di Alessandro Fanetti Articolo originale in lingua inglese pubblicato su The Defence Horizon La Federazione Russa del Nuovo Millennio è, come ben definito dal noto studioso John H. Mackinder, il “Cuore” del pianeta in cui tutti abitiamo. È uno stato “multinazionale” sempre al centro del mondo, che è stato governato da sistemi opposti (zarismo, socialismo, liberalismo “eltsiniano”). Al potere da più di vent’anni, il presidente Putin ha cercato di prendere qualcosa da tutte queste esperienze, sia in politica interna che estera. In politica interna, sta cercando di creare un “collante onnicomprensivo di identità” e in politica estera che si oppone all’unipolarismo guidato dagli Stati Uniti, promuovendo allo stesso tempo un mondo multipolare. La Russia del 21 ° secolo è un territorio unico, abitato da una popolazione diversificata; dagli abitanti della grande steppa siberiana che arriva fino a Vladivostok ai discendenti dei temibili combattenti mongoli eredi di Gengis Khan, dai caucasici che vivono negli ambienti ceceni agli europei di San Pietroburgo: molte peculiarità caratterizzano queste variegate popolazioni. Mosca è la metropoli in cui si concentra l’unicità del “pianeta Russia”: una capitale che ospita quasi il 15% della popolazione del Paese, proveniente dai quattro angoli di questo vasto territorio (e di altre nazioni, in particolare, gli “stan” dell’Asia centrale). Sarebbe troppo tentare una riflessione dettagliata sulla storia di questo immenso territorio e delle sue varie popolazioni. Tuttavia, una delle questioni più significative che va sottolineata è che è “sempre” esistito il rischio di una “disintegrazione del paese”, a maggior ragione dopo il crollo dell’Unione Sovietica, quando alcune regioni hanno richiesto a gran voce l’indipendenza da Mosca (la Cecenia ha espresso con un forte impegno in tal senso). Questi problemi sono stati affrontati (almeno parzialmente) dal presidente Eltsin nel 1992, anno in cui è stato promosso il Trattato della Federazione tra tutte le entità che componevano la Federazione Russa. Tuttavia, questo trattato è stato firmato solo da 86 delle 88 entità della Federazione Russa, mentre Tatarstan e Cecenia hanno opposto il loro rifiuto. Mentre il primo tornò però sulla sua decisione poco tempo dopo, la Cecenia non lo fece. Boris Eltsin decise, allora, di ripristinare completamente l’unità di Mosca con la regione con capitale Grozny attraverso² due sanguinose guerre anti-indipendenza tra il 1994 e il 2009. Il Trattato della Federazione Il Trattato in questione consisteva in otto articoli che coprivano i seguenti punti salienti: “Impegno a dare alla Federazione Russa una nuova Costituzione e un elenco di questioni di “competenza esclusiva” delle autorità centrali; un elenco degli argomenti su cui le autorità della Federazione Russa e quelle delle varie Repubbliche avrebbero dovuto discutere, gestendo congiuntamente le varie questioni; enunciazione di principi riguardanti la gestione autonoma di alcune questioni da parte delle Repubbliche della Federazione, sempre nel rispetto della Costituzione e con un dialogo con le autorità centrali; il pieno rispetto delle leggi in tutta la Federazione, sia da parte del governo centrale che da parte delle repubbliche autonome”[1]. L’intento era quello di garantire la continuità statale anche negli anni futuri; questo perché la disintegrazione del paese avrebbe potuto rendere...
