23 Settembre 2026
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Nell’ambito dell’11° Forum Economico Orientale, tenutosi a Vladivostok dal 1° al 4 settembre 2026, Dragana Trifković, Direttrice generale del Centro per gli Studi Geostrategici, ha partecipato in qualità di relatrice alla tavola rotonda «Asia-Pacifico senza illusioni: mercati, preferenze e nuove analisi per le imprese», svoltasi il 3 settembre presso l’Università Federale dell’Estremo Oriente.

Center for Geostrategic Studies | Traduzione di Matteo Pistilli per il CeSEM

Nell’ambito dell’11° Forum Economico Orientale, tenutosi a Vladivostok dal 1° al 4 settembre 2026, Dragana Trifković, Direttrice generale del Centro per gli Studi Geostrategici, ha partecipato in qualità di relatrice alla tavola rotonda «Asia-Pacifico senza illusioni: mercati, preferenze e nuove analisi per le imprese», svoltasi il 3 settembre presso l’Università Federale dell’Estremo Oriente.

La sessione si è concentrata su una delle questioni sempre più rilevanti per l’economia contemporanea: in che modo i cambiamenti geopolitici, i rischi politici e la trasformazione dell’ordine mondiale incidono sui processi decisionali delle imprese e quale tipo di analisi sia necessario alle aziende che operano in un contesto caratterizzato da una crescente incertezza globale.

Alla discussione hanno preso parte esperti provenienti da Russia, Serbia, Stati Uniti e Giappone, tra cui Alexey Maslov, Direttore dell’Istituto di Studi Asiatici e Africani dell’Università Statale Lomonosov di Mosca; Joseph Terwilliger, professore alla Columbia University; Takashi Araya, ex colonnello della Forza Terrestre di Autodifesa del Giappone e fondatore dello Special Operations Group; e Dragana Trifković. La discussione è stata moderata da Artyom Lukin, professore di Relazioni Internazionali presso l’Università Federale dell’Estremo Oriente e Direttore del Centro per gli Studi Asiatici.

Nel suo intervento, Dragana Trifković ha analizzato il modello europeo dei centri di analisi al servizio delle esigenze delle imprese, mettendo in evidenza i limiti del tradizionale paradigma analitico occidentalo-centrico nel contesto della sempre più rapida transizione verso un ordine mondiale multipolare.

Considerando l’esperienza delle sanzioni europee contro la Russia, dei cambiamenti nei rapporti tra l’Unione europea e la Cina e la crescente interconnessione tra geopolitica ed economia, ha posto una questione che sta diventando cruciale per le imprese contemporanee: i modelli di analisi sviluppati durante la precedente era geopolitica sono ancora in grado di spiegare in modo affidabile un mondo in rapido cambiamento? E le imprese possono utilizzarli come base per assumere solide decisioni strategiche?

Di seguito pubblichiamo l’intervento di Dragana Trifković, dal titolo:

Dall’analisi aziendale incentrata sull’Occidente a quella multipolare: ciò di cui le imprese hanno davvero bisogno oggi 

Cari colleghi,

il tema del mio intervento è il modello europeo dei centri di analisi che operano nell’interesse delle imprese: come sono organizzati, chi sono i loro clienti e quali prodotti analitici offrono.

Vorrei tuttavia affrontare questo tema da una prospettiva un po’ più ampia. A mio avviso, non è più possibile parlare di un unico modello europeo di centri di analisi. Nel panorama analitico europeo stanno infatti emergendo con sempre maggiore evidenza due approcci profondamente diversi.

Da un lato, esiste un sistema ampio e ben sviluppato di importanti centri di analisi, strettamente integrati nel sistema politico, finanziario e istituzionale dell’Occidente. Dall’altro, esiste una rete di centri di analisi indipendenti e alternativi, dotati di risorse considerevolmente più limitate, ma il cui lavoro è sempre più necessario, poiché cercano di comprendere gli attuali cambiamenti geopolitici al di fuori del quadro del tradizionale modello occidentalo-centrico.

L’analisi di mercato non è più sufficiente per le imprese

Innanzitutto, è necessario sottolineare un cambiamento fondamentale nella natura stessa dell’analisi aziendale.

Fino a tempi relativamente recenti, quando un’azienda doveva decidere se investire in un nuovo Paese o in una nuova regione, era sufficiente disporre di informazioni sulle dimensioni del mercato, sul potere d’acquisto, sulla concorrenza, sulla fiscalità, sul costo del lavoro, sui costi di trasporto e sulla redditività attesa.

