poterla raggiungere e mantenere. Devono essere compiuti sforzi per rafforzare tale senso promuovendo l’educazione all’unità etnica, ha aggiunto. Dovrebbero anche essere compiuti sforzi per consentire alle persone di coltivare la consapevolezza che persone di tutte le etnie si trovano nella stessa comunità nazionale e patriottica, in cui condividono beni e mali, restando unite nella vita e nella morte, ha affermato Xi. I semi in un melagrana sono ciò che Xi ha usato per descrivere come tutti i gruppi etnici possono restare uniti fintanto che è possibile gettare il senso della nazione cinese come comunità come base per l’unità etnica. Solo con l’unità etnica le persone di tutti i gruppi etnici si uniranno per rinnovare il nostro Paese, ha detto Xi. Un ambiente economico stabile e sano è importante, così come la stabilità sociale e l’integrità politica. L’unità etnica è essenziale per tutti questi obiettivi, ha detto Xi. Dobbiamo fare un buon lavoro in tutte le aree per salutare la convocazione del 20° Congresso Nazionale del PCC, ha affermato. L’atmosfera era calda e attiva nella deliberazione della delegazione. I deputati Zhang Lei, Guo Yanling, Jia Run’an, Wang Xiaohong, Feng Yanli, Zhao Huijie e Shi Yudong hanno condiviso le loro opinioni con altri su come la nuova filosofia di sviluppo può essere portata avanti in modo accurato, ampio e con i piedi per terra nella conservazione dell’ecologia delle praterie. Hanno anche parlato di come la filosofia può essere concretizzata nel promuovere l’industria chimica del carbone per contribuire al picco delle emissioni di carbonio e alla neutralità del carbonio. Coltivare un senso di comunità per la nazione cinese può essere integrato nell’intero processo di istruzione scolastica, hanno affermato. Anche lo sviluppo di alta qualità, la rivitalizzazione rurale e un migliore sviluppo dell’industria lattiero-casearia sono argomenti di cui hanno parlato. Xi prendeva appunti su ciò che dicevano e ogni tanto aggiungeva le proprie considerazioni. Dopo aver ascoltato attentamente i deputati, Xi ha tenuto un discorso. In primo luogo, ha espresso l’approvazione del Rapporto sul lavoro del Governo e il riconoscimento del lavoro svolto dalla Mongolia Interna nell’ultimo anno. Sperava che le persone nella Mongolia Interna attuassero risolutamente le decisioni e le disposizioni del Comitato Centrale del PCC, coordinassero gli sforzi per il controllo delle epidemie e lo sviluppo economico e sociale, seguissero fermamente il percorso di uno sviluppo di alta qualità che dia priorità alla conservazione ecologica e perseguisse lo sviluppo sostenibile, adempiendo pienamente alle loro responsabilità politiche di salvaguardare la sicurezza nazionale ecologica, energetica, alimentare e...
di Rakesh Krishnan Simha Yevgeni Primakov è colui che ha elaborato il concetto di triangolo strategico Russia, India e Cina come contrappeso all’alleanza occidentale. In questa sede proponiamo un articolo del 2015 a firma di Rakesh Krishnan Simha che aiuta a comprendere il pensiero che informa l’azione estera della Federazione Russa. Il 24 marzo 1999, Yevgeni Maximovich Primakov si stava recando negli Stati Uniti per una visita ufficiale. A metà dell’Oceano Atlantico, il Primo Ministro russo apprese che le forze combinate della NATO avevano iniziato a bombardare la Serbia, uno stretto alleato della Russia. Primakov ordinò immediatamente all’aereo di fare dietro front e tornò a Mosca con una manovra soprannominata “Primakov’s Loop“. La decisione di Primakov era in sintonia con ciò che si era prefissato di ottenere. Nel 1996, in qualità di ministro degli Esteri, aveva presentato alle élite del Cremlino un piano per sviluppare un perno strategico a tre vie tra Russia, India e Cina. Questa dottrina del multipolarismo avrebbe rappresentato un’alternativa concreta all’unipolarità imposta dagli Stati Uniti nel periodo successivo alla Guerra Fredda. All’epoca il Cremlino brulicava di moscoviti filo-occidentali. Marci fino al midollo, molti erano al soldo di eterogenei think tank americani (leggi: agenzie di spionaggio). Non era il momento o il luogo per vendere un’idea così radicale come unire tre Paesi tanto diversi in un abbraccio strategico. Ma come la maggior parte delle grandi idee, quella di Primakov era semplice: