15 Luglio 2026

gas

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di Mikhail Gamandiy-Egorov ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO SU OBSERVATEURCONTINENTAL.FR I rapporti economici ed energetici tra Mosca e Ankara sono in buono stato. E nell’attuale congiuntura, con un’UE completamente soggiogata a Washington, la Turchia ha l’opportunità di diventare il principale hub per il gas russo destinato all’Europa. I presidenti russo e turco – che sono al loro quarto incontro in tre mesi, questa volta nell’ambito del 6°vertice della Conferenza per l’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia (CICA) tenutosi nella città di Astana, in Kazakistan – hanno discusso della possibilità di portare la partnership energetica a un livello superiore. Vladimir Putin ha infatti proposto al suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan la creazione di un hub del gas per le consegne in altri paesi, in particolare in Europa, ricordando che la Turchia ha dimostrato di essere attualmente la via più sicura per le consegne di gas russo. Il presidente russo ha anche indicato che questa piattaforma gaziera sarà utilizzata non solo per garantire gli approvvigionamenti di gas, ma anche per determinarne i prezzi.  Se questo progetto si concretizzerà – e secondo molte fonti turche è probabile che si concretizzi – il ruolo di Ankara diventerà cruciale in un settore così strategico come lo è quello relativo all’approvvigionamento energetico internazionale.  Inoltre, ciò permette ad Ankara di avere ulteriore leva contro un’Europa di Bruxelles che, ancora una volta, non manca di arroganza. Per la Russia l’interesse è ovviamente quello di avere un partner energetico affidabile. E in questo senso la Turchia ha ampiamente dimostrato di avere questa capacità essendo l’unico paese membro della NATO a non aver aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia, sviluppando attivamente le sue relazioni con Mosca, sapendo tanto più che quest’anno sarà sicuramente quello in cui il livello storico delle relazioni economiche e commerciali tra i due paesi toccherà il punto più alto, nonché disponendo Erdogan della capacità di condurre una politica sovrana e pragmatica. Non è tutto. Contrariamente ai rappresentanti masochisti dell’Europa – in particolare della Germania – che assistono, davanti ai loro occhi, ad atti terroristici che prendono di mira i loro interessi economici ed energetici senza alcuna reazione degna di questo nome, le autorità turche hanno finora sempre assicurato un livello di sicurezza di alto livello per il gasdotto Turk Stream, misura attuate in coordinamento con le loro controparti russe, proprio come nel caso del processo di consegna del gas. Ovviamente è più che probabile che se questo progetto si concretizzerà, sarà enormemente disapprovato a Washington, come a Bruxelles e in altre capitali occidentali. Se nel secondo e nei successivi casi non c’è nemmeno bisogno di commentare in quanto si parla di nani geopolitici e di puri e semplici vassalli, nel caso statunitense è del tutto possibile aspettarsi attacchi economici, in particolare attraverso sanzioni, o semplicemente nuovi atti terroristici, che sono parte integrante del “savoir-faire” e del “savoir-vivre” dei cowboy di Washington. Solo che ciò che funziona così facilmente con le élite europeiste – il cui masochismo è forse legato anche ai quartieri malfamati di Bruxelles – non funziona necessariamente con...
oilangang
La seguente intervista è stata realizzata nel contesto di un lavoro più ampio riguardante l’Asia nel mondo post-pandemia. Dottor Floros*, per prima cosa la ringrazio per la sua disponibilità. Entriamo subito nel merito della questione. Per quanto riguarda il settore energetico (petrolio e gas), l’emergenza Covid-19 si inserisce in uno scenario di tensione più o meno latente che ha visto un recente crollo dei prezzi; ma questo fatto non è che l’ultimo sviluppo – incidentale, probabilmente – di una situazione di frizione tra i maggiori produttori mondiali (Usa, Arabia Saudita e Russia) che si protrae da tempo. Prima di entrare nel merito di come il Coronavirus impatterà lo scenario energetico futuro, puoi farci una breve cronistoria di come siamo giunti a questo punto? A marzo 2020, l’irrompere della crisi da covid-19 nel mercato dell’energia ha comportato la chiusura di una ciclo che era iniziato nel secondo semestre del 2014 quando i prezzi del greggio crollarono da quasi 120 $/b a meno di 50 $/b (Brent North Sea). Nel contempo, si è aperta una nuova fase dagli esiti potenzialmente dirompenti. Più precisamente, nonostante un marcato surplus dell’offerta e la cessazione del Quantitative Easing da parte della Federal Reserve che aveva contribuito in maniera significativa nel sostenere i prezzi del barile, le Petromonarchie del Golfo – guidate dall’Arabia Saudita – si opposero con forza al taglio della produzione durante l’OPEC meeting del 30 novembre 2014 e decisero di inondare il mercato, provocando il crollo dei prezzi. Sullo sfondo, un intreccio di conflitti geopolitici, a partire da quello tra Arabia Saudita e Iran che andava ben oltre la sede dell’OPEC, tra produttori convenzionali versus non convenzionali (i cosiddetti frackers Nord-Americani), fino allo scontro tra gli Stati Uniti d’America – spalleggiati dalla subalterna Unione Europea – e la Federazione Russa nel Maidan ucraino (colpo di Stato a febbraio 2014). Mi si conceda di levarmi un piccolo sassolino dalla scarpa. Al tempo, la maggior parte degli analisti ritenne che il crollo del petrolio fosse in primo luogo ascrivibile alla volontà saudita di mettere fuori mercato il tight oil Usa. Io invece fu uno tra i pochi – se non l’unico – che indicò nel comune obiettivo saudita-statunitense di sbarazzarsi degli ayatollah, così come dei siloviki tornati padroni in patria, la ragione principale del crollo dei prezzi. Seguì un periodo caratterizzato da oscillazioni di prezzo comprese tra i 30-50 $/b che si concluse il 30 novembre 2016 quando la neonata organizzazione a guida russo-saudita OPEC plus – e non più l’OPEC a trazione saudita – decise di tagliare l’output di 1.200.000 b/g al fine di sostenere l’oro nero. E’ importante precisare che la nascita dell’OPEC plus – successivamente trasformata in organismo permanente – e tutti gli accordi raggiunti in tale sede nel periodo novembre 2016-19 furono il risultato politico della vittoria militare ottenuta dalla Federazione Russa in Siria, dove Mosca era intervenuta nel rispetto del diritto internazionale a partire dal 30 settembre 2015 in supporto all’esercito regolare siriano di Bashar al-Assad. Si giunge così a...