Oggi tutto questo non è più neppure lontanamente sufficiente.

Un’azienda deve sapere quanto sia probabile l’introduzione di nuove sanzioni; se il regime doganale potrebbe cambiare; quanto siano stabili i corridoi di trasporto; se la tecnologia di cui necessita potrebbe essere sottoposta a controlli sulle esportazioni; in che modo i cambiamenti nei rapporti tra Stati Uniti e Cina influiranno sulle catene di approvvigionamento; che cosa potrebbe accadere in caso di un cambio di governo; e in che modo una crisi militare o politica, anche in un Paese terzo, potrebbe incidere su uno specifico progetto di investimento.

In questo modo, l’analisi geopolitica ha cessato di essere uno strumento esclusivo degli Stati e della diplomazia. È diventata parte integrante della gestione del rischio aziendale.

È proprio per questo che oggi le grandi imprese, sempre più spesso, non acquistano informazioni in quanto tali. Al contrario, di informazioni ne abbiamo fin troppe.

Ciò che le imprese acquistano è la capacità di distinguere le informazioni importanti dal rumore informativo e di individuare il rischio politico prima che si trasformi in una perdita finanziaria.

L’analisi europea mainstream

L’Europa dispone di una delle infrastrutture di centri di analisi più sviluppate al mondo.

I principali think tank dispongono di ingenti risorse finanziarie e hanno accesso alle strutture governative, alle istituzioni europee, alle università, alle banche, alle grandi imprese, ai mezzi di informazione e a vaste banche dati.

Tra i loro clienti figurano governi, istituzioni statali, banche, fondi di investimento, imprese energetiche e industriali e società tecnologiche.

Anche i prodotti analitici che offrono sono estremamente diversificati: ricerche di mercato, analisi del rischio politico, analisi delle sanzioni, due diligence, modellizzazione di scenari, briefing riservati per i dirigenti aziendali, previsioni sui cambiamenti politici, nonché individuazione e verifica di potenziali partner.

Il modello istituzionale in sé è dunque estremamente sviluppato e, sotto questo aspetto, l’Europa può effettivamente offrire un’esperienza preziosa dalla quale si può imparare molto.

Vi è tuttavia un’altra questione, ben più seria:

In che misura un modello analitico formatosi durante la precedente era geopolitica è in grado di spiegare correttamente il mondo che oggi sta cambiando a un ritmo sempre più rapido?

Ed è proprio qui che, a mio avviso, ci troviamo di fronte a un problema serio.

Le nuove informazioni vengono analizzate usando una vecchia mappa del mondo

La maggior parte dei centri di analisi europei mainstream continua a operare all’interno di un paradigma occidentalocentrico.

Ciò non significa che siano privi di esperti di alto livello o di informazioni rilevanti. Al contrario, spesso dispongono di risorse notevolmente maggiori rispetto ai centri di analisi indipendenti.

Il problema risiede nel loro quadro di riferimento di fondo.

Le istituzioni occidentali continuano a essere considerate il centro naturale del sistema internazionale, mentre le azioni della Russia, della Cina, dell’India e di altri Paesi vengono molto spesso analizzate principalmente attraverso il prisma del loro rapporto con quel centro.

Ma il mondo non funziona più in questo modo.

E qui vorrei formulare una tesi importante:

L’errore analitico più pericoloso non si verifica quando ci mancano le informazioni. Si verifica quando disponiamo di quasi tutte le informazioni di cui abbiamo bisogno, ma le interpretiamo utilizzando un modello del mondo che non esiste più.

Il 2022 come stress test per il sistema analitico

L’anno 2022 offre un esempio particolarmente significativo.

Molte previsioni occidentali seguivano una catena logica piuttosto semplice:

sanzioni — isolamento economico — forte indebolimento dell’economia russa.

Tuttavia, veniva prestata molta meno attenzione alla questione di come il sistema si sarebbe adattato.

Come sarebbero cambiate le rotte commerciali?

Come avrebbero reagito Cina, India, Turchia e gli Stati del Golfo?

Il resto del mondo avrebbe aderito automaticamente alla politica occidentale delle sanzioni?

Quali meccanismi di pagamento alternativi sarebbero emersi?

Con quale rapidità le imprese sarebbero riuscite a riorganizzare le proprie catene logistiche?

