di Andrea Turi La felicità è il diritto umano più importante.Salvaguardare e migliorare la vita delle persone contribuisceal benessere pubblico, all’armonia e alla stabilità sociale1. Nel novembre del 2016, il Governo della Repubblica Popolare Cinese è stato premiato dall’International Social Security Association (ISSA) per i risultati eccezionali raggiunti nel campo della sicurezza sociale, uno dei maggiori riconoscimenti internazionali per Pechino che, soprattutto a partire dalle politiche di riforma e apertura volute dal Deng Xiaoping nel 1978, ha compiuto ragguardevoli progressi nella sicurezza sociale. Nell’occasione, Errol Franck Stové, presidente di ISSA, ebbe a dichiarare che “la Cina ha compiuto progressi senza precedenti nello sviluppo del suo sistema di sicurezza sociale negli ultimi dieci anni e ha esteso con successo pensione, salute e altre forme di copertura a beneficio della sua popolazione attraverso una combinazione di impegno governativo sostenuto e significative innovazioni amministrative2”. Nel tempo, infatti, la Cina ha teorizzato e istituito un sistema di sicurezza sociale e diritti che è divenuto oggi il più vasto del mondo e si caratterizza per la capacità di rispondere alle sempre maggiori esigenze e bisogni delle persone e delle loro vite; le riforme e le aperture degli ultimi quarant’anni hanno contribuito a liberare e sviluppare le forze produttive sociali permettendo di aprire la via verso il socialismo con caratteristiche cinesi e inaugurando un nuovo capitolo nella Storia – non soltanto cinese – dello sviluppo dei diritti umani. A tal riguardo, Zang Yonghe, professore di Giurisprudenza e, tra le altre cariche, Direttore in carica della Società Cinese per gli Studi sui Diritti Umani, ha scritto: “assistendo al passaggio dalla Cina semi-feudale e semi-coloniale a una Repubblica democratica e libera, il popolo cinese, in particolare la classe operaia, ha acquisito diritti civili e politici effettivi. Questi diritti sono stati affermati dalla Costituzione in modo tale che tutto il potere della Repubblica Popolare Cinese appartenga al popolo. Naturalmente, il percorso che porta a questa democrazia non è stato del tutto agevole ed è stato disseminato di difficoltà il cui superamento ha richiesto grandi sforzi. Tuttavia, seguendo la direzione politica di riforma e apertura, la Cina ha esplorato un percorso di sviluppo dei Diritti Umani adatto alle esigenze nazionali, sforzandosi incessantemente di migliorare i diritti civili e politici. La Cina ha stabilito una serie di leggi rigorose per proteggere il diritto alla sicurezza personale, compreso il diritto civile, il diritto penale e il diritto amministrativo […] e sostiene da tempo la libertà di credo religioso, che salvaguardia i diritti e gli interessi dei cittadini religiosi e degli stranieri e rispetta le loro esigenze e costumi3”. A partire dalle politiche di apertura intraprese da Deng Xiaoping, nel corso delle ultime quattro decadi il Governo Centrale di Pechino si è mosso affinché la protezione, la promozione e il rispetto dei diritti umani si conformassero alle condizioni nazionali e, al contempo, creassero esperienze originali e nuovi orizzonti di progresso nella salvaguardia dei diritti personali e umani più in generale. Si legge nelle pagine del libro bianco Progressi nei diritti umani nel...
