10 Giugno 2026

maxence smaniotto

impero
di Maxence Smaniotto Permanenze storiche e tempo corto Presa individualmente, la disciplina della geopolitica non è sufficiente per spiegare le dinamiche profonde che caratterizzano, sovente determinandole, le relazioni tra nazioni. Per essere proficua e, soprattutto, completa, la loro analisi deve prendere in considerazione una griglia di lettura multifattoriale e comparativa in cui convergono, completandosi vicendevolmente, diversi fattori esplicativi, così da evitare le pericolose spiegazioni mono fattoriali (A. Chauprade, 2007). Come potrebbe infatti la geopolitica sola spiegare le violente e spettacolari rivolte avvenute in Sri-Lanka? La geopolitica come scienza non può al contrario essere d’aiuto altrimenti che come “letto del fiume della storia”, secondo la bella espressione concepita da Carlo Terracciano (1986, p. 67). Con ciò, l’autore intendeva sottolineare come la geopolitica debba prendere in conto non i rapporti tra geografia e politica, ma più globalmente la storia, la religione, le specificità delle culture – insomma, l’immensa varietà dell’essere umano. In tal senso, il grande storico francese Fernand Braudel – il cui impatto sul pensiero geopolitico e storico contemporaneo è incredibilmente passato sotto silenzio – invitava a raggruppare le scienze sociali in un obiettivo comparativo al fine di porre le basi per una scienza “totale” che prendesse in conto, valorizzandole, tutte le branche delle scienze umane, dalla storia all’economia, dalla geografia all’antropologia. Inoltre, ed è certamente la parte più esaltante del suo percorso intellettuale, forse quella più feconda, invitava a interessarsi al “tempo lungo” ( la “longue durée”), cioè alle dinamiche sociali più profonde, antiche e restie al cambiamento. E ciò in un’epoca, quella degli anni Trenta e Quaranta, che vedeva nella storia null’altro che una lunga successione di eventi che lo studioso deve ricostruire e analizzare separatamente. Al contrario, il “tempo corto”, quello degli eventi, presenta un’importanza più ridotta. Senza dinamiche del tempo lungo, senza le permanenze, siano esse d’odine economico, sociale, geografico e pure mentale, nessun evento avrebbe potuto aver luogo. Gli esseri umani, al contrario, nascono e si sviluppano in legame con un dato contesto, sviluppano dei valori e dei comportamenti che li contraddistinguono da altri popoli. Tutti questi fattori devono dunque essere presi in considerazione. E per fare ciò, è necessario andare controcorrente con la concezione del tempo dominante dalla fine del XX secolo, quella del tempo corto, dove l’accento è posto sugli eventi, la velocità, le crisi, i cambiamenti improvvisi, l’emotività, e pensare, invece, in termini di un tempo lungo caratterizzato da ritmi molto lenti, dove i cambiamenti avvengono un poco alla volta, su diverse generazioni. Concezione, quest’ultima, insopportabile in un mondo dettato dalle leggi del neoliberalismo, ossessionato dalla ricerca sfrenata di godimento effimero, dall’euforia senza limiti (M. Recalcati, 2011). Non è dunque un caso se questa concezione del tempo e della storia abbia avuto particolare successo negli anni Sessanta e Settanta, l’epoca dove un certo numero di intellettuali francesi successivamente raggruppati sotto l’appellazione di French Theory, avranno un immenso impatto nel paese del liberalismo e delle concezioni individualiste, gli Stati Uniti d’America. Da Michel Foucault a Judith Butler, in un movimento di sempre maggiore...
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di Yohann Sparfell Traduzione dal francese a cura di Maxence Smaniotto Come per ogni oggetto di nostro interesse in questo mondo neoliberale, spesso abbiamo una visione superficiale della geopolitica, visione che ci permette solo di formarci un’opinione o di avvicinarci ad essa in modo superficiale. Da quel momento in poi, ci poniamo in una posizione intellettuale volta a razionalizzare gli eventi legati alle relazioni internazionali per cercare di seguire il movimento generale che essi generano (cioè per cercare di dedurne una finalità e, sempre, mantenendo un ritardo temporale), per cercare di dedurre uno scopo e, sempre un passo indietro, per subire il minor disagio possibile, o di criticarne la validità per negarne il vero e profondo significato per paura di dover riflettere su noi stessi e sulle nostre pretese idealistiche, mettendo al contempo in dubbio le nostre nuove utopie globaliste (che si rivelano in realtà: negando la realtà). Nel primo caso, tendiamo a fare della geopolitica un semplice strumento deduttivo dei nostri calcoli strategici (rimanendo allo stato di “matematica dottrinale” lontana dal futuro del mondo), nell’altro caso, o preferiamo ignorare le direzioni che stanno prendendo le relazioni internazionali e inter-civili e ripieghiamo sulla presunta superiorità dei nostri pregiudizi nazionali e dottrinali, attualizzati dalla postmodernità, o ci accontentiamo di denunciare la sua imbarazzante propensione a far emergere alcuni aspetti inevitabili dell’uomo nella società, che poi macchiano i presunti capricci ideologici