Verso quali destinazioni sarebbero stati reindirizzati i flussi energetici?

In altre parole, il modello statico si basava sull’assunto che, eliminando l’elemento X, si sarebbe ottenuta la conseguenza Y.

Ma l’economia reale è un sistema dinamico. Stati, imprese, banche, operatori logistici e mercati si adattano.

La capacità di prevedere tale adattamento è precisamente una delle caratteristiche più importanti della moderna analisi aziendale.

Quando il consenso politico diventa un quadro analitico

Questo ci conduce a un altro problema dell’analisi mainstream.

I principali centri di analisi operano all’interno di un determinato contesto istituzionale. Tra i loro partner e clienti figurano governi, istituzioni europee, grandi fondi, banche e imprese.

Ciò non significa necessariamente che qualcuno imponga direttamente agli analisti quali conclusioni debbano raggiungere.

Il meccanismo è molto più complesso.

Con il tempo si forma un certo consenso politico e, insieme ad esso, si definiscono i confini di ciò che è considerato accettabile discutere.

A quel punto, invece di chiedersi:

«Questa politica è ottimale?»

la domanda diventa sempre più spesso:

«Come possiamo rendere questa politica più efficace?»

Per esempio, invece di mettere in discussione le conseguenze di lungo periodo della politica delle sanzioni, l’analisi può concentrarsi su come rendere le sanzioni più efficaci.

Invece di chiedersi se il distanziamento economico dalla Cina risponda agli interessi dell’industria europea, la discussione può spostarsi direttamente sugli strumenti di una politica di de-risking.

Ma il consenso politico e gli interessi economici delle imprese non sono la stessa cosa.

Le imprese non hanno bisogno di analisi politicamente convenienti. Hanno bisogno dell’analisi più accurata possibile.

Se una determinata decisione politica comporta un serio rischio economico per una specifica impresa, un buon analista ha il dovere di segnalarlo, indipendentemente da quanto tale conclusione possa essere popolare o impopolare.

Centri di analisi indipendenti e alternativi

E questo ci conduce alla seconda componente del panorama analitico europeo: i centri di analisi indipendenti e alternativi.

Di norma, dispongono di risorse finanziarie significativamente inferiori, di organici più piccoli e di un accesso più limitato alle istituzioni.

Ma possono avere un altro vantaggio: la capacità di porre domande che l’analisi mainstream, talvolta, non pone più.

Possono collaborare con esperti provenienti da Russia, Cina, India, Iran, mondo arabo, Africa e America Latina, ed esaminare gli sviluppi internazionali da prospettive che vanno oltre Bruxelles, Londra o Washington.

Tuttavia, è necessario introdurre qui una precisazione importante.

Alternativo non significa automaticamente obiettivo.

Se un centro di analisi indipendente si limita a sostituire il quadro ideologico occidentale con il suo opposto, commette esattamente lo stesso errore.

Pertanto, il vero vantaggio dell’analisi indipendente non consiste nell’essere «anti-occidentale».

Il suo vantaggio deve risiedere nella capacità di mettere in discussione ogni modello dominante, compreso il proprio.

Cina e regione Asia-Pacifico — il prossimo grande banco di prova

E questo aspetto è particolarmente importante qui, nell’Estremo Oriente russo.

Se il 2022 ha rappresentato un banco di prova per l’analisi occidentale nei confronti della Russia, la Cina e l’intera regione Asia-Pacifico costituiranno una prova molto più complessa.

Nel caso della Russia, la principale dipendenza dell’Europa riguardava soprattutto il settore energetico.

Nel caso della Cina, l’interdipendenza è notevolmente più complessa.

Essa comprende tecnologia, elettronica, minerali critici, batterie, energia solare, componenti industriali, logistica e, in ultima analisi, lo stesso vastissimo mercato cinese.

Ciò solleva una domanda:

Se i modelli analitici esistenti non sono riusciti a prevedere tutte le conseguenze secondarie del decoupling economico tra Europa e Russia, con quale precisione possono valutare le conseguenze del ben più complesso processo di de-risking nei rapporti con la Cina?

Ma la regione Asia-Pacifico non è soltanto la Cina.

È impossibile comprendere questa regione senza analizzare simultaneamente gli interessi della Cina, dell’India, del Giappone, della Corea del Sud, dei Paesi dell’ASEAN, della Russia e degli Stati Uniti.