BRICS+
di Stefano Vernole Mainstream e realtà Lo scorso 26 marzo le autorità locali della Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang hanno annunciato la pianificazione di investimenti pari ad oltre 240 miliardi di yuan (36,8 miliardi di dollari) per la realizzazione di 350 progetti nel 2021. Secondo Zhang Yongliang, funzionario della pianificazione economica regionale, i progetti nel settore della cultura e del turismo vedranno aumentare gli investimenti di oltre 1,3 volte rispetto allo scorso anno, poiché la regione mira ad attrarre più di 200 milioni di turisti nel 2021 e più di 400 milioni nel 2025. Zhang ha sottolineato anche un aumento significativo del numero di nuovi progetti infrastrutturali rispetto agli anni precedenti e una forte crescita di quelli nei settori emergenti; nel solo 2020, lo Xinjiang ha visto gli investimenti a capitale fisso crescere del 16,2% su base annua nel 2020, 13,6 punti percentuali al di sopra della media nazionale1. Nonostante la pandemia COVID-19, lo Xinjiang ha registrato una crescita del PIL positiva del 3,4% nel 2020, raggiungendo 1379,76 miliardi di RMB (circa 210,5 miliardi di dollari)2. Lo Xinjiang ha avuto 179 Paesi e regioni partner commerciali nel 2020, tra cui il volume delle importazioni e delle esportazioni in Kazakistan ha raggiunto i 10,937 miliardi di dollari (+ 0,3%); in Kirghizistan, 1,47 miliardi di dollari (in calo del 56,8%); alla Russia, 1,75 miliardi di dollari (+ 23,3%); negli Stati Uniti, 961 milioni di dollari (+ 56,6%); in Tagikistan, 599 milioni di dollari (in calo del 39,3%). Alcune condizioni fiscali hanno determinato queste ottime prestazioni. E’ infatti in atto un trattamento favorevole per le imprese a investimento straniero (FIE) impegnate a fare affari nei settori incoraggiati dallo Xinjiang, tra cui: Imposta sul reddito delle società (CIT) ridotta: per le FIE nelle industrie incoraggiate nelle regioni centrale, occidentale e nord-orientale che soddisfano i requisiti, l’aliquota CIT può essere ridotta al 15%; Esenzioni tariffarie sulle attrezzature importate – per i progetti incoraggiati a investimento straniero, l’importazione di attrezzature di autoconsumo entro l’importo totale dell’investimento può essere esentata dai dazi doganali; Accesso a prezzi preferenziali dei terreni e una regolamentazione più flessibile degli usi del suolo: la terra può essere fornita preferenzialmente per progetti finanziati dall’estero con un uso intensivo del suolo. Il prezzo di riserva per il trasferimento di terreni può essere determinato al 70% del prezzo minimo nazionale per lo spostamento di terreni industriali, che tuttavia non deve essere inferiore a quello dei terreni locali. Inoltre, secondo quanto dichiarato dalle autorità locali, l’economia digitale nella Regione Autonoma ha registrato una crescita del 10% nel 2020, contribuendo al 26% del prodotto interno lordo annuo dello Xinjiang3. Un traino importante è arrivato lo scorso anno dalla realizzazione di nuovi progetti infrastrutturali, come lo Xinjiang Software Parke la rapida espansione dell’Internet industriale 5g+. Attualmente sono operative 6.272 stazioni base 5G, con 2,75 milioni di utenti; l’internet industriale nella Regione è stato utilizzato in più di 20 settori chiave come quello delle energie alternative, del petrolio e del gas, dell’elettricità e nella produzione di attrezzature. La...
di Marco Costa Scopo di questi primo capitolo sarà quello di analizzare per tappe e con gradualità un fenomeno di natura storico-religiosa tanto interessante quanto sconosciuto alla maggior parte degli analisti occidentali, ovvero quello della diffusione in terra cinese della religione e della cultura islamici. Questo primo passaggio, infatti, risulterà del tutto preliminare rispetto all’analisi della storia della Regione Autonoma dello Xinjiang, e crediamo che possa contribuire almeno in parte a demistificare molteplici informazioni errate, tendenziose e strumentali che vengono spesso ripetute dai mezzi di informazione nostrani. Intanto vanno chiariti alcuni aspetti, anche a costo di risultare banali. Lo Xinjiang è una Regione autonoma posta nel nordovest della Repubblica Popolare Cinese, di cui un 51% circa dei suoi abitanti è di etnia uigura e di religione musulmana. Essendo la maggioranza relativa dei cittadini presenti in quella regione di etnia turcofona e di una religione non tradizionalmente cinese, vale la pena soffermarsi su come questa religione monoteistica si sia diffusa