in primo luogo, la Russia doveva porre fine alla sua politica estera sottomessa guidata dagli Stati Uniti; in secondo luogo, sottolineava la necessità di rinnovare i vecchi legami con l’India e di favorire l’amicizia appena scoperta con la Cina. Primakov sosteneva che una troika Russia-India-Cina (RIC) in un mondo multipolare avrebbe consentito una certa protezione per le Nazioni dalla mentalità libera non alleate con l’Occidente; Primakov diceva anche che la crisi economica in Russia ha presentato una rara convergenza di condizioni nel RIC. Leonid Fituni, Direttore del Center for Strategic and Global Studies con sede a Mosca, spiega: “la Cina è praticamente l’unica nazione nel mondo contemporaneo che gode di oltre 3000 anni di Stato ininterrotto. Ha le sue ricche tradizioni di governo statale, non identiche a quelle esistenti oggi (in Occidente), ma non inferiori. Nel corso dei millenni, la Cina ha accumulato un’esperienza senza precedenti nell’organizzazione e nello sviluppo sociale e politico“. Aggiunge, inoltre che “l’India, essendo per molti aspetti diversa, gode di un simile bagaglio di esperienze storiche, spesso incomprensibili per gli occidentali. Gli ultimi due secoli sono stati un periodo di degrado e umiliazione per queste due grandi Nazioni. Agli occhi dei cinesi e degli indiani, questo era indissolubilmente legato all’espansione europeo/occidentale: colonialismo e dominio imperiale, compresa l’imposizione di una servitù normativa ed economica che rimane poi intrappolata nella semiperiferia anche dopo l’era del colonialismo.” La Russia si è trovata in uno stato simile. Era un periodo, quello in cui operava Primakov, in cui le ex economie pianificate venivano “spietatamente saccheggiate dalle democrazie vittoriose con il pretesto di riforme economiche o liberalizzazione. I pensatori sociali e storici russi hanno notato somiglianze con il...
Un’interpretazione geopolitica L’anno 2022 è iniziato con il Kazakistan in fiamme, un grave attacco contro lo Stato perno dell’integrazione eurasiatica. Stiamo solo iniziando a capire cosa e come sia successo, perché le indagini nel Paese sono tuttora in corso e coperte dal segreto istruttorio. Durante la riunione con i leader dell’Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva (CSTO), il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev lo ha descritto in modo succinto: “Le rivolte erano nascoste dietro proteste non pianificate. L’obiettivo era prendere il potere – un tentativo di colpo di Stato. Le azioni sono state coordinate da un unico centro. E militari stranieri sono stati coinvolti nelle rivolte”. Il presidente russo Vladimir Putin è andato oltre: durante le rivolte, “sono state utilizzate le tecnologie Maidan”, un riferimento alla piazza ucraina dove le proteste del 2013 hanno spodestato un governo ostile alla NATO. Aleksandr Volfovič, segretario di Stato del Consiglio di sicurezza bielorusso, ha affermato che il Kazakhstan ha subito un’aggressione ibrida proveniente dall’esterno, con l’obiettivo di destabilizzare o addirittura rovesciare il governo del presidente Qasym-Jomart Toqaev. Anche il presidente della Serbia, Aleksandar Vučić, ha commentato, affermando che le proteste erano una messa in scena organizzata da forze esterne attraverso l’interferenza dei servizi segreti stranieri, e che avrebbero potuto provocare “centinaia o migliaia di morti e un Paese saccheggiato per anni a venire”. Difendendo il pronto intervento delle forze di pace della CSTO in Kazakistan, Putin ha affermato che “era necessario reagire senza indugio”, che il CSTO sarebbe rimasto sul campo “per tutto il tempo necessario”, ma che “ovviamente, l’intero contingente sarebbe stato ritirato dal Paese una volta terminata la missione” (le forze armate dell’Organizzazione per il Trattato della Sicurezza Collettiva sono in effetti uscite poco dopo dal Kazakhstan). Quanto è successo non è rimasto senza conseguenze: “I Paesi CSTO hanno dimostrato che non permetteranno che il caos e le ‘rivoluzioni colorate’ siano attuate all’interno dei loro confini”. Putin si è trovato in sintonia con il Segretario di Stato kazako Erlan Karin, che è stato il primo a sottolineare la gravità di quanto accaduto: quello che è successo è stato un “attacco terroristico ibrido”, da parte di