Non abbiamo più a che fare con un sistema dotato di un unico centro.

Da un centro di analisi a una rete analitica

Pertanto, a mio avviso, dobbiamo anche modificare gradualmente il modello stesso dell’analisi aziendale.

Il futuro non appartiene all’ennesimo enorme think tank con sede in un’unica capitale e intento a spiegare da lì il mondo intero.

Il futuro appartiene a reti analitiche internazionali decentralizzate.

Supponiamo che un’azienda russa stia valutando un importante investimento in Indonesia.

Un esperto russo dell’Indonesia, da solo, non è sufficiente a fornire una valutazione di elevata qualità.

È necessario combinare le conoscenze di un analista locale indonesiano, di uno specialista russo, di un esperto di Cina e di specialisti nei rischi legati alle sanzioni, nella logistica e nello specifico settore industriale interessato.

Le loro valutazioni devono poi essere messe a confronto.

Il prodotto finale, dunque, non è più un rapporto di 150 pagine.

Ciò di cui un’azienda ha bisogno è un prodotto analitico integrato:

analisi di mercato + situazione politica + rischi geopolitici + rischi legati alle sanzioni + logistica + analisi dei partner locali + scenari di sviluppo futuro + una raccomandazione concreta a supporto del decision making.

Conclusione

In un mondo unipolare era ancora possibile, in misura significativa, analizzare l’economia globale da un ristretto numero di capitali occidentali.

In un mondo multipolare, questo non è più possibile.

Per questo oggi le imprese non hanno bisogno di più informazioni. Di informazioni ce ne sono già troppe.

Ciò di cui hanno bisogno è un sistema analitico capace di comprendere simultaneamente molteplici centri di potere e sufficientemente indipendente da valutare la realtà anche quando essa non corrisponde alle aspettative politiche dominanti.

A mio avviso, è proprio qui che risiede il principale vantaggio di una nuova generazione di reti analitiche internazionali indipendenti.

Non essere filo occidentali o anti occidentali.

Non essere filo russi o anti russi.

Ma piuttosto comprendere adeguatamente il mondo multipolare così come sta prendendo forma davanti ai nostri occhi.

E, infine, vorrei formulare il principio fondamentale nel modo più semplice possibile:

Una buona analisi non può garantire di prevedere con precisione il futuro. Il suo compito è ridurre il costo di una decisione sbagliata.

E nell’economia globale di oggi, una valutazione geopolitica errata può costare a un’impresa molto più di una valutazione errata del mercato stesso.

Grazie per l’attenzione.

APPENDICE
 

 
1. Tassi di crescita economica molto bassi

Secondo le previsioni economiche di primavera 2026 della Commissione europea, la crescita del PIL dell’UE dovrebbe rallentare, passando dall’1,5% nel 2025 all’1,1% nel 2026, mentre per l’area dell’euro è prevista una crescita di appena lo 0,9%.

Per il 2027, la Commissione europea prevede una crescita di appena l’1,4% per l’UE e dell’1,2% per l’area dell’euro. In termini concreti, ciò significa che il periodo di crescita molto debole dell’economia europea è destinato a proseguire.

2. L’Europa continua a subire un grave svantaggio nei prezzi dell’energia rispetto ai suoi concorrenti

Secondo i dati della Commissione europea, i prezzi del gas e dell’elettricità per l’industria europea, nonostante siano diminuiti rispetto ai livelli raggiunti durante la crisi energetica, rimangono da due a quattro volte superiori a quelli sostenuti dai principali concorrenti commerciali dell’UE. La Commissione europea avverte esplicitamente che questa situazione minaccia la competitività di lungo periodo dell’industria europea.

Il confronto dei prezzi del gas con gli Stati Uniti è ancora più significativo: la Commissione europea ha rilevato che il prezzo all’ingrosso del gas importato nell’UE è rimasto quasi cinque volte superiore a quello degli Stati Uniti.

3. Anche l’elettricità per l’industria europea è significativamente più costosa

Secondo i dati utilizzati dalla Commissione europea, nel secondo trimestre del 2024 i prezzi al dettaglio dell’elettricità per l’industria nell’UE erano circa 2,2 volte superiori a quelli degli Stati Uniti e il doppio rispetto a quelli della Cina.

4. La dipendenza energetica comporta un enorme costo diretto

La spesa dell’UE per le importazioni di energia ha raggiunto il valore record di 604 miliardi di euro nel 2022. Anche dopo la stabilizzazione delle condizioni di mercato, nel 2024 ammontava ancora a circa 427 miliardi di euro.