in Asia orientale ed in particolare nel “Regno di Mezzo”. Risulta anzitutto evidente che lo Xinjiang non sia una regione interamente turcofona o interamente musulmana, per quanto l’etnia uigura sia – ripetiamo – la maggioranza relativa della popolazione di questo territorio. Questo territorio ospita infatti anche numerosi gruppi etnici, tra cui – oltre gli Uiguri – Han, Kazaki, Tibetani, Hui, Tagiki, Kirghizi, Mongoli, Russi e Xibe. In definitiva, per quanto largamente corrispondenti, il territorio dello Xinjiang, la popolazione uigura e la diffusione dell’Islam in Cina sono ampiamente sovrapponibili ma per nulla coincidenti. Fatta questa doverosa premessa, cercheremo di approfondire almeno due aspetti, ovvero quello degli albori della nascita di questa regione e, parallelamente, come e quando questa per la prima volta nella sua storia è entrata in contatto con popolazioni di origine araba o turcofona dal credo islamico. Ma prima di questo passaggio, andando cioè all’antichità quando non al limite della preistoria, è necessario scoprire il periodo precedente all’islamizzazione della regione, periodo tanto ricco quanto sconosciuto.1 Agli albori della storia, la presenza di ceramiche eneolitiche, databile al VI millennio a.C., ovvero nell’età del bronzo, indica stretti legami di questa regione con l’Asia Centrale e il Vicino Oriente. Nell’età del bronzo, attorno al III millennio a.C., le tribù ariane dedite all’allevamento di bovini della cultura Afanasyev penetrarono in questa porzione di territorio da ovest; questi seppellirono i loro antenati in tumuli (conosciuti come mummie di Tarim, oppure come uomo di Cherchen). I loro discendenti divennero noti agli autori antichi come Tocari e ai Cinesi come Yuezhi, edificando le città di Kashgar, Turfan e Khotan. Dopo, l’assalto degli Unni fu respinto e i Tocari aiutarono i Cinesi ad aprire la Grande Via della Seta; entro il I secolo a.C. i Tocari si convertirono al buddhismo; va segnalato che la lingua di questa etnia sarebbe sopravvissuta in alcune oasi fino all’VIII secolo. Inoltre bisogna rammentare che lo Xinjiang è costituito da due sotto-regioni principali distinte geograficamente, storicamente ed etnicamente e conosciute con nomi storici diversi: la Dzungaria a nord dei monti Tianshan e...
di Stefano Vernole Introduzione alla “Nuova Frontiera” Lo Xinjiang è una regione della Cina nordoccidentale tra le più grandi del Paese: si trova tra Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan, India, la Regione Autonoma del Tibet e le province del Qinghai e del Gansu. Lo Xinjiang, ceduto dal Guomindang all’Esercito Popolare di Liberazione nel 1949, ha acquisito lo status di autonomia nel 1955 per la presenza sul territorio della minoranza uigura, uno dei cinquantasei gruppi etnici riconosciuti da Pechino. I tratti antropometrici simili a quelli delle popolazioni dell’Asia Centrale con le quali condivide anche le tradizioni culturali, la confessione religiosa (Islam sunnita) e la lingua turcofona fanno del gruppo uiguro una delle minoranze etniche cinesi maggiormente distinta dall’etnia maggioritaria del Paese, quella Han. Se la Regione Autonoma dello Xinjiang occupa circa 1/6 del territorio cinese, la minoranza degli Uighuri rappresenta meno dell’1% dell’intera popolazione della Repubblica Popolare: circa 12 milioni su 1,4 miliardi di abitanti del Paese. Si tratta di un territorio immensamente più ricco del Tibet, che ha conosciuto uno sviluppo considerevole a partire dagli anni Cinquanta del XX secolo. Le attività industriali si concentrano principalmente nei centri urbani del nord, attirando mano d’opera specializzata dal resto della Cina; la parte sud, a maggioranza uigura, è ancora relativamente agricola e basata sull’allevamento1. Come conseguenza del decollo economico ha conosciuto l’immigrazione degli Han e di altre etnie cinesi attirati dalle possibilità occupazionali; la capitale, Urumqi, si è notevolmente modernizzata, sono state realizzate diverse linee ad alta velocità ferroviaria, nuovi aeroporti e la popolazione è cresciuta di almeno il 40% tra il 1990 e il 2010. Quello del notevole incremento demografico è uno degli aspetti chiave per smontare le accuse che vengono periodicamente rivolte nei confronti del Governo di Pechino dal mainstream occidentale; al contrario della maggioranza Han, la popolazione uighura non è stata mai obbligata alla “politica del figlio unico” adottata dalla Repubblica Popolare Cinese2. Attualmente si calcola che