forze sia interne che esterne, volto a rovesciare il governo. Va ricordato che nel dicembre 2021, un altro colpo di Stato non è andato a segno nella capitale del Kirghizistan, Bishkek. Fonti di intelligence del Kirghizistan lo attribuiscono all’azione destabilizzatrice di ONG legate alla Gran Bretagna e alla Turchia. L’attacco al Kazakhstan era già nell’aria alla fine dello scorso anno, come dimostrano le parole del Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, il quale lo scorso 30 dicembre aveva ribadito che Pechino si oppone fermamente alle forze esterne che istigano rivoluzioni colorate in Asia centrale: “Il nostro obiettivo comune è cercare la pace, lo sviluppo e la cooperazione. Ci opponiamo fermamente a qualsiasi atto unilaterale o egemonico e ci sosteniamo a vicenda nel salvaguardare i nostri interessi fondamentali di indipendenza, sovranità e integrità territoriale”. Quando il presidente Tokayev si è riferito ad un “centro unico”, intendeva...
di Sergey Karaganov ARTICOLO IN LINGUA INGLESE Il confronto di Mosca con la NATO è solo all’inizio. Sembra che la Russia sia entrata in una nuova era della sua politica estera: una fase di “distruzione costruttiva“, chiamiamola così, del precedente modello di relazioni con l’Occidente. Parti di questo nuovo modo di pensare sono state viste negli ultimi 15 anni – a partire dal famoso discorso di Monaco di Vladimir Putin nel 2007 – ma molto sta diventando chiaro soltanto adesso. Pur mantenendo un atteggiamento ostinatamente difensivo, allo stesso tempo gli sforzi poco brillanti per integrarsi nel sistema occidentale sono rimasti la tendenza generale nella politica e nella retorica russa. La distruzione costruttiva non è aggressiva. La Russia sostiene che non attaccherà nessuno o lo farà saltare in aria. Semplicemente non è necessario. Così come si presenta, il mondo esterno offre alla Russia sempre più opportunità geopolitiche per lo sviluppo a medio termine. Con una grande eccezione: l’espansione della NATO e l’inclusione formale o informale dell’Ucraina rappresentano un rischio per la sicurezza del Paese; un rischio che Mosca semplicemente non accetterà. Al momento, l’Occidente è sulla buona strada per un lento ma inevitabile decadimento sia in termini di affari interni ed esterni, sia in campo economico. Ed è proprio per questo che ha dato inizio a questa nuova Guerra Fredda dopo quasi cinquecento anni di dominio della politica, dell’economia e della cultura mondiale. Soprattutto dopo la sua vittoria decisiva negli anni ’90 e metà degli anni 2000. Credo che molto probabilmente l’Occidente perderà, abdicando dal ruolo di leader globale e diventando un partner più ragionevole. In un secondo momento, non troppo presto, la Russia dovrà riequilibrare i rapporti con una Cina amica sì, ma sempre più potente. Attualmente, l’Occidente cerca disperatamente di difendersi da questo con una retorica aggressiva. Cerca di consolidarsi, giocando le sue ultime carte vincenti per invertire questa tendenza. Una di quelle che sta cercando di usare per danneggiare e neutralizzare la Russia è l’Ucraina. È importante impedire che questi tentativi convulsi si trasformino in una vera e propria situazione di stallo e contrastare le attuali politiche degli Stati Uniti e della NATO. Sono tentativi controproducenti e pericolosi, anche se relativamente poco impegnativi per chi li inizia. Dobbiamo ancora convincere l’Occidente che sta solo facendo del male a sé stesso. Un’altra carta vincente da giocare è il ruolo dominante dell’Occidente nel sistema di sicurezza euro-atlantico esistente; sistema istituito in un momento, a seguito della Guerra Fredda, in cui la Russia era gravemente indebolita. C’è del merito nel cancellare gradualmente questo sistema, principalmente rifiutando di prendervi parte e rispettando le sue regole obsolete, che per noi sono intrinsecamente svantaggiose. Per la Russia, la pista occidentale dovrebbe diventare secondaria rispetto alla sua diplomazia eurasiatica. Il mantenimento di relazioni costruttive con i Paesi della parte occidentale del continente può facilitare l’integrazione nella Grande Eurasia per la Russia. Il vecchio sistema però è d’intralcio e quindi dovrebbe essere smantellato. Sarebbe bello se avessimo più tempo per farlo. Ma la storia mostra...