centro studi eurasia e mediterraneo
di Andrew Korybko Articolo originale in inglese: What Will The Multipolar World Order Look Like? – TheAltWorld Tutti ormai riconoscono che, alla luce dei recenti eventi, la transizione sistemica globale è stata accelerata, in particolare vista la reazione occidentale guidata dagli Stati Uniti all’operazione militare speciale della Russia in Ucraina; pochi, però, sanno quale ne sarà il risultato finale. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha visitato la Cina in occasione dei colloqui multilaterali sull’Afghanistan; colloqui durante i quali ha detto al suo omologo cinese Wang Yi che questi due grandi Paesi continueranno a muoversi verso “un ordine mondiale multipolare, giusto e democratico“. Tutti ormai riconoscono che, alla luce dei recenti eventi, la transizione sistemica globale è stata accelerata, in particolare vista la reazione occidentale guidata dagli Stati Uniti all’operazione militare speciale della Russia in Ucraina; pochi, però, sanno quale ne sarà il risultato finale. Mentre molto ancora rimane in movimento, i mattoni di questo ordine mondiale multipolare sono già stati posati e consentono di prevedere l’esito di questo complesso processo una volta che sarà, finalmente, completato. Il paradigma attraverso il quale tutto dovrebbe essere analizzato è la Carta delle Nazioni Unite, che pone le basi del diritto internazionale. Leggendolo, si ricorderà che la sua visione è veramente multipolare ma non si è potuta realizzare al momento della promulgazione di quel documento a causa della Guerra Fredda che è iniziata subito dopo. Lo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991 ha portato a un breve periodo di egemonia unipolare americana negli affari globali, sebbene, secondo la maggior parte delle stime, questa posizione predominante degli Stati Uniti nel sistema internazionale abbia iniziato a venire meno a partire dal 2008: la crisi finanziaria esplosa in quel periodo ha scosso la posizione economica globale di questa superpotenza e ha creato opportunità per altri Paesi per svolgere un ruolo più influente a livello internazionale. L’istituzione del G20 è l’incarnazione di questo risultato. Un altro esempio del declino dell’egemonia economica statunitense è stata la formazione del cosiddetto BRICS tra le economie in rapido sviluppo: Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. Russia, India e Cina sono considerate il fulcro di questa struttura e il loro formato di cooperazione trilaterale è noto come RIC. Sono, inoltre, anche membri della Shanghai Cooperation Organization (SCO), che è un’altra piattaforma di cooperazione multipolare che inizialmente si concentrava maggiormente sulle tematiche legate alla sicurezza, a differenza, invece, dell’attenzione riservata ai BRICS sull’economia. L’incertezza sullo status del dollaro come valuta di riserva globale è sintomo che anche l’egemonia finanziaria degli Stati Uniti è in declino. Il congelamento dei beni esteri della Russia all’interno delle loro giurisdizioni da parte dell’America e dei suoi alleati europei è stato descritto da Mosca come un furto e dimostra che i beni di nessun Paese in quelle regioni siano al sicuro dall’avere un destino simile a quello russo per ragioni politiche. Ci sono state anche segnalazioni secondo cui la superpotenza petrolifera Arabia Saudita potrebbe iniziare ad accettare yuan cinese come pagamento in futuro. Se ciò dovesse accadere, il dollaro non sarà più conosciuto come il cosiddetto petrodollaro poiché da qui in avanti un petroyuan sarebbe in...
di Laura Ruggeri LA RUSSIA STA PERDENDO LA GUERRA DELL’INFORMAZIONE? | di Laura Ruggeri | Mar, 2022 | Medio (medium.com) Il 10 marzo, quando il direttore della CIA Bill Burns si è rivolto al Senato degli Stati Uniti e ha dichiarato che “la Russia sta perdendo la guerra dell’informazione sull’Ucraina”, ha ripetuto un’affermazione che era già stata amplificata dai media anglo-americani dall’inizio delle operazioni militari della Russia in Ucraina. Sebbene la sua affermazione sia effettivamente vera, non ci dice perché e riflette principalmente la prospettiva dell’Occidente. Come al solito la realtà è molto più complicata. La capacità di guerra dell’informazione degli Stati Uniti non ha eguali: quando si tratta di manipolare le percezioni, produrre una realtà alternativa e armare le menti, gli Stati Uniti non hanno rivali. Anche il dispiegamento coercitivo statunitense di strumenti di potere non militari atti a rafforzare la propria egemonia e attaccare qualsiasi Stato che la sfida, è innegabile. Ed è proprio per questo che alla Russia non è rimasta altra scelta che quella militare per difendere i suoi interessi e la sicurezza nazionale. La guerra ibrida, e la guerra dell’informazione come parte integrante di essa, si sono evolute nella dottrina standard degli Stati Uniti e della NATO, ma questo non ha reso ridondante la forza militare, come dimostrano le guerre per procura. Con capacità di guerra ibrida più limitate, la Russia deve fare affidamento sul suo esercito per influenzare l’esito di un confronto con l’Occidente che Mosca considera esistenziale. E quando la tua esistenza come Nazione è a rischio, vincere o perdere la guerra dell’informazione nel metaverso occidentale diventa piuttosto