sugli attuali 24 milioni di abitanti dello Xinjiang, il 46% siano Uiguri e il 39% Han. La lingua ufficiale della regione è l’uiguro, anche se ovviamente i suoi cittadini vengono invitati a studiare anche il cinese mandarino per una migliore integrazione nel Paese; i luoghi di culto islamici e le tradizioni locali sono decisamente rispettati, alla pari degli altri culti riconosciuti: il taoismo, il buddismo, il cattolicesimo e il protestantesimo. Le moschee in Cina sono circa 35.000 e i musulmani Hui dispongono anch’essi di una regione autonoma, il Ningxia (al confine con la Mongolia Interna, è una delle regioni vinicole più attive), dove le donne possono indossare il hjiab se lo desiderano e i ristoranti halal abbondano. Vi è tuttavia una parte minoritaria della popolazione dello Xinjiang, abbastanza localizzata, che ha coltivato l’idea di costituire uno Stato indipendente, il cui nome dovrebbe essere Turkestan orientale. Alcuni partiti indipendentisti si sono quindi formati a tale scopo, tra di essi il più violento è il Partito Islamico del Turkestan (o Movimento Islamico del Turkestan Orientale), divenuto una vera e propria struttura...
Un’analisi di Luc Michel – cfr. new-africa.org Traduzione per il CeSEM di Sorel Mbah Faustin-Archange Touadera, il presidente della Repubblica Centrafricana, è decisamente uno tra i primi capi di Stato africani che è riuscito a fare capire agli occidentali che è lui, il suo popolo e il suo esercito che decideranno del destino del Paese e non una terza parte. Dopo aver rafforzato i legami con la Russia e aver successivamente vinto le elezioni nonostante le campagne di intossicazione condotte dalla forza neo colonialista, Touadera ha dimostrato di avere più di un asso nella manica. In effetti, mentre le operazioni di riconquista del territorio da parte dell’esercito e degli alleati bilaterali proseguono, un vertice sotto l’egida della Conferenza internazionale sulla regione dei Grandi Laghi (CIRGL), che doveva aprirsi a Luanda, è stato per la seconda volta respinto sine die (senza ulteriore data) dal presidente Touadera. E su questo punto, la presidenza è stata chiara. Se Faustin Archange Touadera si spostasse a Luanda sarebbe solo per affermare la sua posizione: non ci sarà discussione con chi non rispetta i termini dell’accordo di pace. Quelli “devono essere arrestati e portati alla giustizia”, aveva martellato il portavoce della presidenza. Un modo per far capire alla parte occidentale che è il presidente Touadera a controllare il terreno e non questa forza di occupazione È il Presidente Touadera che controlla il terreno: sconvolti, i responsabili dell’Unione Africana, della Comunità economica degli Stati dell’Africa centrale, dell’ONU e dell’UE si sono incontrati con il Presidente Touadera in videoconferenza. “Le discussioni hanno riguardato essenzialmente la situazione politica e il processo di pace. Queste diverse istanze continuano la loro richiesta di dialogo “, si legge su Radio France Internationale (RFI). Queste istituzioni sottolineano altresì “l’urgente necessità di rilanciare il processo di pace e di riconciliazione”, in particolare attraverso l’accordo di pace del 6 febbraio 2019 tra le autorità, i gruppi armati, le forze vive, donne e giovani. L’obiettivo: “raggiungere un consenso per trovare soluzioni politiche sostenibili alla crisi”, indicano gli alti responsabili nel loro comunicato comune. Il portavoce della presidenza, dal canto suo, assicura che la posizione resta invariata. Il presidente prenderà in considerazione l’apertura di un dialogo con l’opposizione democratica una volta completato il processo elettorale. Per quanto riguarda i gruppi armati, non si tratta di dialogare con chi non rispetta i termini dell’accordo”, prosegue RFI. Il tono è deciso: non si tratta di forzare o decidere al posto del presidente centrafricano! Questo distacco da parte della Repubblica Centrafricana, dalla Francia e dall’ONU, e anche il riavvicinamento con la Russia rimangono una pillola difficile da digerire per quegli occidentali che vogliono solo tenere il Paese nel caos per organizzare il loro saccheggio continuo delle risorse naturali. La popolazione centrafricana non è assolutamente pronta a rivedere lo sbarco dei numerosi contingenti che pretendono di garantire la sicurezza del Paese e la forza di occupazione è lontana dal suo obiettivo, che è il rovesciamento del presidente centrafricano. Dotato di intelligenza e da abile matematico qual è, egli ha saputo...