di Pepe Escobar Gli Stati Uniti non avrebbero dovuto colpire l’orso russo. Ora l’orso è completamente sveglio: dopo l’Ucraina, è probabile che i russi facciano piazza pulita dei belligeranti stranieri che si aggirano nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero. Ecco cosa succede quando un branco di iene cenciose, sciacalli e minuscoli roditori colpisce l’Orso: nasce un nuovo ordine geopolitico a una velocità mozzafiato. Da una drammatica riunione del Consiglio di Sicurezza russo a una lezione di storia delle Nazioni Unite tenuta dal presidente russo Vladimir Putin, dalla successiva nascita dei Baby Twins – le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk – fino all’appello delle repubbliche separatiste a Putin affinché intervenisse militarmente per espellere le forze di bombardamento e ucraine sostenute dalla NATO dal Donbass, il processo che si è messo in modo è stato senza soluzione di continuità ed eseguito a velocità mozzafiato. La goccia (nucleare) che (quasi) ha fatto traboccare il vaso – e lo ha costretto a fare un balzo – è stata il presidente comico/ucraino Volodymy Zelensky, che, di ritorno dalla Conferenza sulla sicurezza di Monaco intrisa di russofobia, evento dove è stato salutato come un Messia, ha sostenuto che il memorandum di Budapest del 1994 dovrebbe essere rivisto e l’Ucraina dovrebbe essere dotata di armi nucleari. Sarebbe l’equivalente di avere un Messico nucleare a sud dell’Egemone. Putin ha immediatamente capovolto la responsabilità di proteggere (R2P): un costrutto americano inventato per lanciare guerre è stato adattato per fermare un genocidio al rallentatore nel Donbass. Prima è arrivato il riconoscimento dei Baby Twins, la decisione di politica estera più importante di Putin da quando ha inserito i jet russi nello spazio aereo siriano nel 2015. Questo è stato il preambolo per la prossima svolta: una “operazione militare speciale… mirata alla smilitarizzazione e alla denazificazione dell’Ucraina“, come lo ha definito Putin. Fino all’ultimo il Cremlino ha cercato di affidarsi alla diplomazia, spiegando a Kiev gli imperativi necessari per prevenire tuoni heavy metal: riconoscimento della Crimea come russa; abbandonare qualsiasi progetto di adesione alla NATO; negoziare direttamente con i Baby Twins – un anatema per gli americani dal 2015; infine, smilitarizzare e dichiarare neutrale l’Ucraina. Gli amministratori di Kiev, prevedibilmente, non avrebbero mai accettato il pacchetto, poiché non hanno accettato il pacchetto principale che conta davvero, che è la richiesta russa di “sicurezza indivisibile”. La consequenza, quindi, è divenuta inevitabile. In un lampo, tutte le forze militari ucraine tra la cosiddetta linea di contatto e i confini originali degli oblast di Donetsk e Luhansk sono state riqualificate come un esercito di occupazione nei territori alleati della Russia che Mosca aveva appena giurato di proteggere. Esci – o altro Il Cremlino e il Ministero della Difesa russo non stavano bluffando. Al termine del discorso di Putin con cui annunciava l’operazione, in una sola ora i russi hanno decapitato con missili di precisione tutto ciò che contava per l’esercito ucraino: aviazione, marina, aeroporti, ponti, centri di comando e controllo, l’intera flotta di Bayraktar, i droni turchi in dotazione all’esercito di...