Ciò rappresenta un enorme deflusso annuo di capitali dall’economia europea.

5. La BCE non parla più soltanto di una crisi temporanea, ma anche di danni di lungo periodo alla competitività

Nel maggio 2026, la Banca centrale europea ha segnalato l’esistenza di «effetti cicatriziali persistenti» sulla competitività dei settori industriali ad alta intensità energetica.

Il settore manifatturiero e l’industria chimica — tradizionali pilastri dell’economia dell’area dell’euro — sono stati particolarmente colpiti.

6. L’Europa sta gradualmente perdendo terreno competitivo rispetto alla Cina

La Banca centrale europea evidenzia una tendenza chiara: nei settori in cui i prezzi alla produzione cinesi sono diminuiti o sono aumentati più lentamente di quelli europei, la Cina ha accresciuto la propria quota delle esportazioni mondiali rispetto all’area dell’euro.

I prodotti cinesi a prezzi più bassi stanno gradualmente sostituendo quelli europei sia sui mercati esteri sia all’interno della stessa Europa.

7. Le esportazioni europee sono praticamente stagnanti

La Commissione europea prevede per il 2026 una crescita delle esportazioni dell’UE di appena lo 0,9%, mentre le importazioni dovrebbero aumentare dell’1,7%.

Di conseguenza, secondo le previsioni della Commissione, nel 2026 il contributo del commercio netto ridurrà la crescita economica dell’UE di circa 0,4 punti percentuali.

La stessa Commissione segnala inoltre una graduale perdita di competitività delle imprese europee nei principali mercati, sia per prodotto sia per area geografica.

8. La produttività cresce a un ritmo estremamente lento

Per il 2026 si prevede nell’UE una crescita della produttività del lavoro di appena lo 0,7%.

Per un’economia caratterizzata da un elevato costo del lavoro, energia costosa e invecchiamento della popolazione, la debole crescita della produttività sta diventando un problema strutturale.

9. La dinamica degli investimenti si sta indebolendo

Secondo le previsioni della Commissione europea, la crescita degli investimenti lordi dovrebbe rallentare dal 2,8% nel 2025 al 2,2% nel 2026 e al 2,0% nel 2027.

Gli investimenti in beni strumentali sono particolarmente sensibili al peggioramento delle condizioni — ed è proprio questo tipo di investimento a determinare la produttività futura dell’industria.

10. Allo stesso tempo, le finanze pubbliche stanno peggiorando

Secondo le previsioni della Commissione, il disavanzo di bilancio complessivo dell’UE dovrebbe aumentare dal 3,1% del PIL nel 2025 al 3,6% nel 2027.

Tra le cause indicate dalla stessa Commissione figurano la debole attività economica, l’aumento della spesa per interessi, le misure di sostegno legate all’energia e l’incremento della spesa per la difesa.

Che cosa ci dicono questi indicatori?

Se guardiamo ai dati ufficiali forniti dalle stesse istituzioni europee, il problema appare chiaro. La Commissione europea prevede per l’UE una crescita economica di appena l’1,1% nel 2026 e di solo lo 0,9% per l’area dell’euro. La crescita della produttività dovrebbe attestarsi ad appena lo 0,7%.

Allo stesso tempo, il gas e l’elettricità per l’industria europea rimangono da due a quattro volte più costosi rispetto a quelli sostenuti dai suoi principali concorrenti globali. La Banca centrale europea segnala già effetti negativi persistenti sulla competitività dei settori industriali ad alta intensità energetica.

L’Europa si trova contemporaneamente ad affrontare una concorrenza cinese sempre più forte, una debole crescita delle esportazioni e un rallentamento degli investimenti.

La questione, dunque, non è più se l’Europa abbia superato la crisi energetica del 2022. Naturalmente l’ha superata.

La questione è un’altra:

Qual è il costo di lungo periodo di questo adattamento per la competitività dell’industria europea?

E una domanda ancora più importante è:

Che cosa accadrà se l’Europa, mentre contemporaneamente ristruttura le proprie relazioni economiche con la Russia, inizierà a ridurre in misura significativa la propria dipendenza economica e tecnologica dalla Cina?

È precisamente questo effetto cumulativo che la moderna analisi aziendale deve ora cercare di trasformare in un modello.

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