Baku - 029
E’ iniziata ieri lunedì 28 settembre la terza edizione dell’Azerbaijan & Caspian Sea Oil and Gas Summit 2015 presso il Four Season Hotel di Baku, evento che terminerà nella giornata di domani il cui obiettivo è quello di focalizzare l’attenzione sugli ultimi sviluppi, tecnologie e progetti futuri dell’industria del gas naturale e petrolifera della regione e favorire l’incontro e gli accordi commerciali tra le compagnie di settore. Ospiti di eccezione, conferenze e workshop sono solo alcuni degli elementi che caratterizzano l’Azerbaijan & Caspian Oil and Gas Summit 2015, evento ideato dalla organizzazione britannica Oliver Kinross specializzata nella ricerca economica il quale sta ospitando più di 250 delegati e 30 speaker di fama internazionale. Tra gli oratori che prenderanno parte alla conferenza è doveroso citare Magsud Mammadov, rappresentante ufficiale del progetto Trans-Anatolian Pipeline (TANAP), Shailendra Mohite, ingegnere alla Q8 Petroleum, David Oniani, Advisor per la pianificazione strategica presso la Georgian Oil and Gas Corporation, Eric Meyer, Development Manager della Total, John Harkins, presidente della Greenfields Petroleum Corporation, Michael Hilmer, vice presidente per il settore Supply & Origination dell’area del Caspio presso la E.ON Global Commodities, Ayhan Durukan, Country Manager della Turkish Petroleum, Toralf Pilz, direttore della Divisione politica, economia ed informazione della Delegazione dell’Unione Europea in Azerbaigian, Akper Feyzullayev, direttore del dipartimento di geologia della Accademia Nazionale Azerbaigiana di Scienze, Robert Cetuka, Ambasciatore degli Stati Uniti in Azerbaigian, Natig Hajiyev, specialista del settore, Ingilab Ahmadov, rettore della School of Economics and Management e direttore di Eurasia Extractive Industries presso l’Università di Khazar, Ramin Isayev, direttore generale della SOCAR AQS, Gulmira Rzayeva, ricercatrice nel settore energia del Center for Strategic Studies Under the President of the Republic of Azerbaijan, Fuad hmadov, direttore di Azerbaijan South Caucasus Pipeline Ltd. Nella giornata di ieri Eric Meyer, Development Manager presso la Total Exploration & Production Azerbaijan B.V., è intervenuto alla conferenza ed ha sottolineato l’importanza dello sviluppo del deposito di gas naturale di Absheron, situato sempre nell’area azerbaigiana del Caspio. Secondo le parole di Meyer, la Total sta pianificando lo sviluppo e la produzione del deposito attraverso la creazione di una joint operating company con la State Oil Company of the Azerbaijani Republic (SOCAR) che vedrà le due compagnie detenere rispettivamente il 50% per la parte francese ed il 40% per quella azerbaigiana a cui si dovrà aggiungere un terzo investitore che otterrà il 10%. Le due compagnie operano già insieme sul territorio possedendo entrambe il 40% delle azioni per le attività di estrazione e produzione di Absheron, deposito la cui scoperta è stata annunciata nel settembre 2011 le cui risorse ammonterebbero secondo le stime effettuate da un centro di ricerca geologico azerbaigiano a 350 miliardi di metri cubi di gas (bcm) e 45 milioni di tonnellate di condensato. Oltre alla Total ed alla SOCAR partecipa allo sviluppo del deposito la compagnia GDF Suez (20%) ed entrambe stimano i tempi per la produzione al 2021. Non solo la Francia è direttamente interessata al mercato petrolifero e del gas naturale azerbaigiano e del Caspio, ma anche...