4 Novembre 2026

centro studi eurasia e mediterraneo

National flag
di Jin Xu Traduzione di Giulio Chinappi In questo articolo pubblicato dalla rivista cinese TI Observer, Jin Xu, accademico dell’Istituto Taihe, e Sven Biscop, professore dell’Università di Gent (Belgio), analizzano le relazioni tra Cina e Unione Europea alla luce dei recenti sviluppi. Di seguito la traduzione completa dell’articolo. Quando si tratta delle relazioni tra Cina ed Unione Europea, è difficile descriverle e riassumerle in una parola poiché si sono trasformate e modificate così notevolmente negli ultimi decenni. Da importante partner commerciale a principale fonte di importazioni nell’UE, a Paese indicato con diverse etichette, che vanno da partner, concorrente, a rivale sistemico dell’UE, la Cina ha chiaramente avuto una relazione intrigante con l’UE negli ultimi 30-40 anni. Qual è il ruolo della Cina in relazione all’UE? Come descriviamo le mutevoli dinamiche nelle relazioni Cina-UE alla luce degli eventi accaduti negli ultimi due anni? Guardando al futuro, cosa possiamo aspettarci dalla relazione? Data la dinamica delle relazioni complessive tra Cina e UE, potrebbe commentare quelle che ritiene essere le tendenze passate e in evoluzione della Cina, alla base delle relazioni sino-europee? Jin – Dal mio punto di vista, le relazioni commerciali e politiche sino-europee non sono male se le confrontiamo con le relazioni sino-americane. La Cina è da molti anni il principale partner commerciale dell’UE. Importiamo così tante cose dai Paesi europei e a nostra volta esportiamo così tante cose nei Paesi europei. Abbiamo molti investitori provenienti da Paesi europei, che hanno le loro fabbriche, aziende e prodotti qui. Si vedono molti prodotti e merci europei nelle grandi città come Pechino, Shanghai, Shenzhen, ma anche in molte aree remote. Ci auguriamo che le relazioni tra Cina ed Europa migliorino ulteriormente in futuro. Condividiamo accordi su molte cose. Condividiamo punti di vista comuni in un’ampia gamma di affari internazionali. Spero che avremo più uomini d’affari europei che verranno in Cina. Ci auguriamo che l’Unione Europea, nel suo insieme, possa essere più aperta al popolo cinese, compresi i turisti cinesi, soprattutto dopo il Covid. Biscop – Per riprendere il suo ultimo commento, in primo luogo, uno scambio meno aperto è sicuramente un grande peccato. Anche se non siamo tagliati fuori grazie a Internet, la profondità dello scambio non è proprio la stessa di quando avviene di persona. Di solito, in estate, trascorrevo due settimane all’anno per insegnare alla Renmin University of China a Pechino e visitare diversi think tank e università cinesi. Spero che lo scambio accademico possa riprendere molto presto, perché mi colpisce di più che, quando gli studenti cinesi possono trascorrere l’anno a Bruxelles e gli studenti belgi a Pechino, allora possiamo davvero iniziare a capire cosa sta facendo l’altro. E ora, la Cina è diventata una presenza globale. Le relazioni UE-Cina sono cambiate quando è cambiata la posizione internazionale della Cina. La Cina si è definitivamente riaffermata come una grande potenza, direi, al più tardi dal 2008 dopo la crisi finanziaria. Non c’è un Paese al mondo in cui la Cina non sia presente in termini politici ed economici e, quindi, sempre di più, la Cina...