irrilevante. Vincerlo a casa e assicurarsi che i tuoi partner e alleati comprendano la tua posizione e la logica dietro le tue azioni ha inevitabilmente la precedenza. L’approccio della Russia alla questione ucraina è notevolmente diverso da quello occidentale. Per quanto riguarda la Russia, l’Ucraina non è una pedina sulla scacchiera, ma piuttosto un membro della famiglia con cui la comunicazione è diventata impossibile a causa delle prolungate interferenze straniere e delle operazioni di influenza. Secondo Andrei Ilnitsky, consigliere del Ministero della Difesa russo, l’Ucraina è il territorio in cui il mondo russo ha perso una delle battaglie strategiche nella guerra cognitiva. Avendo perso la battaglia, la Russia si sente ancora più obbligata a vincere la guerra – una guerra per annullare il danno a un Paese che storicamente è sempre stato parte del mondo russo e per prevenire gli stessi danni in patria. È piuttosto significativo che ciò che USA-NATO chiamano “guerra dell’informazione” sia definito “mental’naya voina“, cioè guerra cognitiva, da questo eminente stratega russo. Avendo principalmente sempre ricevuto le conseguenze delle operazioni di informazione / influenza, la Russia ne ha studiato i suoi effetti deleteri. Mentre è troppo presto per prevedere quale sarà la traiettoria del conflitto tra Russia e Ucraina e i suoi esiti politici, uno dei principali takeaway è che l’impiego da parte degli Stati Uniti di tutti gli strumenti di guerra ibrida per istigare e alimentare questo conflitto, non ha lasciato alla...
di Nauman Sadiq Articolo originale in inglese: Prophetic RAND Corp. Report: “Destabilize and Undermine” Russia. Recommended “Provocative Actions” – Global ResearchGlobal Research – Centre for Research on Globalization I rinomati think tank di politica estera, generosamente finanziati dalle istituzioni di sicurezza e dal complesso militare-industriale, sono le vere organizzazioni terroristiche che hanno una storia lunga nell’incoraggiare le nazioni occidentali a perseguire politiche statali militariste e bellicose, orchestrando clandestinamente guerre per procura, supplicando pubblicamente di imporre no-fly zone e montando presunti “interventi umanitari“, spesso con il pretesto apparente della cosiddetta “responsabilità di proteggere” e sostenendo lo sfruttamento capitalista e neocoloniale con l’abito di promuovere la democrazia borghese nei Paesi in via di sviluppo. Un “profetico” rapporto elaborato dalla RAND Corporation intitolato “Overextending and Unbalancing Russia” pubblicato nel 2019 dichiarava che l’obiettivo dichiarato dei politici americani è “minare la Russia proprio mentre gli Stati Uniti hanno destabilizzato in modo sovversivo l’ex Unione Sovietica durante la Guerra Fredda” e già prevedeva nel dettaglio la crisi adesso in corso in Ucraina. RAND Corporation è un think tank quasi governativo statunitense che riceve tre quarti dei suoi finanziamenti dalle Forze Armate statunitensi. Pur designando la Russia come un “avversario difficile da controllare“, il rapporto rilevava che “la Russia ha profonde ansie” circa l’interferenza occidentale e il potenziale attacco militare. Queste ansie sono considerate “una vulnerabilità da sfruttare“. Il rapporto elenca diverse “misure provocatorie” atte a “destabilizzare e indebolire” insidiosamente la Russia.Alcuni dei passaggi includono: riposizionamento dei bombardieri all’interno di un facile raggio d’azione dei principali obiettivi strategici russi; dispiegando armi nucleari tattiche aggiuntive in località dell’Europa e in Asia; aumentare la postura e la presenza delle forze navali statunitensi e alleate nelle aree operative della Russia (Mar Nero); organizzare esercitazioni di guerra della NATO ai confini della Russia; il ritiro dal Trattato sulle forze nucleari intermedie (INF). Quasi tutte le azioni provocatorie raccomandate dal rapporto della RAND sono state praticamente attuate dalle successive Amministrazioni Obama, Trump e Biden a partire dal colpo di Stato di Maidan del 2014, dal rovesciamento del presidente ucraino Viktor Yanukovich e dalla conseguente annessione della penisola di Crimea alla Russia. Come parte del suo sforzo per scoraggiare la Russia, l’aviazione americana ha pilotato bombardieri strategici B-52 e aerei da ricognizione RC-135 sull’Ucraina orientale nei mesi precedenti l’invasione; per rafforzare la capacità di resistenza dell’Ucraina, gli Stati Uniti e la NATO hanno inviato squadre di consiglieri militari nei mesi precedenti l’invasione per esaminare le difese aeree, la logistica, le comunicazioni e altri elementi essenziali. Oltre al dispiegamento di 15.000 truppe aggiuntive nell’Europa orientale, il numero totale di truppe statunitensi in Europa dovrebbe ora raggiungere le 100.000 unità. “Abbiamo 130 jet in massima allerta. Oltre 200 navi dall’alto nord al Mediterraneo e migliaia di truppe aggiuntive nella regione“, ha detto alla Galileus Web il 9 marzo il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg. Prima del vertice della NATO a cui ha partecipato anche il presidente Biden, giovedì 24 marzo, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha annunciato che l’alleanza militare transatlantica raddoppierà il numero di gruppi tattici che aveva dispiegato nell’Europa orientale....