progressisti. Come per l’autorità e per molti altri concetti così come li intendiamo oggi, la superficialità delle nostre interpretazioni attuali, perché non sappiamo più confrontarle con l’esperienza, perché le manteniamo allo stato di astrazioni, ci porta a generare un dualismo che, per una civiltà veramente consapevole della complessità della vita umana e radicata tra passato e futuro, non avrebbe posto. Per il resto, la nostra interpretazione del radicamento non ci porta a farne un semplice attaccamento a una terra, ma l’espressione stessa di una vicinanza a quelle “cose” che ci circondano e che fanno tanto per noi quanto loro. Il dualismo è infatti nel nostro tempo il sintomo di una consumata estraneità alle “cose”, che possiamo poi descrivere e allontanare da noi stessi come semplici oggetti. In altre parole, per quanto riguarda la geopolitica, potremmo far finta che semplicemente non esista, così come, al contrario, potremmo trasformarla in un oggetto concettuale, uno strumento dei nostri impulsi razionalizzanti. Oggi è chiaro che non siamo più in grado di comprendere la vera posta in gioco, perché non sappiamo più pensarla come un test di Realtà. Pensare alla geopolitica significa innanzitutto ammettere che essa è di fatto ineludibile, perché è uno dei modi principali con cui possiamo affrontare questi comportamenti (modi di portare insieme, di produrre in comune) di fronte alle “cose” che strutturano profondamente i nostri spazi di vita. La geopolitica è prima di tutto nient’altro che una parola, ma per tutto questo e per come è composta (geo-politica), questa parola ispira verso uno di quei comportamenti particolari che ci legano alle cose del nostro spazio, e a nessun altro. Questa parola...
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di Maxence Smaniotto La guerra, a cui Mosca si riferisce in termini di “Operazione Militare Speciale”, che si sta svolgendo in Ucraina catalizza antiche e nuove dinamiche. Da un lato, i rapporti tra Ucraina e Russia sono largamente caratterizzati da quello che lo storico francese Fernand Braudel definiva come “il tempo lungo”; tempo antimoderno dove si definiscono quelle strutture profonde che persistono attraverso le epoche e che determinano in larga misura la storia delle civiltà. Dall’altro, invece, entrano in gioco fattori nuovi, che sembrano emergere tra le pieghe di quella dinamica dell’accelerazione su cui il filosofo tedesco Hartmut Rosa focalizza le sue ricerche da alcuni anni. Tra i fattori del “tempo lungo”: la geografia, la religione, le vie di commercio, i rapporti tra etnie, le visioni del mondo, le abitudini, i cicli climatici. Tra i fattori della modernità “accelerata”: la politica, i media di massa, la morale, la tecnica, la compressione del tempo presente in una serie di instanti non integrati tra loro. In un mondo dove la mondializzazione ha creato un’inedita e per certi versi soffocante interdipendenza, quel che accade sulla piccola scala in un luogo ben determinato e un momento propizio, rischia di avere ripercussioni su altri luoghi ben più distanti e dai contesti totalmente differenti. Il conflitto in atto risveglia dinamiche che in molti ritenevano sopite. È dire quanto le analisi del già citato Fernand Braudel fossero pertinenti: sotto la scorza della morale vigente si agitano dinamiche antiche e durature. La vastità del tema impone in tutta obiettività di analizzare un elemento alla volta, pur tenendo in conto l’insieme del quadro. I meccanismi che hanno svolto dei ruoli imprescindibili nello scatenamento del conflitto sono numerosi, ma anche numerosi sono gl’impatti. In questa breve disamina ci concentreremo su uno spazio ben determinato e per certi versi “dimenticato”, ma dove le eventuali ripercussioni della guerra in Ucraina potrebbero rivelarsi importanti e le cui conseguenze si avvererebbero fondamentali per l’Eurasia: il Caucaso del Sud. L’angolo morto del Caucaso Come sempre, il Caucaso rappresenta l’area meno analizzata e più tralasciata della geopolitica eurasiatica e più specialmente dello spazio post-sovietico. Eppure, è proprio qui che il sangue è colato di più dopo la dislocazione dell’Unione sovietica. Mentre il mondo occidentale e le sue starlette erano impegnati a versare lacrime di coccodrillo nel Balcani occidentali e a prendersi in video durante le passeggiate nella Sarajevo assediata, nel Caucaso erano attivi ben cinque conflitti allo stesso tempo, di cui oggi praticamente alcuno è stato totalmente risolto. Due guerre in Cecenia. Una tra l’Ossezia del Nord e l’Inguscezia, purtuttavia facenti parte della federazione russa. Una guerra civile in Georgia, paese inoltre alle prese con due regioni separatiste totalmente fuori controllo, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud oltre che all’allontanamento, discreto ma totale, della repubblica autonoma dell’Ajaria, importantissima in quanto rappresenta il principale sbocco sul mar Nero della Georgia. Infine, una guerra, sanguinosissima, tra gli armeni del Nagorno-Karabakh e gli azerbaigiani dell’Azerbaigian. All’inizio degli anni 2000, la seconda guerre in Cecenia si risolse con una sofferta...