Articolo originale di Konrad Rękas NOTA: Stavamo lavorando alla traduzione dell’articolo presentato qui sotto quando gli eventi ucraini verificatisi la notte tra il 23 e il 24 febbraio hanno reso superati un paio di paragrafi; l’articolo, in generale e nella sostanza, non ne risente ed anzi si rivela prezioso scritto per comprendere le dinamiche del mondo che verrà e, per tale motivo, abbiamo deciso di pubblicarlo. Buona lettura! Il problema è che i profeti della terza guerra mondiale avevano ragione. Solo – come nella poesia del poeta polacco-lituano Czesław Miłosz sulla fine del mondo che nessuno ha notato – che forse non ci sarà più guerra globale ma piuttosto una guerra permanentemente ibrida. E gli abitanti delle parti del mondo non infette dubiteranno che sia reale, ma una guerra senza fine per il Nuovo Ordine Mondiale si diffonderà ovunque su sempre più fronti. Gli Stati Uniti e la Russia negoziano sulla limitazione della corsa agli armamenti, che ora è ancora più ovvia. I media centroeuropei minacciano l’opinione pubblica con lo slogan Nuova Yalta promettendo allo stesso tempo l’inevitabile vittoria dell’unico sistema giusto, quello euro-atlantico. Nel frattempo, la situazione geopolitica e geostrategica è sempre più complessa e molto più pericolosa e non solo per l’intera Europa essendo qualcosa di diverso dalla semplice nuova demarcazione di sfere di influenza tra i poteri. Zona senza missili La Guerra Fredda è sempre stata la più vicina alla transizione verso un periodo caldo quando si è trattato di equilibrio strategico di potere misurato dal dispiegamento e dalla portata dei sistemi missilistici. Questo è stato il caso del 1962 quando l’Unione Sovietica annullò un tentativo di localizzare missili americani in Turchia, ciò che è noto con il nome fuorviante di crisi cubana. Negli anni ’80, i simboli dell’imperialismo aggressivo di Reagan e Thatcher erano Pershing, Tomahawk e il Trident System. Ogni volta che i falchi di guerra prevalgono nella zona euro-atlantica, lo si può vedere nella traslocazione dei sistemi di combattimento offensivi che si muovono avvicinandosi sempre di più ai confini della Federazione Russa. In pratica, dal momento che la politica anti-cinese di Donald Trump ha ucciso l’INF (ДРСМД), non esiste al momento un’efficace regolamentazione internazionale che governi la corsa agli armamenti in atto, sebbene non ufficialmente annunciata, tra gli Stati Uniti e il resto del mondo. Certo, una corsa molto unilaterale, perché sebbene nessuno neghi la modernità e l’addestramento delle Forze armate della Federazione Russa e il potere dell’Esercito popolare di liberazione cinese, sono gli americani, tuttavia, che spendono di più (778 miliardi di dollari) sugli armamenti rispetto ai successivi undici paesi in questa lista messi insieme, otto dei quali sono alleati americani e paesi dipendenti. Questa massiccia dipendenza della politica statunitense dagli interessi del complesso militare-industriale, immutato dalla Guerra Fredda, lascia sempre un margine di preoccupazione se un arsenale così vasto alla fine indurrà qualcuno ad utilizzarlo. Fosse anche solo per fare spazio ai nuovi acquisti… Si rendono, quindi, necessari negoziati per il disarmo o almeno per la non-proliferazione; negoziati urgenti come quelli...