Luiz_Inácio_Lula_da_Silva
ARTICOLO ORIGINALE IN LINGUA SPAGNOLA PUBBLICATO SUL SITO MULTIPOLARISTA.COM Il leader della sinistra brasiliana, Lula da Silva, dice che se vincerà le elezioni presidenziali del 2022, “creeremo una valuta in America Latina”, chiamata Sud, per combattere “la dipendenza dal dollaro”. Il leader della sinistra brasiliana, Lula da Silva, ha proposto di creare una valuta latinoamericana per “liberarsi dal dollaro“.Lula, uno dei fondatori del Partito dei Lavoratori, è stato presidente del Brasile per due mandati, dal 2003 al 2011. Ora è il candidato principale per le elezioni presidenziali dell’ottobre 2022. Se tornerà alla presidenza, ad un raduno tenutosi il 2 maggio, Lula ha dichiarato che “creeremo una valuta in America Latina“, perché “non dobbiamo dipendere dal dollaro“. Ha rivelato, inoltre, che la valuta si dovrebbe chiamare Sud. Lula ha poi spiegato che i Paesi dell’America Latina potranno mantenere la loro valuta nazionale sovrana, ma, invece di dover scambiare il dollaro USA, potrebbero usare il Sud per fare scambi bilaterali tra loro. Secondo quanto sostenuto da Lula, il Sud potrebbe così anche aiutare a ridurre l’inflazione nella regione. L’obiettivo della valuta sarebbe quello di approfondire l’integrazione latinoamericana e rafforzare la sovranità economica regionale, indebolendo di conseguenza la sua dipendenza dagli Stati Uniti. Sotto l’attuale governo brasiliano, guidato dal leader di estrema destra Jair Bolsonaro, il gigante sudamericano si è subordinato a Washington, mentre attaccava i Governi di sinistra della regione. Il Brasile di Bolsonaro ha rifiutato di riconoscere la legittimità del governo chavista nel vicino Venezuela e ha persino sostenuto violenti attacchi terroristici transfrontalieri contro di esso. Se tornerà alla presidenza, Lula ha promesso che il Brasile “rafforzerà le relazioni con l’America Latina“. Lula ha anche promesso di rilanciare il sistema BRICS, integrando Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa in un’architettura economica indipendente per sfidare l’egemonia finanziaria occidentale. Nel 2020, Lula ha pubblicato un appello “Per un mondo multipolare” nel quale ha spiegato che il suo obiettivo è “la creazione di un mondo multipolare, libero dall’egemonia unilaterale e dallo sterile confronto bipolare“, che consenta “una vera rifondazione dell’ordine multilaterale, basata sui principi del vero multilateralismo, in cui la cooperazione internazionale possa davvero prosperare“. Il tentativo di Hugo Chávez di creare una moneta pan-latinoamericana, il Sucre Non è certo la prima volta che i politici progressisti in America Latina cercano di creare una moneta comune. Questo è stato a lungo un sogno dei leader di sinistra della regione. L’ex presidente rivoluzionario del Venezuela, Hugo Chavez, ha sviluppato una valuta internazionale come parte dell’Alleanza Bolivariana (ALBA), una coalizione economica di governi di sinistra dell’America Latina e dei Caraibi. Questa valuta è stata chiamata Sucre ed è stata adottata nel 2009 da Venezuela, Nicaragua, Cuba, Bolivia ed Ecuador. Sucre era l’acronimo di “Sistema Unitario de Compensación Regional“, ma era anche un riferimento ad Antonio José de Sucre, che contribuì a guidare la lotta per l’indipendenza sudamericana contro il colonialismo spagnolo, insieme a Simón Bolívar. Il governo dell’Ecuador, sotto il presidente di sinistra Rafael Correa, che ha un dottorato di ricerca in economia, è stato il principale utilizzatore di Sucre. Al suo apice nel 2012, il Sucre è stato utilizzato per oltre un miliardo di dollari nel commercio bilaterale annuale regionale. Dopo la morte di Chávez avvenuta nel...
belgrado-ambasciata-cinese
di Giulio Chinappi Articolo Originale Il 7 maggio 1999, nell’ambito della guerra di aggressione perpetrata dalla NATO contro la Jugoslavia, le forze del Patto Atlantico bombardarono l’ambasciata cinese a Belgrado, uccidendo tre giornalisti del Paese asiatico. Nel maggio del 1999, eravamo nel pieno dell’operazione Allied Force, nome scelto per indicare la guerra d’aggressione perpetrata dalle potenze della NATO a guida statunitense nei confronti della Jugoslavia, al fine di provocare la caduta del presidente legittimo Slobodan Milošević e la perdita di parte del territorio nazionale attraverso la creazione di un Kosovo indipendente. Il 7 maggio, tuttavia, avvenne un grave episodio che coinvolse un Paese terzo, quando gli attacchi aerei colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado, provocando la morte di tre giornalisti del Paese asiatico, Shao Yunhuan, Xu Xinghu e Zhu Ying. A 23 anni da quell’evento, alti rappresentanti di Cina e Serbia si sono riuniti per commemorare l’attacco terroristico perpetrato dalla NATO e le sue vittime. La delegazione diplomatica orientale è stata guidata da Tian Yishu, incaricato d’affari presso l’ambasciata cinese in Serbia, mentre per il governo