Articolo originale di Giulio Chinappi Mentre la NATO organizza esercitazioni in Georgia con il chiaro fine di provocare Mosca, il governo dell’Ossezia del Sud ha dichiarato di voler organizzare un referendum per l’adesione alla Federazione Russa. Oltre all’Ucraina, la Georgia è l’altro campo di battaglia sul quale rischiano di svilupparsi le tensioni tra il blocco occidentale a guida statunitense e la Russia. Non paghi di quanto sta accadendo in Ucraina, infatti, i Paesi della NATO hanno deciso di passare all’attacco anche nella regione caucasica, organizzando attività militari con il chiaro fine di provocare una reazione di Mosca. Già lo scorso 11 marzo, il ministro degli Esteri estone Eva-Maria Liimets e quello spagnolo José Manuel Albares avevano annunciato in una conferenza stampa congiunta la partecipazione di Ucraina e Georgia come Paesi invitati al vertice NATO di Madrid, previsto per il 29 e 30 giugno. Liimets aveva addirittura detto esplicitamente che la scelta era stata fatta per “fare pressione sulla Russia”. Ma non è tutto. Tra il 20 ed il 25 marzo la NATO ha organizzato una grande esercitazione militare in Georgia, con la partecipazione dello stesso esercito dell’ex repubblica sovietica. L’annuncio era stato dato il 12 marzo dal Ministero della Difesa di Tbilisi, che aveva affermato che all’esercitazione avrebbero preso parte 23 Paesi. “L’obiettivo degli esercizi è il miglioramento delle competenze nella pianificazione delle operazioni e nella condivisione delle esperienze. Le esercitazioni miglioreranno l’interoperabilità tra le forze armate di vari Paesi”, affermava allora il comunicato del ministero georgiano, ricordando anche che esercitazioni dello stesso tipo si erano svolte nel 2019. Chiunque abbia un minimo di capacità analitica della situazione geopolitica attuale può comprendere come tali mosse abbiano l’unico vero obiettivo di infastidire Mosca, costringendo il governo russo a non concentrarsi solamente sull’Ucraina, ma a dover fare attenzione anche ai propri confini nella regione del Caucaso. Va poi ricordato che in questa regione esistono due repubbliche indipendenti sostenute da Mosca, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, che la Georgia considera invece come facenti parte del proprio territorio. Dichiaratesi indipendenti sin dalla fine dell’Unione Sovietica, l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia sono state riconosciute ufficialmente dalla Russia nel 2008, quando la Russia dovette intervenire militarmente per difendere le due repubbliche dall’offensiva georgiana contro la capitale osseta Tskhinvali, volta all’obiettivo di riprendere il controllo di quei territori. Una situazione, dunque, non dissimile da quella del Donbass, che ha portato all’intervento militare russo in Ucraina. A tal proposito, il presidente osseto Anatolij Bibilov ha affermato in queste ore che l’Ossezia del Sud prenderà provvedimenti legali per entrare a far parte della Federazione Russa nel prossimo futuro: “Credo che l’unificazione con la Russia sia il nostro obiettivo strategico. Questa è la nostra strada e un’aspirazione del nostro popolo. Dovremmo andare avanti lungo questa strada. Le corrispondenti misure legali saranno prese nel prossimo futuro. La Repubblica dell’Ossezia del Sud diventerà parte della sua patria storica – la Russia”, ha dichiarato Bibilov. “Il mondo russo oggi difende gli interessi dei suoi aderenti, coloro che si oppongono al nazismo, che rispettano i valori umanitari universali e i diritti e le norme fondamentali condivisi dall’intera comunità internazionale“,...