di Giulio Chinappi Le sanzioni imposte da Stati Uniti e Unione Europea contro la Russia rischiano di provocare una grave crisi economica ed energetica nel nostro continente. Ma i governi europei preferiscono servire gli interessi del proprio padrone nordamericano. I Paesi europei sono solo province remote dell’impero statunitense. Questo è noto da tempo, ma in questi giorni sta diventando particolarmente chiaro anche a chi generalmente fa finta di ignorare il rapporto di forze impari che esiste tra i Paesi membri della NATO. Un Paese libero e sovrano, infatti, non danneggerebbe mai il proprio interesse nazionale per compiacere una potenza straniera, seppur alleata. Questo è invece il comportamento che assumerebbe una colonia, una provincia periferica dell’impero, appunto, sfruttata fino al midollo per l’interesse del potere egemonico centrale. È in quest’ottica che va letto l’annuncio fatto ieri Josep Borrell, alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione Europea, quando ha affermato che i Paesi membri hanno deciso di approvare all’unanimità le sanzioni contro la Russia: “Abbiamo risposto rapidamente in 24 ore, dimostrando la nostra risolutezza. Abbiamo raggiunto all’unanimità la decisione di adottare il pacchetto di sanzioni per infliggere danni, ingenti danni alla Russia“, ha dichiarato il funzionario spagnolo. Borrell dimentica però di dire che questa mossa rischia di infliggere danni ancora più ingenti agli stessi Paesi europei. Sono anni, infatti, che l’UE continua ad imporre sanzioni contro la Russia che ricalcano quelle di Washington, al fine di compiacere il proprio padrone nordamericano. La differenza è che gli Stati Uniti non hanno grandi rapporti economico-commerciali con la Russia, e dunque non risentono delle conseguenze di queste sanzioni. Al contrario, l’UE dipende in gran parte proprio da Mosca per quanto riguarda le forniture di energia, ed intrattiene con la Russia scambi importanti anche in altri settori. Le sanzioni imposte dall’UE contro la Russia sono dunque le prime sanzioni della storia che arrecano nocumento a colui che sanziona, ancor più che a colui che viene sanzionato – e questo accade oramai da anni. I Paesi europei continuano a considerare gli Stati Uniti come un proprio alleato, ma non si rendono conto che in realtà per Washington l’Europa è solo una colonia da sfruttare a proprio vantaggio, se non addirittura un competitor da indebolire e sconfiggere. Con queste sanzioni, Washington vuole danneggiare tanto Mosca quanto le principali potenze europee, al fine di perseguire il proprio progetto egemonico di dominio mondiale. Le tensioni in Ucraina, le sanzioni contro la Russia ed il fatto che gli Stati Uniti continuino ad opporsi risolutamente al gasdotto Nord Stream 2 tra Russia e Germania hanno causato l’impennata del prezzo del gas naturale, a discapito delle tasche della classe lavoratrice europea. Nella sola giornata di ieri, infatti, il prezzo del gas è aumentato del 10%. Secondo Marija Zacharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, l’obiettivo degli Stati Uniti è quello di conquistare il mercato energetico europeo. Limitando le importazioni di gas russo, l’Europa sarà costretta a rivolgersi ad altri fornitori, e gli Stati Uniti saranno pronti ad intervenire, e naturalmente a trarne profitto. “Il Nord Stream 2...
Traduzione di Guido Benni da https://mfa.gov.by/press/news_mfa/a996b8322b64a791.html La Bielorussia ha più volte affermato il pericolo del comportamento sconsiderato della leadership e dei politici di alcuni paesi occidentali, che negli ultimi anni profferiscono sempre più pressioni e minacce non mascherate come strumenti per risolvere i propri problemi internazionali. La presa in considerazione degli interessi degli altri partecipanti al processo è stata quasi universalmente sostituita da misure restrittive unilaterali, influenza ibrida e retorica aggressiva. Una diretta conseguenza è stata la rapida crescita delle tensioni nella regione dell’Europa orientale, nonché il degrado del sistema di sicurezza internazionale durato per decenni, il discredito e il livellamento dell’autorità di importanti fonti di pace e sicurezza come l’ONU e l’OSCE, il deprezzamento dei trattati e degli accordi internazionali, nonché il rifiuto dei loro obblighi diretti ai sensi degli stessi. Le garanzie calpestate di Gran Bretagna e Stati Uniti sulla Bielorussia nel Memorandum di Budapest ne sono un esempio eloquente. In una situazione del genere, percepiamo con rispetto e comprensione la decisione della parte russa di riconoscere l’indipendenza delle Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk. Questa mossa della Russia non ha solo una dimensione politica, ma anche umana, umanitaria, dato il numero di cittadini russi che vivono in questi territori e vivono privazioni da quasi otto anni. I bielorussi, come nessun altro, conoscono gli orrori della guerra e il desiderio di vivere in pace e in armonia tra i popoli è nel nostro codice genetico. La Repubblica di Bielorussia ha sempre sostenuto attivamente e costantemente una soluzione pacifica del conflitto nel sud-est dell’Ucraina. Anche ora consideriamo prioritari i metodi diplomatici e siamo pronti a contribuire a questo processo in ogni modo possibile. Accogliamo con favore le dichiarazioni della parte russa sull’apertura alla diplomazia in questo contesto. La via dei negoziati, a nostro avviso, è l’unica vera per evitare spargimenti di sangue tra i fraterni popoli slavi. Chiediamo a tutte le parti di astenersi dall’escalation militare e da qualsiasi altra azione che blocchi la strada verso la pace. Vi ricordiamo la speciale responsabilità degli Stati Uniti e dell’Unione europea nell’escalation della situazione nella nostra regione. È necessario smettere di provocare violenze, pompare l’Ucraina e i paesi baltici con truppe e armi e imporre sanzioni illegali. Nelle sue ulteriori azioni, la parte bielorussa intende procedere dai principi di un atteggiamento coscienzioso di tutte le parti all’adempimento degli obblighi internazionali assunti, un’alleanza strategica con la fraterna Russia, e tenendo conto anche dell’ulteriore sviluppo della situazione.