serbo hanno partecipato, tra gli altri, il ministro degli Interni, Aleksandar Vulin, e il ministro dell’Occupazione e degli Affari Sociali, Darija Kisić Tepavčević. Tian ha affermato che il popolo cinese non dimenticherà mai le barbare atrocità commesse dalla NATO, né dimenticherà che la NATO ha bombardato il paese per 78 giorni consecutivi con il pretesto di “salvaguardare i diritti umani“. Vulin ha affermato che l’invasione della NATO nel 1999 ha rappresentato un crimine contro una nazione sovrana e il suo popolo e ha violato gravemente il diritto internazionale. “La Serbia non smetterà mai di chiedere alla NATO di assumersi la responsabilità dei suoi crimini e la Serbia sarà sempre un amico affidabile per la Cina“, ha osservato il ministro di Belgrado. L’episodio era stato ricordato anche in una conferenza stampa tenuta lo scorso 24 febbraio dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, il quale aveva affermato che “la NATO ha ancora un debito di sangue nei confronti del popolo cinese“. “Ironia della sorte, mentre le persone in Cina e Serbia commemorano la morte delle vittime delle barbare atrocità della NATO guidate dagli Stati Uniti 23 anni fa, la NATO non ha affievolito la sua agenda espansionistica né attenuato la sua aggressione, alimentando le fiamme sulla crisi ucraina e infangando la Cina con accuse diffamatorie“, commenta un articolo pubblicato dal Global Times. Dopo il bombardamento dell’ambasciata cinese, l’allora presidente Bill Clinton e il segretario di Stato alla Difesa William Cohen si affrettarono a scusarsi e a giustificare l’episodio come un incidente causato dall’utilizzo di una “mappa obsoleta“: “In parole povere, uno dei nostri aerei ha attaccato il bersaglio sbagliato perché le istruzioni di bombardamento erano basate su una mappa obsoleta“, furono le precise parole di Cohen. “Il nocciolo della spiegazione della CIA era difficile da credere per molti: l’esercito più avanzato del mondo aveva bombardato un altro Paese membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e uno dei più accesi oppositori della campagna aerea della NATO a causa di un errore di mappatura“, avrebbe commentato Kevin Ponniah in un articolo pubblicato dalla BBC nel ventennale dell’attacco....
Russia 9 maggio
Il giorno 9 maggio 2022, alle ore 18.00, si terrà la tavola rotonda online organizzata da Polis Etica a tema Chi sono davvero i russi? Nel corso dei lavori interverrà anche Stefano Vernole, vicepresidente del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo. Il pubblico interessato ad assistere alla Tavola Rotonda può trovare, a partire dalle ore 17:45 di Lunedì 9 Maggio 2022 il link alla DIRETTA STREAMING sul Canale YouTube di POLISETICA https://www.youtube.com/channel/UCch6s0sC3vQsI6uuHEQYFOQ Il pubblico può porre delle domande nella relativa chat della diretta su YouTube. L’evento rimarrà successivamente disponibile in PODCAST (registrazione) sul Canale YouTube di POLIS ETICA, nonché sul sito del giornale internazionale PLANET360.info(www.planet360.info)
fake_news
di Giulio Chinappi Oltre alla Russia, anche la Cina è stata vittima delle fake news diffuse in Occidente circa la questione ucraina. Un articolo dell’agenzia stampa Xinhua, tradotto di seguito, analizza e smentisce tutte le falsità sulla posizione cinese circa il conflitto. Articolo Originale Da qualche tempo, gli Stati Uniti e alcuni altri paesi, nonché l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), stanno diffondendo disinformazione sulla posizione della Cina sulla situazione dell’Ucraina e lanciano accuse infondate per attaccare e diffamare la Cina. Le falsità, che confondono il bene con il male, sono un tentativo di fuorviare il mondo. La posizione della Cina sulla questione ucraina è trasparente, obiettiva ed equa. Alcuni esempi della disinformazione e della realtà sono presentati di seguito per aiutare il mondo a capire cosa sta realmente accadendo. Falsità 1: un rapporto dell’intelligence statunitense ha affermato che la Cina ha detto alla Russia che non avrebbe impedito alla Russia di intraprendere azioni in Ucraina, chiedendo al contempo alla Russia di non farlo prima della fine delle Olimpiadi invernali di Pechino. Ha anche affermato che la Russia ha chiesto assistenza alla Cina, comprese armi e altre attrezzature. Verifica della realtà: la Russia è un Paese sovrano che pesa, decide e attua in modo indipendente la propria politica estera in base alla propria strategia e ai propri interessi. Non è necessario chiedere in anticipo il consenso della Cina. In effetti, i funzionari statunitensi hanno ammesso che non ci sono prove che la Cina fornisca assistenza militare alla Russia. Il 14 marzo 2022, il segretario stampa presidenziale russo Dmitrij Peskov ha detto ai giornalisti che la Russia aveva il potenziale per condurre un’operazione in Ucraina e non aveva richiesto assistenza ad altri Paesi. Secondo i media, le