di Giulio Chinappi Quanto è coinvolta la famiglia Biden nei finanziamenti ai laboratori biologici in Ucraina? Stati Uniti e Russia davvero pensando all’uso di armi nucleari nel conflitto? L’Ucraina sta utilizzando munizioni al fosforo bianco? L’emergere del coinvolgimento di Hunter Biden, secondogenito dell’attuale presidente statunitense Joe Biden, nel finanziamento dei laboratori biologici in Ucraina ha portato nuovi elementi e nuove prove su quanto effettivamente accadeva sul territorio dell’ex repubblica sovietica. Le e-mail dell’avvocato e imprenditore rappresenterebbero infatti delle prove schiaccianti su quanto abbiamo avuto modo di sottolineare già nei nostri articoli precedenti, ovvero che Washington stesse conducendo studi poco ortodossi nei laboratori ucraini. Negli scorsi giorni, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha confermato che la Russia chiederà spiegazioni ufficiali sul coinvolgimento di Hunter: “Certo, chiederemo spiegazioni. E non solo noi. Come sapete, la Cina ha già sollecitato chiarimenti. Ha chiesto di rendere trasparente al mondo questo programma e questa situazione. Ovviamente questo interesserà molti“, ha detto Peskov. Peskov ha anche spiegato che la Russia stava ancora studiando le informazioni disponibili sui biolaboratori statunitensi in Ucraina: “Come potete capire, i nostri specialisti del Ministero della Difesa stanno procedendo con l’analisi delle informazioni che abbiamo a nostra disposizione riguardo a questi biolaboratori e ai programmi su cui hanno lavorato“, ha proseguito il portavoce. “Si tratta di informazioni molto sensibili per noi e per il mondo intero“, ha affermato. Il 28 marzo, le autorità russe hanno affermato di aver concluso gli studi sui documenti di cui sono venuti in possesso nel corso dell’operazione speciale in Ucraina. Ad affermarlo è stato il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolaj Patrušev, secondo il quale le evidenze in possesso della Russia dimostreranno al mondo che gli Stati Uniti sono diventati “il degno successore delle tradizioni del Terzo Reich, dove si praticavano esperimenti disumani sulle persone”. Patrušev ha anche ricordato che “gli Stati Uniti e l’Ucraina sono rimasti gli unici Paesi al mondo a votare contro la risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sulla lotta alla glorificazione del nazismo e altre iniziative simili“. Un altro tema che sta tenendo banco sulla stampa internazionale è quello del possibile uso di armi nucleari da parte degli Stati Uniti o della Russia. Lo stesso portavoce Peskov ha precisato in una recente conferenza stampa che la Russia non ha mai preso in considerazione l’uso di armi nucleari in Ucraina. Al contrario, il presidente Joe Biden ha invocato l’uso preventivo delle armi nucleari, il che significa che gli Stati Uniti sarebbero disposti a sganciare per primi l’ordigno atomico. Vale sempre la pena di ricordare, del resto, che gli USA sono l’unico Paese della storia ad aver utilizzato bombe nucleari contro un nemico. “Siamo entrati nella fase di una guerra totale“, ha sottolineato Peskov. “I Paesi dell’Europa occidentale, gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, stanno effettivamente conducendo una guerra contro di noi nel commercio, nell’economia, nel sequestro delle nostre proprietà, nel sequestro dei nostri fondi, nel bloccare le nostre relazioni finanziarie. E dobbiamo adattarci alla nuova realtà“, ha inoltre commentato Peskov. Per stemperare il clima bellico, anche il presidente bielorusso Aljaksandr Lukašėnka è...