Era previsto, questo agitamento pre-elettorale nella Repubblica Centrafricana con la ripresa dell’attività dei movimenti ribelli. La scintilla che fa accendere il fuoco è naturalmente il rigetto, legale, giustificato della candidatura di Francois Bozizé, l’ex Presidente del Paese, che ha dalla sua parte alcuni gruppi ribelli che seminano la zizzania in Repubblica Centrafricana. Partito per riattivare i suoi gruppi ribelli, Francois Bozizé conta sui suoi due ragazzi di cui uno fu suo Ministro della Difesa. Per contrastare le velleità che provengono dal Camerun, uno, capo ribelle acquisito alla causa di Bozizé, ha lanciato il Movimento di Liberazione del Camerun (MLC) e bloccato il corridoio commerciale in definizione e proveniente dal Camerun. La strategia è pronta! Come una preda isolata da un predatore, il Paese è in procinto di subire la sua ennesima destabilizzazione! Il Presidente Faustin Archange Touadera, Capo di Stato, si prende le sue responsabilità e chiama l’aviazione russa ad intervenire a fianco delle FACA (Forze Armate Centrafricane). L’entrata in gioco dei Sukhoi SU-34 dell’aviazione russa e i suoi raids chirurgici. Per annientare definitivamente questo movimento ribelle vicino all’ex Presidente Francois Bozizé, dopo che i droni avevano fornito con precisione le posizioni dei ribelli, l’aviazione russa ha fatto entrare in azione i Sukhoi SU-34 Fullback Skyhammer. Si tratta di un vero fantasma del cielo. Centomila chilometri di raggio d’azione, 2.200 chilometri all’ora di velocità per 4.000 chilometri di autonomia. Skyhammer, il suo nome in codice vuol dire “Martello del Cielo”. Questo Martello va in maniera chirurgica a colpire il quartier generale del Movimento di Liberazione del Camerun (MLC) del generale Sidiki per riaprire il corridoio frontaliero con il Camerun e permettere il rastrellamento al suolo delle Faca, i ruandesi e gli altri. Sidiki e i suoi principali comandanti muoiono durante questi raids. Decisa a mettere in condizione di non nuocere tutti i movimenti ribelli che hanno in mano gli accordi Khartoum, i quali materializzano la pace che in Repubblica Centrafricana non si è mai ritrovata, l’aviazione russa apre il fuoco sulla base ribelle guidata dai pro-Bozizé tra cui i suoi due figli. Questi ultimi due trovano la morte durante i bombardamenti. L’offensiva di Bangui, messa in opera dai ribelli, muore sul nascere. I ribelli delle postazioni avanzate nei pressi di Bangui sono immediatamente neutralizzati 2. Il voltafaccia della Minusca di fronte ai raids aerei dell’esercito russo A favore della Francia, la Minusca ha inizialmente chiuso gli occhi e lasciato senza protezione un corridoio di movimenti ribelli verso la capitale Bangui. Sotto la pressione e le minacce del Governo centrafricano deciso a combattere contro queste forze ribelli e dei raids mirati dell’aviazione russa, il capo della Minusca va effettivamente, a costo di perdere la sua funzione, ad interporsi e a dissuadere così i ribelli, al punto di convincerli a confinarsi nei loro campi anziché a lanciare l’operazione su Bangui. Infatti, questi movimenti dovevano, seguendo la loro strategia iniziale, ritrovarsi a Bangui per far cadere collettivamente il Governo ed impedire la tenuta, il 27 dicembre 2020, delle elezioni generali tra cui...