informazioni riportate dal New York Times sulla base di una fonte anonima sono state effettivamente fornite da un alto funzionario per gli affari indo-pacifici del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca. Era una notizia falsa diffusa deliberatamente dagli Stati Uniti per screditare la Cina, distogliere l’attenzione del pubblico e scaricare la colpa. Secondo NBC News, gli ufficiali dell’intelligence statunitense hanno rilasciato informazioni sul conflitto Russia-Ucraina anche quando non erano “solide come una roccia” e alcune affermazioni, come la Cina che considerava di fornire aiuto militare alla Russia, sono state inventate. Ciò dimostra che gli Stati Uniti stavano intraprendendo un’azione preventiva per vincere la “guerra dell’informazione” contro la Russia. Parlando ai media il 22 marzo 2022, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan ha ammesso di non aver visto alcuna prova che la Cina fornisse equipaggiamento militare alla Russia. Il 30 marzo 2022, il portavoce del Pentagono John F. Kirby ha affermato che gli Stati Uniti non vedono indicazioni di assistenza militare cinese alla Russia. Falsità 2: la dichiarazione congiunta rilasciata da Cina e Russia il 4 febbraio di quest’anno fornisce la prova del sostegno della Cina alla Russia sulla questione dell’Ucraina. La dichiarazione congiunta è un “velato sostegno” all’”invasione” russa dell’Ucraina. Verifica della realtà: lo scorso febbraio, la Cina ha rilasciato dichiarazioni congiunte con un certo...
SpecialEurasia published the fifth report of our project “Geopolitics of Nuclear Energy in Eurasia” titled “La forza di dissuasione nucleare francese” in partnership with ASRIE Analytica and CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo. di Stefano Vernole All’inizio della sua presidenza, Emmanuel Macron disse che avrebbe ridotto di molto la dipendenza della Francia dall’energia nucleare, smantellando parte degli impianti del Paese. Al tempo, l’opinione pubblica francese era piuttosto diffidente nei confronti dell’ampio utilizzo da parte della Francia di centrali nucleari, a causa di disastri come quello al reattore giapponese di Fukushima nel 2011. Le cose però sono cambiate negli ultimi tempi: in questi mesi, grazie al nucleare, la Francia è stata praticamente immune dalla grave crisi energetica che sta colpendo il resto dell’Europa, e Macron ha rivalutato la possibilità di investire nel nucleare. La Francia è, come ha scritto qualcuno, «l’unica potenza nucleare dell’Unione Europea». Nel Paese ci sono 58 reattori nucleari attivi, che producono più del 70% dell’energia elettrica francese. Descrivendo l’aumento del sostegno popolare francese all’energia nucleare, un sondaggio dell’istituto Odoxa ha parlato di «ritorno di fiamma» tra i francesi e il nucleare negli ultimi due anni. Spesso ascritto a De Gaulle, l’arsenale atomico d’Oltralpe è in realtà una creazione della Quarta Repubblica. Mezzo di riscatto nazionale e di sabotaggio della guerra fredda, è uscito ridotto dal crollo dell’Urss. Ma sulla «sua funzione di deterrenza» Parigi non transige. Il 20 marzo 2019, Nicholas Roche, direttore degli affari strategici di sicurezza e del disarmo al Ministero dell’Europa e degli Affari esteri, venne convocato per un’audizione presso la Commissione della difesa nazionale e delle Forze Armate dell’Assemblea nazionale francese sul tema della dissuasione nucleare e le modifiche dei trattati in corso su iniziativa di Paesi come Stati Uniti e Russia1. Questa fu anche l’occasione per invitare i maggiori esperti militari dell’esercito francese a rendere conto dello stato di avanzamento della Force de frappe di Parigi nei diversi domini e a chiarire quali obiettivi strategici si volevano raggiungere grazie al possesso dell’arma nucleare. Francia ed Europa sono infatti legate alla disciplina dalla legge della concorrenza strategica. Il controllo delle armi designa prima di tutto la volontà di sancire norme, con meccanismi di verifica e trasparenza, su capacità militari che consideriamo particolarmente destabilizzanti. La fine del Trattato INF potrebbe aprire una nuova fase di potenziale concorrenza tra Stati Uniti e Russia per quanto riguarda questa categoria di missili vietati dal 1987. È quindi necessario che l’Europa torni a lavorare sulle questioni strategiche e si impegni in una riflessione volta a ripensare quali sono gli interessi di sicurezza europei e come saranno difesi e preservati da due parti, da un lato in termini di adattamento militare, dall’altro in termini di futuro di padronanza di armi nucleari e strategiche. Per i decisori di Parigi, ci troviamo in una fase molto speciale della storia nucleare francese, con il ritorno di tensioni che non conoscevamo da tempo e che obbligano la stessa Francia, tenendo conto della sua particolare posizione di indipendenza nazionale in Europa e dell’attaccamento in particolare per la...