ARTICOLO ORIGINALE: 15 anni del discorso di Monaco. Cosa si è avverato dagli avvertimenti di Putin – TASS Nel suo discorso tenuto a Monaco quindici anni fa, il Presidente toccò temi come l’espansione della NATO e del mondo unipolare, i problemi nel campo del disarmo, il degrado dell’istituzione OSCE, il problema nucleare iraniano, la sicurezza energetica dell’Europa e molti altri. Il discorso del presidente russo Vladimir Putin alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco il 10 febbraio segna il suo 15 ° anniversario. Questo discorso è stato, in seguito, considerato come il manifesto più duro dalla Guerra Fredda, ma Putin stesso non crede che in qualche modo sia “caldo”. L’espansione della NATO e del mondo unipolare, i problemi nel campo del disarmo, il degrado dell’istituzione OSCE, il problema del nucleare iraniano, la sicurezza energetica dell’Europa – queste e altre questioni sollevate da Putin a Monaco nel 2007 – sono ora ancora più acute. TASS ha raccolto le previsioni di avvertimento di Putin dal discorso di Monaco, che si sono avverate. L’espansione della NATO verso est come fattore provocatorio Putin nel discorso di Monaco: “Il processo di allargamento della NATO non ha nulla a che fare con la modernizzazione dell’alleanza stessa o con la garanzia della sicurezza in Europa. Al contrario, è un fattore seriamente provocatorio e che riduce il livello di fiducia reciproca”. Da allora, altri quattro paesi sono stati ammessi alla NATO: Albania, Croazia, Montenegro, Macedonia del Nord. Inoltre, nel 2008, al vertice di Bucarest dell’Alleanza atlantica, un anno dopo il discorso di Putin tenuto a Monaco, è stata adottata una dichiarazione politica nella quale si indicava che nel tempo l’Ucraina e la Georgia avrebbero potuto aderire alla NATO. Il fatto che questo corso sarebbe stato irto di provocazioni e avrebbe soltanto ridotto il livello di sicurezza in Europa è stato confermato dagli eventi successivi. Sempre nel 2008, il presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha deciso un’avventura militare in Ossezia del Sud; avventura militare che ha causato molte vittime e privato Tbilisi delle possibilità di ripristinare il paese entro i confini dell’ex Repubblica Socialista Sovietica georgiana. Anche le opinioni dell’Alleanza del Nord Atlantico riguardo il futuro dell’Ucraina hanno avuto un ruolo negli eventi intorno alla Crimea nel 2014. Come Putin notò all’epoca, la Russia non solo si è alzata in piedi per proteggere la Crimea dai radicali e dai nazionalisti ucraini, ma non poteva nemmeno permettere “alle truppe della NATO di venire in terra di Crimea, a Sebastopoli, coperte dalla gloria militare dei soldati e dei marinai russi“. I rischi dell’ammissione dell’Ucraina alla NATO, che potrebbe comportare una minaccia militare diretta al territorio russo, hanno portato all’attuale situazione tesa in materia di politica estera. Questo è ciò che Putin di cui ha avvertito circa 15 anni fa. Nello stesso discorso di Monaco, Putin ha citato un discorso del 1990 dell’allora segretario generale della NATO Manfred Werner. “[Werner] ha poi detto: ‘Il fatto stesso che siamo pronti a non schierare truppe della NATO al di fuori del territorio della Repubblica Federale di Germania...