di Giulio Chinappi Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha effettuato una visita ufficiale in Afghanistan, che conferma il ruolo della Cina come forza portatrice di stabilità tra le turbolenze del mondo. Dopo essersi recato in Pakistan, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi è stato accolto giovedÌ in Afghanistan, per la visita ufficiale più importante tenuta da un fiunzionario cinese da quando il Paese è tornato sotto il controllo dei talebani. Il massimo diplomatico della Repubblica Popolare Cinese ha incontrato alcuni degli esponenti di vertice del governo ad interim di Kabul, come il ministro degli Esteri Amir Khan Muttaqi e il vice primo ministro Abdul Ghani Baradar (in foto con Wang Yi). “La Cina rispetta l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Afghanistan, rispetta la scelta indipendente operata dal popolo afghano e rispetta le credenze e i costumi religiosi dell’Afghanistan. La Cina non interferisce mai negli affari interni dell’Afghanistan, non cerca mai alcun interesse personale in Afghanistan e non cerca mai il cosiddetta sfera di influenza”, ha dichiarato Wang Yi, secondo quanto riportato dal comunicato del ministero degli Esteri di Pechino. “Vogliamo continuare la tradizionale amicizia tra i due popoli, sviluppare relazioni con l’Afghanistan sulla base dei principi di pacifica convivenza, aiutare l’Afghanistan a raggiungere la vera indipendenza e il vero sviluppo e aiutare l’Afghanistan a padroneggiare il proprio futuro nelle proprie mani“, ha aggiunto il rappresentate del governo cinese. Secondo Abdul Qahar Balhki, portavoce del ministero degli Esteri dell’Afghanistan, le due parti hanno discusso del commercio di frutta secca, del rilascio dei visti e di estrazione mineraria, nonché del ruolo dell’Afghanistan nella Belt and Road Initiative (BRI) proposta dalla Cina. Il viaggio di Wang Yi in Asia centrale e meridionale, compresa l’importante visita in Afghanistan, si inserisce in un processo di avvicinamento ad un importante appuntamento diplomatico organizzato a fine mese a Pechino, dove si riuniranno tutti i ministri degli Esteri dei Paesi confinanti con l’Afghanistan. In quest’ambito, la Cina conferma il suo impegno per la ricostruzione del Paese dell’Asia centrale dopo vent’anni di guerra imperialista statunitense. “In qualità di ospite, la Cina scambierà opinioni con i paesi della regione per rendere il prossimo incontro efficace e favorevole a risultati sostanziali nel miglioramento della situazione in Afghanistan e contribuire congiuntamente alla stabilità e alla sicurezza durature nel Paese”, ha commentato Zhu Yongbiao, direttore del Centro Studi sull’Afghanistan dell’Università di Lanzhou, intervistato dal Global Times. Quella organizzata a Pechino sarà la terza riunione di questo tipo, dopo quelle tenutesi in Pakistan (settembre 2021) e in Iran (ottobre 2021), ma per la prima volta l’evento vedrà la partecipazione diretta dei diplomatici afghani. L’attività della Cina per riportare la stabilità in Afghanistan si svolge tanto in ambito diplomatico quanto in ambito economico, e risulta coerente con la posizione che Pechino ha assunto nelle relazioni con gli altri Paesi. In un tempo di grandi sconvolgimenti globali, la Cina si conferma come una forza in grado di portare certezze e stabilità anche in un luogo come l’Afghanistan, devastato da decenni di furia imperialista. Il presidente Xi Jinping ha avuto modo di ribadire la posizione della Cina in diverse occasioni. L’obiettivo del governo cinese...
di Enrico Vigna, 24 marzo 2022 “Ho appena dato mandato al comandante supremo delle forze alleate in Europa, il generale Clark, di avviare le operazioni d’aria (ndt: bombardamenti aerei…) sulla Repubblica Federale di Jugoslavia…Tutti gli sforzi per raggiungere una soluzione politica negoziata alla crisi del Kosovo sono falliti e non ci sono alternative all’intraprendere l’azione militare…” Così, il 23 marzo 1999, l’allora Segretario generale della NATO J. Solana, davanti ai mass media del mondo, decretava l’inizio della fine della “piccola” Jugoslavia e del popolo serbo in particolare. Questa aggressione è stata la prima guerra sul suolo europeo condotta dalla fine della seconda guerra mondiale. Mentre le bombe e i missili lanciati dalla più potente macchina militare nella storia della civiltà, erano impegnati a distruggere un piccolo paese europeo, hanno anche distrutto il sistema di sicurezza europeo e globale, basato sulla Carta delle Nazioni Unite, l’Atto fondante dell’OSCE e la Carta di Parigi. Ancora oggi l’Europa e il mondo subiscono le gravi conseguenze di quella distruzione. Nel processo, la NATO si alleò con il cosiddetto UCK, una formazione separatista-terrorista, come corpo di fanteria, alimentando così il separatismo e il terrorismo. L’inizio dell’aggressione della NATO del 1999 contro la piccola Jugoslavia (la RFJ), è un’altra occasione per ricordare i crimini e le atrocità documentate e per ricordare ai popoli, in particolare ai giovani, gli orrori e i danni causati dall’aggressione, nonché le conseguenze di cui molti aspetti devono ancora essere risolti oggi. Quel precedente di aggressione eseguita senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU è poi stato riutilizzato nelle successive aggressioni in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria. L’aggressione della NATO contro la RFJ nel 1999 è stata un trampolino di lancio per dare vita alla strategia di espansione militare verso est, sempre più vicino ai confini russi, circondandola di basi militari, che è la causa principale della crisi ucraina. È cinismo portato all’estremo, accusare altri paesi di crimini che i principali stati della NATO hanno continuamente commesso negli ultimi 30 anni. Sarebbe meglio invece di accusare gli altri, si fermassero un momento e ricordassero i propri misfatti, si pentissero e rimediassero a tutte le ingiustizie che hanno fatto in Jugoslavia e in tutti gli altri paesi, in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia, Yemen e altri. Oggi, mentre il mondo si avvicina ancora una volta al rischio di un conflitto nucleare, sarebbe più importante che mai, che l’opinione pubblica occidentale, comprenda e rifiuti le politiche auto distruttive e non pacificatorie dei propri governi, che rischiano di trascinare il mondo in un abisso. Potrebbe essere utile per capire alcune strategie, citare Macchiavelli, il quale in tempi lontani già considerò: «Non colui che per primo imbraccia le armi è istigatore di un disastro, ma colui che lo costringe». Per avere un futuro degno di essere vissuto, c’è bisogno, oggi più che mai, di politiche volte ad eliminare le cause dei conflitti nel mondo. Il presupposto per fare questo sta nel perseguire un ordine di pace multipolare, in cui provocazioni, complotti e accordi segreti non devono essere pianificate e avere posto. Oggi ci auguriamo in una riduzione dell’escalation militare il prima possibile. Ma ciò sarà possibile solo se la...
di Fabio Massimo Parenti Dibattito italiano, infruttuoso e controproducente Nei dibattiti di queste ultime settimane si evince chiaramente, al di là di poche eccezioni, l’incapacità di approfondire le origini del conflitto tra Russia e Ucraina. Il paradosso è che i professionisti della comunicazione, – ovvero coloro i quali danno forma all’opinione pubblica – impauriti dagli scenari peggiori che potrebbero dipanarsi in Europa, si focalizzano invano sulle soluzioni per uscire dall’attuale impasse, anziché cercare di analizzarne le cause, o meglio i processi storico-geografici. Tuttavia, come si fa a parlare di possibili soluzioni (negoziali nella migliore delle ipotesi) se non si comprendono le origini di questa guerra, che ci parlerebbero di innumerevoli corresponsabilità? La banalizzazione e riduzione delle “cause” a ciò che abbiamo visto nella congiuntura degli ultimi giorni sembrerebbe il risultato di chi si è svegliato dal letargo politico, economico ed intellettuale, tipico dell’auto-referenzialismo occidentale, e che non si è accorto che il mondo sia già cambiato. Se le nostre guerre “umanitarie” e “democratiche”, illegali e in violazione del diritto internazionale – ebbene sì, abbiamo costantemente violentato la sovranità territoriale di numerosi popoli – erano appoggiate e partecipate come un’ineluttabilità storica, sempre decisa dagli Usa e i suoi più stretti alleati (parliamo di centinaia di migliaia di morti civili – chiamati “effetti collaterali” – uso di armi chimiche e interi paesi dilaniati), oggi la “reazione” russa è “mostrificata”. Con non poche false flags, al punto da spacciare la strage di civili a Donesk del 14 marzo, ad opera delle forze ucraine, come una strage per mano russa. Copioni già visti in altri teatri di guerra, in cui numeri e notizie venivano veicolati dalla gran cassa mediatica 24h senza riscontri, verifiche ed utilizzando a piacere video e foto di archivio di altri contesti bellici del passato. Tornando alla questione delle origini della guerra in corso, un’analisi critica ed articolata metterebbe a nudo le evidenti corresponsabilità storiche, che, al contrario, non possono emergere nella reductio a tifoserie e nel manicheismo maccartista della semplificazione binaria buoni/cattivi. Non solo il presidente Putin non è un pazzo, ma neanche soffre di condizioni di salute peggiori di Biden. Basterebbe ricordare che consiglieri, politici, diplomatici e studiosi di altissimo livello, proprio negli Usa 8ma anche in Europa), hanno costantemente messo in guardia dall’espansione del sistema US-Nato (evidentemente non concordi al loro interno). Un’espansione tutt’altro che pacifica (si pensi per restare all’Europa a ciò che è stato fatto nei Balcani occidentali), fatta di basi militari, esercitazioni congiunte e sistemi missilistici puntati verso Mosca. Dovrebbe ormai essere noto che se l’Ucraina non è entrata nella NATO, quest’ultima è però già entrata in Ucraina da diversi anni, come le vicende storiche degli ultimi 15 anni dimostrano in maniera incontrovertibile. Peraltro, mentre l’espansionismo NATO viene ricordato sui nostri media, esso non è riflettuto a sufficienza. E’ innegabile che come accaduto nel 1962, anche oggi gli Usa non accetterebbero mai alleanze militari di un blocco militare concorrente alle proprie porte. Se avessimo dunque una situazione ribaltata, che coinvolgesse Canada o Messico in...
