19 Luglio 2026

guerra libia

Siria
ARTICOLO ORIGINALE IN INGLESE: The death of NATO – an obituary – Global Times È stata annunciata la morte di un 73enne scomparso dopo aver sopportato molti anni di calo della forma fisica e crescente infermità. Nata il 4 aprile 1949, la NATO era figlia di padre americano e madre europea. Il concepimento ebbe luogo negli Stati Uniti durante l’anno precedente, ma con il progredire dei decenni, la NATO alla fine è divenuta parte di una grande famiglia allargata i cui fratelli si diffusero in 30 Paesi. I genitori, che si incontrarono e si innamorarono all’indomani della Seconda guerra mondiale, chiamarono la loro prole Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, un nome che alludeva alle loro ambizioni per il bambino, anche se è discutibile che il giovane abbia mai raggiunto gli obiettivi fissati dai genitori. Ha mosso i primi passi con molto ottimismo, come una “alleanza difensiva”, ma durante i suoi anni di formazione è diventato sempre più chiaro che la guerra di cui continuava a parlare alla gente essere una tale minaccia non sarebbe mai realmente avvenuta. La Guerra Fredda non è mai diventata una guerra “calda” e, in mancanza di un vero scopo, la salute mentale della NATO ha iniziato a soffrire: è stata afflitta da ansia cronica e paranoia, apparentemente incapace di capire perché le catastrofi che prevedeva non si verificassero mai. Deve essere stata una tale delusione per i genitori, anche se hanno continuato ad assecondare le fantasie del loro bambino viziato. Tragicamente, man mano che cresceva, la NATO sembrava soffrire una sorta di crisi di mezza età e, così, ha cercato di reinventarsi come una sorta di poliziotto globale, dichiarando – in una nuova dichiarazione di intenti – che intendeva trovare un nuovo lavoro nella gestione delle crisi. Tuttavia, una particolare impresa in quel campo, originariamente pianificata come una breve vacanza in famiglia in Afghanistan, finì per durare 20 anni. E quando, alla fine, la NATO è tornata a casa, si è lasciata alle spalle una crisi molto più grande di quella che esisteva prima del suo coinvolgimento. Ci sono stati anche litigi familiari: la guerra in Siria è stata motivo di ulteriore preoccupazione per il benessere della NATO quando un membro, la Turchia, è diventato una “minaccia” per la sicurezza europea a causa di una crisi creata da un altro membro, gli Stati Uniti. L’ascesa della NATO, partita da umili radici sino a diventare la sedicente forza di polizia di sicurezza per 600 milioni di persone, ha pagato un grave tributo personale. Oltre alla paranoia, iniziò a soffrire di manie di grandezza e sviluppò problemi di obesità, gonfiandosi con sempre più Paesi. Divenne incline a scatti d’ira: occasionalmente fu soggetta a esplosioni di violenza lontano dai quartieri in cui era cresciuta, come in Libia. Alcuni conoscenti stretti, persino alcuni familiari, hanno esortato alla prudenza e uno, la Francia, è stato il primo a fare la diagnosi che la NATO fosse in realtà “morta cerebralmente“. Questa valutazione si è rivelata accurata e ha segnato il punto in...
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L’Associazione di Studio, Ricerca ed Internazionalizzazione in Eurasia ed in Africa (ASRIE) in collaborazione con il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) è lieta di mettere annunciare la pubblicazione del report Focus SICUREZZA LIBIA. Il report vede l’introduzione di Fabrizio Di Ernesto, giornalista esperto dell’area libica autore del libro “Petrolio, cammelli e finanza” in cui ha preso in esame l’ultimo secolo di relazioni italo – libiche e gli sviluppi politici ed economici interni del paese nord africano. A seguire una Cronologia degli eventi inerenti la Libia a partire dal XX secolo e poi le analisi a cura di Daniel Pescini, giornalista e blogger specializzato in Scienze delle Relazioni Internazionali e curatore del blog Geopolitica Italiana, Silvio Majorino, analista specializzato in Libia e geopolitica del Mediterraneo, Gaetano Mauro Potenza, Country Analyst e Security Manager collaboratore del CeSEM e di ASRIE, Pilar Buzzetti, Junior Analyst – Desk Mondo Arabo & Nord Africa della OSINT Unit di ASRIE, ed Antonio Lamanna, anch’egli Junior Analyst – Desk Mondo Arabo & Nord Africa dell’Associazione. E’ possibile leggere e consultare il report oppure scaricarlo in formato pdf direttamente dal link qui sotto riportato Scarica il Focus Sicurezza Libia
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SOMMARIO: 1. L’Islam radicale in Libia. – 2. La bai’a all’ISIS. Nel 2014 il Majlis Shura Shabab al-Islam (Consiglio della Shura dei giovani islamici) presta giuramento di fedeltà all’Isis, seguendo lo stesso schema dei diversi gruppi sparsi in Libia, come Ansal al-Sharia, che hanno giurato fedeltà all’ISIS costituendo tre provincie dello Stato Islamico nel paese: Wilaya Barqa (Cirenaica), Wilaya Tarabulus (Tripoli) e Wilaya Fezzan (Fezzan). Per cercare di comprendere l’affiliazione delle forze jihadiste autoctone del paese al brand ISIS è necessaria un’analisi del jihad in Libia e dei suoi principali esponenti.   