di Ugo Spe’zia SpecialEurasia published the fourth report of our project “Geopolitics of Nuclear Energy in Eurasia” titled “Sviluppi della tecnologia elettronucleare” in partnership with ASRIE Analytica and CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo. Abstract La produzione elettronucleare si è sviluppata nei paesi industriali dalla metà degli anni Cinquanta ad oggi attraverso la progressiva evoluzione delle tecnologie, che puntano oggi alla realizzazione dei reattori della “IV generazione”. Il nucleare contribuisce in maniera significativa alla copertura del fabbisogno elettrico in 33 paesi. La quota nucleare è pari al 20% negli USA, al 21% in Russia e al 26,4% nell’Unione Europea (dove è la prima fonte di produzione elettrica dopo il carbone), con punte del 71% in Francia, del 53% in Slovacchia, del 48% in Ungheria e quote del 30-40% in Bulgaria, Belgio, Slovenia, Repubblica Ceca, Finlandia, Svezia e Spagna. Le previsioni di sviluppo a medio-lungo termine sono piuttosto incerte. Tuttavia, i vantaggi di tipo strategico ed economico, l’ampia disponibilità di combustibile nucleare e i programmi varati in molti paesi inducono a prevedere che il nucleare resterà anche in futuro una delle principali fonti per la produzione elettrica. Nuclear power production has developed in industrial countries since the mid-1950s through the progressive evolution of technologies, which today aim at the “IV generation” rectors. Nuclear power contributes significantly to covering electricity needs in 33 countries. The nuclear share is 20% in the USA, 21% in Russia and 26.4% in the European Union, with peaks of 71% in France, 53% in Slovakia, 48% in Hungary and shares ranging between 30 and 40% in Bulgaria, Belgium, Slovenia, the Czech Republic, Finland, Sweden and Spain. Medium to long-term development forecasts are rather uncertain. However, the strategic and economic advantages, the wide availability of nuclear fuel and the programs launched in many countries lead to predict that nuclear power will remain one of the main electricity generation technologies in the future too. La tecnologia elettronucleare La produzione di energia elettrica da fonte nucleare2 iniziò il 27 giugno 1954 nell’Unione Sovietica con l’entrata in funzione della centrale di Obninsk (Russia) equipaggiata con un reattore LWGR3 ed avente una potenza di 5 MWe4. Due anni dopo, nell’ottobre 1956, entrò in esercizio a Sellafield (Cumbria, Regno Unito) la centrale nucleare di Calder Hall, equipaggiata con un reattore di tipo GCR5 ed avente una potenza di 50 MWe. La terza centrale elettronucleare ad entrare in funzione fu nel dicembre 1957 la centrale di Shipingport (Pennsylvania, USA) equipaggiata con un reattore di tipo PWR6 avente una potenza di 60 MWe derivato da quelli sviluppati per la propulsione navale. Lo sviluppo delle centrali nucleari per usi civili Nei paesi ad economia di mercato fu promosso dall’iniziativa Atoms for Peace avviata dal presidente USA Dwight D. Eisenhower con uno storico discorso pronunciato l’8 dicembre 1953 davanti all’Assemblea generale dell’ONU, nel quale egli annunciò l’apertura (disclosure) delle tecnologie nucleari ai paesi alleati chiedendo contemporaneamente l’istituzione di un’Agenzia internazionale incaricata di promuovere e verificare gli usi pacifici delle tecnologie trasferite7. All’iniziativa di Eisenhower fece seguito l’istituzione il 29 luglio...