di Fabio Massimo Parenti Il Dipartimento di stato americano ha commentato l’incontro del 14 marzo tra Sullivan e Yang dichiarando: “a Roma abbiamo messo in guardia la Cina sulle conseguenze di un eventuale supporto alla Russia”. Pochi giorni dopo, la Casa Bianca ha rincarato la dose asserendo che “ci saranno implicazioni e conseguenze” se Beijing fornisse supporto alla Russia. E’ chiaro che questo non è un atteggiamento costruttivo, soprattutto in un momento che richiederebbe ben altri toni ed approcci. C’è da dire, tuttavia, che nel corso della telefonata con Xi, del 18 marzo, Biden avrebbe cercato anche di ristabilire un certo equilibrio, almeno formale, e meno basato sul confronto-scontro tra rivali. Proviamo ad inquadrare il ruolo della Cina nell’attuale crisi e l’inevitabile dialettica con gli Usa. Dopo averla quotidianamente dileggiata e provocata su qualsiasi questione internazionale ed interna, all’improvviso, molti in Occidente invocano la Cina affinché possa svolgere un ruolo nelle drammatiche vicende europee. Generali, analisti, giornalisti e, come detto, gli stessi Usa. Questi ultimi vorrebbero che la Cina contribuisse ad isolare la Russia, mentre assistono a una “sirianizzazione” del conflitto in Ucraina, lanciano moniti su possibili attacchi chimici (come in Siria), operano un costante invio di armi ad una parte in guerra e continuano a spingere l’Europa sull’orlo del baratro, attraverso un’ulteriore stretta sanzionatoria che tocca più noi che loro. Questa tanto sbandiera alleanza tra UE e Stati uniti ci sta portando ad un futuro prossimo disastroso. E le imperanti tifoserie pro-americane nostrane dovrebbero prenderne atto, invece di accodarsi pedissequamente agli Usa quando ripetono il mantra delle “conseguenze” per Pechino se sostenesse militarmente la Russia. Cosa che non avverrà. Negli ultimi settant’anni il rapporto statunitense verso Cina e Russia è stato caratterizzato da una continua alternanza tra l’uno e l’altro paese al fine di isolare l’uno o l’altro. Se nella prima guerra fredda gli Usa avevano portato la Cina dalla loro parte (con il duo Kissinger-Nixon), contribuendo ad isolare l’URSS, in seguito essi hanno tentato di integrare la Russia nell’orbita NATO (tra fine anni Novanta e primi anni Duemila), questa volta tentando di isolare una Cina in ascesa. Le previsioni sono state tuttavia errate e le manovre strategiche ritardatarie e mal concepite. Cina e Russia si sono avvicinate sempre di più negli ultimi venti anni. Gli Usa erano convinti che la Cina sarebbe andata incontro a problemi interni e che comunque avrebbe trasformato il proprio sistema politico-economico, emulandoci. Le previsioni sono state tutte fallaci e ciò che speravano non è accaduto, anzi, al contrario, la Cina ha rafforzato il proprio status economico-politico al livello mondiale, perseverando sulla strada di un modello di sviluppo autoctono di socialismo di mercato, seguendo la logica della doppia circolazione, ovverosia la combinazione dialettica tra integrazione internazionale e sviluppo domestico. Nella situazione attuale gli Usa stanno perseguendo, vittoriosamente, la cesura tra Europa e Russia, sperando, successivamente, di allontanare Cina e Russia. In questo modo cadrebbe l’asse anti-egemonico asiatico, dando agli Usa più spazio di manovra per continuare ad influenzare il continente euroasiatico per i...