1. L’Islam radicale in Libia Il disgregarsi delle istituzioni libiche ed il quadro di frammentazione dell’uso della forza ha alimentato la presenza dell’Islam radicale nel Paese. Per poter comprendere la presenza dell’islam radicale in Libia bisogna scavare nella tradizione jihadista della Cirenaica, un fattore rilevante per capire il quadro socio-culturale di matrice jihadista che ha accompagnato il paese fin dalle prime fasi della rivolta. Risulta tuttavia necessaria una premessa ideologica: l’unico modo per dissentire dal regime di Gheddafi era quello di aderire ai movimenti jihadisti internazionali. Negli anni novanta il gruppo di opposizione Libico era il Libya Islamic Fighting Group (LIFG), un’organizzazione clandestina di matrice islamica radicale formatosi in Afghanistan che puntava alla caduta del regime della Jamahiriya. Essa era inizialmente in contrasto con gli ideali di al Qaida nel Maghreb ma fu costretta ad aderirvi per sfruttare la logistica presente nel territorio. L’intelligence americana scoprì, dopo un blitz in Iraq, che i libici rappresentavano il contingente più numeroso di combattenti presenti in Iraq e più della metà dei volontari del jihad irakeno arrivavano da Derna città della Cirenaica. L’ex numero due di al Qaida, Abu Yahya al-Libi, era cittadino libico, considerato dagli Stati Uniti uno degli uomini più importanti alla guida dell’organizzazione terroristica dopo la morte di Osama Bin Laden. La presenza jihadista emerge fin dalle prime fasi della rivoluzione soprattutto in Cirenaica, con due attentati significativi: 11 Febbraio 2011, attacco alla stazione di polizia ed edifici governativi, ed il 20 febbraio 2011, attacco al quartier generale di Gheddafi, rivendicati da alcuni esponenti di al Qaida. La conferma del jihad nella rivoluzione si riscontra anche nella presenza di esponenti guida di diverse milizie islamiche come Abdel Hakim Belhaj responsabile del Tripoly Military Council, organizzazione militare che prese Tripoli nell’Agosto del 2011. Belhaj era veterano della guerra russo-afghana ed affiliato al LIFG. Il coinvolgimento delle numerose forze islamiste radicali contro il regime ha fatto sì che la Libia diventasse covo di innumerevoli gruppi salafiti jihadisti. Uno degli attori principali delle dinamiche politiche libiche è Ansal al-Sharia, gruppo che si sviluppa grazie agli eventi rivoluzionari nel paese e formato da compagini di estrazione islamico radicale quali: brigate Abu Obayda bin al-Jarah, le brigate Malik e il gruppo dei martiri del 17 Febbraio. Il leader di tale gruppo, Mohammad al-Zahawi, ha dichiarato la volontà di deporre le armi se la futura costituzione del paese contenesse la sharia, inoltre ha sottolineato il negato coinvolgimento con al Qaida e gruppi di...
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A quattro anni dallo scoppio della guerra civile, innescata dalla primavera araba che stava infiammando il Nord Africa, la Libia continua a vivere giorni difficili. Solo la scorsa settimana alcune decine di miliziani hanno assaltato e occupato un impianto di estrazione petrolifera a Mabruk, circa 150 chilometri a sud di Sirte. Nell’attacco ai pozzi gestiti dalla Libya’s National Oil e dalla francese Total, sarebbero morte circa 10 persone, anche se le autorità locali non hanno confermato questo dato. Se la grande capacità di Gheddafi era stata quella di fare della Tripolitania e della Cirenaica una nazione, ora gli jihadisti stanno facendo di tutto per tornare a spaccare a metà la nostra ex colonia, puntando a realizzare due diversi Stati. Oggi gli scontri sono concentrati nella fascia costiera del golfo di Sirte dove non passa giorno senza che i gruppi jihadisti e i reparti delle milizie legate al governo di Tobruk, guidate dal generale Khalifa Haftar, si sparino addosso. Haftar, da tempo vicino agli Usa e alla Cia, appare oggi come il nuovo uomo forte della regione, prossimo a costituire un Consiglio militare supremo. Per meglio rafforzare il suo ruolo ed il suo prestigioso ha anche convinto il Parlamento di Tobruk a revocare la Legge per l’Isolamento Politico, il provvedimento voluto nel maggio 2013 dal Parlamento di Tripoli per impedire ai funzionari che avevano servito durante l’era di Gheddafi di prestare servizio nelle nuove istituzioni. La mossa è molto più importante di quanto si possa pensare, visto che in un paese fortemente clientelare come la Libia riportare in alcune posizioni chiave uomini del passato potrebbe contribuire a ripacificarne alcune zone. Una provvedimento di cui anche il suo promotore si è giovato, visto che la legge escludeva da un effettivo ritorno al potere anche il generale Haftar, ufficiale delle Forze Armate libiche fino alla sconfitta contro il Ciad lungo la striscia di Aozou nel 1987, poi costretto all’esilio negli Stati Uniti. Forte del potere militare e legittimato a livello istituzionale, il generale Haftar ora punta apertamente a rimanere al vertice della nuova Libia, giovandosi magari di vecchi potentati pronti a riprendere il loro posto al sole. Centrale in questa prospettiva appare la strategia anti-islamica. Assumendo legalmente il potere, Haftar può mirare a proporsi come legittimo interlocutore per il Paese intero, convincendo le potenze estere ad appoggiarlo esplicitamente, anche sulla base del suo impegno sul campo contro le milizie jihadiste. Fabrizio Di Ernesto